Pibe, charrúa, malandro
A Argentina FC London, Il 30 luglio del 1930, poco dopo le 4 del pomeriggio, all’Estadio Centenario di Montevideo, è iniziato il secondo tempo della prima Grande Finale della Coppa del Mondo FIFA. Più di 68.000 spettatori si trovano sulle tribune di cemento del maestoso stadio moderno, seguendo con passione e con reazioni che sfiorano i limiti della ferocia la più grande partita di calcio che fosse mai stata giocata fino a quel giorno. Nel primo tempo, disputato con un pallone scozzese portato dalla squadra argentina, gli argentini danzavano sull’erba del campo che celebrava il centenario dell’esistenza dell’Uruguay. Sebbene la Celeste avesse aperto il punteggio al 12º minuto con Pablo Dorado, Carlos Peucelle e Guillermo Stabile avevano ribaltato la situazione. Ma quel momento del secondo tempo apparteneva a un ventenne di La Plata, l’interno destro Pancho Varallo, calciatore del Gimnasia y Esgrima, che si lanciava in un’altra controffensiva argentina. I giorni prima della finale erano stati difficili per Varallo: il suo ginocchio era infortunato e, se si fosse trattato di una qualsiasi partita ordinaria, certamente quel giorno non avrebbe giocato. Ma era la finale del primo Mondiale e, soprattutto, una finale contro l’Uruguay. Era una partita che aveva fatto dormire i giocatori, la notte precedente, indossando le maglie albicelesti, un incontro che aveva fatto salire migliaia di argentini su piroscafi...
Standard de Liège: la dialettica della Città Ardente
Sulla riva settentrionale della Mosa, uno studente trasporta, su un carrellino da cantiere, alcuni dei materiali di cui ha bisogno per costruire un pezzo della sua vita: alcune reti, qualche paio di scarpe, due palloni di cuoio e un fagotto di maglie rosso acceso. Davanti a lui si staglia la moltitudine delle ciminiere, la firma della rivoluzione industriale, che nel 1909 ha cambiato completamente il paesaggio della città in cui è nato e cresciuto. È il suo presente e il suo futuro, e quello delle generazioni che verranno. La sua schiena è rivolta a una città di vicoli stretti lastricati, piazze, cattedrali, edifici religiosi di potere, statue e monumenti di conflitti di un’epoca che lui non ha mai vissuto. Insieme a tutto il resto, ha voltato le spalle anche alla sua scuola, il Collège di St Servais, che, custodendo una tradizione medievale, ha formato anche lui come discendente di una borghesia che trovò la propria identità a metà del XIV secolo, per cercare un nuovo passo nel XX. I palloni, le scarpe, le maglie rosse, sono i materiali con cui lo studente, insieme ai suoi compagni, costruirà una nuova identità, immateriale, proveniente dalla borghesia della città, dall’ambiente delle cattedrali e delle scuole, per i dannati della Terra, quelli che danno vita alle fabbriche. Il loro percorso, nonostante abbia una direzione...
Il calcio all’ombra e al sole, di Eduardo Galeano
Prima dell’epoca della “gentrificazione” mercantile del calcio, alla fine del XX secolo, il mondo intellettuale quasi rifiutava di parlare di questo sport. In molti casi lo considerava addirittura un nemico, un fenomeno sociale esistente solo per addormentare le coscienze che esso, in teoria, avrebbe dovuto risvegliare. Tuttavia, questa intellighenzia non ha mai rappresentato, e mai rappresenterà, l’insieme del mondo artistico – uomini e donne di lettere e di spirito che osservano il mondo e desiderano esprimere, con il proprio linguaggio, i fenomeni che vi si manifestano: le lotte da condurre, la forma che immaginano, le esperienze che suscitano. In breve, è un’élite intellettuale, che rifiuta di vivere come i popoli del mondo, a voltare le spalle al calcio. Ma non era quest’élite a preoccupare Eduardo Galeano, giornalista e scrittore uruguaiano che dedicò la propria vita e la propria opera a raccontare la verità dei popoli del suo continente, scontrandosi frontalmente con le dure e implacabili dittature, per lo più sostenute dagli Stati Uniti. Nato il 3 settembre 1940, Galeano crebbe in una famiglia borghese di Montevideo. Fin dall’adolescenza lavorò, muovendo i primi passi nel giornalismo presso El Sol, un settimanale dei socialisti uruguaiani. Crescendo a Montevideo, Galeano divenne sostenitore del Nacional, una delle due grandi squadre del paese. Ma attraverso il suo tifo – che non rinnegò mai – percepì...
