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Una storia del Mondiale

Se si prova a individuare le attività umane che concentrano contemporaneamente e su scala mondiale l’interesse delle persone, difficilmente si riuscirà a trovarne una che abbia un impatto maggiore della Coppa del Mondo di calcio. Con il passare degli anni, il Mondiale conquista una posizione sempre più centrale nella vita delle società, in ogni paese, durante il periodo in cui si svolge. Forse il fatto che si disputi ogni quattro anni contribuisce a questo, poiché rende il periodo del suo svolgimento meno ordinario. Al di là delle innumerevoli attività sociali che vi sono legate, dei ricordi personali e collettivi che si creano, l’intera società, in ogni parte del mondo, sembra trasformarsi per questo periodo. Naturalmente, le attività economiche, all’interno di un insieme di opportunità interconnesse, ruotano intorno a questa competizione centrale. Le strade, le attività di ristorazione, i negozi di abbigliamento si riempiono dei colori delle bandiere di tutto il mondo, cambiando alla fine anche l’aspetto delle città, dei luoghi in cui vivono le persone. Nessun’altra competizione riesce oggi a cambiare in tale misura l’aspetto delle città – i Giochi olimpici di solito trasformano solo la città o il paese che li organizza, ma mai un evento che si svolge in America cambia l’aspetto delle strade di una città asiatica o europea. In questo senso, il Mondiale non può essere discusso solo in termini calcistici, anche se naturalmente il calcio è il suo tema centrale e – per fortuna – è il calcio, come sport, a evolversi attraverso di esso.

Al di là delle attività economiche, che in sostanza influenzano esteticamente la vita sociale, c’è però anche il potere politico che si interessa con particolare zelo a questa competizione. La partecipazione di un paese alla Coppa del Mondo di calcio viene elevata a specchio del suo sviluppo sociale, a una sorta di valore nazionale secondario, non misurabile con indicatori economici e sociali, soprattutto in epoche in cui questi indicatori non hanno un andamento positivo. È caratteristico il fatto che la presentazione delle convocazioni della Spagna e della Norvegia per l’imminente Mondiale del 2026 sia stata fatta dai re dei due paesi, in video rispettivi. Perché un monarca dovrebbe sedersi a presentare 26 calciatori che viaggeranno in un paese per giocare a calcio? Questa è una domanda la cui risposta è semplice per gli iniziati a questa mistagogia mondiale, eppure appare un fenomeno paradossale a coloro che, consciamente o inconsciamente, restano lontani dalla sua comprensione e dalla partecipazione – in qualunque ruolo – ad essa. E naturalmente non sono solo i monarchi: una delle ultime attività della nazionale del paese più repubblicano del mondo, la Francia, è stata il servizio fotografico con il presidente Macron, prima del viaggio verso l’altra sponda dell’Atlantico. Si dirà che i politici vogliono partecipare alla gloria dei campioni, presentare i loro successi come successi del proprio governo, ma qui non si tratta di fotografie dopo la vittoria, bensì dell’operazione di coesione di un popolo, di una nazione così come la intende la loro concezione politica borghese, intorno a un gruppo di persone che, senza essere stato eletto, ma invece selezionato sulla base di criteri di eccellenza calcistica, rappresenta tutti al livello più importante. Nessun video analogo è mai stato realizzato per la nomina dell’ambasciatore di un paese all’ONU, mentre nessuna grande campagna ha commosso le masse sostenendo un connazionale candidato a un premio Nobel. Eppure sembra del tutto naturale che qualcosa del genere avvenga per il calcio.

Così naturalmente sorge la domanda: perché tutto questo accade per il calcio? La risposta è tutto ciò che accade nel progetto di futbol, cioè l’analisi delle ragioni per cui uno sport, sulla base di caratteristiche specifiche, è, secondo Pasolini, “l’ultimo rito sacro del nostro tempo”. È il modo in cui è apparso, il modo in cui soddisfa determinati bisogni umani, il modo particolare in cui può soddisfare questi bisogni dentro il preciso quadro sociale e politico dello sfruttamento umano, il modo in cui si è sviluppato socialmente, vale a dire un insieme di piccole e grandi emozioni che il calcio ha il potere di creare negli esseri umani. Per comprendere dunque perché il Mondiale sia così importante, bisogna partire dalle ragioni per cui esiste – sia esso stesso come competizione, sia il calcio come sport. Sebbene la Storia complessiva del calcio, il suo rapporto con le società, le nazioni, le culture, il modo in cui è stato plasmato da tutto questo e a sua volta lo ha plasmato, sia una discussione più ampia e un campo di ricerca più vasto, il modo in cui il calcio è diventato Mondiale è, più o meno, la storia del Mondiale – perché uno sport potrebbe essere praticato in ogni angolo della Terra, ma non avrebbe mai lo stesso valore se non fosse giocato, da tutti, in una simile arena centrale mondiale.

Negli articoli sulla Preistoria del calcio e sulla Nascita del calcio in Gran Bretagna sono stati analizzati in dettaglio i meccanismi storici attraverso i quali un gioco che, con diverse varianti, era praticato da molte civiltà, come continuazione del gioco dei contadini britannici, fu codificato, divenne proprietà della classe dominante, ma immediatamente, quasi parallelamente, divenne passatempo amato dalle masse operaie in un’epoca in cui tutto ciò che era britannico conquistava il mondo intero. È stato spiegato il percorso del calcio verso tutto il mondo, insieme all’espansione dell’Impero britannico, ma soprattutto la trasmissione di queste abitudini sociali britanniche, come gli sport britannici, là dove si espandeva l’attività economica britannica, con esempi caratteristici l’Europa centrale e il Sud America, presentati in dettaglio nei rispettivi articoli. Sarebbe dunque una ripetizione consumarci, in questa ricerca che ha come centro la Coppa del Mondo, su questa parte della Storia. Invece, prendendo come dato il fatto che già dalla fine del XIX e dagli inizi del XX secolo le masse abbracciavano lo sport, trasformandolo persino in creatore e vettore di identità collettive, ciò che è utile e cruciale per la comprensione di questa istituzione mondiale è esaminare la base materiale e le cause della sua creazione, persino al di fuori del quadro tradizionalmente britannico che generò lo sport. Parallelamente, considereremo come dato anche il fatto che un’attività con una tale risonanza sociale concentri l’interesse del potere politico; le ragioni non devono essere spiegate qui, ma solo il modo in cui ciò si è espresso.

A differenza di una moltitudine di altri sport, che venivano codificati e che, con l’esistenza dei Giochi olimpici, acquisivano partecipazione e interesse mondiali nel quadro di un ideale sportivo, il calcio costituì uno sport sociale di massa che solo per un periodo molto breve – quello dell’amateurismo britannico – sembrò rivendicare una simile identità. Fin dall’inizio dell’esistenza del professionismo, che iniziò alla fine del XIX secolo in Gran Bretagna e significava una serie di cose, come il fatto che i calciatori rappresentavano un insieme che partecipava materialmente (pagando il biglietto) all’esistenza e al funzionamento del club calcistico, che i club costituivano un’istituzione con legami con la società locale, a livello territoriale o di fabbrica, il calcio non aveva rapporto con “la corsa e la lotta e la pietra”, cioè con la forma – anche solo immaginaria – nobilitata degli sport avente come scopo un’emulazione generalmente definita. Sulla base di queste sue caratteristiche, non concentrò mai interesse all’interno del quadro dei Giochi olimpici, una competizione che nei suoi primi anni aveva condizioni rigide per la partecipazione esclusiva di dilettanti, dando particolare enfasi ai successi della forza fisica, al trittico “più veloce, più in alto, più forte”, piuttosto che al successo di una vittoria collettiva contro un avversario.

Così, ci si potrebbe chiedere se il calcio sia davvero parte di un quadro sportivo più generale. La risposta forse potrebbe essere duplice: per quanto riguarda la metodologia per raggiungere la prestazione atletica, cioè l’allenamento, l’esercizio fisico, lo sviluppo della capacità del corpo di eseguire movimenti complessi, quasi acrobatici, che aiutano a raggiungere l’obiettivo, cioè la vittoria in una partita, allora sicuramente il calcio assomiglia a tutti gli altri sport. Per quanto riguarda però le ragioni per cui qualcuno vuole vincere una partita di calcio, queste sembrano essere fin dall’inizio molto lontane dall’emulazione sportiva generalmente definita. Qui molti si confondono, accusano il calcio di essere “sporco” perché non è “pulito” come sport, con come unica caratteristica la volontà disinteressata della migliore prestazione atletica. Ma questo è forse un modo storto di leggere la società stessa, poiché il bisogno di vittoria di un’identità collettiva è probabilmente qualcosa di più complesso, di maggiore impatto e certamente più massivo e collettivo della vittoria individuale del corpo. In questo senso il calcio democratizza il successo sportivo, permettendo l’esistenza di molti ruoli che contribuiscono a questo successo, che deriva materialmente dalle azioni di 11 persone.

In questo senso, il calcio, che si trova sempre tra gli interessi delle attività sociali “sporche”, non smetterà di esistere quando sarà eliminata questa sporcizia che lo circonda, ma al contrario rispecchierà qualunque società venga creata attraverso il rovesciamento degli attuali rapporti di potere, esprimendo di nuovo, in modo diverso, la collettività. Probabilmente è l’Ideale olimpico borghese a non poter, in una tale condizione, esprimere una nuova concezione collettiva della vittoria – ma sicuramente anche gli altri sport evolveranno in modo da poter trovare posto dentro questa società liberata, fino ad oggi solo potenziale.

E qui si pone una questione centrale di cui bisogna occuparsi esaminando la Storia della Coppa del Mondo: il fatto che il Mondiale sia stato storicamente oggetto di interesse e sfruttamento da parte di spietati dittatori, regimi autoritari, poteri che lo hanno utilizzato persino come meccanismo di repressione, significa che per natura esso sia qualcosa che esprime la reazione mondiale? L’analisi dell’evoluzione dei fenomeni solo “dall’alto” potrebbe arrivare a una tale conclusione. Ma una simile analisi è superficiale – perché nel Mondiale si è evoluto il modo in cui si gioca il calcio, sulla base persino di convinzioni ideologiche che non si allineavano affatto con quelle dei suoi organizzatori e usurpatori, mentre ha anche creato espressione popolare, memoria popolare ed esperienze collettive, al di là del quadro dell’antagonismo nazionale e delle esclusioni, che storicamente rappresentano i poteri nei sistemi di sfruttamento. Se fosse vera la posizione secondo cui il calcio è soltanto uno strumento del potere, molti di questi fenomeni non sarebbero mai esistiti – e così, invece di fare ancora un’analisi del rapporto tra potere sfruttatore e calcio, è molto più utile esaminare tutto ciò che accade realmente nella Storia degli esseri umani, che non è una favola solo per principi e principesse, ma per contadini.

La fondazione mondiale del calcio

Al cambio di secolo, il calcio britannico sviluppato, con i campionati professionistici, i club che contavano migliaia di tifosi, l’evoluzione della tattica calcistica, l’ideologizzazione e le competizioni internazionali (all’interno del quadro britannico), non era più solo al mondo. Al di là delle quattro federazioni “domestiche”, cioè quelle di Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda sotto dominio britannico, federazioni nazionali venivano create anche nell’Europa continentale, da Nord verso Sud, con Danimarca, Olanda, Belgio, Svizzera, Italia e Germania che avevano fondato le proprie istituzioni alla fine del XIX secolo, mentre federazioni corrispondenti proprie avevano Argentina, Cile e Uruguay. A tutti questi paesi, per ragioni di completezza, bisogna aggiungere anche la federazione calcistica di Gibilterra, così come quella di Singapore, Stati che naturalmente facevano parte dell’Impero.

Tutte queste Federazioni avevano una cosa in comune: erano composte in larga misura da migranti o espatriati inglesi, con i loro dirigenti naturalmente membri della borghesia britannica che operava a livello internazionale, avendo persino legami di dipendenza con la madre dello sport, la Football Association. Così, sebbene il calcio fosse uno sport che aveva già cominciato a essere praticato internazionalmente, non esisteva un motivo particolare perché esistesse una corrispondente confederazione internazionale o mondiale, poiché la FA aveva un ruolo dominante in tutto ciò che riguardava la sua amministrazione.

Il calcio restava uno sport britannico in un’epoca in cui lo sport nel suo complesso stava cambiando – ma non per opera degli inglesi. L’iniziativa per una governance internazionale e potenzialmente mondiale dello sport partiva dal contrappeso della Gran Bretagna. L’istituzione forse più importante, che condusse alla costruzione del primo edificio sportivo mondiale, fu l’Union des sociétés françaises de sports athlétiques, nota dalle sue iniziali come USFSA. Fondata come unione di due associazioni sportive, provenienti dai circoli della borghesia parigina Racing Club de France e Stade Français, nonché da altri nobili francesi iniziati all’organizzazione sportiva britannica, dal 1890 l’USFSA assunse un ruolo pionieristico nell’organizzazione del quadro internazionale dello sport, in un campo che era stato lasciato libero dai britannici. La verità è che la classe borghese e aristocratica inglese non si interessava molto ai modi in cui avrebbe condiviso le proprie occupazioni, né con altre civiltà, né con altre classi. Del resto destinava anche il calcio stesso a sé, per trovarsi davanti a fatti storici compiuti quando le masse non smettevano di giocare lo sport che costituiva un’evoluzione del loro stesso gioco.

La squadra di calcio dell’USFSA, nel marzo 1904 al Parc des Princes

L’USFSA, con come simbolo due anelli, che simboleggiavano l’unione di questi due sindacati sportivi di Parigi, costituì anche la struttura organizzativa per creare il moderno Movimento olimpico, che con un corrispondente simbolismo di cinque cerchi uniti, corrispondenti ai continenti, avviò nel 1896 la prima grande competizione polisportiva, quella dei Giochi olimpici. L’origine pienamente aristocratica del movimento olimpico, così come l’estensione delle attività dell’USFSA all’organizzazione del campionato di rugby, uno sport degli strati medi e superiori, in Francia, lasciava al cambio di secolo ai margini il calcio, che era sì parte del programma olimpico, ma in una forma dilettantistica che non aveva alcun rapporto con lo sport britannico di massa. È caratteristico che la prima medaglia d’oro fu conquistata dall’equipaggio di una nave danese che si era arenata al Pireo, affrontando il Club Ciclistico di Atene in una partita che fu più che altro una parodia, poiché finì o 9-0, o 15-0 per i danesi, sotto la direzione del Principe Giorgio, che assunse il ruolo di arbitro nell’incontro.

Nell’epoca dunque in cui lo sport si costituiva a livello internazionale solo dentro un quadro aristocratico, il calcio di massa restava fuori da questo processo e sotto controllo britannico. Dopo l’organizzazione di due Giochi olimpici, che per ovvi motivi si svolsero ad Atene e a Parigi, la federazione calcistica olandese invitò la Football Association ad assumere un’iniziativa per l’organizzazione internazionale autonoma del calcio. Ma i britannici non avevano alcun motivo per creare un’istituzione internazionale là dove potevano avere il controllo assoluto attraverso la propria federazione nazionale. Per questo motivo risposero negativamente, mentre mostrarono un’analoga indifferenza verso l’eventualità della costituzione di un’istituzione internazionale anche quando il Presidente dell’USFSA, il giornalista Robert Guérin, fece la stessa proposta.

Guérin, naturalmente, non aveva solo scopi puri. In un’epoca in cui tutto l’edificio sportivo era in sostanza in costruzione, voleva assicurarsi che l’USFSA avesse la competenza di amministrare lo sport più di massa che si stava sviluppando lentamente anche in Francia. Il modo migliore per riuscirci era la partecipazione dell’USFSA – invece di altre associazioni francesi con le stesse aspettative – a una confederazione internazionale. Questa pratica di agganciarsi a confederazioni internazionali per assicurarsi il potere interno su uno sport sarebbe diventata uno scenario permanente in ogni sport in via di sviluppo, in ogni paese. La verità è, tuttavia, che la Football Association avrebbe accettato molto difficilmente di diventare interlocutrice paritaria di Guérin, poiché l’aristocratico francese rappresentava una setta di dirigenti sportivi della Francia che volevano amministrare anche il calcio a livello nazionale, senza alcuna opera precedente nel suo sviluppo, nel momento in cui la FA organizzava da decenni campionato professionistico e coppa, con un’enorme affluenza di tifosi, e partecipava alle competizioni internazionali con gli Stati del Regno Unito che avevano una tradizione calcistica molto più grande della Francia.

Eppure, per quanto logica apparisse dentro quel preciso quadro la posizione della Football Association, altrettanto miope era, poiché non calcolava che l’aristocrazia francese avrebbe potuto trovare gli alleati dall’Europa continentale per raggiungere il proprio scopo. Così, Guérin, sfidando qualunque tradizione e vedendo la grande occasione aprirsi davanti a lui, in assenza di una qualunque istituzione internazionale, invitò le federazioni già fondate del Belgio, della Danimarca, dell’Olanda, della Svezia e della Svizzera, così come il club Madrid FC, allo scopo di fondare a Parigi l’istituzione calcistica internazionale. Il 21 maggio 1904, al numero 229 della rue St Honoré, nel 1° arrondissement di Parigi, fu firmata la dichiarazione fondativa della Fédération Internationale de Football Association, che, a causa dell’ispirazione francese e del luogo di nascita, prese il suo nome in lingua francese, per creare il celeberrimo acronimo FIFA.

Il ventottenne Guérin raggiungeva così il proprio obiettivo principale, rendendo l’USFSA, come membro fondatore della FIFA, responsabile dello sviluppo del calcio in Francia, mentre assumendo la presidenza della nuova organizzazione calcistica poteva portare la Francia in una posizione centrale per quanto riguarda lo sviluppo mondiale dello sport, sfruttando il vuoto lasciato dall’Inghilterra indifferente a questo ruolo. Tuttavia, la Storia mostrò rapidamente che gli inglesi non erano così miopi fino a quel punto. La potente FIFA di oggi non avrebbe potuto svolgere il proprio ruolo a livello internazionale se non fosse riuscita a includere l’Inghilterra nelle sue file. Dato che la motivazione di Guérin, così come di altri dirigenti delle confederazioni nazionali (incluso il Madrid FC, che in seguito fu chiamato Real, proveniente da un paese senza federazione calcistica), era ottenere riconoscimento internazionale e non competere con la madre dello sport, tutte le mosse della FIFA riguardavano i termini con cui gli inglesi sarebbero diventati parte di essa.

Il luogo di fondazione della FIFA, al 229 rue St Honoré di Parigi

Questo avvenne infine nel 1905, quando l’Inghilterra divenne membro dell’organizzazione internazionale con un processo che si completò nel 1906, quando al congresso di Berna Daniel Woolfall, dirigente della Blackburn operaia, assunse le funzioni di presidente della FIFA, rimanendo in questa posizione fino all’inizio della Prima guerra mondiale. La guida di Woolfall fu decisiva affinché l’Inghilterra mantenesse una posizione centrale nello sviluppo calcistico, mentre il calcio usciva gradualmente dalle mani degli inglesi nelle federazioni nazionali, che passavano sotto il controllo degli autoctoni. Tuttavia Woolfall ha anche altri motivi per essere ricordato, principalmente l’organizzazione del primo torneo di calcio davvero internazionale. La sua collocazione alla guida della Confederazione mondiale fu forse persino motivata da questa congiuntura storica.

Londra era la città organizzatrice dei IV Giochi olimpici, che si svolsero nel 1908, e la Gran Bretagna voleva più di ogni altra cosa pubblicizzare il proprio sport nazionale, quello che, a differenza di altri sport olimpici, era stato codificato nei centri del suo stesso sistema educativo, rifletteva la sua società e si diffondeva insieme alla sua influenza culturale. Così, 12 anni dopo la partita-parodia delle Olimpiadi di Atene, a Londra si svolse un torneo con la partecipazione iniziale di otto squadre, anche se alla fine, per questioni interne che impedirono alle squadre dell’Austria-Ungheria, della Boemia e dell’Ungheria di prendere parte, le squadre partecipanti furono sei. La Danimarca batté consecutivamente 9-0 e 17-1 le due squadre francesi, mentre la Gran Bretagna si impose 12-1 sulla Svezia e 4-0 sull’Olanda. In finale i padroni di casa e organizzatori prevalsero 2-0 sui danesi per conquistare questa prima medaglia calcistica davvero internazionale.

