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Lo squadrone che tremare il mondo fa

A un crocevia storico della penisola italiana, là dove le strade che trasportavano eserciti finirono col trasportare la conoscenza umana e portarono all’apertura della prima università, l’aurora del XX secolo, di quel cosiddetto “novecento”, segnava un grande cambiamento. Molto era già cambiato nelle ultime decadi del secolo precedente, con l’unificazione italiana che aveva formato un’entità statale che sembrava dovuta al destino storico. Tuttavia, in quegli anni iniziali dell’ultimo secolo del terzo millennio – per quanto significato abbiano i numeri che abbiamo arbitrariamente assegnato al tempo – Bologna stava per cambiare, tanto all’interno quanto all’esterno.

Le Due Torri di Bologna all’inizio del XX secolo, tra altri torri che ormai non esistono più

La città delle decine di torri, che oggi nelle incisioni ricorda lo skyline delle metropoli americane, cercava la via verso la modernizzazione. I segni della sua maestosa identità medievale e rinascimentale non bastavano per mantenerla al centro di un mondo nuovo e industrializzato. Bologna era quel centro, e doveva restarlo. Così, i canali che per secoli avevano dato vita alla città, sostenendo i suoi mulini e la sua industria tessile, i vicoli medievali che avevano alimentato una rete educativa capace di creare l’Alma Mater Studiorum e di attrarre persone da ogni angolo – almeno – del continente europeo, dovevano cambiare forma.

Uno dei tanti canali di Bologna, asciutto, prima della pedonalizzazione del XX secolo

Ma insieme alla forma della città, che stava cambiando, cambiavano anche le abitudini di chi vi abitava. A Bologna non era mai stato un problema accogliere e lasciar attecchire idee e consuetudini venute da altrove: l’estroversione della città che “cresce verso l’interno”, con i suoi chilometri di portici, è stata e sarà per sempre la sua unica identità eterna. Una delle abitudini di quegli anni riguardava anche la socializzazione dell’ambiente sportivo, con l’affermazione e la diffusione di un gioco che non crebbe perché fosse il più importante secondo qualche criterio, ma perché fu quello che trasformò lo sport da esercizio fisico in attività e fenomeno sociale.

La presenza straniera a Bologna esisteva fin dall’XI secolo, quando aprirono le prime scuole in città. In circa mille anni questo contatto con i cittadini giunti da lontano, che diventavano parte integrante della vita sociale bolognese, era divenuto elemento inseparabile. Era inevitabile che fossero proprio loro a portare anche il seme della nuova abitudine che avrebbe inserito un nuovo organismo nel tessuto cittadino: un’associazione di persone che avrebbe scritto la propria storia scrivendo, allo stesso tempo, quella della città.

Il terreno perché ciò accadesse esisteva. Un circolo, il Circolo Turistico Bolognese, portava in città tutte quelle attività “importate da fuori”, di cui avevano bisogno soprattutto i forestieri colti e con un retroterra economico solido. Inizialmente fu la bicicletta, la grande invenzione del XIX secolo, poi l’automobile e le gare con entrambi i mezzi. Il Circolo non aveva una sede propria. Come era consuetudine all’epoca, questi circoli avevano indirizzi situati in spazi pubblici: ristoranti, bar, birrerie. Una di queste birrerie, dal nome Birreria (o Birraria in bolognese) Ronzani, si trovava al numero 2 di via Orefici. Almeno fino al 3 ottobre 1909 era lì, perché quella data l’avrebbe iscritta in molti libri di storia. Tutta l’urbanistica della zona sarebbe cambiata negli anni seguenti, dal 1910 al 1912, per costruire una città in grado di rispondere alle esigenze del tempo, sostituendo le torri con palazzi moderni e conservando solo gli edifici essenziali per la coerenza storica del centro.