Soccernomics, di Simon Kuper e Stefan Szymanski
L’economia del calcio non riguarda soltanto la sua commercializzazione; è il modo in cui lo si percepisce e lo si analizza come fenomeno, mettendo da parte l’approccio – apparentemente romantico – empirico, e scomponendo in quantità e meccanismi tutti i suoi elementi costitutivi. È, in sostanza, la percezione del calcio in una maniera tecnocratica che va oltre la chiacchiera da bar, ma che è anche capace di spiegare perché accade ogni cosa: perché vince una squadra e non un’altra, perché un club ha più tifosi, perché in alcuni paesi le reazioni al risultato di una partita di calcio sono diverse rispetto ad altri, e perfino come tutto ciò si relazioni a processi che influenzano in misura molto maggiore la vita delle società. Questi elementi, così come la descrizione dei metodi analitici che li esaminano, sono presentati nel loro libro Soccernomics da Simon Kuper e Stefan Szymanski. Kuper, giornalista con molti anni di lavoro al Financial Times, ma conosciuto soprattutto per alcuni testi emblematici della letteratura calcistica, il più celebre dei quali è Football Against the Enemy, incontrò Szymanski, oggi professore di Sport Management all’Università del Michigan, a un convegno a Parigi, dove nacque l’idea di quest’opera, che con il passare del tempo è stata continuamente aggiornata e arricchita per spiegare anche gli sviluppi più recenti della scena calcistica mondiale, ma...
Calcio e cinema
Immaginate una scena: una folla di persone, di varie età, chiaramente provenienti da diverse classi sociali, composta da generi differenti, nazionalità diverse e forse con diversi livelli di istruzione accademica. Sono seduti in una struttura anfiteatrale, guardando verso di noi. Sui loro volti scorgiamo l’attimo dell’angoscia, per il momento di quello sguardo e forse anche per quello che seguirà, per un futuro ignoto ma molto immediato che ha il potere di unire questa folla eterogenea in un istante in cui tutti condividono la stessa emozione. Non sappiamo se prima prevalesse la calma, non sappiamo cosa accadrà dopo, non sappiamo nemmeno perché tutti si trovino in questo stato simile, in un momento in cui l’adrenalina e la carica emotiva sembrano attraversare tutti i settori come una corrente elettrica – non sappiamo nemmeno che cosa abbiano di fronte, poiché l’oggetto del loro interesse, la fonte che li elettrizza, si trova dalla parte del cosiddetto “quarto muro”: sono tutti spettatori, mentre noi siamo spettatori di uno spettacolo in cui la folla, il pubblico, è il protagonista. Se qualcuno dovesse indovinare dove si svolge questa scena, potrebbe dire genericamente che dietro il nostro campo visivo si sta svolgendo un evento sportivo o un’arte performativa. Tuttavia, usando un dettaglio della descrizione – la diversità e l’eterogeneità che caratterizzano la folla – si potrebbe restringere senza...
La Scuola del Danubio
Nel pomeriggio di mercoledì 25 novembre 1953, 150.000 spettatori lasciarono il Wembley dopo aver assistito a una delle partite che influenzarono maggiormente l’evoluzione del calcio mondiale. Come avviene di solito in questi casi, forse pochi furono in grado di cogliere l’importanza storica di ciò che si era svolto sotto i loro occhi; tuttavia, ancora meno sono oggi, a più di mezzo secolo di distanza, quelli che collocano l’evento nella sua reale dimensione. La sconfitta dell’Inghilterra a Wembley rimase nella storia, non solo perché fu una sconfitta pesante, ma soprattutto perché arrivò in una partita che l’Inghilterra, per la prima volta, aveva bisogno di vincere, al fine di difendere la propria egemonia nello sport in quanto madre della disciplina. Certo, tale supremazia forse era già stata persa, poiché al Mondiale del 1950 la nazionale inglese era stata battuta dagli Stati Uniti e dalla Spagna; tuttavia, quella non era considerata una competizione di grande prestigio secondo le concezioni allora dominanti oltremanica. L’Inghilterra aveva inoltre perso diverse partite contro altre squadre del Regno Unito, in particolare contro il combination game della Scozia nel cosiddetto Home Championship, e non erano mancati gli insuccessi in campi europei. Questa, tuttavia, fu la prima volta che una nazionale dell’Europa continentale vinse in territorio inglese, in una partita che era stata elevata a questione nazionale prima ancora del...