La posizione del calcio, tuttavia, non era affatto scontata nel programma dei Giochi olimpici e, nonostante il suo successivo successo, il torneo calcistico di Stoccolma non era affatto certo che sarebbe stato organizzato nel 1912. Lì, la finale ebbe di nuovo gli stessi avversari, nell’ultimo incontro calcistico internazionale prima dello scoppio della Prima guerra mondiale. Il vero sviluppo del Calcio mondiale sarebbe arrivato immediatamente dopo…

La Guerra delle Trincee distrusse le infrastrutture e fece quasi scomparire una generazione dei paesi d’Europa, assestando un colpo decisivo anche al calcio e alle sue istituzioni. Dopo la sua fine, sotto i nuovi equilibri politici internazionali, la FIFA si trovava sulla soglia, tra la vita e la morte. I Giochi olimpici continuarono a svolgersi, a partire dai Giochi di Anversa del 1920, ma le istituzioni calcistiche, pagando forse anche il prezzo del maggiore contributo della classe operaia alla guerra, fecero passi più lenti di ricostruzione per quanto riguarda l’Europa, perché in Sud America il calcio attraversava la sua prima età dell’oro.

Il primo congresso postbellico della FIFA si svolse a Ginevra nel 1923. Lì fu eletto presidente della Confederazione per la seconda volta un francese, un avvocato, figlio di un fruttivendolo della Francia orientale, profondamente cattolico, il presidente più emblematico della sua Storia, Jules Rimet. Rimet era forse l’uomo più adatto a guidare il calcio in questa nuova epoca e verso la sua vera mondializzazione. Le sue convinzioni religiose si allineavano all’enciclica papale Rerum novarum, di papa Leone XIII, secondo la quale da parte della Chiesa si doveva dare un peso particolare alle condizioni di vita della classe operaia. Certo, la Chiesa papale come istituzione non provava un grande dolore per i dannati della Terra, ma vedeva piuttosto il pericolo che questi esprimessero la rabbia per la loro miseria in modi rivoluzionari, animati dalle grandi idee che si sviluppavano nel corso del XIX secolo e che portarono fino alla presa operaia del potere nella Parigi della Comune del 1871. La Chiesa aveva, in queste condizioni, l’interesse a funzionare come il soggetto che avrebbe potuto gestire in modo meno doloroso per la classe dominante questa rabbia popolare: le iniziative per il miglioramento delle condizioni di vita e del contenuto della vita dei lavoratori aiutavano in questa direzione. Data dunque la pressione ideologica, questa posizione della Chiesa cattolica può essere letta come una conquista della classe operaia, anche in condizioni in cui non rivendicava in modo organizzato il rovesciamento del potere ostile nei suoi confronti. Del resto non sappiamo quanto sia facile sostenere che un’istituzione potente, come il Papa, abbia deciso senza ragioni più profonde di proclamare una linea politica così apparentemente radicale.

Jules Rimet

Animato da queste idee, Rimet aveva fondato nel 1897, cioè sei anni dopo la proclamazione della Rerum novarum, il club operaio Red Star a Parigi, che fino ai nostri giorni costituisce un simbolo di orgoglio degli strati più poveri che vivono ai margini della splendida capitale francese. La ricostruzione storica ha collocato Rimet come un uomo ispirato che credeva nell’intesa e nella convivenza pacifica tra le nazioni, qualcosa che era naturalmente necessario per la ricostruzione postbellica (o interbellica). Come è naturale, la lettura di questa caratteristica non può essere ingenua: Rimet o credeva consapevolmente in questa via, armonizzato con la posizione ideologica più profonda della Chiesa, conoscendo le conseguenze della guerra nella Russia zarista che condussero alla Rivoluzione bolscevica, oppure, da idealista, credeva che l’intesa internazionale fosse la migliore via di progresso dentro un sistema politico che considerava o naturale o senza alternative. In ogni caso, mentre la Chiesa cattolica aveva ufficialmente ripudiato, come era naturale, le rivoluzioni socialiste, non sappiamo nulla di specifico sulla posizione di Rimet, nonostante il fatto che la neonata Unione Sovietica non fu accettata nella FIFA per tutta la durata del periodo tra le due guerre.

L’esame dell’ideologia politica di Jules Rimet può costituire di per sé un tema di tesi, poiché su di essa si regge tutto l’edificio moderno del calcio mondiale; tuttavia, nella ricerca storica sull’esistenza e l’evoluzione della Coppa del Mondo, forse ciò che conta utilizzare come dato è la sua concezione schiettamente internazionalista, in contrasto con il conservatorismo delle classi borghesi e aristocratiche che in altri paesi, soprattutto quelli che si trovavano sotto l’influenza britannica, tenevano il calcio imprigionato in una scala molto più piccola di quella che era la sua reale dinamica. Per qualunque ragione Rimet credesse ciò che credeva, è un fatto registrato che serviva la sua concezione per liberare le forze che avrebbero fatto del calcio il fenomeno sociale che conosciamo oggi.

Un altro elemento che non può essere tralasciato esaminando il contributo di Rimet è il fatto che pensava al di fuori dei quadri fino ad allora dati, tracciando così anche una linea strategica che avrebbe caratterizzato nel tempo il percorso della FIFA. Quando agli occhi degli europei il calcio sembrava essere un prodotto inglese che riguardava una serie di paesi dell’Europa occidentale, Rimet vide molto presto che il suo maggiore alleato – e soprattutto l’alleato della sua visione – si trovava dall’altra parte dell’oceano. Il calcio del Río de la Plata, senza essere stato schiacciato dalla guerra, essendosi liberato dall’influenza inglese, acquisendo una propria estetica distinta e una propria indole sociale, acquisendo persino un livello altissimo per quanto riguarda le prestazioni atletiche in sé, poteva diventare il vettore su cui si sarebbe appoggiata la nuova forma della rete calcistica mondiale.

Un anno dopo la sua elezione alla Presidenza della FIFA, Rimet vedeva la grande occasione nei Giochi olimpici che si organizzavano nella città in cui viveva, Parigi. Lì invitò le nazionali dell’Uruguay e dell’Argentina, che già gareggiavano nelle proprie istituzioni sudamericane, creando una tradizione leggendaria e massificando rapidamente lo sport. Tra le due squadre, l’Uruguay fu quella che accettò l’invito, per scrivere pagine d’oro dentro e fuori dai campi nella Parigi del 1924, trasformando il torneo calcistico da evento periferico nel tema centrale dei Giochi, con la domanda di biglietti che superava la capienza dello Stadio Olimpico di Colombes e il calcio che mostrava di non poter essere messo a confronto, per quanto riguarda la massificazione, con nessun altro sport inventato dagli esseri umani.

Il successo del torneo calcistico a Parigi nel 1924 non fu casuale – i dirigenti del calcio riuscirono di fatto a violare una regola fondamentale dell’Ideale olimpico così come era stato fino ad allora definito, nonostante persino le reazioni delle varie Federazioni. La grande differenza di qualità dell’Uruguay non era solo il risultato dell’assenza della Guerra dal Sud America, era anche conseguenza del professionismo che aveva già cominciato a esistere dall’altra parte dell’Atlantico. Nello stesso momento la via del professionismo si apriva anche nell’Europa centrale, che aveva le proprie istituzioni distinte, come la Mitropa Cup e la Coppa Internazionale dell’Europa Centrale. Era chiaro anche nella pratica, dunque, che il professionismo che aveva ingigantito il calcio in Gran Bretagna dal 1885, aprendo le porte all’arrivo massiccio delle masse operaie, aveva gli stessi risultati anche in altre regioni del mondo. Lo schema del calcio professionistico, alimentato dalla classe operaia e che in questo modo diventa elemento capace di costituire simbolo e identità per le masse, era ormai ricorrente e contrario al quadro dei Giochi olimpici. Questo mostrava che era arrivata l’ora dello scisma.

Scatto dalla finale di calcio dei Giochi Olimpici del 1924 allo Stade Olympique de Colombes, tra Uruguay e Svizzera

Già dal 1926 il Segretario Generale della FIFA, Henry Delaunay, sosteneva con forza sia il professionismo sia l’esistenza di reti calcistiche su un livello più ampio, europeo, non solo regionale, come quella dell’Europa centrale, ma anche la necessità dell’esistenza di un’istituzione mondiale. Naturalmente, sulla stessa linea si muoveva anche Rimet, che, indicando l’Uruguay come modello di paese la cui esistenza nazionale e il cui riconoscimento cambiano qualità attraverso il calcio, vedeva nel piccolo paese del Sud America il terreno adatto per realizzare la sua visione. Nel congresso della FIFA che si svolse ad Amsterdam nel 1928 fu sostanzialmente confermata questa linea, cioè il percorso autonomo dell’edificio calcistico mondiale, fuori dal quadro dei Giochi olimpici, con la creazione della Coppa del Mondo della FIFA. Non esisteva nessun paese più adatto ad assumere questa competizione dell’Uruguay, che, al di là del fatto che aveva vinto la medaglia d’oro olimpica a Parigi nel 1924 e ad Amsterdam nel 1928, prevalendo persino in una serie epica di partite contro l’Argentina in finale, era un paese in pieno sviluppo economico, seguendo le tendenze del modernismo, corrente che caratterizzò la nascita stessa del Mondiale e si riflette fino a oggi in ogni lato della sua identità estetica.

Sebbene la decisione definitiva sul luogo di svolgimento fosse scritta nel congresso della FIFA un anno più tardi, nel 1929 a Barcellona, la volontà dell’Uruguay di assumere questa competizione era evidente dal momento in cui fu ottenuto l’accordo necessario per il suo avvio. L’unica cosa che si aggiunse – e che contribuisce a diverse narrazioni storiche – fu l’aggiunta dell’argomento secondo cui l’Uruguay nel 1929 era due volte campione olimpico, a differenza del congresso del 1928 che avvenne prima dell’inizio del Torneo Olimpico. Molti storiografi riportano che il fatto che l’Uruguay vinse contro l’Argentina nella finale di Amsterdam fu la ragione per cui il primo Mondiale si svolse sul suo suolo, ma una serie di elementi, molti dei quali sono stati già menzionati, mostrano che, anche se il risultato fosse stato diverso, le ragioni per svolgerlo in Uruguay erano già molte; forse quel risultato calcistico sottraeva semplicemente argomenti a una possibile candidatura argentina all’organizzazione.

Questa evoluzione del calcio, a livello amministrativo e politico, dopo la fine della Prima guerra mondiale creava una nuova identità culturale nel gioco stesso. La Francia, così come altri paesi dell’Europa occidentale, veniva in primo piano, sostituendo la primazia britannica con un sistema internazionale di amministrazione e organizzazione. I britannici, che avevano l’intenzione di mantenere la loro posizione indiscutibile di custodi dello sport, non diedero peso al proprio coinvolgimento in un’istituzione internazionale che naturalmente li avrebbe costretti a entrare in conflitti, ma alla conferma della propria superiorità sui campi di gioco. La nazionale inglese divenne lo strumento di questa politica – invece naturalmente di partecipare a competizioni di istituzioni internazionali estranee alla Gran Bretagna, giocava amichevoli contro qualunque squadra sembrasse essere la migliore di tutte le altre. Ogni vittoria assicurava la perpetuazione di questo mito. La prima sconfitta contro una squadra extra-britannica, tuttavia, arrivò nel 1929, a Madrid, contro la Spagna che si impose al Metropolitano per 4-3. Ciononostante il risultato fu di misura, in trasferta, e fu seguito da due vittorie nette per 1-4 a Parigi e 1-5 a Bruxelles – così l’epoca in cui questa supremazia britannica sarebbe stata messa in discussione sembrava ancora lontana.

Al di là della nazionale, però, la Football Association mostrò anche la propria forza su un altro livello, che certamente costituisce un criterio per capire chi avesse davvero nelle proprie mani le sorti dello sport in quegli anni. Ai giorni nostri è quasi impossibile pensare al cambiamento delle regole del gioco senza che una cosa del genere sia una decisione della FIFA. La verità, naturalmente, che meno persone conoscono, è che le regole del calcio non le stabilisce la FIFA – almeno non direttamente. L’organo competente per le regole del calcio è l’International Football Association Board, nel quale oggi la FIFA partecipa con il 50% del diritto di partecipazione a qualunque decisione e praticamente esercita il proprio controllo su di esso. Ma questo non valeva in quell’epoca interbellica e premondiale. L’IFAB, che fu fondato dalle Home Countries, cioè le Federazioni di Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda (l’attuale Federazione dell’Irlanda del Nord) nel 1886, aveva in quegli anni rapporti di forza molto diversi. Nel 1912 la FIFA chiese di diventare membro paritario del consiglio delle regole e un anno più tardi riuscì a essere rappresentata con due seggi, mentre gli altri quattro appartenevano alle Federazioni del Regno Unito. Così, le decisioni sulle regole erano una questione britannica.

La squadra dell’Arsenal con Herbert Chapman come allenatore, nel 1927

La decisione forse più importante per il passaggio del calcio dalla sua protostoria all’epoca moderna fu la modifica della regola dell’offside nel 1925. Fino ad allora era necessario che un giocatore fosse coperto da tre avversari quando riceveva il pallone che si muoveva in avanti, per non essere in offside. Il fatto che, attraverso lo sviluppo della tattica, questo lasciasse meno margini alla segnatura, portò l’IFAB ad adottare la modifica di questi giocatori da tre a due. Questa modifica a sua volta ebbe come conseguenza il rimescolamento delle carte per quanto riguarda la disposizione dei giocatori e aprì la strada allo sviluppo della tattica, con prima innovazione l’adozione del sistema WM da parte di Herbert Chapman all’Arsenal. Il passaggio dal 2-3-5 a un sistema con un difensore centrale e i fullbacks (che fino a oggi si chiamano così) spostati sui lati fu la prova che l’Inghilterra controllava ancora l’evoluzione sostanziale del gioco e che chiunque volesse trovarsi all’avanguardia dello sviluppo calcistico doveva seguire la tendenza del gioco inglese. Questa era una realtà che la FIFA doveva affrontare – se non sull’erba, allora a livello amministrativo.

La prima epoca

Jules Rimet non era un calciatore, né un tecnico del calcio, era un avvocato e un dirigente, ideologo cattolico e certamente francese sciovinista che si armonizzava con gli interessi e la linea di cooperazione internazionale del suo paese repubblicano. La differenza di questa concezione rispetto a quella britannica era che poteva dare molto più spazio a ogni identità distinta che potesse emergere dal gioco. Il calcio non era comunque francese e Rimet non aveva motivo di voler imporre la dominazione francese sulla sua cultura; gli importava soprattutto che la Francia fosse al centro delle decisioni. Per questo motivo il Sud America era anche il miglior laboratorio per l’esecuzione del suo esperimento.

In Inghilterra il cambiamento dell’approccio tattico riguardava manovre meccaniche che conducevano ai risultati positivi, mentre questo razionalismo calcistico dominava anche in altri paesi, dove dirigenti e tecnici anglofili cercavano di costruire ogni scuola calcistica nazionale sui modelli britannici. L’unico luogo in cui accadeva esattamente il contrario erano i due paesi del Río de la Plata. L’Argentina e l’Uruguay, da un lato, non avevano alcun motivo di cercare questa britannicità, dato che il loro problema era esattamente l’opposto, l’eccessivo contributo dei britannici alla fondazione del loro calcio nazionale e quindi alla concezione calcistica nazionale; dall’altro avevano ogni motivo di ideologizzare profondamente il proprio gioco, per trovare questa via diversa di sviluppo calcistico realmente autonomo e indipendente dalla Gran Bretagna.

Scatto dall’apertura della 1ª Coppa del Mondo, nel 1930

Se si osserva la composizione dei paesi che presero parte al primo Mondiale che si svolse in Uruguay, si può capire facilmente che era ideale per il successo apparente di questa via. Al di là dei sette paesi sudamericani, cioè Uruguay, Argentina, Brasile, Cile, Paraguay, Bolivia e Perù, parteciparono due dal Nord America, il Messico e gli Stati Uniti, mentre dall’Europa viaggiarono il Belgio, la Francia, la Romania e la Jugoslavia. L’interesse si trova in questa partecipazione europea. L’unico paese con chiari legami con la Gran Bretagna è il Belgio, dove il calcio era stato portato dagli inglesi nei porti delle Fiandre e dove persino il celebre arbitro superstar dell’epoca, Jean Langenus, proveniva da una famiglia profondamente anglofila di Anversa, con il suo nome di battesimo che in realtà era John e non Jean, come a causa della sua nazionalità viene presentato nei vari archivi. La Francia fu a ogni passo il contrappeso dell’approccio britannico allo sport, anche se i primi ispiratori della sua concezione sportiva nazionale avevano studiato la corrispondente concezione inglese per applicare le proprie idee nella loro patria. La Romania e la Jugoslavia erano due paesi molto lontani dalla sfera d’influenza degli interessi britannici, fuori dall’Impero formale e informale, con la Romania in particolare che manteneva storicamente legami culturali molto stretti con la Francia, a causa del suo retroterra latino.

I paesi in cui era stato trasferito il pensiero calcistico inglese più avanzato, cioè i paesi dell’Europa centrale, l’Austria, la Cecoslovacchia, l’Ungheria e l’Italia, e persino altri che erano indietro, come la Germania, l’Olanda e i paesi scandinavi, non parteciparono a questa competizione. Così, in Uruguay non si sarebbero confrontati il WM con il 2-3-5, non avrebbero giocato l’una contro l’altra le squadre che avevano nei loro territori campionati professionistici, lasciando il campo libero perché fossero esaltate le concezioni nazionali della resa estetica, come la Nuestra argentina e la più combattiva garra charrúa uruguaiana. L’enfasi non è posta sull’evoluzione tattica del gioco, ma sul modo di giocare, sulla tecnica individuale, sul gioco con passaggi corti e sulla capacità di improvvisazione.

La storia dei risultati calcistici ha scritto che il centro della perfezione calcistica in quell’epoca si trovava nel Río de la Plata. Tuttavia una ricerca degli elementi comparativi che potrebbero sostenere una cosa del genere è soggetta a critica. Per esempio, le grandi squadre dell’Uruguay non affrontarono mai l’Inghilterra, un’altra nazionale britannica con calciatori professionisti o una nazionale europea composta da professionisti. Lo stesso vale per la nazionale argentina. Gli argentini e gli uruguaiani riuscirono a battere i britannici che si trovavano sul loro suolo, sottraendo il calcio per renderlo capitale nazionale. Dunque la conclusione che si può trarre da questi dati storici è che, a livello puramente sportivo, è difficile determinare la posizione del calcio rioplatense nel quadro mondiale di quell’epoca; l’apporto indiscutibile però della scuola argentina e uruguaiana fu che si poteva creare una particolare scuola calcistica nazionale con enorme profondità ideologica, lontano dalla metropoli dello sport. Questo era qualcosa di cui Rimet e complessivamente l’organismo della FIFA avevano molto più bisogno in quegli anni che dell’evoluzione tecnica.

Lo stadio nazionale di Roma, che portava il nome del Partito Fascista

Forse il primo Mondiale in cui si espresse il pensiero calcistico moderno dell’epoca fu quello del 1934. Questo commento può sembrare prevenuto nei confronti del calcio del Sud America, ma la ricerca oggettiva del livello calcistico dei due continenti e lo sguardo comparativo rafforzano questa convinzione. Nel 1934 parteciparono alla Coppa del Mondo in Italia dodici squadre europee, tra cui tutti i paesi dell’Europa centrale, insieme alla Germania, all’Olanda, alla Spagna, alla Svezia, mentre tornarono nel torneo il Belgio e la Francia. Uno sguardo agli inizi del calcio in questi paesi, con enfasi sullo sviluppo calcistico della cosiddetta Scuola del Danubio, basta per mettere in evidenza la differenza di approccio che esisteva rispetto al Sud America. In Austria Jimmy Hogan divenne il messaggero del calcio, Hugo Meisl era un dirigente cresciuto alla maniera britannica che sviluppò i propri pensieri sul calcio della sua patria, un altro impero, nello stesso quadro ideologico in cui si sviluppava lo sport britannico, mentre il “patriarca” del calcio italiano fu uno degli italiani più fanaticamente anglofili e formati dall’Inghilterra che siano esistiti nella Storia, Vittorio Pozzo.

