Prossime partite
Ultime partite
Articoli sul Mondiale
Una storia del Mondiale
Se si prova a individuare le attività umane che concentrano contemporaneamente e su scala mondiale l’interesse delle persone, difficilmente si riuscirà a trovarne una che abbia un impatto maggiore della Coppa del Mondo di calcio. Con il passare degli anni, il Mondiale conquista una posizione sempre più centrale nella vita delle società, in ogni paese, durante il periodo in cui si svolge. Forse il fatto che si disputi ogni quattro anni contribuisce a questo, poiché rende il periodo del suo svolgimento meno ordinario. Al di là delle innumerevoli attività sociali che vi sono legate, dei ricordi personali e collettivi che si creano, l’intera società, in ogni parte del mondo, sembra trasformarsi per questo periodo. Naturalmente, le attività economiche, all’interno di un insieme di opportunità interconnesse, ruotano intorno a questa competizione centrale. Le strade, le attività di ristorazione, i negozi di abbigliamento si riempiono dei colori delle bandiere di tutto il mondo, cambiando alla fine anche l’aspetto delle città, dei luoghi in cui vivono le persone. Nessun’altra competizione riesce oggi a cambiare in tale misura l’aspetto delle città – i Giochi olimpici di solito trasformano solo la città o il paese che li organizza, ma mai un evento che si svolge in America cambia l’aspetto delle strade di una città asiatica o europea. In questo senso, il Mondiale non può essere...
La fotografia della nuova storia del fútbol
Il 30 luglio 1930, l’Uruguay e l’Argentina si affrontarono nella prima finale della storia della Coppa del Mondo. Quella sfida era già di per sé storica, e tuttavia la prima consegna del trofeo Jules Rimet non fu l’unico — e forse neppure il più fondamentale — elemento che caratterizza quell’incontro. Lo scontro tra queste due squadre nazionali rappresentava la fotografia dell’evoluzione storica del calcio, di un’epoca in cui un passatempo di origine britannica, diffuso a macchia d’olio, si trasformava in un mezzo di espressione di ciascuna cultura sull’erba e tra quattro linee di calce. Gli anni Venti furono fondamentali per lo sviluppo del calcio latinoamericano. Il gioco portato pochi decenni prima dai coloni inglesi portava il loro marchio, la loro firma culturale, il trasferimento della loro mentalità. Fin dalla fine del XIX secolo, le navi dell’impero britannico lasciavano migliaia di coloni nei porti del continente; nel 1880, il 20% degli investimenti britannici era diretto verso l’America Latina; nel 1890 circa 45.000 britannici vivevano a Buenos Aires, mentre comunità numerose si trovavano anche a São Paulo, Rio de Janeiro, Montevideo, Lima e Santiago. Quelle stesse navi lasciarono anche il calcio, il football, che divenne un passatempo della classe media, affascinata dalle abitudini dei vigorosi coloni europei, i quali in molti casi si consideravano — e venivano considerati — i portatori dello...
La morte e la nascita di un gioco
Il 5 luglio 1982, in un pomeriggio soleggiato, le nazionali di Brasile e Italia si affrontarono all’Estadi de Sarrià di Barcellona (all’epoca sede dell’Espanyol), per contendersi la qualificazione alle semifinali della Coppa del Mondo. Quella partita, registrata nei vangeli calcistici con diversi nomi, rappresentò una pietra miliare nella storia dello sport. Il formato della Coppa del Mondo dell’epoca prevedeva due fasi a gironi. Inizialmente, le 24 squadre erano divise in 6 gruppi, da cui si qualificavano le prime due, per formare poi 4 nuovi gironi da 3 squadre ciascuno, con la vincente di ogni gruppo destinata alle semifinali.Così, anche se lo scontro tra Italia e Brasile aveva il carattere di un quarto di finale — poiché chi vinceva passava al turno successivo — nella realtà era la terza partita del terzo gruppo del secondo turno, girone in cui partecipava anche la Campione del Mondo in carica Argentina, alla prima apparizione di Diego Armando Maradona in un Mondiale. Il Brasile, dopo la dimostrazione di assoluta superiorità nel Mondiale del 1970 — resa possibile anche grazie alle particolari condizioni dell’altitudine in Messico e agli spazi più ampi che tale condizione creava sul campo — rimase ancorato a un gioco che conteneva moltissime azioni individuali e ispirazioni personali, con l’inclusione di numerosi giocatori di talento, soprattutto a centrocampo. Giocando con un sistema 4-2-2-2,...
Il “miracolo di Berna”
Il 4 luglio 1954 si disputò a Berna, in Svizzera, la finale del 5° Campionato mondiale di calcio FIFA. In campo, sotto gli occhi di 62.500 spettatori, si schierarono due squadre che avevano entrambe buoni motivi per festeggiare la conquista della vetta dell’Everest calcistico. Da un lato l’Ungheria, in un’epoca leggendaria, durante la quale rappresentava senza dubbio quanto di più moderno e potente esistesse nel panorama calcistico. Gli ungheresi avevano vinto due anni prima il torneo calcistico delle Olimpiadi di Helsinki, che all’epoca era ancora considerato una delle grandi competizioni dello sport. Ma non era solo una questione di vittorie: quegli ungheresi, costruiti sulle fondamenta poste da Jimmy Hogan nel periodo prebellico e interbellico, erano una macchina d’innovazione, ormai nelle mani di Gusztáv Sebes. Dall’altro lato, la Germania Ovest aveva un’occasione unica: a meno di dieci anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, conquistare una grande vittoria in un torneo internazionale, essenziale come prestigio per il recupero della dignità nazionale. Gli ungheresi, che allora avevano una generazione che brillò nei campi europei anche a livello di club e successivamente come allenatori, avevano sviluppato un gioco piuttosto attraente basato su passaggi rapidi a circa 15 metri di distanza, che coprivano l’intero campo. Erano passati circa trent’anni dalla modifica della regola del fuorigioco, che aveva trasformato il 2-3-5 in 3-2-5 (o WM),...