L’interno del primo piano della Birraria Ronzani, là dove fu fondato il Bologna FC

Sembra che fossero proprio luoghi come quello a essere frequentati già allora da chi amava il calcio. Ai nostri giorni, vi si va per condividere il proprio legame con una squadra insieme ad altri, per litigare, per prendersi in giro, a volte persino per piangere o semplicemente per osservare le partite di altre squadre su uno schermo televisivo. Ai nostri giorni, inoltre, chi ama il calcio e cambia città trova una nuova casa e un nuovo legame nel luogo in cui approda, si “risposa” con una nuova squadra che prende posto nel cuore insieme a quella della propria terra. Ma allora, coloro che amavano il calcio, che lo avevano conosciuto in qualche college, in qualche club inglese, in una delle prime grandi squadre europee, non trovavano una nuova squadra con cui “risposarsi”. Al contrario, dovevano “generare” ciò che sarebbe divenuto, in futuro, il legame di migliaia di altri.

Uno di questi migranti era Louis Rauch. Nato a Friburgo, in Svizzera, Rauch era arrivato a Bologna come dentista per collaborare con il rinomato allora professor Arturo Beretta. Avendo giocato a calcio nella squadra della sua città natale, il Fribourg FC, fondato già nel 1900, non trovò a Bologna – che nel frattempo era divenuta la sua nuova casa – alcun club calcistico, sebbene fosse una città abbastanza grande per l’epoca, con una popolazione compresa tra i 150.000 e i 200.000 abitanti.

Uno straniero, Rauch, insieme ad altri stranieri e bolognesi che avevano conosciuto il football all’estero, cercava di generare il proprio legame con lo sport nella casa comune. La sera di domenica 3 ottobre 1909, queste figure si riunirono nel luogo in cui erano abituali frequentatori, al primo piano della birreria Ronzani, per prendere la decisione della fondazione. Nell’edizione del lunedì del quotidiano locale il Resto del Carlino vengono riportati i nomi di questi fondatori, che costituirono anche il primo direttivo del nuovo club, il Bologna Football Club. Il nome della città è seguito dalla descrizione del club in inglese, non solo per la composizione multinazionale del gruppo fondatore – d’altronde l’inglese non aveva ancora allora lo status internazionale che ha oggi – ma soprattutto perché il calcio, come sarebbe poi chiamato, era conosciuto a quei tempi con una sola parola: football. In effetti, in molte occasioni i due elementi del nome venivano separati, e in molte delle prime firme del club si leggeva Bologna FBC.

Accanto a Rauch, come vicepresidente fu nominato Enrico Penaglia, segretario Sergio Lampronti, tesoriere Leone Vincenzi, e tra le grandi figure del club Emilio Arnstein, che ne assunse anche la guida quando Rauch, per impegni di lavoro, non riuscì più a sostenere le esigenze della carica. Primo capitano della nuova squadra fu Arrigo Gradi, nato a Bologna ma studente all’istituto Schönberg di Rossbach, nel cantone di San Gallo, nella Svizzera nordorientale. L’importanza di quel collegio fu enorme per il neonato club, poiché quando bisognò decidere i colori sociali e cucire le prime dieci maglie, Gradi ne portò due dai suoi anni svizzeri: erano blu e rosse. Così nacque la divisa rossoblù, con le strisce che, accanto alla croce di San Giorgio, andarono poi a formare l’emblema della società. Tra i primi calciatori della squadra appena nata vi era anche il giovane Antonio Bernabéu, fratello di Santiago, il quale – a differenza del consanguineo – non aveva aspirazioni di guida all’interno dello sport, ma solo, negli anni in cui studiava al Collegio di Spagna di Bologna, una necessità di sfogarsi per il lutto della madre scomparsa, affrontando il dolore attraverso il gioco.