Dal Sud America parteciparono alla competizione il Brasile e l’Argentina. Entrambe furono eliminate al primo turno dalla Spagna e dalla Svezia rispettivamente, cioè da paesi che non erano nemmeno tra i protagonisti del calcio europeo dell’epoca. La creazione di due diverse reti calcistiche, una in Europa e una in Sud America, fu forse necessaria perché il calcio potesse mettere radici profonde in due regioni geografiche che sono considerate fino a oggi i suoi pilastri tradizionali. Forse se tutti questi paesi avessero giocato con le stesse condizioni, nelle stesse competizioni fin dall’inizio, la mappa calcistica mondiale dei nostri giorni sarebbe stata diversa. Le diverse concezioni, insieme anche a quella britannica che rimaneva separata, dovevano forse svilupparsi fino a un certo punto separatamente, per poter creare senza regressioni le profonde estensioni sociali che erano necessarie per radicarsi nella stessa psicosintesi dei popoli di questi paesi.

Se si pensa che i paesi d’Europa che non si trovarono tra quei primi protagonisti del firmamento calcistico non riuscirono mai a costruire una particolare tradizione calcistica e una distinta scuola calcistica riconoscibile, il modo in cui si evolse la Storia fu forse l’unico che avrebbe potuto condurre a ciò che oggi intendiamo come edificio calcistico mondiale. Nello stesso momento, l’assenza di una distinta rete calcistica in Africa non aiutò i paesi del continente a sviluppare la corrispondente profondità nella loro cultura calcistica. L’Egitto poté partecipare al Mondiale del 1934 (dopo la nave che perse a causa della tempesta nel Mediterraneo nel 1930), ma, nonostante anche la sua presenza ai Giochi olimpici, rimaneva una piccola forza periferica dentro la grande e rapida evoluzione calcistica, parte di un percorso europeo dello sport che ebbe bisogno di molte decadi per trovare il proprio passo in Africa, per molte ragioni che storicamente saranno spiegate più avanti.

Lo sviluppo delle due reti calcistiche, quella dell’Europa centrale e quella del Río de la Plata, tuttavia, non ha come unica opposizione il rapporto con il calcio inglese e la diversa enfasi sulla tattica o sull’estetica calcistica. La loro base ideologica è la prova che ciò che accade nel calcio è il riflesso della Storia umana, di una base realmente materiale e non di un’ispirazione idealistica casuale. Il calcio sudamericano apparentemente “romantico”, con la sua ricca bibliografia, il lessico, le identità e l’ossessione per la sua superiorità estetica, fu il risultato di società che vedevano il mondo con un’oggettiva ottimismo progressivo, provenienti da grandi imperi con lo scopo di esistere come Stati indipendenti da un miscuglio di arrivati che cercavano di trovare una comune coscienza nazionale. Dall’altra parte, il calcio nell’Europa centrale, nonostante il fatto che procedesse geograficamente e spiritualmente insieme alle più avanzate ricerche intellettuali dell’epoca, era espressione di Imperi la cui identità nazionale si fondava su un mondo che apparteneva al passato.

La finalità politica degli organizzatori di questi primi due Mondiali, che alla fine furono anche le squadre che li vinsero, mostra questa contraddizione. Da un lato l’Uruguay creava una nuova capitale moderna, fondata sui principi del modernismo architettonico, con Le Corbusier che la riconosceva come un brillante campo di applicazione della punta dell’approccio intellettuale all’urbanistica, mentre il grande stadio appena costruito, che celebrava i 100 anni dell’indipendenza, era una rappresentazione diretta di questa concezione. In Italia, il Mondiale del 1934 fu il primo (e non tardò nemmeno) a essere così strettamente legato alle concezioni di un potere autoritario il cui obiettivo non era l’irradiazione di un piccolo paese che crea cultura su terreno vergine, ma di quello che si è caricato del peso di portare la civiltà umana di millenni che era esistita sul suo suolo. Lo stadio della finale, che portava il nome del partito fascista ed era stato costruito nel luogo in cui più tardi sarebbe esistito lo Stadio Flaminio, aveva forma di D per simboleggiare l’appellativo del capo della formazione fascista, e tutti gli stadi appena costruiti avevano lo scopo di simboleggiare una concezione futuristica dell’antica grandezza romana. Non è un caso che nella narrazione storica, anche attraverso la distanza storica, il contributo dell’esperimento sudamericano sembri molto più importante per ciò che il calcio simboleggia per miliardi di persone ai nostri giorni, anche se non aveva l’approccio tattico più evoluto.

Vittorio Pozzo tiene tra le mani la Coppa Jules Rimet

Questo certamente si esprimeva in quell’epoca nel metodo italiano di Vittorio Pozzo, che non era molto lontano dal WM di Herbert Chapman. La loro differenza era che, mentre il WM collocava un terzetto in difesa, la versione italiana dell’evoluzione tattica manteneva i fullbacks come coppia difensiva, con il center half centrale che iniziava i propri tentativi da una profondità maggiore, creando una formazione 2-3-2-3, con i due attaccanti interni anch’essi arretrati, lasciando spazio al center forward e alle ali al vertice della linea offensiva. Il militarista Pozzo si era ispirato per questo sistema a meccanismi militari che mantengono la profondità sull’asse e lasciano avanzare i lati per creare brecce nell’avversario. Se si osserva la funzione sostanziale del quartetto creato dai due fullbacks con i mediani laterali, allora si possono individuare i primi elementi della funzione profonda del catenaccio, che aveva essenzialmente bisogno del legame del center half arretrato per acquisire la forma che prese alcuni decenni più tardi.

Per quanto riguarda il programma agonistico, il Mondiale del 1934 fu anche molto più interessante di quello del 1930. Nella prima competizione, in Uruguay, fu necessario arrivare alla finale perché ci fosse il primo vero grande confronto del torneo, dal momento che le grandi favorite, l’Argentina e l’Uruguay padrone di casa, non affrontarono un avversario particolarmente difficile nel loro percorso fino a lì. È caratteristico che entrambe vinsero le semifinali con il punteggio di 6-1. Ma nel 1934 l’Italia ebbe bisogno di una ripetizione per battere la Spagna dopo il loro primo pareggio nei quarti di finale, in una partita in cui il leggendario portiere Zamora non giocò dichiarando di essere malato, sebbene fosse stato visto sulle tribune dello stadio toscano a seguire la partita a pochi metri dal posto in cui si trovava lo stesso Mussolini. Nella stessa fase l’Austria batté 2-1 l’Ungheria, mentre la Cecoslovacchia si impose 3-2 sulla Svizzera, in due partite che riunivano tutte le squadre centroeuropee. Tra queste, l’avversaria dell’Italia nella semifinale di Milano fu la Wunderteam austriaca, una squadra dal talento insondabile, forse l’alter ego della scuola argentina in Europa, che dovette trovarsi davanti un terreno di gioco pesante e quasi distrutto da una tempesta per non poter rendere il meraviglioso calcio che giocava ed essere eliminata dall’Italia per 1-0. In finale l’Italia si impose a Roma ai supplementari sulla Cecoslovacchia per 2-1, suggellando così la superiorità delle squadre della rete calcistica dell’Europa Centrale nella competizione.

La superiorità dell’Italia, tuttavia, non era solo calcistica. Servì una specifica trasfusione per garantire che il metodo fosse suggellato dal successo mondiale necessario a Mussolini. Comprendendo l’importanza che aveva, a livello ideologico e politico, la strumentalizzazione del calcio, il dittatore italiano definì in un modo nuovo l’italianità, così che fossero definiti italiani rimpatriati tutti coloro che avevano un italiano nella propria famiglia fino a sette generazioni prima. Questo praticamente significava che la maggioranza degli abitanti dei paesi del Río de la Plata aveva diritto alla cittadinanza italiana e naturalmente lo stesso valeva per i calciatori che giocavano nelle nazionali. In finale, con i colori della squadra azzurra giocarono tre argentini, Enrique Guaita di Bahía Blanca, Raimundo Orsi di Avellaneda, così come il capitano della nazionale argentina nella finale del 1930, Luis Monti, di Buenos Aires. Tutti e tre avevano in passato giocato con i colori degli albiceleste, ma ormai erano considerati ripatriati, oriundi, i quali davano la forza necessaria, per quanto riguarda il materiale umano, alla visione calcistica italiana.

Per quanto si possa lottare per distanziare la vittoria calcistica dell’Italia dal regime fascista, questo è qualcosa di molto difficile da fare. L’undici che rappresentò il paese fu il risultato delle mosse e della politica di quel regime, il modo in cui arrivarono le vittorie contro la Spagna e l’Austria aveva a che fare con il fatto che l’Italia giocava in casa e, soprattutto, Vittorio Pozzo, quest’uomo di calcio militarista e formato dagli inglesi, che forse amava l’Inghilterra un po’ più dell’Italia, non era ideologicamente distante, nel suo approccio calcistico, dall’ideologia del regime, sia per quanto riguarda l’ispirazione della tattica, sia per quanto riguarda la parte psicologica della preparazione, nella quale includeva marce militari e visite alle ecatombi di battaglie della Prima guerra mondiale. Non è obbligatorio che la squadra di un regime che vince rappresenti profondamente quel regime, ma quell’Italia è difficile da disconnettere dalle aspirazioni della formazione fascista.

Serve dunque attenzione quando si esamina la vittoria di una squadra arrivata dentro un ambiente oscuro, con il sostegno del regime corrispondente. L’analisi di casi simili nel calcio mondiale, internazionale e interclub può essere il tema di un’altra tesi, e le conclusioni per ogni singolo esempio non sono le stesse. Quell’Italia di Pozzo, tuttavia, era una squadra che probabilmente anche oggettivamente rappresentava – per una serie di ragioni che sono state menzionate – il miglior calcio dell’epoca. Se questo non può essere detto senza asterischi per il Mondiale del 1934, allora sicuramente la Coppa del Mondo del 1938 dà una risposta chiara.

La terza Coppa del Mondo fu organizzata in un paese repubblicano, nella patria di Jules Rimet, che era dichiaratamente ostile alle aspirazioni politiche dell’Italia in quell’epoca, e nessuno in Francia voleva vedere un altro trionfo della Squadra Azzurra. Il grande aiuto di cui questa squadra aveva bisogno lo diede alla fine un terzo paese, la Germania nazista, poiché con l’Anschluss dissolse la superpotenza calcistica, l’Austria, che non aveva più una propria nazionale per partecipare al Mondiale, mentre la disorganizzazione era iniziata anche negli altri paesi della rete calcistica centroeuropea, dove molte figure calcistiche eminenti erano sotto persecuzione. L’Italia batté la Francia padrona di casa per 3-1 nei quarti di finale, vestita con divise completamente nere, con pieno riferimento al regime fascista, mentre in semifinale trovò di fronte a sé il Brasile di Leônidas, che nonostante il trionfo italiano fu la grande stella della competizione. In finale, ancora una volta due squadre dell’Europa Centrale si contesero il trofeo, con l’Italia che vinse questa volta in modo molto più netto, 4-2 contro l’Ungheria.

Lo stesso Pozzo diceva che la squadra italiana del 1938 era molto migliore di quella del 1934 – e questo probabilmente era vero, con diverse cause oggettive ad aiutare questa evoluzione e questo miglioramento calcistico. Dall’altro lato è anche vero che non ebbe gli stessi forti avversari del 1934, e la sua vittoria sembrò molto più enfatica e netta. Questa, del resto, sarebbe stata anche l’ultima prima che l’Europa cambiasse drammaticamente a causa di un’altra distruttiva Guerra mondiale.

I giocatori dell’Italia festeggiano la vittoria nella finale della Coppa del Mondo del 1938

Esaminando le Coppe del Mondo degli anni Trenta, vale la pena soffermarsi sull’approccio ideologico di Rimet, su come esso si espresse nel 1928 affinché iniziasse l’istituzione e su che cosa fosse accaduto fino al 1938, cioè dieci anni più tardi. La critica fatta in precedenza alla visione di Rimet e alla sua base cristiana cattolica sembra trovare terreno molto solido in ciò che accadde nel 1934. Se Rimet e la FIFA credevano così ingenuamente nella pace e nell’intesa tra i popoli, allora come fecero ad assegnare la competizione al paese che si trovava da circa un decennio sotto una dittatura spietata, che introduceva pratiche autoritarie che il mondo non conosceva fino ad allora? Se la base dell’enciclica papale aveva come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita della classe operaia dentro un ambiente libero e non era semplicemente un diretto anti-socialismo e anti-comunismo dei settori conservatori del Vecchio Continente, allora come fece la stessa Chiesa papale ad allinearsi con lo sviluppo della formazione fascista in Italia? Questi due percorsi, della FIFA e della Chiesa papale, accanto al fascismo, hanno una base e un percorso comuni – e il calcio veniva strumentalizzato fin da quella prima epoca della Coppa del Mondo, anche se alcuni oggi vogliono presentarla (per ragioni proprie) come “epoca dell’innocenza”.

Questa prima epoca si sarebbe chiusa essenzialmente dopo la Seconda guerra mondiale, con la Coppa del Mondo del 1950, che completò così un quartetto di competizioni caratterizzate da motivi ricorrenti. I Mondiali del Sud America furono organizzati in paesi che avevano bisogno, attraverso il calcio, di creare e mettere in risalto una nuova identità nazionale; quelli che si svolsero in Europa ebbero la partecipazione di tutti i paesi calcisticamente sviluppati del Vecchio Continente. Le competizioni sudamericane si svolsero con problemi di partecipazione, poiché le squadre, da 16, per vari motivi furono alla fine 13 quando iniziava la competizione, mentre la struttura con fase a gironi (e alla fine senza finale per quanto riguarda il 1950) ebbe pochissimi scontri tra giganti calcistici. Nelle Coppe del Mondo europee del 1934 e del 1938, la semplice fase a eliminazione diretta creò moltissime partite importanti, confronti tra grandi scuole calcistiche, in ogni loro fase.

Tutte e quattro queste competizioni si svolsero in paesi che avevano una propria ragione per investire nel calcio e sostenere il progetto della FIFA. Se questo è chiaro per l’Uruguay, l’Italia e il Brasile, l’organizzazione da parte della Francia fu ancora un evento in una serie di mosse che avevano lo scopo di far sì che il retroterra culturale del calcio mondiale non fosse britannico. Questo è un obiettivo che sicuramente Rimet raggiunse: il calcio mondiale sarebbe stato per sempre latino e tale resta fino a oggi. Anche se le scuole di concezione anglosassone e protestante, che generarono il gioco, hanno dato un grande contributo al suo percorso e hanno ottenuto diversi successi, fino a oggi non hanno mai avuto il sopravvento per quanto riguarda la sua proiezione e il suo impatto sociale. Quando si parla della Coppa del Mondo di solito non si pensa ai pomeriggi piovosi e alle caratteristiche razziali di coloro che generarono lo sport, ma a un contenuto molto diverso, multirazziale, di indole latina.

Il Mondiale del 1950 fu quello che chiuse essenzialmente un’epoca del calcio latinoamericano che si reggeva sulle favole. Questa epoca può non aver contenuto innocenza politica, poiché le forze politiche vedevano nello sport un eccellente strumento di collegamento con le masse, nonché la possibilità di creare identità e dunque coscienze, ma conteneva una buona dose di innocenza calcistica, che condusse a sconfitte drammatiche, al fallimento dell’Argentina e de La Nuestra nel 1930 e naturalmente al tragico Maracanaço nel 1950. La chiusura di questa epoca avrebbe segnato anche l’inizio di un nuovo sforzo razionale di ricostruzione del calcio sudamericano che lo avrebbe portato alla fine in una posizione realmente pari – e molte volte in posizione di superiorità – rispetto al calcio europeo.

Scatto dalla finale della Coppa del Mondo 1950 al Maracanã

Il Mondiale del 1950 avrebbe chiuso anche il periodo intenso dei simbolismi calcistici attraverso l’architettura calcistica. La costruzione del Maracanã aveva molti elementi comuni con quella del Centenario e dell’antenato del Flaminio, che dovevano anche visivamente riflettere l’ideologia di un regime e poter sostenere il peso del suo intervento ideologico. Il fatto che il destino calcistico toccato al Maracanã fosse di diventare più la tomba di una tale favola di regime forse aiutò a far sì che non si ripresentasse più il corrispondente approccio metafisico e l’elevazione della costruzione di uno stadio a obiettivo nazionale e causa di orgoglio nazionale. Per quanto riguarda i protagonisti di quell’epoca, l’Uruguay e l’Italia pagarono pesantemente il prezzo del loro successo prematuro, con il primo considerato da quegli anni un “gigante addormentato” e la seconda costretta ad attraversare una grande avventura prima di ritrovare il proprio passo internazionale. La grande vincitrice di tutto questo processo fu sicuramente la FIFA, che aveva preso nelle proprie mani le redini del calcio mondiale, era riconosciuta universalmente come l’istituzione che definisce le sorti dello sport a livello internazionale, mentre con lo spostamento della sua sede a Zurigo, nel 1932, si trasformò da organismo legato alle aspirazioni politiche di uno Stato in un’organizzazione con caratteristiche di organismo diplomatico internazionale. La grande sconfitta fu certamente l’Inghilterra, che perse il suo più prezioso prodotto culturale esportabile – ormai il calcio non aveva più bisogno delle navi e dei treni inglesi per essere trasferito in nuovi territori, mentre la nazionale lasciò umiliata i campi del Brasile, avendo perso contro la Spagna ma anche contro la sua colonia calcisticamente indifferente, gli Stati Uniti d’America.

L’epoca dell’esplosione calcistica

Il primo Mondiale che simboleggiava la nuova epoca postbellica fu quello organizzato in Svizzera nel 1954. Nel Mondiale del Brasile molti paesi europei raccoglievano ancora i propri pezzi, tra le macerie della guerra, e un torneo calcistico aveva un’importanza molto minore per i popoli che cercavano di rimettersi in piedi e ritrovare le vecchie abitudini o scoprirne di nuove in un mondo molto diverso, che nonostante i suoi equilibri fragili nascondeva un ottimismo di pace secolare. Il campo socialista che si creò dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la vittoria dei sovietici sui nazisti condusse a una nuova intesa internazionale anche a livello calcistico, con la Federazione Calcistica dell’Unione Sovietica che divenne membro della FIFA dal 1946. Questo non fu un evento piccolo o periferico per il percorso del calcio postbellico. Un’intera scuola calcistica fu integrata nella stessa rete mondiale, mentre paesi che ormai si trovavano nel campo socialista portavano una diversa concezione dello sviluppo tattico.

Ben più complicate erano, tuttavia, le cose a livello politico e specificamente per quanto riguardava il futuro della grande sconfitta della Seconda guerra mondiale, la Germania nazista. Lo Stato tedesco fu smembrato affinché non potesse sviluppare di nuovo le stesse aspirazioni che aveva creato nel periodo interbellico, dopo la sua precedente sconfitta bellica. Le potenze alleate, cioè gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e l’Unione Sovietica, assunsero ciascuna il controllo di una parte dei territori tedeschi, mentre separatamente fu divisa anche la vecchia capitale, Berlino, in quattro settori, sebbene si trovasse completamente dentro i territori sotto il controllo dei sovietici. Le rivalità della guerra fredda, tuttavia, e la nuova posizione egemonica degli Stati Uniti nel campo capitalista portarono a una frattura anche per quanto riguardava il rispetto degli accordi di Yalta e Potsdam, con il risultato che le tre potenze capitaliste fondarono il 23 maggio 1949 la Repubblica Federale di Germania, attraverso l’unione di tutti i territori sotto il loro controllo, mentre come risposta i sovietici procedettero alla fondazione della Repubblica Democratica Tedesca, alcuni mesi più tardi, il 7 ottobre dello stesso anno. La capitale della cosiddetta Germania Ovest fu trasferita a Bonn, una piccola città che costituisce essenzialmente un sobborgo di Colonia, mentre il settore orientale di Berlino rimase la capitale dello Stato socialista tedesco orientale.