Moda calcistica
L’emisfero nord è in piena estate. Il calcio si è fermato da mesi. I campionati e le competizioni europee della scorsa stagione sembrano ormai parte di un passato sempre più remoto. Anche la routine del fine settimana, quei pomeriggi piovosi in ogni angolo del nord e del centro Europa, appare lontana. Chi può permetterselo si trova in un contesto completamente diverso: vestiti leggeri, in riva al mare, talvolta con un po’ d’alcol, lontano da casa. Ognuno fa una scelta che non può permettersi durante l’anno: i vestiti che indossa non sono quelli del lavoro, ma i propri, quelli che sceglie quando si sente totalmente libero, o almeno costruisce l’illusione di una libertà temporanea — con più o meno successo. In questo contesto, un dettaglio visivo spicca: i colori che le persone indossano — i cappelli, le magliette, forse la borsa, il borsone o l’asciugamano che portano con sé. Molti, sempre di più ogni anno, vestono colori che li accompagnano ovunque: il rosso, il blu e il bianco, il nero, il verde, le righe verticali o orizzontali, i colletti, i dettagli sulle maniche — e su tutto questo uno stemma, piccolo o grande, a volte più di uno, e il nome di una, due o anche più aziende. È la tribù del calcio, lontana dal suo habitat naturale, che porta con...
Savage Enthusiasm, di Paul Brown
C’è un motivo per cui il calcio non è semplicemente uno sport popolare, ma qualcosa di molto più ampio di questa definizione. L’analisi tattica e la sua evoluzione, il racconto delle grandi partite, le biografie dei grandi calciatori e degli allenatori riempiono le pagine dei libri, i minuti delle trasmissioni radiofoniche o televisive, ispirano film e opere artistiche. Tuttavia, tutti questi elementi si trovano anche in altri sport: nel basket, nella boxe, nel tennis, negli sport motoristici e in molti altri. Esiste però un elemento che rende il calcio diverso da qualsiasi altra attività sportiva mai esistita sulla Terra: i suoi tifosi. I tifosi del calcio occupano uno spazio proprio nei libri, nei minuti delle trasmissioni televisive e radiofoniche, perfino nelle opere d’arte. Sono una parte enorme che non solo compone, ma in larga misura crea la cultura di questo sport, trasformando la società sportiva da semplice associazione di atleti in un punto centrale di riferimento per una comunità. La storia degli spettatori, dei simpatizzanti, dei sostenitori, degli ultras — dalla preistoria del calcio fino ai giorni nostri — è ciò che Paul Brown si propone di raccontare (e lo fa con grande efficacia) nel suo libro Savage Enthusiasm: A History of Football Fans. Brown spiega come si è sviluppato il calcio come sport e, parallelamente, come si è evoluto...
L’innovazione ingannevole della Coppa del Mondo per Club
Il conto alla rovescia è iniziato per la 21ª edizione della Coppa del Mondo per Club della FIFA, che si disputerà negli Stati Uniti in una forma completamente rinnovata. Al di là del contesto attuale, che vede il paese ospitante al centro di enormi — e forse storiche — trasformazioni sociali, il nuovo formato della competizione solleva interrogativi importanti sul suo reale contributo allo sviluppo del calcio mondiale, soprattutto per quanto riguarda il livello più alto del gioco per club. Vale la pena soffermarsi un attimo sul concetto di “innovazione” applicato a questa competizione, perché i vari esperimenti della FIFA hanno finito per confondere la percezione della sua storia e della sua tradizione. Storicamente, il più prestigioso torneo calcistico intercontinentale tra club è stato la Coppa Intercontinentale, che metteva di fronte le squadre campioni d’Europa e del Sud America — i due continenti dove, nel corso del tempo, il calcio si è sviluppato più profondamente rispetto al resto del mondo. Questa competizione, nata nel 1960, si è svolta ogni anno come scontro diretto tra le due vincitrici continentali, con gare di andata e ritorno o con una finale unica in campo neutro, solitamente in Giappone. Questo formato è rimasto stabile fino al 2004, anno dell’ultimo trionfo, quello del Porto. L’anno successivo la FIFA decise di sostituire la Coppa Intercontinentale con...