Nello stesso periodo, in città nacquero anche altri circoli ginnici che formarono squadre di calcio. Il Bologna FC aveva il compito di imporsi prima entro le mura cittadine, per poter diventare il rappresentante della città nel sistema calcistico italiano che in quegli anni cominciava a prendere forma. La Virtus e la Sempre Avanti furono i due club che riuscirono appena a confrontarsi con il Bologna, il quale, forte di tutta la competenza acquisita dai Paesi dove il calcio era più sviluppato – la Gran Bretagna e l’Impero Austro-Ungarico – era in grado di dominare.

Tuttavia, contrariamente allo spirito dell’epoca nei paesi dove il calcio era più evoluto, il modernista Rauch manteneva una visione puritana per quanto riguardava il carattere dilettantistico della società. Questa visione entrò in contrasto con quella di Guido Nanni, bolognese di nascita ma con radici svizzere, che divenne il portabandiera del professionismo. Il realismo di Nanni condusse presto il club tra i pilastri fondamentali dell’edificio calcistico italiano, e naturalmente alla piena egemonia nella regione dell’Emilia-Romagna.

La prima undici della storia del Bologna FC, nel 1910

La prima undici del Bologna FC che impresse quel sigillo scese in campo il 20 marzo 1910, con in formazione il portiere ungherese Koch, e poi Chiara, Pessarelli, Bragaglia, Della Valle, Nanni, Donati, Rauch, Bernabéu, Mezzano e il capitano Gradi. È noto che giocarono con il 2-3-5, il sistema dell’epoca, ma non si conoscono i marcatori. Dovettero comunque essere parecchi, dato che quello stesso giorno il Bologna FC vinse 10-0 contro la Sempre Avanti e 9-1 contro la Virtus Bologna nel Campionato Emiliano, cosa che le permise di imporsi in città come rappresentante calcistica ufficiale.

Il primo campo del club si trovava a est della città, fuori dalla Porta San Felice, nei prati dei Prati di Caprara. Nello stesso periodo, i cambiamenti nell’urbanistica cittadina costrinsero il club a spostare la sede, dalla Birreria Ronzani al bar Libertas, situato sotto un portico con indirizzo Ugo Bassi 13, che collega la via centrale della città con la via Monte Grappa. Fu in quella sede che avvenne la grande trasformazione del club, nel 1911, sotto la guida di Emilio Arnstein.

Sotto l’influenza delle strutture calcistiche dei campionati di altri paesi, il campionato italiano introdusse requisiti per le squadre che volevano partecipare alla massima categoria. Questi non erano puramente sportivi: ciò che contava, in quell’epoca, era garantire lo svolgimento regolare del torneo. I requisiti prevedevano che ogni club disponesse di un fondo cassa sufficiente per l’accoglienza delle squadre ospiti, di un campo in buone condizioni con ingressi stabili e confini ben definiti, e di una dirigenza tecnica nominata, con ruoli precisi assegnati a ogni persona. Il Bologna riuscì ad avere tutto questo sotto la guida di Arnstein e grazie alla diplomazia del vicepresidente Domenico Gori nei circoli federali. Il passo più difficile, ma anche il più importante, fu l’ottenimento di un campo da gioco conforme, poiché i prati dei Prati di Caprara non soddisfacevano quei requisiti. Così, dal 1911 il Bologna si trasferì al campo della Cesoia, più vicino alla Porta San Donato, in un’area la cui esatta posizione, ancora oggi, non può essere determinata con precisione topografica (due ipotesi distano tra loro alcune decine di metri).

Il Bologna iniziò a competere subendo dolorose sconfitte nel campionato Veneto-Emilia, ma il club cresceva costantemente. I cambiamenti alla guida societaria erano molto frequenti, ma altrettanto rapida era l’ascesa di status della società a ogni livello. In soli tre anni, il campo della Cesoia era diventato un punto di riferimento per la vita sociale cittadina, mentre la presidenza era ormai passata a un imprenditore locale, Rodolfo Minelli. Minelli realizzò per la squadra anche un nuovo impianto, con tribuna coperta per le autorità e terreno inclinato tutto intorno per il grande pubblico. Questo si trovava a sud della città, verso i Colli Bolognesi, il quartiere aristocratico, e fu chiamato Sterlino. Fu inaugurato il 30 novembre 1913 e a quell’inaugurazione partecipò ormai tutta la scena prominente della città, che comprendeva politici, intellettuali, imprenditori e altri esponenti di rilievo.