La mappa della divisione della Germania in zone di controllo delle Potenze Alleate

Nelle qualificazioni alla Coppa del Mondo del 1954, che iniziarono nel giugno del 1953, soltanto la Germania Ovest partecipò tra i due nuovi Stati tedeschi, affrontando la nazionale del Saar, un piccolo Stato che nel 1956 fu assorbito dalla Germania Federale, e la Norvegia. Con tre vittorie e un pareggio i tedeschi occidentali si qualificarono al Mondiale per rappresentare per la prima volta la loro nuova patria, portando naturalmente il grande peso storico della continuità di uno Stato criminale – come era stato definito dall’ONU ma anche dalle potenze alleate – e il bisogno di mostrare che la loro identità nazionale poteva trasformarsi dopo la ferocia della grande guerra del decennio precedente.

In un’altra estremità del mondo, nella penisola coreana, meno di un anno prima dell’inizio del Mondiale di Svizzera, terminò la guerra tra due regioni che si trovavano sotto l’influenza americana e sovietica. In quel caso i paesi che furono creati furono la Repubblica Popolare Democratica di Corea e la Repubblica di Corea, che sono note fino a oggi con i nomi di Corea del Nord e Corea del Sud. La Corea del Sud, giocando in un girone di qualificazione che si svolse interamente a Tokyo, pochi mesi prima dell’inizio della Coppa del Mondo, divenne la seconda squadra asiatica a giocare in un Mondiale, dopo le Indie Orientali Olandesi, cioè l’Indonesia, che aveva giocato nella competizione del 1934.

Tra le vecchie potenze europee, tre squadre ormai rappresentavano un nuovo campo politico nell’arena politica mondiale. La Cecoslovacchia, la Jugoslavia, così come l’Ungheria, erano ormai parte di un’altra e contrapposta ideologia politica e parte di una distinta rete calcistica, che insieme all’Unione Sovietica faceva evolvere autonomamente la tattica calcistica. Il risultato dell’esperienza preesistente al più alto livello calcistico, come parte della rete dell’Europa Centrale, e della nuova concezione tattica socialista si esprimeva principalmente nell’evoluzione della squadra dell’Ungheria. I protagonisti della trasformazione calcistica della vecchia grande scuola ungherese erano uomini di calcio comunisti, i quali vedevano una rapidissima evoluzione nella tattica e nei metodi di analisi del calcio sovietico, che il resto del mondo forse ignorava o semplicemente sottovalutava. Il primo tra loro fu l’allenatore Márton Búkovi, che sperimentava con il center-forward Palotás al MTK, creando una posizione di falso nove che riempiva lo spazio davanti al centrocampo e lasciava maggiore libertà ai movimenti degli altri attaccanti, acquisendo un ruolo più creativo e non solo realizzativo. Ma per quanto riguarda la nazionale, la grande figura che scrisse la storia della tattica calcistica dell’Ungheria socialista fu un ex sindacalista nell’industria automobilistica francese, Gusztáv Sebes, che era stato ispirato dal libro “Tattica nel Calcio” scritto nel 1946 dal sovietico Boris Arkadiev, allenatore della Dinamo Mosca, una squadra che riuscì a uscire imbattuta, strappando un pareggio per 3-3 al Chelsea a Stamford Bridge nel 1949.

Arkadiev, in questo suo libro, che costituì essenzialmente la bibbia della tattica calcistica per i paesi dell’Europa Orientale nei primi anni postbellici, studiò l’evoluzione del 2-3-5 nel W-M che avvenne durante il periodo interbellico in Inghilterra, cercando di trovare i punti in cui il nuovo standard generale della tattica calcistica era vulnerabile e rigido, per proporre un sistema ancora più evoluto che potesse superarlo e batterlo. Le idee di Arkadiev riguardavano la copertura reciproca e il cambio di posizione dei giocatori dentro il campo, idee che avevano chiaramente anche una base ideologica, poiché provenivano da una concezione del ruolo non limitato nel processo produttivo, ma della sua comprensione più complessiva da parte di ogni suo membro, sia che riguardasse la produzione di beni materiali, sia la produzione di …gol, come accadeva nell’oggetto del suo interesse. Si trattava cioè di idee il cui sviluppo portò al cambiamento della fisionomia del calcio alcuni decenni più tardi.

Se il calcio sovietico, inesperto negli incontri internazionali, poteva così rapidamente avere risultati mirabili, come quel tour della Dinamo Mosca in Inghilterra, Sebes capiva che le prospettive dell’adozione di queste idee in una scuola calcistica con un’esperienza internazionale molto maggiore potevano creare miracoli calcistici. Nessuno può dire che non ci riuscì, scrivendo anzi a lettere d’oro la storia dell’Ungheria calcistica, quando il 25 novembre 1953, circa mezzo anno prima della Coppa del Mondo in Svizzera, i magiari piegavano la nazionale inglese con il punteggio di 6-3 davanti a più di 100 mila spettatori accorsi a Wembley per assistere a quello che fu chiamato “Il Match del Secolo”. Gli appunti di Sebes mostrano chiaramente le coperture reciproche e il cambio di posizioni dell’undici ungherese che bloccò completamente gli inglesi, i quali erano rimasti a una concezione meccanicistica della tattica calcistica che contava ormai molte decadi di sterile riproduzione. L’Ungheria, inoltre, ripeté il suo trionfo contro gli inglesi, questa volta in casa, il 23 maggio 1954, nell’ultima partita prima del Mondiale, vincendo 7-1 e dissolvendo una volta per tutte qualunque illusione esistesse sulla superiorità inglese in uno sport che ormai era mondiale.

L’ingresso delle squadre di Ungheria e Inghilterra, il 25 novembre 1953 a Wembley

L’Ungheria fu sorteggiata in Svizzera per giocare nel 2º gruppo, con lo strano sistema della competizione che la portava ad affrontare in partita la Germania Ovest e la Corea del Sud. Non avrebbe potuto esserci un sorteggio più adatto al clima politico dell’epoca, poiché l’Ungheria socialista, quella del comunista Sebes, che giocava un calcio ispirato alla scuola sovietica, affrontava i due paesi che il campo capitalista aveva creato attraverso gli scontri con quello socialista. I risultati furono qualcosa di più che fragorosi, 9-0 contro la Corea del Sud e 8-3 contro la Germania; i Magiari d’Oro, i campioni olimpici del 1952, dilagavano nella più grande arena calcistica, in una Coppa del Mondo che la FIFA, nel clima dell’epoca, aveva portato nella sua nuova casa.

La squadra che mise più in difficoltà l’Ungheria fu quella che procedette a un riadattamento tattico, con enorme impatto sul calcio mondiale. Il sistema che giocava l’Ungheria, sebbene teoricamente fosse un 3-2-5 o persino un 2-3-5, attraverso il modo in cui si muovevano i giocatori poteva essere descritto in modo completamente diverso. I difensori laterali, i vecchi full backs, che avevano lasciato il loro posto ai center-halves arretrati, pur salendo dalle fasce, avevano chiaramente compiti difensivi, mentre con l’arretramento del center-forward poteva andare ancora più in profondità anche l’altro half, giocando davanti alla linea difensiva. Così, il sistema dell’Ungheria assomigliava di più a un 4-2-4, con i due giocatori della linea mediana a funzionare come anello di collegamento tra attacco e difesa. Lo stesso sistema, ma con una linea a quattro chiara in difesa, aveva iniziato a giocarlo anche il Brasile dopo il Maracanaço – e se non si fosse trovato davanti la terribile squadra dei discendenti di Kürschner e di Guttmann, che influirono sulla sua storia calcistica, forse il suo percorso sui campi della Svizzera sarebbe stato più riuscito. Ma il 27 giugno 1954, a Berna, gli ungheresi avevano segnato due gol nei primi dieci minuti, per vincere il quarto di finale con il punteggio di 4-2, in una partita disputata sotto pioggia torrenziale e che, a causa della sua violenza, che portò a tre espulsioni, rimase nella storia come “la Battaglia di Berna”. In semifinale, lo sforzo estremo e l’intensità di questa partita portarono a una vittoria ancora più difficile contro l’Uruguay Campione del Mondo, ma gli ungheresi riuscirono a vincere ai supplementari con il punteggio di 4-2, per tornare a Berna in una Finale che avrebbe costituito il coronamento di un percorso trionfale durato anni, di una delle migliori squadre esistite nella storia del calcio mondiale.

La finale, rimasta nella Storia come “il miracolo di Berna”, è una delle partite più discusse della Storia del calcio. Su un terreno pesante, gli ungheresi non potevano rendere lo stesso calcio eccezionale che avevano giocato a Wembley o nella fase a gironi, mentre il riadattamento tattico dell’allenatore tedesco Herberger, che mise Horst Eckel a diventare l’ombra del giocatore ungherese più nevralgico, Nándor Hidegkuti, portò le cose a un equilibrio estremamente inatteso, un nodo gordiano che si sciolse all’84º minuto con il gol di Helmut Rahn che diede il primo titolo mondiale alla Germania Ovest. La generazione d’oro dell’Ungheria si dissolse sostanzialmente dopo quella partita, con l’uscita delle sue grandi stelle verso i paesi dell’Occidente che offrivano grandi contratti professionistici, in primo luogo il cosiddetto “maggiore galoppante” Ferenc Puskás, che divenne leggenda dell’epoca d’oro del Réal Madrid.

Scatto dalla finale della Coppa del Mondo 1954 a Berna

La Coppa del Mondo, tuttavia, non smetteva di essere assolutamente legata alla narrazione della Storia politica del mondo. Prima vi fu l’emergere del nuovo mondo e l’esistenza della Terra Promessa sudamericana, poi il fascismo italiano, quindi il sogno perduto della riformulazione della storia multirazziale del Brasile e infine, nel 1954, il trionfo del paese nato dai resti del Nazismo per essere ormai considerato membro paritario di una comunità internazionale pacifica e in sviluppo. L’avvocato di Parigi, il sostenitore della Rerum novarum, il visionario cattolico Jules Rimet aveva raggiunto tutti i suoi obiettivi: il calcio era realmente mondiale, i poteri politici comprendevano la sua arena internazionale come il miglior campo di riflesso del loro prestigio, gli inglesi erano stati marginalizzati e sconfitti calcisticamente, e uno sport che era diventato veicolo per la creazione di identità collettive funzionava ormai anche a livello nazionale, globalmente, come scena centrale di lettura della Storia sociale. Il 21 giugno 1954, al Congresso di Berna, Jules Rimet lasciò la presidenza della FIFA, con il belga Rodolphe Seeldrayers eletto alla sua guida.

Quattro anni più tardi, nella Coppa del Mondo di Svezia, si poteva finalmente giocare a calcio, lontano dal legame stretto della competizione con gli scopi del potere politico di volta in volta presente. Il periodo tra la leadership di Jules Rimet e l’ascesa di un altro dirigente che cambiò completamente il modo in cui comprendiamo il calcio dentro il livello dell’economia costituì uno sviluppo frenetico del pensiero calcistico che generò in sostanza anche ciò che oggi intendiamo come calcio moderno. Il momento temporale non fu casuale. Dalla metà degli anni ’50 in poi, lo sviluppo economico a balzi in tutto il mondo, nella sua parte capitalista e socialista, portò a un rapido sviluppo di ogni campo che richiedeva creazione intellettuale – il paradosso sarebbe stato che il calcio restasse fuori da questa più generale evoluzione che influenzò le scienze, le arti, le lettere e il pensiero e l’espressione politica. Il vecchio mondo interbellico aveva lasciato il calcio insieme a Jules Rimet e ciò che ormai era rimasto per ricordarlo era il trofeo che portava il suo nome, lo stesso trofeo dei vincitori che fu presentato a Montevideo, Roma, Parigi, Rio de Janeiro e Berna.

Tra le 16 squadre che avrebbero preso parte alla Coppa del Mondo di Svezia ce n’erano molte che avrebbero giocato per la prima volta nella massima competizione calcistica. L’Irlanda del Nord, nonostante il suo lungo percorso negli incontri internazionali, come parte della rete britannica, fece la sua presenza sulla scena mondiale; esattamente lo stesso valeva anche per il Galles, mentre come organizzatrice giocò una delle prime nazioni che avevano partecipato alle competizioni calcistiche, la Svezia. Insieme a queste, fece la sua prima apparizione al Mondiale anche la campionessa olimpica dei Giochi di Melbourne, la nazionale dell’Unione Sovietica, che tra le altre cose aveva nella sua composizione un portiere vestito di nero che avrebbe cambiato l’intera concezione della funzione della posizione calcistica più particolare, Lev Yashin.

Conoscendo naturalmente oggi il risultato di questa competizione, l’interesse deve rivolgersi alla partecipazione delle due squadre sudamericane a essa, così come al percorso che seguirono prima del suo svolgimento. Per quanto riguarda l’Argentina, l’analisi degli sviluppi politici durante il periodo peronista è un’impresa che non può in alcun caso essere presentata in modo soddisfacente dentro il quadro dell’esame di un altro fenomeno, come è la Coppa del Mondo, ma richiede l’esame di tutti i parametri particolari e unici che definirono la Storia del paese. Forse però l’elemento più importante è l’attaccamento del calcio argentino all’innocenza della La Nuestra, dell’approccio estetico arrogante, della vecchia scuola della destrezza, degli elementi che fecero divorziare il calcio nazionale dal suo passato britannico. Questo approccio, che era stato rafforzato attraverso il percorso dei grandi club argentini, come la Máquina del River Plate negli anni ’40, continuò a dare risultati, con l’Argentina che vinse il Campeonato Sudamericano nel 1955 e nel 1957, nella sua nuova forma costituita da doppi incontri tra tutti i concorrenti. Tuttavia, l’Argentina si misurava per molti anni soltanto con il calcio degli altri paesi sudamericani, nessuno dei quali, tranne il Brasile, aveva una presenza stabile nelle competizioni mondiali. Dall’altra parte, gli incontri contro il Brasile non furono mai soltanto una questione di pura superiorità calcistica, poiché molti fattori, persino emotivi ed extra-agonistici, giudicavano i risultati dei loro confronti. Così, l’Argentina, con questo approccio, viaggiò in Svezia per rimisurare la statura del proprio calcio 24 anni dopo la sua precedente partecipazione.

Con un approccio diametralmente opposto, il Brasile viaggiava in Svezia con parecchio talento grezzo e per di più ancora sconosciuto, ma con un’organizzazione estremamente tecnocratica, le cui radici si trovavano in una riorganizzazione dalle fondamenta del suo calcio dopo il Maracanaço. La rappresentativa era amministrata da una commissione tecnica che aveva competenze su ogni questione riguardante la vita e il funzionamento della squadra, aveva specialisti per la preparazione psicologica dei giocatori e l’analisi della loro salute psichica, istruzioni di viaggio organizzate che contribuivano ad assicurare la massima prestazione atletica, disciplina rigorosa e una meticolosità a ogni livello di organizzazione che in molti aspetti sembrava eccessiva. Questo razionalismo e questa organizzazione tecnocratica non somigliavano affatto a ciò che è rimasto come mito sulle squadre sudamericane e in particolare su quel Brasile, del quale tutti oggi conoscono il talento di Pelé e Garrincha, considerando forse che la sua espressione al Mondiale fosse semplicemente risultato del destino, della forza metafisica che diede questo dono divino ai calciatori brasiliani.

Scatto dalla semifinale della Coppa del Mondo 1958 all’Ullevi di Göteborg

Il percorso dell’Argentina nella Coppa del Mondo del 1958 mostrò che i vecchi miti calcistici erano finiti insieme all’epoca dell’ideologizzazione di Rimet e che, in un mondo che creava scienza moderna, arte moderna, innovazione in ogni attività, non bastavano le storie mitiche per vincere sul campo. La prima partita contro la Germania e la sconfitta per 1-3 fu uno schiaffo sonoro ma non catastrofico, che forse fu bilanciato dalla vittoria con lo stesso punteggio contro una squadra con grande storia calcistica ma poca partecipazione ai Mondiali, l’Irlanda del Nord. La partita cruciale che dissolse tutti i miti fu l’incontro che decise la qualificazione ai knock-out, contro la Cecoslovacchia. Il 6-1 di Helsingborg è per l’Argentina forse l’equivalente del Maracanaço e il momento in cui il calcio argentino iniziò un lungo sforzo per riscoprire la propria identità – un processo che fortunatamente per tutti noi che amiamo ciò che accade intorno allo sport ebbe conflitti, interni ed esterni, e naturalmente un enorme spessore ideologico!

Il girone più interessante della competizione, quello che sarebbe stato chiamato metaforicamente – come accade di solito – anche “girone della morte”, fu il 4º, nel quale partecipavano Brasile, Unione Sovietica, Inghilterra e Austria, tre potenze tradizionali, rappresentanti delle tre reti calcistiche fondamentali che crearono il calcio internazionale, e una quarta squadra, di un nuovo mondo calcistico che incontrava quello vecchio. Se si guarda con una certa distanza la storia generale del calcio fino alla sua piena omogeneizzazione, si può dire con una certa audacia che questo girone aveva le squadre che crearono i quattro ingredienti fondamentali della sua filosofia ormai mondiale e omogeneizzata, anche se l’Austria del 1958 non era più la Wunderteam che scrisse la propria Storia d’oro negli anni ’30.

Nella prima giornata il Brasile si impose sull’Austria per 3-0, mentre l’Unione Sovietica fece una dimostrazione dell’evoluzione tattica che caratterizzava il suo calcio quasi sconosciuto agli occidentali, pareggiando con l’Inghilterra, dopo essere stata in vantaggio nella partita per 2-0 fino al 56º minuto. In parità, con un pareggio a reti bianche, terminò anche la partita del Brasile contro l’Inghilterra, mentre l’Unione Sovietica vinse 2-0 contro l’Austria nella seconda giornata. Questo significava che la partita del Brasile contro l’Unione Sovietica era estremamente decisiva, poiché poteva mettere fuori dal prosieguo chi ne usciva sconfitto. Allo stadio Ullevi di Göteborg era l’ora di una delle decisioni più audaci nella Storia del calcio, una decisione per la quale tuttavia l’intero pianeta può essere grato. Due giocatori che non erano mai apparsi prima in una Coppa del Mondo, il venticinquenne Manuel Francisco dos Santos e il diciottenne Edson Arantes do Nascimento, apparvero con i numeri 11 e 10 sulle loro maglie gialle. La commissione tecnica, dentro tutto il suo razionalismo, aveva giudicato che i due giocatori non fossero pronti ad assumere il peso della rappresentanza nazionale nell’arena internazionale e non avrebbero potuto adattarsi così bene all’innovazione del puro 4-2-4 che giocava la squadra di Feola. Ma fortunatamente il razionalismo, quando si fonda su parametri limitati, può essere una valutazione completamente sbagliata, con il risultato che quelli noti al mondo calcistico come Garrincha e Pelé iniziarono un percorso leggendario sulla scena calcistica centrale del pianeta. Con due gol di Vavà il Brasile batté i sovietici e, dato il pareggio dell’Inghilterra con l’Austria, l’Unione Sovietica dovette battere gli inglesi con un gol di Anatoli Ilyin per passare alla fase successiva.