Salvem Mestalla
Le ore della domenica scorrono, il sole ha già superato il suo zenit e si avvia verso gli oceani, lasciandosi alle spalle il Mediterraneo. È l’ora in cui iniziano le voci, in cui la gente si raduna. La strada attraversa il vecchio letto del Túria e conduce dalla Carrer de Misser Mascó — con tutti i caffè pieni — fino all’Avenida de Suècia, dove si vendono le sciarpe, dove la gente aspetta gli autobus, dove si intravedono le torri a spirale che sollevano fiumi umani verso i balconi più alti e ripidi della visione calcistica. Nel mezzo, però, si erge il grande muro nero e arancione, con i suoi balconi, le sue ringhiere di ferro, i pipistrelli scolpiti — e dal secondo piano esce la banda a completare il grande benvenuto. L’autobus si avvicina, gli ottoni suonano la melodia di «ès un equip de primera, nostre Valencia Club de Futbol», e l’emozione che precede ogni partita inizia a prendere colore e odore: il colore dorato-aranciato del sole pomeridiano che colpisce l’ingresso principale dello stadio, l’odore del fumo, ma anche un’illusione di profumo di eterna primavera, propria di questa città. Gli autobus sono arrivati; ti dirigi a sinistra su Calle de les Arts Gràfiques, verso la piccola porta completamente nera che si trova all’angolo. I posti segnati sul tuo biglietto si...
Inverting the Pyramid, di Jonathan Wilson
In tutte le attività e i campi della ricerca esistono alcuni punti di riferimento particolari, creazioni umane che rappresentano entità di rilievo all’interno del loro insieme. Nella letteratura calcistica, quest’opera di riferimento è il classico di Jonathan Wilson, Inverting the Pyramid, in cui viene presentata l’evoluzione tattica del gioco, dai suoi primi passi caotici fino ai giorni nostri. Si tratta, in sostanza, della “Bibbia” del calcio per quanto riguarda la fisionomia del gioco, fisionomia che a sua volta si definisce attraverso lo sviluppo della tattica. Nelle storie calcistiche più frequentemente ricordate, dominano le figure dei protagonisti — i calciatori e, in secondo piano, forse alcuni allenatori o tecnici, e successivamente qualche dirigente. Ciò non è certo un caso: i calciatori si trovano sul palcoscenico di ogni rappresentazione calcistica, sono loro a creare quell’esperienza collettiva che si estende anche sugli spalti, e in moltissimi casi è proprio il percorso della loro vita a dar forma a miti tangibili con cui il grande pubblico può identificarsi in ogni angolo del mondo. Eppure, per quanto possa sembrare paradossale, non sono quasi mai i calciatori — almeno non individualmente — a plasmare la fisionomia del gioco. Le grandi stelle, gli incantatori della dea rotonda, sono coloro che riescono a distinguersi in un determinato contesto evolutivo grazie al loro talento inesauribile e a quella dose...
La gloriosa solitudine di una tribù
Nel calcio ci sono tanti cliché che, pur avendo senso, quando vengono pronunciati non restituiscono mai davvero tutta la loro profondità. Uno di questi è che “la squadra parte dal numero uno”. Lo so, molti diranno sì, no, oppure che è vero – ma diciamoci la verità: ieri nessuno si è seduto a guardare Sommer o Szczęsny; tutto il clamore era per Yamal, Olmo, Lautaro e gli altri. È normale: nel calcio l’obiettivo è il gol, e le partite belle sono i 4–3, non gli 0–0. Ma poi ci sono quei momenti in cui, anche se ne hai presi tre, diventi la ragione per cui perfino l’ultimo spettatore occasionale capisce che il calcio è uno sport fatto di undici giocatori, e che l’attacco e la difesa – soprattutto dal 1992 in poi – li riguardano tutti. Sono quelle notti come quella di ieri, in cui le palline cadono così, e il numero uno diventa l’eroe – e con lui sale del 5–10% la percentuale di bambini che decidono di mettersi tra i pali, in una città, in un paese, a volte in tutto il mondo. Il paradosso, però, è che mentre il giocatore creativo è responsabile della propria arte, il portiere “ha bisogno” che l’opera inizi da qualcun altro. Quel tiro di Yamal doveva essere perfetto perché si potesse capire...