Lo Stadio Sterlino

Con sede allo Sterlino, il Bologna compie passi costanti verso il futuro, raggiungendo gradualmente uno status storicamente senza pari. In un’epoca in cui si avvicina la prima grande catastrofe europea, con la Prima Guerra Mondiale – e il vero inizio del XX secolo – i Socialisti conquistano il Comune della città, che è da sempre animata da idee più innovative rispetto al resto d’Italia. Il campionato del 1914-15, tuttavia, è l’ultimo a disputarsi prima del conflitto.

Il periodo di fioritura del club avviene nell’Intermezzo tra le guerre. In quegli anni il Bologna si ingrandisce, domina il calcio italiano ma anche quello internazionale, lasciando molte tracce nella storia del pallone. Nel 1919 effettua il primo trasferimento a pagamento, versando alla Modena il corrispettivo per il cartellino di Bernardo Perin, un fornaio, il cui futuro fu garantito grazie all’apertura di una panetteria in Piazza Malpighi. Ma il grande cambiamento arriva con la nomina del primo grande tecnico.

Tra le due grandi scuole calcistiche dell’epoca – quella britannica e quella austro-ungarica – il Bologna aveva legami decisamente più stretti con la seconda. Fu proprio da quella scuola che scelse il suo riformatore. Hermann Felsner era nato a Vienna nel 1889. Anche lui era un figlio del calcio da caffè che aveva dato vita alle grandi squadre austriache dei primi decenni del Novecento. Giunto in Italia, introdusse metodo, impose la necessaria disciplina, sviluppò un sistema e un piano di gioco, trasformando il Bologna in una squadra di primissimo livello. Nel 1921 perse la finale del campionato contro la Pro Vercelli per 2-1 al 128° minuto, con il risultato che il Bologna uscì dalla federazione. Ma invece di guardare ai rivali nazionali, il suo obiettivo era portare la squadra al livello dei grandi avversari stranieri.

La prima squadra che mise alla prova la forza di quel Bologna, sotto la guida di Felsner, fu il Real Madrid, che fu sconfitto allo Sterlino il 26 dicembre 1920 con il punteggio di 3-0. Le squadre austriache, però, sembravano ancora superiori, con il Rapid Vienna che prevalse sul Bologna per 4-1 e gli ungheresi del Budapesti Torna Club che persero solo 2-0. Ma Felsner aveva anche un’arma preziosa in campo: Angelo Schiavio, che iniziò a giocare con il Bologna nel 1922 e fu anche protagonista della prima Nazionale italiana campione del mondo, nel 1934. Schiavio è ancora oggi il miglior marcatore della storia del club con 251 gol, collezionati in 364 presenze con la maglia rossoblù. Il Bologna vinse il suo primo scudetto nel 1925 e un secondo, sempre sotto la guida di Felsner, nel 1929.

La squadra del Bologna che vinse il primo campionato nella stagione 1924-25

Nel 1926 il Bologna FC si trasferisce allo Stadio Littoriale, una costruzione colossale che Mussolini esibiva con orgoglio come il più grande stadio d’Europa, situato a ovest della città, verso il colle di San Luca. Questo stadio, con il suo portico emblematico e la Torre della Maratona, è ancora oggi la quasi centenaria casa del club, pur avendo naturalmente cambiato nome.