I gironi della Coppa del Mondo 1958 disputata in Svezia

Nei knock-out il Brasile batté il Galles 1-0 con il primo gol mondiale di Pelé, mentre in semifinale contro la Francia il super star diciottenne realizzò il suo primo hat trick in Coppa del Mondo, attirando gli sguardi di tutto il mondo, anche se questo arrivò contro una squadra di 10 giocatori, poiché il capitano francese Robert Jonquet uscì infortunato al 9º minuto, poco dopo il gol del capocannoniere della competizione, Just Fontaine, che fino a oggi detiene il record di miglior marcatore in una singola edizione con i 13 gol segnati sui campi svedesi. Pelé lasciò di nuovo la storia nella finale del Råsunda Park di Stoccolma, contro i padroni di casa, e con il 5-2 il Brasile aveva esorcizzato attraverso l’organizzazione e il razionalismo del suo calcio la tragedia del metafisico Maracanaço. Servirono soltanto otto anni per passare dall’inferno al paradiso e la giusta valorizzazione del talento spontaneo di un paese che, sebbene gli manchino le infrastrutture di base rispetto alle nazionali europee, non smette di creare calciatori che offrono la bellezza al calcio attraverso la dedizione alla sua organizzazione. Le teorie della mestiçagem del 1950, che non avevano alcun rapporto con il calcio, avevano ceduto in meno di un decennio il loro posto al più bello e materiale mito calcistico: il jogo bonito, che avrebbe fatto sognare gli esseri umani a occhi aperti finché il calcio non avesse trovato un’identità completamente nuova, in un mondo in costante trasformazione.

Nello stesso periodo l’umanità scopriva che in costante trasformazione non è solo l’edificio sociale, ma anche la stessa base materiale dell’esistenza della nostra specie, il pianeta che ci ospita. Alla fine degli anni ’50 e all’inizio degli anni ’60 lo sviluppo tecnologico aiutò la raccolta di dati batimetrici così come l’installazione di reti sismografiche che confermarono la validità della teoria di Alfred Wegener sull’esistenza di placche litosferiche e del meccanismo del loro movimento. L’applicazione di questa teoria fisica l’avrebbero vissuta con conseguenze mortali gli abitanti del Cile il 22 maggio 1960, quando il più grande terremoto registrato nella storia, di magnitudo 9.5, si sarebbe verificato con epicentro vicino alla città di Valdivia. Il paese che avrebbe ospitato la Coppa del Mondo del 1962, prima di essere scosso dal palpito di un Mondiale, fu scosso per diversi minuti per ritrovarsi a contare incalcolabili distruzioni materiali prima dell’organizzazione della 7ª edizione della grande istituzione calcistica.

Edifici distrutti a Valdivia, in Cile, dopo il terremoto del 1960

Il Cile aveva rivendicato l’organizzazione della Coppa del Mondo contro l’Argentina, che riteneva di avere finalmente diritto a organizzare un’istituzione sul proprio suolo. In una campagna estremamente opportunistica, il presidente del comitato organizzatore Carlos Dittborn riuscì a convincere i membri della FIFA dell’importanza dell’articolo che prevedeva la priorità dei paesi con calcio sottosviluppato per lo svolgimento del Mondiale. Dittborn naturalmente non aveva previsto – come nessuno mai ha previsto – il terremoto mortale che distrusse le città di Valdivia, Concepción, Talca e Talcahuano, che sebbene dovessero ospitare partite, alla fine rimasero fuori dalla pianificazione della competizione. Dopo il terremoto, Dittborn propose al presidente del paese, Jorge Alessandri, la liberazione dall’obbligo dell’organizzazione, affinché le risorse destinate al Mondiale fossero utilizzate per la ricostruzione delle aree colpite; tuttavia Alessandri, come tanti altri attori politici nella Storia, vedeva nell’organizzazione del Mondiale un’opportunità politica molto più grande dell’eredità della gestione razionale delle conseguenze distruttive di un fenomeno naturale.

Carlos Dittborn morì per arresto cardiaco nell’aprile del 1962, pochi mesi prima dell’inizio della competizione, mentre il 25 marzo 1961 morì anche il Presidente inglese della FIFA Arthur Drewry, con il risultato che al Congresso di Londra, nel settembre dello stesso anno, fu eletto come suo successore l’ultimo dirigente del Calcio Mondiale prima della sua trasformazione in uno dei più importanti campi imprenditoriali. Stanley Rous, ex arbitro, formatosi dentro la base dell’organismo calcistico, guidò la Confederazione Mondiale in un’epoca in cui il calcio trovò la sua nuova identità, poiché fu il primo a riuscire a restare a lungo nella posizione di capo della FIFA dopo il suo storico Presidente, Jules Rimet.

Il mondo forse si aspettava una competizione che sarebbe stata la continuazione della prosperità calcistica presentata quattro anni prima sui campi della Svezia. Ma le informazioni che arrivavano dal Cile non mostravano che una cosa del genere fosse possibile. A volte, anzi, queste informazioni forse superavano i limiti della critica, con i reportage dei giornalisti italiani Antonio Ghirelli e Corrado Pizzinelli a costituire testi sprezzanti per il paese, descrivendo oltre all’assenza di infrastrutture Santiago come “triste simbolo di un paese sottosviluppato”, attaccando direttamente la decisione della FIFA di dare la responsabilità dell’organizzazione al paese del Sud America, “13.000 chilometri lontano”, esprimendo una concezione eurocentrica e dunque razzista del mondo. Questi reportage non aiutarono la nazionale italiana, poiché quando il 2 giugno la Squadra Azzurra affrontò all’Estadio Nacional di Santiago il Cile padrone di casa, il clima era particolarmente ostile, con i padroni di casa che affrontavano la “battaglia di Santiago” come una questione di onore nazionale e alla fine vincevano per 2-0, escludendo sostanzialmente gli italiani dal prosieguo.

Tuttavia, il Mondiale del Cile non fu caratterizzato soltanto dal clima pesante e dalla durezza di questa partita. La violenza del calcio fece un ingresso trionfale, mettendo knock-out la grande stella del Brasile, Pelé, nella seconda partita del girone, il pareggio a reti bianche con la Cecoslovacchia. Pelé non poté continuare nella competizione, lasciando il ruolo di protagonista a Garrincha, mentre il calciatore sovietico Eduard Dubinski subì un terribile infortunio nella prima partita, da un intervento dello jugoslavo Muhamed Mujić che non fu nemmeno segnalato come fallo, ma portò a gravi problemi di salute e infine alla morte prematura del difensore sovietico sette anni più tardi. Dentro tutto il clima pesante delle infrastrutture distrutte, del calcio violento, dei giocatori infortunati, arrivò ancora un fatto tragico a far sembrare maledetta la competizione. Il cileno di otto anni Manuel Molina González, che seguiva la nazionale dell’Uruguay sostenendola con fervore, morì per arresto cardiaco dopo la sconfitta della Celeste contro la Jugoslavia nella terza partita del girone, che significava la sua eliminazione dal prosieguo.

L’Inghilterra riuscì per la prima volta a passare la fase a gironi, dove affrontò il Brasile, perdendo 3-1 a Viña del Mar, mentre il Cile riuscì a battere l’Unione Sovietica ad Arica. La Cecoslovacchia e la Jugoslavia completarono il quadro delle semifinali, il che significava che questa fu la prima competizione dal 1930 in cui nessun paese dell’Europa occidentale riusciva ad arrivare tra le prime quattro. Il Brasile ritrovò in finale la Cecoslovacchia, in una partita con molto più spettacolo rispetto a quella del girone e sotto la direzione dell’arbitro sovietico Nikolay Latyshev, che completava così l’assenza occidentale europea dal culmine della competizione; con gol di Amarildo, Zito e Vavá, vinse la seconda Coppa del Mondo consecutiva, ripetendo dopo 24 anni l’impresa dell’Italia di Vittorio Pozzo. La grande differenza era che questa squadra brasiliana aveva ancora davanti a sé molto futuro per ulteriori successi e il mondo intero non si trovava sulla soglia di una guerra distruttiva, ma in un’epoca di rapido progresso sociale e sviluppo.

Scatto dalla finale della Coppa del Mondo 1962

Il Mondiale del Cile avvenne in un crocevia della storia calcistica in cui sarebbero sorte diverse direzioni per l’evoluzione del calcio di molti paesi. I paesi dell’Europa occidentale potevano trovarsi fuori dalle prime quattro, ma avevano già iniziato per bene il funzionamento della propria rete calcistica, poiché nel 1954 fu fondata la UEFA, nella stagione 1955-56 iniziò la cosiddetta Coppa d’Europa, quella che era nota come Coppa dei Campioni e si evolse nella Champions League, mentre nel 1960 si svolse in Francia anche la prima fase finale della Coppa delle Nazioni UEFA. L’assenza di una più ampia rete calcistica in Europa aveva permesso in precedenza solo a nazionali di specifiche regioni di distinguersi nella Coppa del Mondo, mentre grande era il vantaggio delle squadre sudamericane che avevano la loro corrispondente competizione dal 1916. Gradualmente l’Europa avrebbe recuperato il dominio nell’evoluzione dello sport e le squadre del Sud America avrebbero dovuto riformulare le basi della loro concezione calcistica, come aveva fatto da quegli anni, a causa del Maracanaço, il Brasile. Questa evoluzione sarebbe stata più visibile nel percorso dell’Argentina.

Il Mondiale del 1966 si svolse nella patria del Presidente della FIFA, Stanley Rous, e nella patria del calcio stesso. Come accade con tutte le competizioni calcistiche che hanno avuto luogo in Inghilterra, lo slogan era che “il calcio tornava a casa”. Il Regno Unito, tuttavia, non aveva più alcun rapporto con il grande Impero che diffuse lo sport su tutto il pianeta. In un decennio dominato dall’indipendenza di molti Stati che appartenevano al vecchio Impero, qualcosa che nel firmamento calcistico si sarebbe visto più tardi, l’Inghilterra, come Stato centrale della Gran Bretagna, cambia anche il profilo con cui la vede il resto del mondo. Si modernizza soprattutto culturalmente: Londra, da sede di una classe aristocratica e colonialista che domina l’intero pianeta, diventa il laboratorio di una nuova esplosione culturale, con il rock dei Beatles, dei Rolling Stones, di David Bowie, le produzioni cinematografiche di James Bond, le nuove tendenze della moda britannica, dentro un quadro che sfugge ai protocolli aristocratici e tocca il pensiero dei protagonisti della rivoluzione industriale, degli strati popolari e medi, che tra le altre cose furono anche i protagonisti del calcio britannico.

Forse non avrebbe potuto esserci un momento più adatto per organizzare la Coppa del Mondo in Inghilterra – questa base culturale era molto più vicina al calcio della concezione antiquata della Gran Bretagna imperiale che cerca di imporsi con un eccessivo complesso di superiorità sul resto del pianeta. Ciò che non mancava inoltre all’Inghilterra era cultura calcistica, stadi, folle enormi che vivevano per il calcio. A differenza degli esempi dell’Uruguay e del Brasile, per esempio, in Inghilterra non fu necessario costruire un nuovo stadio per ospitare la finale, né costruirne altri per ospitare le partite della grande competizione – gli stadi in cui giocavano i club inglesi erano già tra i templi calcistici più leggendari del mondo. Ciò che poteva sembrare decadenza per un Impero era la modernizzazione di un paese che ormai non aveva nient’altro con cui creare la propria identità nazionale se non la produzione di innovazione culturale e intellettuale. In modo corrispondente, anche il suo calcio doveva essere innovativo affinché questa competizione aiutasse il paese organizzatore a mettere il proprio sigillo, come cultura, sulla sua posizione nel mondo.

L’estetica pop della Londra degli anni ’60

L’Inghilterra, con alla guida del suo staff tecnico Alf Ramsey, nato da una famiglia delle classi non privilegiate della campagna inglese e veterano della Seconda guerra mondiale, era calcisticamente armonizzata con lo sviluppo della sua cultura popolare. Il calcio non era più un quadro ideologico di sviluppo della forza fisica, ma nemmeno un prodotto culturale di dimostrazione di superiorità, poiché la sconfitta fragorosa contro l’Ungheria a Wembley nel 1953 e gli insuccessi nelle Coppe del Mondo che seguirono avevano creato la necessaria umiltà e il bisogno di organizzare il calcio nazionale in modo tale da poter ritrovarsi in posizione di protagonista, se non di ispiratore, allora almeno di dominatore nel firmamento calcistico mondiale. Così, l’evoluzione meccanicistica della tattica, che in passato creava una stagnazione, ormai significava che le idee calcistiche che nascevano in altri paesi e da rappresentanti di altre scuole non venivano respinte, ma esaminate, utilizzate per la formazione della fisionomia del calcio inglese. In poche parole, poiché il calcio mondiale non poteva più essere inglese, allora forse sarebbe stata una buona soluzione che il calcio inglese diventasse mondiale. Avendo come base per queste sperimentazioni un campionato storicamente molto forte, con club che avevano una base di tifosi enorme, stabile e fedele, con molte categorie di squadre competitive, l’Inghilterra poteva presentare un nuovo modo di organizzare e sviluppare il calcio al resto del mondo, rivendicando la parte del leone nella sua riformulazione moderna.

Al Mondiale, naturalmente, l’obiettivo era la vittoria e la conquista dell’istituzione, e così la prima partita contro l’Uruguay, nell’esordio dell’11 luglio, terminata con un pareggio a reti bianche, non era considerata un inizio ideale. Contro il Messico e la Francia, tuttavia, gli inglesi riuscirono a ottenere due vittorie con lo stesso punteggio (2-0) e a conquistare relativamente facilmente la qualificazione alla fase a knock-out. Lì avrebbero incontrato l’Argentina, che sembrava riprendersi dallo shock di Helsingborg, battendo la Spagna e la Svizzera nel proprio girone e ottenendo un pareggio a reti bianche con la Germania Ovest, per avanzare come seconda squadra del 2º gruppo. Ma l’Argentina non era quella che appariva negli anni interbellici. Un grande cambiamento si era compiuto dopo il Mondiale di Svezia.

La triade di allenatori che assunse la guida della nazionale subito dopo lo shock svedese era composta da Victorio Spinetto, José Barreiro e José Della Torre. Tra questi, sicuramente la personalità più influente nell’evoluzione del calcio argentino fu Spinetto, calciatore cresciuto sostanzialmente dentro il club del Vélez, che come outsider nel calcio dell’Argentina e di Buenos Aires doveva trovare modi alternativi per poter riuscire a ottenere una distinzione. Spinetto, che aveva assunto il Vélez come allenatore dal 1942 al 1956, riuscì a riportare il club in prima divisione e a vincere il campionato del 1953. Più tardi passò dall’Atlanta, prima di assumere la nazionale in due diversi mandati, dal 1959 al 1961. Spinetto era sostanzialmente nemico dell’estetismo ideologico del calcio argentino, della La Nuestra. In contrasto con il suo predecessore, Guillermo Stabile, il grande protagonista del Mondiale del 1930, credeva che questo approccio ingenuo appartenesse completamente al passato, cercando di trasformare il calcio dello spettacolo in calcio dello scopo. Sicuramente, la conquista del Campeonato Sudamericano nel 1959 fu un risultato che convinse molti del suo approccio – la gente cercava più i risultati che la prestazione. Spinetto però, tra le altre cose, fu anche mentore di Osvaldo Zubeldía, che giocò nel Vélez dal 1949 al 1955 e ritrovò Spinetto come allenatore all’Atlanta nella stagione 1958-1959. Nel 1965 Zubeldía assunse la nazionale come allenatore, continuando l’opera del suo mentore.

Che cos’era però il calcio che Spinetto immaginava e che Zubeldía sviluppò fino a un grado famigerato? Il calcio dello scopo era quello che non dava alcuna importanza a caratteristiche come l’estetica del gioco, la bellezza della collaborazione, la concezione dello sviluppo di qualunque piano agonistico; era invece la concezione secondo cui il calcio è lo sport in cui, dentro le quattro linee del terreno di gioco, per 90 minuti bisogna fare tutto ciò che è possibile per vincere. Invece di lavagne tattiche, nelle sue squadre venivano assunti arbitri per spiegare le scappatoie dei regolamenti; invece dello scouting del modo di giocare dei calciatori avversari, veniva condotta una caccia alle informazioni sulla loro vita personale, affinché si trovassero i modi e i mezzi per spezzare la loro psicologia durante la partita. Era ciò che in Argentina fu chiamato anti-fútbol, e rappresentanti di questa scuola difendono i suoi principi fino ai nostri giorni, con principale rappresentante il Cholo Simeone, l’allenatore dell’Atlético Madrid.

La svolta dell’Argentina dalla La Nuestra, l’ingenuità estetica, all’anti-fútbol, l’espressione estrema del calcio per il risultato, è però soltanto la lettura dei fatti. La domanda ideologica fondamentale intorno a questa evoluzione è come abbia potuto svilupparsi così rapidamente una concezione nel calcio argentino. Se si studia attentamente la Storia del calcio argentino e si conserva come elemento più importante della La Nuestra la sua base ideologica di secessione del calcio nazionale dalle sue caratteristiche inglesi, allora il passaggio all’anti-fútbol può essere letto come il ritorno alle radici, cioè al gioco che si fondava sulla forza fisica, quello che la borghesia britannica portava con sé in ogni angolo del mondo, quello che sviluppò per primo anche a casa propria, finché il combination game degli operai inglesi, dei club del Nord e della nazionale scozzese non prevalse.

Il quarto di finale che si disputò il 23 giugno 1966 a Wembley, tra l’Inghilterra e l’Argentina, non metteva di fronte soltanto due squadre che condividevano radici comuni nella loro Storia calcistica; si svolgeva in un momento in cui l’Argentina si avvicinava alle radici britanniche del proprio gioco, per battere con questo gli inglesi. Gli argentini, tuttavia, erano già famigerati per questo approccio e l’arbitro tedesco occidentale Rudolf Kreitlein era pronto a non lasciare che la partita diventasse un’arena. Così iniziò a fischiare ogni sospetto fallo degli argentini, davanti agli occhi di 90.584 spettatori a Wembley, tra i quali naturalmente anche il presidente della FIFA, che aveva ogni interesse a vedere la squadra del suo paese uscire vincitrice dal confronto. Conoscendo anche i “trucchi” di Zubeldía sul modo in cui i giocatori si raccolgono attorno all’arbitro per lamentarsi di ogni minima decisione, esercitando così la propria pressione sul signore dell’incontro, non esitò al 35º minuto a espellere il capitano degli albiceleste, Antonio Rattín, dando un vantaggio importantissimo ai padroni di casa. Rattín naturalmente non usciva dal campo, poiché non esisteva il cartellino rosso e c’era anche un problema di comunicazione con l’arbitro tedesco occidentale, in assenza di un traduttore. Questo portò al caos, con le decine di migliaia di inglesi che vedevano dalle tribune il capitano argentino come un panno rosso. Alla fine, quando se ne andò, il tocco della bandiera britannica che si trovava al punto del corner non richiese molto per essere spiegato in modi diversi e per dare anche spiegazioni più profonde a un contrasto che quel giorno era iniziato come puramente calcistico. È caratteristico che esistano storie di quell’epoca secondo cui le madri inglesi dicevano ai figli che se non avessero mangiato il loro cibo sarebbe arrivato Rattín. In 90 minuti, l’Argentina e l’Inghilterra divennero forse i due avversari più odiati nella storia delle Coppe del Mondo e la ciliegina sulla torta la mise lo stesso Alf Ramsey che, nella tensione di tutto l’incontro, deciso da un gol di Hurst al 78º minuto, dichiarò che gli avversari della sua squadra si comportavano come animali, in una dichiarazione che nel tempo è considerata dagli argentini un attacco direttamente razzista.

Il momento dell’espulsione di Antonio Rattín, nella partita Inghilterra-Argentina, alla Coppa del Mondo 1966

Con l’Uruguay eliminato anch’esso ai quarti di finale dalla Germania Ovest e il Brasile Campione del Mondo che vedeva Pelé infortunarsi nella prima partita con la Bulgaria, senza riuscire a qualificarsi dal 3º gruppo contro Portogallo e Ungheria, il calcio sudamericano aveva fallito completamente in Inghilterra nel 1966 e le squadre dell’Europa occidentale che erano state assenti dal quadro delle semifinali quattro anni prima occuparono i primi tre posti, con l’ultimo biglietto dai quarti conquistato dall’Unione Sovietica contro l’Ungheria. La finale tra Inghilterra e Germania Ovest fu decisa da un gol di Hurst che ancora oggi i tedeschi sostengono non sia mai esistito (e probabilmente hanno ragione) e da un altro allo scadere, al momento della cui realizzazione, dentro un pandemonio generale, tifosi erano già entrati sul terreno di gioco.