La nascita del calcio in Gran Bretagna
La storia del calcio si perde nelle profondità dell’esistenza storica dell’umanità, con la ricerca delle cause che hanno spinto la nostra specie a dedicarsi a un gioco con la palla a toccare questioni che spaziano dalla biologia fino alla filosofia. La codificazione e lo sviluppo del gioco così come lo conosciamo oggi, però, pongono interrogativi più specifici, non tanto sull’esistenza in sé, quanto sul modo in cui funzioniamo all’interno delle società e delle diverse formazioni socioeconomiche, perché il gioco degli esseri umani è lo specchio della nostra storia sociale. Così, come prosecuzione dell’analisi del percorso storico che ha plasmato i giochi con la palla, ci soffermiamo ora sulle condizioni che hanno definito la fisionomia dello sport moderno nel suo luogo d’origine, la Gran Bretagna, in un’epoca che non ha generato soltanto il calcio moderno, ma anche il mondo moderno. Perché il calcio è britannico? Perché quello che si gioca oggi in tutto il mondo è “l’English game” e non un’evoluzione del cuju, del pok-ta-pok, del calcio fiorentino, della soule, o persino dell’episkyros greco? Perché proprio il calcio di folla britannico – e non un altro – è stato il grembo che ha partorito il futbol? La ricerca delle cause dell’affermazione del gioco britannico e della sua diffusione globale ci conduce alle radici dell’universalità di una cultura nazionale, con l’ingresso dell’umanità...
Il momento più grande del 2024
Gli anni dopo il 2020 non furono come i precedenti: tutto era cambiato, tutti eravamo cambiati. Non eravamo più i piccoli e gli ingiustamente trattati, eravamo cresciuti, forti, invincibili e naturalmente nemici di un sistema contro il quale giocavamo dentro il suo stesso campo. Questo era il significato del gol di Varela, il significato del double da imbattuti, delle finali vinte all’OAKA, della rimessa conquistata, del gol a Agrinio, a Tripoli e tanti altri ancora. Ormai la nostra generazione non cercava più momenti e eroi in un passato glorioso, ma generava ogni anno, ogni partita, la propria mitologia. Il Dikefalos era cresciuto e molte cose erano cambiate – e noi ancora qui, fedeli, con una nuova qualità di supporto, passione e dedizione. Siamo cambiati tanto – abbiamo lentamente lasciato alle spalle microfoni, inchiostri e quei dirigenti che li maneggiavano, e abbiamo trovato una nuova qualità nella comunicazione, perché ormai nessun professionista pagato all’interno di un quadro sociopolitico che favorisce l’accettazione dell’inaccettabile poteva più soddisfare i nostri bisogni, semplicemente perché questa accettazione proveniva da qualunque forma di potere e veniva riprodotta dai suoi pappagalli. In questo senso, è cambiata anche la nostra critica: siamo tornati a essere quel club impavido e grande, con “la verità della Toumba”, una sorta di tribunale che giudicava sempre secondo ciò che era giusto, riconosceva lo...
Dicembre ’44, l’Arsenal e il “Pavlís” di Giannis Ritsos
Nel 1944 la Grecia fu liberata dal giogo nazista, grazie all’EAM e al suo braccio armato, l’ELAS. Il 12 ottobre 1944 gli ultimi soldati tedeschi lasciarono Atene, in un momento in cui le forze della Resistenza in tutto il territorio avevano liberato nove decimi del suolo greco. Pochi giorni dopo, il 18 ottobre, il personale politico della classe borghese greca rientrava nella patria liberata per riprendere il potere che aveva abbandonato nel momento in cui il popolo greco soffriva la fame e allo stesso tempo combatteva contro l’occupante. Il problema di quel potere politico era però che la Grecia non era più il paese che avevano lasciato: né sotto la dittatura di Metaxas, né all’inizio dell’occupazione tripartita. Nel 1944 l’esercito armato dei partigiani liberatori aveva la forza di riscrivere in modo diverso la Storia del paese, e l’esercizio del potere da parte della borghesia contro il popolo eroico non era un processo facile né lineare. I tentativi di formare un governo di unità nazionale, con la partecipazione di tutte le forze politiche, in attesa della normalizzazione delle procedure democratiche e dello svolgimento di elezioni nella Grecia ormai libera, si rivelarono di fatto una farsa. La classe borghese, temendo di perdere la capacità di governare il paese, aveva lanciato una caccia contro ogni combattente, contro lo stesso EAM, per indebolirne la...