Veduta dello Stadio Littoriale con la Torre della Maratona sulla sinistra

Il giorno dell’inaugurazione del Littoriale, tuttavia, non fu privo di sangue. Mussolini, di ritorno in città a cavallo lungo via Indipendenza, si dirigeva verso Piazza Maggiore, dove la folla radunata attendeva di acclamarlo. I ceti medio-borghesi di Bologna, che più tardi avrebbero sostenuto come pochi le idee progressiste del loro tempo, in quel periodo erano stati ampiamente influenzati dalla svolta populista dell’ex socialista Mussolini. Tra la folla si trovava anche il quindicenne figlio di un tipografo, Anteo Zamboni, che pare abbia tentato di uccidere il Duce con la pistola che portava con sé. Che fosse stato lui o no a premere quel grilletto, il capo della polizia locale, di nome Carlo Alberto Pasolini – padre di Pier Paolo – ordinò ai fascisti in camicia nera di linciare sul posto l’adolescente attentatore, cosa che portò alla sua morte.

Il quindicenne Anteo Zamboni

Felsner lasciò il club nel 1931 per proseguire la sua carriera in una serie di altre squadre italiane, ma il Bologna che aveva costruito continuava a crescere anche a livello internazionale. Nel 1932 e nel 1934 vinse la Coppa dell’Europa Centrale, la cosiddetta Mitropa Cup, mentre nel 1935 giunse alla guida tecnica una delle figure più leggendarie e martiri della storia del calcio mondiale. L’ungherese Árpád Weisz era stato membro della squadra olimpica dell’Ungheria che partecipò ai Giochi del 1924 a Parigi, senza però riuscire a scendere in campo a causa di un infortunio. La sua notorietà internazionale lo portò in Italia, dove giocò per un anno nell’Alessandria e uno nell’Inter, che all’epoca si chiamava Ambrosiana, per poi diventarne allenatore l’anno seguente. Dall’Ambrosiana passò alla Bari e poi alla Novara, prima di approdare, nel 1935, a Bologna.

Weisz costruì la grandissima squadra che faceva tremare il mondo, lo squadrone che tremare il mondo fa. Vinse i campionati del 1936 e del 1937. Il 7 giugno 1937 la Bologna di Weisz conquistò un titolo storico. Essendo la migliore squadra d’Italia, partecipò alla Coppa dell’Esposizione Internazionale, a Parigi, dove presero parte le migliori formazioni dell’Europa centrale, nonché il Chelsea dall’Inghilterra. Fino a quel momento, i club inglesi si rifiutavano di affrontare squadre dell’Europa continentale, ritenendosi – ovviamente! – di gran lunga superiori. Il Bologna fu chiamato a infrangere questo pregiudizio affrontando gli inglesi in finale e, con un punteggio di 4-1, riportò in Emilia-Romagna l’unico trofeo di quella competizione. Quella vittoria diede alla squadra di Weisz una dimensione di superiorità mondiale.

La squadra del Bologna che vinse la Mitropa Cup nel 1934

Nello stesso periodo, però, sotto l’influenza dell’ideologia nazista tedesca, cominciarono anche in Italia le persecuzioni contro gli ebrei. Così, Weisz fu costretto a fuggire nei Paesi Bassi nel 1938, dove allenava la squadra del Dordrecht. Da lì, purtroppo, fu arrestato dalle SS, deportato ad Auschwitz-Birkenau e lì morì il 31 gennaio 1944, senza riuscire a vedere la liberazione.

Il sindaco storico di Bologna, Giuseppe Dozza

Negli anni del dopoguerra domina la figura del sindaco comunista di Bologna, Giuseppe Dozza, che mantenne quel ruolo dalla liberazione della città, il 21 aprile 1945, per oltre vent’anni, fino al 2 aprile 1966, trasformandola profondamente. In quel periodo, Bologna si trasforma in un centro industriale d’innovazione, con numerose fabbriche e nuove applicazioni che nascono nella sua periferia. Questo sviluppo attira in città nuovi migranti, che non avevano lo stesso status degli antichi intellettuali stranieri. I migranti interni provenienti dalla più povera Italia meridionale diventano progressivamente parte integrante della città, insediandosi nei suoi quartieri periferici. Nello stesso periodo, l’Università vive un’epoca di gloria sociale, con i suoi studenti che, dopo secoli, tornano a dettare il ritmo dello scontro politico, in una città che diventa rossa non solo per il colore dei suoi edifici, ma anche per la bandiera ideologica dei suoi abitanti.