Gli inglesi si erano trovati in cima al mondo, Bobby Moore si puliva il fango dalle mani sulla copertura di velluto che circondava la tribuna delle autorità per ricevere il trofeo dalla Regina, mentre alla testa della Confederazione Mondiale si trovava un inglese. Ma queste condizioni che forse mezzo secolo prima avrebbero potuto significare il pieno dominio degli inglesi, come ispiratori del gioco, per quanto riguarda la sua evoluzione mondiale, ormai significavano esattamente il contrario: il grande successo della nazionale inglese nel vincere nella competizione degli altri. L’obiettivo riformulato era stato raggiunto: invece che il gioco mondiale diventasse inglese, il gioco inglese era riuscito a diventare mondiale.

I calciatori inglesi con la Coppa Jules Rimet, alla Coppa del Mondo 1966

Il mondo degli anni ’60, tuttavia, si trovava sotto l’influenza di altre forze, lontano dalla Gran Bretagna, e la conquista di nuovi mari e oceani che aveva costruito l’Impero dei secoli passati aveva ormai lasciato il posto alla conquista dello spazio interplanetario, dello spazio vicino, in una folle corsa tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Il 10 luglio 1962 fu lanciato da Capo Canaveral il satellite Telstar 1, un dispositivo sperimentale prototipo che si ritrovò a viaggiare in orbita geostazionaria per 63 anni, 10 mesi e 27 giorni. Si trattava della risposta americana allo Sputnik, il grande successo dell’avvio del programma satellitare degli Stati Uniti per l’istituzione della tecnologia spaziale delle telecomunicazioni. Quei primi satelliti Telstar erano sferici, principalmente di colore bianco, mentre i collettori di radiazione solare posti su di essi sembravano creare superfici scure. Forse non ci fu nella Storia un’altra evoluzione scientifica che influenzò di più il calcio a livello simbolico e materiale.

L’esistenza dei satelliti per telecomunicazioni significava che un’immagine da qualunque punto del pianeta poteva essere trasmessa molto rapidamente a qualunque altro. Fu questa tecnica a trasformare sostanzialmente il calcio da fenomeno di massa a fenomeno mondiale. Se l’evoluzione della tipografia industriale, l’esistenza dei giornali e l’evoluzione del sistema educativo britannico crearono i primi grandi club calcistici, la cui portata arrivava fin dove viaggiavano le notizie della loro attività agonistica, stampate su carta, il calcio di ogni paese del mondo poteva entrare in ogni casa, con suono e immagine, attraverso un ricevitore televisivo. Il primo Mondiale che suggellò questa rivoluzione fu quello che si svolse in Messico nel 1970.

Forse il più grande simbolo di quell’epoca è quello che è rimasto come modello del pallone da calcio. Quando qualcuno ci invita a immaginare un pallone da calcio, la prima immagine che si forma nella nostra mente è il noto pallone con i 32 pezzi cuciti, gli esagoni bianchi che circondano i pentagoni neri. Questo pallone è collocato ovunque, in ogni simbolo, come emblema del gioco calcistico. Per le generazioni più giovani è molto difficile immaginare che non esistesse prima del 1970. Questo pallone bianco e nero fu creato per le esigenze della trasmissione televisiva, poiché doveva distinguersi sull’erba verde nei ricevitori che ovviamente non avevano la nitidezza dei televisori odierni. Quale sarebbe stato dunque il suo nome? In una delle denominazioni più ispirate della Storia del commercio mondiale, questo pallone prese il nome del satellite per telecomunicazioni che apriva nuove strade per l’informazione, la propaganda, la pianificazione mondiale, così come per il calcio: questo pallone era il Telstar. Fabbricato inizialmente da un portiere danese, Eigil Nielsen, per l’azienda Select, fu adottato come design dall’azienda di un produttore tedesco di scarpe sportive, dal passato oscuro durante il periodo del Nazismo, Adolf “Adi” Dassler, dal cui nome e cognome prese il nome Adidas. Il pallone usato per la prima volta nella Coppa delle Nazioni del 1968 divenne il pallone ufficiale del Mondiale del 1970 e da quell’anno iniziò una delle collaborazioni più storiche della FIFA con un’azienda di articoli sportivi, aprendo strade alla mercificazione estesa di ogni lato dello sport e delle sue competizioni.

Il pallone Telstar utilizzato nella Coppa del Mondo 1970

Sebbene la maggior parte dei ricevitori televisivi, in molti paesi, potesse essere ancora in bianco e nero, l’immagine dagli stadi del Mondiale veniva registrata ed elaborata per essere diffusa a colori e ugualmente archiviata a colori nel materiale audiovisivo della Storia del calcio. L’evoluzione tecnologica non bastava; anche il calcio stesso doveva essere bello, affinché rimanesse in perpetuo un simbolo di questa transizione, dal calcio degli highlights, degli stampati, delle storie, al calcio dell’immagine, dei ricordi in movimento. Forse nessun altro colore avrebbe potuto adattarsi meglio di quello della maglia brasiliana, che da bianca divenne gialla dopo il Maracanaço, facendo contrasto con il colore dell’erba, i pantaloncini blu profondo e le calze bianche, che tutti insieme crearono una palette cromatica calcistica archetipica.

Il Brasile, dopo la prima apparizione del jogo bonito in Svezia, che spezzò la maledizione storica, la violenza in Cile e in Inghilterra, in Messico era pronto a offrire uno spettacolo calcistico monumentale. La situazione sulla sua panchina, tuttavia, negli anni ’60 sembrava più caotica che mai, gli allenatori cambiavano continuamente e fino all’aprile del 1969, un anno e qualcosa prima dell’inizio del Mondiale, non esisteva alcun piano stabile di sviluppo del gioco della nazionale. Allora prese in mano le sorti della Seleção João Saldanha, un comunista, naturalmente nemico del regime, che vedeva il cambiamento che stava arrivando nel calcio europeo, con la consegna degli scettri del calcio romantico a una tattica adattata alla scomparsa degli errori, sacrificando insieme anche la creazione. Saldanha riuscì nelle 17 partite in cui guidò la Seleção a vincerne 17, ma esagerò nei suoi piani, provocando incrinature nella coesione della squadra, arrivando al punto di esprimere opinioni anche sull’esclusione di Pelé dalla convocazione per il Mondiale imminente. Questi conflitti interni gli costarono il posto e gli succedette uno dei tecnici più emblematici nella Storia della nazionale, Mário Zagallo, campione del mondo in Svezia nel 1958 e in Cile nel 1962, cioè un compagno di squadra delle grandi stelle, strettamente legato a Pelé. Zagallo poté equilibrare questa squadra, imporre la necessaria disciplina nella preparazione per un Mondiale che si sarebbe svolto ad alta quota, ma anche scegliere un sistema innovativo che non restava fissato sulla formazione, ma permetteva la creazione, fondandosi sulle caratteristiche della composizione che aveva a disposizione.

Poiché non esiste grande vittoria senza grande avversario, una squadra che sembrava venire dal passato, una grande scuola calcistica, fece di nuovo la sua apparizione sulla scena mondiale. Il ritorno dell’Italia non fu casuale – la fondazione della UEFA e lo svolgimento della Coppa dei Campioni permisero a un paese che ha un approccio estremamente analitico al calcio di creare nuove idee, su quelle che erano rimaste incompiute dalla vecchia Scuola del Danubio. Alcune delle parole che furono allora aggiunte al lessico del calcio, come libero, catenaccio, trequartista, riflettono un modo di giocare con dedizione alla funzione difensiva, azzeramento degli errori e uso opportunistico dei contropiedi per ottenere ogni gol e la vittoria. Le squadre di Milano, l’Inter e il Milan, svilupparono il proprio approccio a uno stile di gioco che dava maggiori responsabilità al libero e al regista, che creavano il gioco sull’asse dalla profondità del campo, lasciando libertà di scelta agli attaccanti veloci. Giocatori come Cesare Maldini e Gianni Rivera incarnavano questi ruoli nel Milan, mentre Sandro Mazzola emerse dall’Inter dell’ispiratore del catenaccio, Helenio Herrera. Con questo approccio le squadre di Milano vinsero complessivamente tre Coppe dei Campioni durante gli anni ’60.

Il commissario tecnico, Ferruccio Valcareggi, non avrebbe potuto allontanarsi molto dallo spirito del calcio italiano dell’epoca, nel momento in cui aveva anzi una serie di giocatori, come Pierluigi Cera e il grande goleador Gigi Riva del Cagliari, che potevano inserirsi nella stessa logica. L’Italia otteneva i risultati di cui aveva bisogno in ogni fase, passando prima dal girone con appena una vittoria e due pareggi, contro Svezia, Uruguay e Israele, rispettivamente, mentre ai quarti di finale trionfò 4-1 contro il Messico che giocava in casa. Il 17 giugno all’Estadio Azteca di Città del Messico, l’Italia ebbe però bisogno di una prestazione irreale, in una partita che è considerata fino a oggi la migliore della storia delle Coppe del Mondo, per battere con il punteggio di 4-3 la Germania Ovest, ai supplementari, in un incontro con ribaltamenti successivi e un ritmo e un’intensità in costante aumento, che, se non ci fosse stato il fischio finale, sembrava pronto a portare all’esplosione.

Pelé trionfatore con la squadra del Brasile alla Coppa del Mondo 1970

In un Mondiale la cui fisionomia aveva cominciato a riflettere il nuovo mondo postcoloniale, poiché partecipava il Marocco rappresentando l’Africa per la prima volta dopo 46 anni e il neonato Israele dalla Confederazione asiatica, il colore abbondava in ogni manifestazione. Fu questo colore a essere legato su una tela calcistica dalla squadra degli artisti brasiliani, di Pelé, Tostão, Rivelino, Gérson, Jairzinho, che presero tutta la libertà di cui avevano bisogno dalle istruzioni di Zagallo per creare immagini in movimento di opere d’arte. Quel Brasile era inarrestabile: 4-1 all’esordio con la Cecoslovacchia, 1-0 contro l’Inghilterra Campione del Mondo e 3-2 contro la Romania nel 3º gruppo, 4-2 contro il Perù e 3-1 contro l’Uruguay nei knock-out, per trovare in Finale di fronte a sé quella pericolosa Italia, una squadra che, come i brasiliani, aveva conquistato due volte la Coppa del Mondo. Il catenaccio era capace di dare titoli sui campi europei, ma all’altitudine del Messico, lì dove il tempo si conta diversamente e la creazione trova lo spazio necessario per dispiegarsi in un quadro meno soffocante, contrario all’assenza di ossigeno, non poteva avere risposta alla superiorità d’armamento brasiliana. Sebbene il punteggio del primo tempo fosse 1-1 con gol di Pelé e Boninsegna, nel secondo tempo Gérson, Jairzinho e Carlos Alberto, arrivato da una posizione fuori dallo schermo televisivo, scrissero il 4-1 finale che creava sogni per un calcio che combina bellezza e risultato! Questa conclusione sarebbe sbiadita rapidamente, ma il gioco sognato brasiliano era stato registrato per sempre nelle coscienze dell’umanità e nelle pellicole con lavorazione technicolor, così da costituire per decenni la definizione del calcio ideale e collocare il Brasile in una posizione informale collegata alla vetta calcistica mondiale data stereotipicamente. Dal 1970 in poi il Brasile, che perdesse o vincesse, era e rimane la più grande potenza calcistica del pianeta.

Così iniziò la Storia del calcio moderno, dall’apoteosi della sua vecchia epoca…

Calcio moderno

Al congresso della FIFA che si tenne a Londra nel 1966, sotto la guida di Stanley Rous, furono eletti e annunciati i paesi che avrebbero organizzato le Coppe del Mondo del 1974, 1978 e 1982, creando così le condizioni per la pianificazione a lungo termine della competizione e del percorso dello sport a livello mondiale. Però, prima che il Mondiale del 1974 fosse organizzato sui campi della Germania Ovest, il calcio sarebbe cambiato radicalmente, in un modo che sembra permanente fino ai nostri giorni. Come accade di solito, pochi giorni prima dell’inizio della grande competizione, fu organizzato il Congresso della FIFA, che quell’anno ebbe luogo a Francoforte e, come ogni Congresso in anno di Mondiale, aveva all’ordine del giorno anche l’elezione del presidente della Confederazione Mondiale. Mai prima d’allora, però, la campagna di un candidato era stata una campagna politica di dimensioni mondiali, come quell’anno.

Un ex atleta del nuoto brasiliano, che aveva partecipato ai Giochi Olimpici del 1936 ed era stato presidente della Confederazione Sportiva Brasiliana dal 1958 al 1973, faceva rotta verso la – forse – più potente posizione di dirigente sportivo al mondo. João Havelange, il figlio di un migrante belga di Liegi, nato a Rio de Janeiro nel 1916, era destinato a cambiare il calcio mondiale amministrativamente, commercialmente, politicamente e infine nelle coscienze di tutti i popoli in un modo ancora più influente del grande ispiratore della dimensione mondiale dello sport, Jules Rimet.

Per riuscire nello scopo di rovesciare Stanley Rous, Havelange utilizzò innumerevoli risorse della FIFA per fare i suoi viaggi intercontinentali, per conquistare il favore delle federazioni nazionali che votavano al Congresso, spendendo letteralmente fino all’ultimo dollaro che potesse per questo scopo. Stanley Rous, non abituato a questo mondo tecnocratico globalizzato, nonostante le sue relazioni, non riuscì a mantenersi alla guida della FIFA e così Havelange iniziò il suo primo mandato, parte di un lungo percorso, il giorno del suo compleanno, l’8 maggio 1974. La sua prima mossa per finanziare il suo programma, dato che non era rimasto nulla nelle casse dopo la sua campagna politica mondiale, fu la stipula di contratti di collaborazione con le aziende Adidas e Coca-Cola, che da allora divennero sponsor permanenti della Coppa del Mondo.

Al di là dell’estetica degli sponsor che imprimevano la sfumatura politica della Coppa del Mondo disputata in Germania Ovest, un’altra serie di elementi estetici segnava la nuova epoca. Il trofeo di vecchio taglio, la Coppa Jules Rimet, fu sostituito dalla Coppa della FIFA, una statuetta alta 36,5 centimetri, del peso di 5 chili e d’oro a 18 carati, disegnata da Silvio Gazzaniga, raffigurante due atleti che tengono sulle spalle e sulle mani alzate l’intero globo, e sarebbe diventata il nuovo “santo Graal” del pianeta calcistico. Per quanto riguarda gli stadi che ospitavano la competizione, la loro architettura modernista, con esempio massimo nell’Olympiastadion di Monaco, che due anni prima aveva ospitato i Giochi Olimpici, simboleggiava la ricostruzione di un paese costruito sulle rovine di una sconfitta bellica da incubo e sul passato di uno Stato criminale. Tutto ciò che simbolicamente accadde al Mondiale del 1954 con la vittoria della Germania Ovest, vent’anni più tardi appariva sui ricevitori televisivi dell’intero pianeta come prova materiale. Stonatura, volontaria o involontaria, fu l’inclusione dell’Olympiastadion di Berlino Ovest, lo stadio che aveva ospitato l’Hitleriade del 1936, tra gli stadi che avrebbero ospitato le partite della competizione, tra cui l’esordio dei padroni di casa contro il Cile, paese dove un altro stadio scriveva corrispondenti pagine nere nella Storia dello Stato del Pacifico meridionale.

Il complesso olimpico di Monaco con l’Olympiastadion, che ospitò la finale della Coppa del Mondo 1974

Il sorteggio fece sì che nella fase a gironi la Germania Ovest avesse l’occasione di ottenere ancora una grande vittoria simbolica, affrontando nell’ultima partita della prima fase la Germania Est. Nella partita di Amburgo, tuttavia, che non ambiva ad allori di qualità calcistica, la squadra della Repubblica Popolare uscì vincitrice grazie al gol segnato da Jürgen Sparwasser, calciatore del Magdenburg, al 77º minuto.

La seconda fase a gironi determinava direttamente la coppia della finale. In questa fase il mondo vide davvero una delle più terribili nazionali mai esistite. Ai confini nord-occidentali della Germania Ovest, un paese che aveva sempre costituito una punta dell’innovazione intellettuale seguiva, nel periodo postbellico, gli stessi passi modernisti, ispirato dal Die Stijl di Piet Mondrian e dei suoi compagni, rimodellava le sue città, creando un nuovo terreno per la vita della sua classe operaia. Questa innovazione spezzava i limiti del protestantesimo e della disciplina assoluta, moralizzatrice, che impediva lo sviluppo di uno sport in cui la creazione è ingrediente fondamentale. Dai palazzi di cemento sgorgava una nuova coscienza di sfrontatezza giovanile, che divenne il materiale grezzo con cui fu costruita un’intera filosofia calcistica. La generazione del boom postbellico non poteva stare dentro i limiti morali della generazione della guerra, lo stesso valeva per i calciatori, poveri diavoli, che apparivano dai moderni quartieri operai intorno al De Meer, la storica sede dell’Ajax nei sobborghi meridionali di Amsterdam. Questo talento fu preso in mano per essere messo in ordine prima da Vic Buckingham e poi da Rinus Michels, che per riuscirci ruppe tutte le regole conosciute fino ad allora nel calcio – o quasi tutte.

L’ultima grande scuola che aveva conquistato l’ammirazione dell’Europa era la terribile squadra degli ungheresi. Gli approcci delle squadre che vincevano la Coppa dei Campioni negli anni 1960 erano eccessivamente realistici e conservatori – e sebbene assicurassero il risultato desiderato, non riuscivano a far fronte con successo ai compiti difficili posti dalla creatività del calcio sudamericano e in quell’epoca più specificamente brasiliano. In due punti d’Europa però, pionieri della tattica calcistica lavorarono con lo scopo di evolvere, invece di un sistema, un insieme di idee che avrebbe creato un nuovo gioco, con maggiore flessibilità e fluidità, capace di far fronte a qualsiasi situazione. Questi principi provenivano da scuole diverse, come per esempio il pressing quando si perde il pallone, dal calcio sovietico, il fuorigioco artificiale (offside trap) dal 4-2-4 dell’Europa orientale, gli scambi di posizione e la copertura dello spazio da parte dei compagni dal calcio ungherese degli anni ’50, la circolazione rapida dal combination game, la compressione dell’avversario quando questi ha il possesso e l’apertura degli spazi quando si ha il pallone. Non è affatto casuale che queste idee siano apparse, attraverso strade diverse, simultaneamente in due scuole calcistiche, da due allenatori diversi: Valeriy Lobanovskiy in Unione Sovietica e alla Dinamo Kiev e Rinus Michels nei Paesi Bassi e all’Ajax.

Johan Cruyff nella finale della Coppa del Mondo 1974

L’ingresso della televisione nel calcio, che permetteva lo scambio più immediato di esperienze e pensiero calcistico, il maggior numero di partite a livello mondiale e regionale, le competizioni internazionali per club che erano iniziate sia in Europa sia in Sud America, così come l’instaurazione di un quadro pienamente professionistico per lo sport, furono i fattori che crearono le fondamenta per un nuovo approccio calcistico universale. Per questa ragione non apparve in un solo luogo. E se l’Unione Sovietica non partecipò al Mondiale del 1974, rifiutandosi di giocare un preliminare con il Cile all’Estadio Nacional, che era luogo di martirio per i prigionieri politici del regime di Pinochet, i Paesi Bassi furono la squadra che portò questa innovazione sui campi della Germania Ovest. Prima del Mondiale, naturalmente, gli stessi elementi il mondo li aveva ammirati nell’Ajax di Rinus Michels, che vinse tre Coppe dei Campioni consecutive, le ultime due sotto la guida del rumeno Ştefan Kovács, dal 1971 al 1973.