La Partita del Secolo: Inghilterra – Ungheria 3-6
Negli anni ’50, il mondo – e dunque anche il calcio – riscopriva la condizione che aveva lasciato prima della guerra. Le economie fiorivano, tuttavia l’evoluzione di tutte le opere dello spirito, tra cui ovviamente anche il calcio, necessitava di tempo perché avvenisse una necessaria ridefinizione dei nuovi dati di realtà, sulla base dei quali si sarebbe costruito il loro enorme sviluppo, che si sarebbe compiuto durante i tre “decenni d’oro” del dopoguerra. In Inghilterra il calcio si trovava regolarmente quasi nello stesso punto dal 1925, ovvero dall’anno in cui cambiò la regola del fuorigioco e da tre i difensori che dovevano coprire il ricevente del passaggio in profondità, divennero due. Questo cambiamento portò una rivoluzione, con Herbert Chapman, allenatore dell’Arsenal, considerato il padre di essa, poiché dal 2-3-5 passò al 3-2-5, con l’obiettivo di aggiungere un ulteriore difensore incaricato di “sorvegliare” gli attaccanti avanzati e più liberi, il che condusse anche alla creazione del cosiddetto WM, cioè un sistema 3-2-2-3, in cui i due attaccanti “interni” giocano leggermente più indietro, per formare le due lettere dell’alfabeto latino quando si osserva lo schema sulla lavagna tattica corrispondente. Nell’Europa continentale, i cambiamenti politici furono sicuramente più rapidi di quelli calcistici, ma anche il calcio fu influenzato da un percorso di cambiamenti di confini e dal caos geopolitico dell’Interguerra, mentre il nuovo...
Nikos Godas – Eroe del popolo e dei campi da gioco
Il calcio greco forse non ha da esibire né momenti giganteschi, che non si trovino altrove nella storia calcistica del resto del mondo, né racconti calcistici di portata colossale. Lo sviluppo della società greca, forse, è stato tale da ostacolare in molti casi – anche attraverso la repressione – qualsiasi forma di espressione sociale di massa, e una di queste è anche il calcio. E sebbene spesso anche in Grecia il potere abbia cercato di metterci sopra le mani, l’evoluzione sociale è sempre stata tale da far sembrare questi tentativi più simili a un circo che a un’autentica espressione dell’elevazione popolare. Una di queste storie, d’altronde, iniziò proprio durante il regime di Metaxas, quando la dittatura decise di vietare le fermentazioni politiche nel calcio, nel 1936, e successivamente decise di arrivare persino alla repressione dell’attività dei club calcistici, nel 1940, vedendo che la sola esistenza del calcio generava il becchino di ogni tiranno. Tuttavia, proprio questo contesto generò una delle storie più leggendarie legate al calcio in Grecia, che costituisce un’eredità non solo per lo sport, ma ancor di più per la società che lotta per spezzare le catene di ogni sfruttamento e reclamare la vita che ha bisogno di vivere. Questa vita ha dentro di sé il calcio, dal suo inizio fino alla sua fine. La rivendicazione del diritto...
Oleg Blokhin
Newell’s Old Boys – L’emisfero rossonero di Rosario
Union Saint-Gilloise – La storia contraddittoria degli Unionistes
Diego Armando Maradona
La preistoria del calcio
Abbiamo vissuto la conquista di Wembley
Lo squadrone che tremare il mondo fa
Un sabato a Loftus Road per QPR – Millwall
Siamo andati al Plough Lane per Wimbledon – MK Dons
Toumba: una leggendaria storia in bianco e nero
L’inizio della Coppa dei Campioni
La Partita della Morte
La fotografia della nuova storia del fútbol
La retrospettiva olimpica del calcio
Borac, firma storica dei combattenti dei Balcani
La prima Coppa delle Nazioni d’Europa
La morte e la nascita di un gioco
Il “miracolo di Berna”
Un Prometeo del total football in Brasile