Renato Dall’Ara a sinistra consegna il trofeo della Mitropa Cup a Mirko Pavinato

Nella Bologna rossoblù, tuttavia, domina un’altra figura: quella di Renato Dall’Ara, un imprenditore originario di Reggio Emilia, che fu presidente del club per oltre trent’anni. Assunse la carica durante l’Intermezzo, nel 1934, e la mantenne fino alla sua morte, il 4 giugno 1964. Dall’Ara fu la figura che mantenne il Bologna agli standard di quei tempi gloriosi di Weisz, conquistando un’altra Mitropa Cup nel 1961, ma anche l’ultimo scudetto della squadra pochi giorni dopo la sua scomparsa, il 7 giugno 1964. Lo Stadio Littoriale fu ribattezzato in suo onore Stadio Renato Dall’Ara.

La squadra del Bologna che vinse l’ultimo scudetto nella stagione 1963-64

Dopo l’epoca di Dall’Ara inizia anche il declino del club. Pur restando protagonista per il decennio successivo, conquistando anzi due Coppe Italia, nel 1970 e nel 1974, la città non è più il crocevia che era stata in altri tempi, mentre sul piano sportivo il confronto cestistico tra Virtus e Fortitudo dà forma a un nuovo immaginario collettivo attorno a un altro sport. Pur avendo avuto in varie epoche giocatori emblematici e buone squadre, l’unico risultato di rilievo fu quello del 1999, quando il Bologna raggiunse la semifinale della Coppa UEFA, dopo aver vinto l’Intertoto l’estate precedente per accedervi.

Lo Stadio Renato Dall’Ara ai giorni nostri

Anche in quegli anni, però, il Bologna non ha mai perso il suo ruolo centrale nella vita sociale della città. I suoi grandi artisti, come Lucio Dalla e Gianni Morandi, hanno sempre onorato la sua tribuna, e una canzone ottimista del primo, L’Anno Che Verrà, accompagna sonoramente ogni vittoria della squadra al Dall’Ara.

I tifosi del Bologna danno l’ultimo saluto a Lucio Dalla

Dopo molte traversie, l’arrivo dell’imprenditore canadese di origini italiane Joey Saputo ha cambiato ancora una volta le carte in tavola per il club, riportando – ancora una volta grazie a uno straniero – l’innovazione nelle sue fila. Nei tempi molto più complessi e difficili del calcio industrializzato di oggi, lo sviluppo e l’affermazione richiedono maggiore pazienza. Ma quella sta arrivando, poco a poco.

Dopo la grande prova che ha vissuto il Bologna con le condizioni di salute di Siniša Mihajlović – che è rimasto alla guida della squadra persino dall’ospedale, dimostrando la statura del club e il suo carattere – la nuova era ha iniziato a dare i primi frutti con la qualificazione alla Champions League di questa stagione. Molti giocatori sono partiti, ma la progettualità continua ormai in modo razionale, e a cent’anni da quel primo storico campionato la Bologna rompe continuamente i confini della tradizione per costruire una propria storia unica, attraverso l’innovazione.

La squadra contemporanea del Bologna FC che ha conquistato la qualificazione alla UEFA Champions League

Bologna, la città dell’Emilia-Romagna, il crocevia d’Italia, è la culla della prima università, la capitale della cucina italiana e la città più progressista del Paese. Per questo è conosciuta come La Dotta, La Grassa, La Rossa. Ma quella sera di domenica, il 3 ottobre 1909, anche grazie a una coincidenza di colori di un collegio svizzero, nacque un’altra Bologna: La Dotta, La Grassa, La Rossoblù.