Al di là del pareggio a reti bianche con la Svezia nella prima fase a gironi, i Paesi Bassi di Michels, con super star Johan Cruyff che era l’apice dell’incarnazione dello sfacciato e innovativo totaalvoetbal, Neeskens che costituiva l’alter ego di Cruyff nella triade del calcio totale, così come una serie di giocatori ipertalentosi emersi dentro questo nuovo modo di espressione soffocante della creazione calcistica, sembravano inarrestabili. 2-0 all’Uruguay, 4-1 alla Bulgaria, 4-0 all’Argentina che cercava ancora il proprio passo ideologico, in equilibrio tra ingenuità estetica e disciplina anticalcistica, 2-0 alla Germania Est e 2-0 al Brasile Campione del Mondo, per ritrovarsi nella Finale di Monaco, il 7 luglio.

Lì le cose sembravano quasi predeterminate, con gli olandesi che scambiavano 14 passaggi dal calcio d’inizio della partita fino a conquistare il rigore che Neeskens trasformò in gol per dare il vantaggio alla sua squadra al 2º minuto. Ma se c’era una cosa che si sarebbe dovuta imparare dalle finali di Montevideo, del Maracanã e di Berna, è che nessuna partita così grande permette appagamento, dedizione all’estetica e non al risultato. I tedeschi occidentali, che venivano da un torneo molto difficile, con discordie interne intensificatesi dopo la sconfitta contro la Germania Est, trovarono il modo di rovinare la festa calcistica olandese e alla fine, come avevano fatto vent’anni prima, di andarsene con il trofeo da una partita in cui di fronte avevano la più grande scuola calcistica della loro epoca. Da questa vittoria paradossale, che ormai sembrava ripetersi, uscì anche la frase secondo cui il calcio è un gioco in cui 22 giocatori giocano per 90 minuti e alla fine vincono i tedeschi.

Franz Beckenbauer con la Coppa della FIFA, nel 1974

La Germania Ovest vinceva ancora una Coppa che simboleggiava la sua Storia postbellica, il percorso dopo la mostruosità nazista, la vittoria del campo dei capitalisti che fondarono lo Stato della Repubblica Federale, e sembrava così quasi condannata, ogni volta che vinceva, ad attaccare alla propria vittoria questa identità. Avrebbe mai vinto lasciando che il mondo parlasse solo del calcio che giocava? Date le squadre che fino ad allora aveva affrontato nelle finali, questo diventava ancora più difficile.

Più difficile era però, per l’intero pianeta, il futuro creato dalla fine del periodo di sviluppo postbellico che era sembrato eterno per circa trent’anni. Nuove rivalità, guerre, regimi autoritari sarebbero spuntati in ogni angolo della Terra, il più delle volte con il sostegno della grande potenza imperialistica, gli Stati Uniti, che in particolare per quanto riguardava l’emisfero occidentale consideravano ogni movimento interventista parte della dottrina Monroe, fondamento che teoricamente assicura l’esistenza dello Stato federale. Per nulla difficile, d’altra parte, fu per Havelange contribuire all’organizzazione di una Coppa del Mondo che, come volle la Storia, sarebbe stata la prima a concorrere direttamente al lavaggio e all’irradiazione di un regime autoritario, 44 anni dopo la Coppa del Mondo d’Italia.

L’Argentina era riuscita nel 1966, al Congresso di Londra, finalmente, ad assumere l’organizzazione di una Coppa del Mondo, quella del 1978, ma gli sviluppi politici le avrebbero dato una sfumatura storica completamente diversa. Avrebbero creato, tuttavia, parallelamente, anche una discussione enorme e profonda sul ruolo del calcio dentro condizioni di violenza statale e repressione, riaprendo una questione che era stata messa nei cassetti dopo quella competizione del 1934. Può una vittoria calcistica di una nazionale non esprimere il dittatore che la governa?

Nel 1974 morì il leader argentino e per molti anni Presidente del paese, Juan Perón. Dentro un clima di conflitti permanenti tra i suoi sostenitori, gruppi armati di sinistra che difendevano la democrazia borghese e l’esercito che voleva liberarsi del potere populista peronista, la sua vedova Isabel assunse la guida del paese per due anni durante i quali le organizzazioni parastatali di estrema destra cominciarono a scatenarsi, fino al colpo di Stato del 1976 che portò il potere nelle mani della giunta militare e fu segnato da 5.000 comunisti uccisi e scomparsi, 5.000 combattenti dell’Esercito Democratico Popolare uccisi e detenuti, da 22 a 30 mila desaparecidos e 12 mila detenuti in 340 campi di concentramento. Il regime, sostenuto ideologicamente e materialmente, con 50 milioni di dollari di aiuti militari, dagli Stati Uniti, poteva usare il Mondiale per la propria proiezione internazionale positiva. La FIFA ancora una volta fu complice di questa opera criminale, rifiutandosi perfino di ricevere il rapporto di Amnesty International sui crimini del regime.

E se negli anni della propaganda molti argentini non sapevano che cosa fosse verità e che cosa fosse menzogna, al punto che spesso avevano bisogno che i parenti emigrati portassero loro le notizie sulla verità della patria in cui vivevano, questa ignoranza non era qualcosa che caratterizzasse il commissario tecnico, un allenatore che aveva militato nell’Huracán, presentando bel calcio negli anni dell’anti-fútbol, credendo che i principi del gioco argentino non dovessero essere abbandonati in favore del risultato, ma evolversi. Luis César Menotti, che con queste idee vinse il campionato Metropolitano del 1973, diceva: “Esiste il calcio della destra e il calcio della sinistra. Il calcio della destra propone che la vita sia una battaglia. Chiede sacrifici. Noi dobbiamo diventare d’acciaio e vincere con ogni mezzo… obbedire e funzionare, questo vogliono dai giocatori quelli che hanno il potere. Così creano arretrati, utili idioti che vanno insieme al sistema.”

César Luis Menotti, alla Coppa del Mondo 1978

In contrasto, cioè, con il militarista Pozzo che portava la nazionale italiana sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale, che metteva marce militari con il grammofono negli spogliatoi, che progettava la tattica calcistica come se si trovasse in guerra, Menotti era il contrappeso ideologico del sistema della criminale giunta argentina. Nel caso di Pozzo non c’era dilemma sulla posta in gioco della vittoria calcistica, anche se non era ufficialmente sostenitore del partito fascista; le sue idee sulla patria e sul calcio non si scontravano con quelle del dittatore. Ma Menotti doveva sostanzialmente vincere con una squadra in una competizione che veniva strumentalizzata dal suo avversario ideologico. Se l’Argentina è il paese che ideologizza il proprio calcio come nessun altro, come scrive Jonathan Wilson, quello fu forse il momento in cui questa ideologizzazione raggiunse il livello della filosofia, non di una ricerca filosofica astratta e forse indifferente, ma della filosofia completamente materiale, dell’etica, della posizione nei confronti della Storia degli esseri umani.

Negli spogliatoi, là dove il calcio non contiene l’ipocrisia, Menotti alla fine diceva ai suoi giocatori: “Noi siamo il popolo. Proveniamo dalle classi oppresse e rappresentiamo l’unica cosa che è legittima in questo paese – il calcio. Non giochiamo per i posti costosi che sono pieni di militari. Rappresentiamo la libertà, non la dittatura.” Non è certo che questa posizione avrebbe soddisfatto le madri delle decine di migliaia di desaparecidos che cercavano disperatamente visibilità internazionale e infine giustizia; tuttavia è certamente una pagina che scrive un capitolo diverso nella storia del rapporto del calcio con il potere, diametralmente opposto rispetto a quello scritto da Pozzo.

L’Argentina di Menotti aveva talento, aveva naturalmente il sostegno di un sistema sanguinario, giocava in casa, aveva una filosofia calcistica completamente nuova e poteva dopo decenni rivendicare qualcosa a cui non si era nemmeno avvicinata nelle Coppe del Mondo postbelliche a cui aveva partecipato, anche se c’era sempre un grande “se” per la competizione del 1966. All’esordio batté l’Ungheria, nella seconda partita la Francia e nell’ultima partita della prima fase a gironi quasi cedette il primo posto all’Italia, perdendo 1-0. Nella seconda fase a gironi vinse 2-0 contro la Polonia, pareggiò a reti bianche con il Brasile e per arrivare in finale doveva battere il Perù con più di quattro gol di differenza. Il punteggio finale al Gigante de Arroyito di Rosario, 6-0, provocò intense discussioni, mentre le frecce si concentrarono sul portiere peruviano nato in Argentina Ramón Quiroga. La verità è che Quiroga non fu cattivo in quella partita, compiendo una serie di parate difficili – anche se quel risultato fosse stato combinato, sicuramente i responsabili lo avevano combinato in un modo molto migliore che esporre il portiere del Perù. È anzi caratteristico che nei primi minuti della partita il Perù ebbe un palo con Muñante e una grande occasione da un tiro di Juan Carlos Oblitas.

La verità è che l’unica fonte storica che parlò chiaramente di un risultato combinato in quella partita fu il Sunday Times inglese, che pubblicò un articolo in cui si affermava che l’Argentina comprò 35.000 tonnellate di grano dal Perù e liberò 50 milioni di dollari di beni peruviani congelati. Naturalmente questo articolo fu pubblicato il giorno della partita tra Inghilterra e Argentina al Mondiale del 1986, mentre le relative prove non furono trovate né mai presentate.

Con questo risultato l’Argentina passò alla Finale del 25 giugno, dove affrontò i Paesi Bassi, guidati da una figura leggendaria del calcio europeo, Ernst Happel, ma che non avevano nella loro composizione Johan Cruyff. Sebbene in molti racconti sia rimasto sottinteso che questo rifiuto di Cruyff di viaggiare avesse a che fare con la sua opposizione a giocare nel Mondiale che si svolgeva sotto il regime di Videla, la lettura attenta della sua biografia porta alla conclusione che altre ragioni, che avevano a che fare con la sua vita personale e con i timori per la sicurezza della sua famiglia, lo condussero alla decisione di non allontanarsi da essa quell’estate del ’78. Lo stesso Cruyff aveva dato varie interpretazioni di tanto in tanto in interviste su questa sua posizione, ma sembra che le cause della sua assenza non fossero ideologiche.

Mario Kempes festeggia il gol segnato nella finale della Coppa del Mondo 1978

I Paesi Bassi erano tuttavia la squadra che continuava a giocare il mirabile totaalvoetbal che commuoveva il pianeta; tuttavia, anche se era più sospettosa al Monumental, non riuscì a battere l’Argentina nei tempi regolamentari e l’albiceleste, con gol di Kempes e Bertoni ai supplementari, portò il trofeo Mondiale per la prima volta nelle mani di un paese che aveva contribuito come pochi alla diffusione e all’allargamento mondiale dello sport. Il regime ovviamente sfruttò a dovere questo successo, lasciando una macchia nera sul successo dei calciatori di Menotti.

E se la La Nuestra modernizzata di Menotti vinceva il titolo sui campi argentini, quattro anni più tardi, sui campi di Spagna, el flaco avrebbe dovuto affrontare ancora un fantasma dal passato della mitologia calcistica argentina. Un calciatore basso e tozzo, cresciuto nei potreros di Villa Fiorito, a metà degli anni ’70 cominciò ad affascinare la mente degli argentini, apparendo come la diretta personificazione di quella figura mitica, il Pibe, che il giornalista di El Gráfico, Borrocotó, descriveva 50 anni prima come l’incarnazione mitica del calciatore argentino. Diego Maradona, avendo prima conquistato il calcio nazionale, sebbene avesse perso l’occasione di giocare nel Mondiale del ’78, avrebbe fatto la sua prima apparizione nel 1982 come il più grande calciatore del mondo. Il calcio dell’Argentina aveva ancora un’avventura davanti a sé, che sarebbe durata decenni.

Lontano però da questo tipo di approcci romantici e mitici, l’assolutamente realista e tecnocrate Havelange immaginava un torneo diverso da quello che aveva ricevuto da Stanley Rous. I contratti televisivi erano ormai una competenza centrale della FIFA, gli sponsor che si legavano al carro della competizione diventavano ancora più numerosi e il calcio doveva conquistare nuovi mercati, persino là dove il gioco di questo pallone era qualcosa di esotico e sconosciuto. La creazione di una serie di nuovi Stati negli anni della decolonizzazione dava l’opportunità di creare ovunque nel mondo identità nazionali calcistiche che si sarebbero espresse e avrebbero avuto l’occasione di irradiare nella splendente competizione della FIFA. Il primo passo in questa direzione fu l’aumento del numero delle squadre partecipanti a 24 – più squadre, più partecipazione diretta di milioni di persone, più partite, più denaro dai contratti televisivi e dagli sponsor. La Coppa del Mondo mercificata cominciava sui campi di un paese che, anche quando nessuna innovazione poteva esistere sul suo suolo, era pioniere nel campo dello sviluppo dello sport che era allo stesso tempo l’amato dei romantici e lo strumento dei cinici tecnocrati in ogni luogo della Terra.

Sebbene fosse stato deciso che il Mondiale dell’82 si sarebbe svolto in Spagna 16 anni prima, nel 1966, il momento era ideale anche per questo paese, poiché la caduta della dittatura franchista permetteva di creare un’ulteriore narrazione, quella del paese che lascia alle spalle il proprio passato di isolamento e autoritarismo e diventa anch’esso parte di una grande comunità internazionale pacifica e liberale. Calcisticamente, tuttavia, il Mondiale del 1982 segnò l’inizio di un’epoca in cui la disciplina calcistica avrebbe dominato sulla creazione, in altre parole la nascita e la morte di un gioco.

Il modo di svolgimento della competizione mise di fronte, nel 3º gruppo della seconda fase a gironi, l’Argentina Campione del Mondo, con Maradona nella sua composizione, il Brasile e l’Italia. Nelle prime due partite gli argentini subirono altrettante sconfitte e le finaliste del 1970 si sarebbero scontrate il 5 luglio all’Estadio Sarriá di Barcellona, in una partita di vita o di morte per la qualificazione alle semifinali. La differenza tra le due squadre era simile a quella della finale in Messico, 12 anni prima. L’Italia era una squadra concentrata sull’evoluzione del sistema, fedele alla cosiddetta zona mista in Italia, o gioco all’italiana internazionalmente. Questa tattica, iniziata con Gigi Radice e Giovanni Trapattoni, era in sostanza un 4-4-2 asimmetrico, con un fullback che giocava più avanzato su una fascia aperta, come aggiunta a due difensori centrali e a un libero che era la linea difensiva fissa, mentre un ruolo simile più avanti nel campo lo aveva anche il centrocampista opposto che, giocando accanto al dieci, al regista, incorniciava le azioni sui lati dell’area avversaria. L’approccio tattico del calcio italiano nell’epoca del totaalvoetbal incontra nel tempo l’avversione degli amanti del gioco offensivo e creativo, forse per qualche ragione inspiegabile e paradossale. La verità è che la zona mista si fonda sugli stessi principi di copertura degli spazi, forse senza l’interscambio di posizioni così intenso, poiché il modo in cui ogni giocatore copre il campo è diverso; tuttavia fu la ragione per cui esistettero generazioni di meravigliosi numeri dieci nel calcio italiano.

Il Brasile, da parte sua, aveva talento in abbondanza nelle sue fila, poiché in quella partita apparvero sull’erba dello stadio catalano Sócrates, Éder, Falcão, Zico e Serginho. In poche parole esisteva un quintetto di centrocampo e attacco, dentro il sistema 4-3-3, che copriva tutte le condizioni per una vittoria di superiorità estetica, come in quella finale del 1970. È vero che questo non accadde, poiché il Brasile non poteva in nessun caso travolgere allo stesso modo quell’Italia, ma non accadde nemmeno il contrario – l’incontro fu equilibrato, con gli italiani che passarono due volte in vantaggio e i brasiliani che pareggiarono. È molto interessante fare un’astrazione e pensare a come verrebbe interpretata oggi quella partita se avesse vinto il Brasile; tuttavia, grazie alla tripletta di un Paolo Rossi indemoniato, questo non accadde e così quell’incontro rimase nella Storia del calcio come la fine della creatività innocente e l’inizio dell’epoca della tattica cinica. Questa lettura è certamente un po’ esagerata, come esagerati sono anche tutti i miti che si costruiscono dentro la Storia del calcio, ma è un fatto che la percezione di Saldanha non fosse del tutto errata prima del Mondiale del 1970. Le condizioni di svolgimento delle partite, l’altitudine, la temperatura, favorirono una parte nel 1970 e l’altra nel 1982, con diversi altri parametri che ovviamente non erano gli stessi nel corso del tempo.

Paolo Rossi segna contro il Brasile alla Coppa del Mondo 1982

L’Italia passò molto più facilmente dalla semifinale, contro la Polonia, poiché Rossi segnò ancora due volte, ma l’altra semifinale, tra Germania Ovest e Francia, fu quella che segnò la Storia. Il duro fallo del portiere Harald Schumacher su Patrick Battiston ruppe due denti, tre costole e danneggiò la colonna vertebrale del terzino destro francese. La durezza dell’azione rimase nella Storia per la svolta che lo sport stava prendendo in un’epoca in cui coesistevano l’enfasi sulla copertura creativa degli spazi e la parallela intensificazione della durezza dell’anti-calcio. Negli anni ’80 sembrava che il physical game avesse fatto una riapparizione trionfale, quasi un secolo dopo la sua storica sconfitta contro il Blackburn Olympic nella finale di FA Cup del 1883. La Germania Ovest, giocando con un uomo in più per circa 30 minuti nei tempi regolamentari e per tutta la durata dei supplementari, riuscì a non perdere e alla fine, in un’estenuante procedura dei rigori, ottenne la qualificazione alla grande finale. In finale però gli italiani furono inarrestabili e dopo 44 anni, rappresentando un paese all’interno del quale prevalevano idee politiche molto diverse, anche se si scontravano incessantemente con quelle della vecchia Italia negli anni di piombo, vinse una Coppa del Mondo che non aveva il sigillo di un dittatore, né marce militari e corrispondenti formazioni militaristiche sul terreno di gioco.

La Coppa del Mondo contava ormai più di mezzo secolo di vita e la maggior parte delle competizioni si era svolta in paesi che volevano dimostrare qualcosa attraverso il suo svolgimento, o nel momento in cui la competizione era stata loro assegnata, o nel momento del suo svolgimento. Con l’eccezione della Svezia nel 1958 e del Messico nel 1970, il Mondiale era passato dall’Uruguay che voleva brillare nel mondo, dall’Italia di Mussolini, dalla Francia di Rimet, dal Brasile di Vargas, dalla Svizzera della FIFA, dal Cile di Alessandri che preferiva affrontare le distruzioni dopo il più grande terremoto della Storia con un Mondiale, dall’Inghilterra di Stanley Rous, dalla Germania Ovest che rientrava nella comunità internazionale, dall’Argentina di Videla, dalla Spagna che apriva le proprie porte al mondo dopo l’epoca di Franco. Questa storia sarebbe proseguita anche nel 1986, poiché uno dei primi gesti di Havelange, quando fu eletto presidente della FIFA, fu quello di dare la responsabilità dell’organizzazione alla Colombia. Tuttavia, l’aumento delle squadre annunciato quattro anni più tardi e le grandi difficoltà economiche dello Stato sudamericano portarono al ritiro da questo obbligo. Così, in un processo di ricerca di un nuovo paese ospitante, in cui solo pochi paesi avevano il diritto, sulla base di criteri specifici, di rivendicare la competizione, apparvero come candidate gli Stati Uniti, il Canada e il Messico. Per varie ragioni poco chiare e forse incomprensibili – persino aperte irregolarità – fu scelto il Messico, per diventare così il primo paese che avrebbe organizzato una seconda Coppa del Mondo sul proprio territorio. L’eredità del 1970 sicuramente non rendeva triste nessun amico del calcio, che forse – se un giorno si facesse un referendum per scegliere un paese che organizzi permanentemente la Coppa del Mondo – sceglierebbe facilmente il Messico! Là dove aveva brillato la squadra più scintillante nella Storia della competizione, qualche destino divino aveva scritto che la sua figura più mitica avrebbe lasciato per sempre il proprio sigillo.

Nel 1986 in Argentina la situazione politica era cambiata, la giunta militare era stata rovesciata dalla fine del 1983 e Raúl Alfonsín, storico dirigente dell’Unión Cívica Radical, era stato eletto alla presidenza. L’ultima volta che l’Unión Cívica aveva assunto il governo, la Coppa del Mondo era una competizione sperimentale e Borrocotó scriveva su El Gráfico di quella creatura mitica, il pibe, che simboleggiava la mitologia del calcio argentino dei potreros, il bambino “dal volto sporco, con una criniera che si ribella al pettine … la cui postura è caratteristica, come se dribblasse con un pallone lacero”. Quando l’Argentina era sicura di avere nelle sue fila il miglior calciatore del pianeta, il destino fece sì che questi somigliasse così tanto a una descrizione redatta 32 anni prima della sua nascita. Sui campi del Messico il mistero doveva compiersi.

Alla guida tecnica della nazionale si trovava Carlos Bilardo, allievo di Osvaldo Zubeldía e grande figura dell’anti-fútbol, succeduto a Menotti dopo il fallimento del 1982. Lui stesso forse aspirava a diventare l’allenatore che avrebbe dimostrato nella pratica che si può vincere il Mondiale giocando un brutto calcio, avendo come unico scopo il risultato. Ma i piani di Bilardo erano guastati dalla presenza di Maradona, che non avrebbe potuto smettere di produrre spettacolo nemmeno se avesse deciso soltanto di camminare dentro il campo. Così il tecnico argentino si rassegnò all’idea di costruire una squadra attorno al diamante dell’albiceleste. Tatticamente, come gli riuscì la sperimentazione con questo peculiare 3-5-2, con Maradona che giocava più indietro come seconda punta, riflettendo il ruolo del fantasista italiano, è degno di meraviglia. La verità è che Maradona si trovava in molte più di una posizione, applicando sostanzialmente come uomo orchestra una particolare versione del calcio totale, quella del calcio di Maradona. Tra le diverse eredità che Maradona lasciò alla cultura calcistica, questa è forse una delle più importanti, poiché non esistono esempi corrispondenti di giocatori che agiscano sulla linea d’attacco e siano sostanzialmente al tempo stesso anche playmaker, coprendo inoltre spazi molto “estranei” alla loro posizione. Il fatto che non se ne discuta tanto quanto della portata sociale della sua presenza calcistica ha più a che fare con il fatto che, da un lato, richiede una conoscenza più specifica e una corrispondente osservazione del gioco, e dall’altro, che il suo splendore complessivo era capace di coprire i singoli dettagli unici del suo talento.

Superando la fase a gironi con vittorie contro Corea del Sud e Bulgaria e un pareggio con l’Italia Campione del Mondo, l’Argentina incontrò al secondo turno l’Uruguay, per la prima volta in una Coppa del Mondo dal 1930. Con un gol di Pasculli prese il biglietto per la partita che si giocò il giorno in cui dio scese sulla Terra.

Il 22 giugno 1986 il sole bruciava sopra Città del Messico, con le previsioni che indicavano possibilità di pioggia pomeridiana. La temperatura era di 22 gradi Celsius e lo stadio Azteca era colmo di 114.580 spettatori. L’Argentina avrebbe affrontato l’Inghilterra, per la prima volta dopo un altro quarto di finale di Coppa del Mondo, quello del 1966, che era stato segnato da una misteriosa designazione arbitrale, dall’espulsione senza motivo di Rattín, dal gioco molto duro praticato da entrambe le squadre e dal comportamento aggressivo degli spettatori inglesi e più in generale delle delegazioni europee verso quella squadra argentina. Era però anche la prima partita che vedeva le due squadre affrontarsi dopo la Guerra delle Malvinas, che si concluse in modo trionfale per il Governo di Margaret Thatcher, mentre si dimostrò un fiasco per la giunta militare argentina.

I due paesi, tuttavia, non iniziarono ad avere differenze calcistiche nel 1966. La rivalità risale a molto più indietro e costituisce una questione di identità nazionale per gli argentini. Gli inglesi furono ovviamente quelli che introdussero il gioco in Argentina. L’elemento britannico fu quello che sviluppò le istituzioni del calcio e uno scozzese, Alexander Watson Hutton, è considerato il “padre del calcio” in Argentina. Ma la criollizzazione del calcio avvenuta durante il XX secolo fu accompagnata anche da una necessità di mostrare che in Argentina si sa giocare un calcio migliore degli inglesi, perché può darsi che lo sport sia stato codificato in Gran Bretagna, ma il popolo della colonia sudamericana fu quello che seppe, nello sviluppo ideologico di questa posizione, farlo evolvere come nessuno. Per questo motivo, anche in ambiti strettamente calcistici, questo scontro fu sempre particolare.

Certo, dall’epoca di quel calcio, della la nuestra e del el pibe, lo stesso calcio argentino aveva fatto una svolta di 180 gradi, avendo ormai alla testa della sua missione nazionale, come allenatore, Carlos Bilardo, continuatore del calcio duro e dell’anti-fútbol di Spinetto e Zubeldía. Davanti a quella partita però poca importanza aveva il modo in cui lo sport si era evoluto nel paese; l’Inghilterra doveva essere battuta a ogni costo, da una parte perché era ovviamente un ostacolo verso la conquista della vetta e dall’altra perché doveva esserci una vendetta morale per la guerra, per Rattín e per qualsiasi altra cosa si potesse immaginare, come tutti immaginiamo quando guardiamo partite di calcio.

A causa dei loro colori, le due squadre giocano ogni volta con una delle due che indossa la propria divisa alternativa. In quella partita l’Argentina avrebbe dovuto giocare con le maglie blu, che erano di cotone, e Bilardo ritenne che questo sarebbe stato un grande svantaggio sotto il sole messicano rovente di mezzogiorno. Per questo motivo fu chiesto a Le Coq Sportif, che allora era lo sponsor tecnico della nazionale, di produrre nuove maglie blu, appositamente per quella partita. L’azienda, avendo appena tre giorni per risolvere il problema, rispose negativamente. Così Rubén Moschella, che allora era membro dello staff tecnico, uscì a fare un giro nel mercato di Città del Messico per trovare maglie blu. Moschella trovò due maglie diverse, le presentò alla squadra e Maradona ne scelse una dicendo che “con questa batteremo l’Inghilterra”. Allora Moschella andò e comprò 38 maglie, andò da un sarto per realizzare lo stemma della federazione, usando un disegno più vecchio e più semplice, per attaccarlo sulle maglie, mentre con una decalcomania di qualità mediocre furono messi anche i numeri, che provenivano da disegni per squadre di Football Americano (gridiron football). Chi avrebbe mai potuto immaginare che forse la maglia più iconica nella storia dello sport venisse disegnata e realizzata in quel momento, in quelle condizioni?

Al 51º minuto dell’incontro Maradona aveva il pallone al centro e verso sinistra, da dove l’Argentina sviluppava i propri attacchi. Fece un brutto passaggio a Valdano, che si trovava nell’angolo destro dell’area di rigore, con il centravanti argentino incapace di controllare il pallone, se non di gettarlo dietro la schiena verso il centro dell’area inglese. Maradona, continuando la sua corsa, si trovava su una traiettoria d’intersezione con il pallone che descriveva una curva nell’area di Shilton. Dal lato opposto rispetto alla traiettoria del pallone correva però anche il portiere inglese. Nel punto d’intersezione delle tre traiettorie, del pallone che cadeva e di Shilton con Maradona che gli si avvicinavano, i primi a entrare in contatto furono Maradona e il pallone! Poche frazioni di secondo dopo il pallone si trovava nella rete di Shilton! Maradona riuscì a battere in aria il portiere inglese, più alto di 20 centimetri. Con l’estensione del suo pugno sinistro trovò il pallone e lo mandò in rete. L’arbitro tunisino Ali Bin Nasser indicava il centrocampo, il guardalinee era d’accordo con lui, Maradona correva verso la tribuna alzando il pugno sinistro che aveva segnato! Era l’apoteosi del calcio dello scopo, dell’ideologia di Zubeldía, che era diventata la scuola nazionale del calcio argentino. L’Argentina era in vantaggio nel punteggio e manteneva il vantaggio per una qualificazione storica.

Maradona segna con la mano contro l’Inghilterra alla Coppa del Mondo 1986

Gli inglesi protestavano invano con l’arbitro, Maradona continuava ad alzare il suo pugno sinistro. Nella sua autobiografia diceva che in quel momento sentiva di “mettere mano al tesoro d’Inghilterra”. Quando gli fu chiesto dopo la partita se fosse stata mano, rispose che era stata “la mano di Dio”, lasciando una frase che lo avrebbe accompagnato per sempre, “La Mano De Dios”, così come un soprannome che senza grandi esitazioni gli attribuirono i fedeli del calcio ovunque. Maradona entrò quel giorno in campo da mortale e ne uscì da dio. E se la mano da sola non bastava perché acquisisse questo diritto, la sua impresa successiva fu il passaporto per i Campi Elisi.

Quattro minuti più tardi Maradona lasciò un altro segno nella Storia, senza lasciare a nessuno margine per mettere in dubbio quella vittoria e la superiorità sua e dell’Argentina in quella partita. La descrizione del commentatore uruguaiano Víctor Hugo Morales è rimasta nella storia e quel gol, “il gol del secolo” come fu definito, non può e forse non deve mai essere descritto con altre parole: “La passerà a Diego, lì ce l’ha Maradona, lo marcano in due, tiene il pallone Maradona, parte da destra il genio del calcio mondiale, lascia dietro di sé gli avversari e potrà passare a Burruchaga… Sempre Maradona! Genio! Genio! Genio! Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta… Goooooooool… Gooooool… Voglio piangere! Dio mio, viva il calcio! Che golazo! Diegooooool! Maradona! C’è da piangere, perdonatemi… Maradona, in una corsa indimenticabile, nell’azione di tutti i tempi… Aquilone cosmico… Da quale pianeta sei venuto per lasciare così tanti inglesi dietro di te, perché tutto il paese gridi con il pugno per l’Argentina? Argentina 2 – Inghilterra 0. Diegoooool, Diegooooool, Diego Armando Maradona… Ti ringraziamo, Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2 – Inghilterra 0”.

Maradona segna il “Gol del Secolo” contro l’Inghilterra, alla Coppa del Mondo 1986

Maradona aveva fatto l’incredibile! Aveva preso il pallone dal centro del campo e lasciava dietro di sé qualunque inglese incontrasse, per entrare in area, ricevere un calcio epico e allo stesso tempo piazzare il pallone davanti a Shilton, scrivendo il 2-0. Era il gol del secolo, come molti anni più tardi fu votato, senza alcun dubbio. Ma era anche molto di più per l’Argentina. Se il primo gol era l’apoteosi dell’anti-fútbol e del calcio dello scopo, quel secondo gol era l’incarnazione assoluta della bellezza della la nuestra, dell’argentino virtuoso che passa gli inglesi come se fossero fermi, la cui condizione fisica non basta per misurarsi con questo genio calcistico. Era l’incarnazione di quel bambino, del pibe, che esattamente come Borocotó lo aveva descritto nel 1928, si trovava 58 anni dopo sull’erba dell’Azteca. Come poteva saperlo il caporedattore di El Gráfico che ciò che allora descriveva era la fedele rappresentazione di un momento del futuro? Maradona non era soltanto Dio, era qualcosa di molto più grande per l’Argentina, era el pibe de oro, il bambino d’oro, il pibe d’oro. Era la ricompensa della Storia a un’intera ideologia calcistica. Non poteva esserci vittoria più grande per il calcio argentino di questo gol. Il fatto che sia stato segnato contro l’Inghilterra è forse solo il complemento necessario di cui aveva bisogno una storia perfetta.

In semifinale Maradona ripeté le sue imprese, segnando due gol contro il Belgio, e in finale, dove si trovava per la terza volta in quattro competizioni la Germania Ovest, le cose sembravano facili per l’Argentina fino all’ultimo quarto della partita, quando Rummenigge e Völler riuscirono a pareggiare. In una partita che potrebbe ricordare molto la finale del 2022, Maradona non lasciò che si producesse lo stesso sviluppo: con un passaggio di ispirazione inconcepibile per Burruchaga che scendeva verso la porta di Schumacher insieme a Valdano, diede un gol quasi già fatto, così che pochi minuti più tardi riceveva da Miguel de la Madrid la Coppa della FIFA per sollevarla sotto il rovente sole messicano dell’Azteca, componendo la più sacra agiografia della Storia calcistica.

Oggi, 40 anni dopo quell’epopea del Mondiale del Messico, la distanza storica dimostra che mai nessun calciatore si è avvicinato all’impresa di Maradona, quella di fare di una competizione della Coppa del Mondo una propria faccenda, che essa venga menzionata solo insieme alla sua firma, come se fosse il regista e il protagonista del gioco mondiale. Molti possono sostenere che siano esistiti calciatori migliori, prima o dopo Maradona. Sulla base di dati rigorosamente misurabili, del resto, questo argomento ha fondamento. Nessuno però è riuscito, mai, proprio mai, a superare la sua aura – per questo motivo nessuno potrà mai superare la sua grandezza mitica, che con il passare della Storia cresce e trova continuamente occasioni per rinnovarsi, soprattutto dopo la sua morte. È difficile dire cosa sarebbe stato Maradona senza il Mondiale del 1986, ma la storia materiale è data e, così come si è formata, non potrebbe che costituire la fonte della più profonda relazione metafisica nella Storia dello sport, quella di un calciatore con la propria patria, i tifosi e le società di tutto il mondo, dove rimane nei secoli dei secoli la figura dell’eroe popolare.

Maradona con la Coppa della FIFA allo stadio Azteca di Città del Messico

Anche la successiva Coppa del Mondo, che si disputava nel 1990 sui campi d’Italia, avrebbe potuto portare la sua firma. Sarebbe stata certamente una conquista diversa, in un ruolo contrario, in una sceneggiatura diversa. Nel Mondiale in cui forse fu giocato il peggior calcio nella Storia dell’istituzione, con la maggior parte delle partite cruciali, tra cui anche la finale, decise dai rigori, Maradona doveva arrivare a quella partita leggendaria contro l’Italia organizzatrice, dentro il tempio in cui fu adorato, il San Paolo di Napoli, che oggi porta il suo nome. In un processo che cominciò molti giorni prima dell’incontro tra le due squadre per le semifinali dell’istituzione e risvegliò le ferite profonde della questione del mezzogiorno, in parole semplici la contraddizione nello sviluppo dell’Italia settentrionale e meridionale e il trattamento razzista dei poveri italiani del Sud, che per nessuna coincidenza sono gli antenati biologici della maggior parte degli argentini, Maradona giocò di nuovo il ruolo di protagonista di un dramma storico, molto più di quello del più grande calciatore del mondo. I fischi nella finale di Roma, dove gli italiani della capitale sostenevano la Germania Ovest, in un quadro storico estremamente problematico, rimasero anch’essi nella Storia, accanto alla sua presenza personale, come uno degli eventi più simbolici delle Coppe del Mondo.

La politica che tanto ama strumentalizzare il calcio aveva ancora una ragione per fare il suo ingresso enfatico nel Mondiale del 1990. L’8 luglio 1990, il giorno in cui si disputava all’Olimpico la finale della competizione, non era passato nemmeno un anno dal giorno in cui, dentro un clima più generale di controrivoluzione e restaurazioni capitalistiche, il Muro di Berlino, quello che era stato costruito al centro della capitale della Germania Est dopo la proclamazione dei settori controllati da USA, Regno Unito e Francia in uno Stato unitario, aveva cominciato a essere abbattuto e la Repubblica Democratica Tedesca a essere lentamente assorbita dallo Stato occidentale della Repubblica Federale. Una settimana prima della partita finale era avvenuta l’unificazione monetaria, tutto indicava che quella finale fosse l’ultima partita della cosiddetta Germania Ovest, poiché molto presto la Bundesrepublik sarebbe stata l’unica a portare il nome del paese. La dissoluzione dello Stato della Repubblica Popolare fu chiamata eufemisticamente unificazione, nella terminologia ideologico-propagandistica forse più avventata, che ignorava i termini con cui finì la guerra più sanguinosa della Storia umana. La squadra della Germania Ovest, che per il resto costituiva una squisita scuola calcistica con giocatori che lasciarono storia, non casualmente, ma come risultato di un lungo sviluppo industriale postbellico, sarebbe stato bene che vincesse quella partita affinché si completasse anche questa narrazione con il calcio come veicolo. Il rigore contestato fischiato da Edgardo Codesal e trasformato da Andreas Brehme all’85º minuto fu sufficiente per creare questa Storia. Non è casuale, tuttavia, che nessun ragazzino al mondo si sia innamorato del calcio dopo quella partita.

Se c’era una squadra che dentro il pessimismo per il futuro del calcio generava speranza per lo sport mondiale, questa veniva da dove nessuno fino ad allora aveva imparato a contare. Dalla fine degli anni ’50 e in modo molto più massiccio negli anni ’60, l’Africa subsahariana cominciò a ottenere la propria indipendenza. Primo paese ad aprire la strada, la Costa d’Oro, ribattezzata Ghana, guidata dal suo storico Presidente e leader nazionale Kwame Nkrumah, che aveva vinto le elezioni del 1956, fu seguita dalla Guinea, dal Camerun, dal Togo, dal Mali, dal Madagascar, dalla Repubblica Popolare del Congo dell’eroe Patrice Lumumba, dalla Somalia, dai territori del Dahomey, e da molti altri paesi ancora. Il primo paese dell’Africa subsahariana a partecipare a una Coppa del Mondo fu l’ex Congo Belga, ribattezzato Zaire, nel 1974. In una presenza che non poteva certo essere definita riuscita, lo Zaire perse tutte e tre le partite del suo girone, cedendo anzi 9-0 contro la Jugoslavia, in una partita in cui Dušan Bajević segnò una tripletta. Il successivo paese subsahariano che si sarebbe trovato nella grande competizione fu il Camerun, che debuttò sui campi di Spagna nel 1982, quando esisteva ormai anche un secondo biglietto africano a causa dell’aumento dei partecipanti. Quell’anno il Camerun riuscì ad andarsene imbattuto, ottenendo tre pareggi, uno dei quali contro la futura campionessa Italia.

Nel 1990 il Camerun tornò al Mondiale e giocava addirittura nella partita inaugurale contro l’Argentina Campione del Mondo. In una partita che molti avrebbero ricordato per la durezza del gioco dei camerunesi, François Omam-Biyik e la squadra del sovietico Valery Nepomnyashchy scrissero la Storia in altro modo. L’attaccante ventiquattrenne mandò il pallone a incontrare la rete di Nery Pumpido al 67º minuto e “i leoni indomabili” realizzarono una delle più grandi sorprese nella Storia del Mondiale. Ma questo fu solo l’inizio della loro epopea. Nella partita successiva vinsero 2-1 contro la Romania e, sebbene furono sconfitti 4-0 nell’ultima partita dell’Unione Sovietica in una Coppa del Mondo, si qualificarono dal primo posto del loro girone alla fase a eliminazione diretta. Lì incontrarono la Colombia e, dopo uno 0-0 nei tempi regolamentari, due gol del trentottenne Roger Milla furono sufficienti per dare la qualificazione ai quarti di finale. Il ballo di Milla dopo quei gol rimase come una delle fotografie che segnano il gioco degli uomini nel suo momento più grande – fu la ragione perché i ragazzini in ogni spiazzo subsahariano volessero calciare un pallone. Con questo approccio, certamente molto più importante del gol di Brehme in finale. Il Camerun arrivò molto vicino a eliminare la madre dello sport, in una vittoria che avrebbe superato le grandezze comprensibili di un successo storico. Fino all’83º minuto era in vantaggio nel quarto di finale contro l’Inghilterra, ma due rigori trasformati da Lineker portarono al pareggio e infine alla vittoria dell’Inghilterra nei supplementari, mettendo fine a questo percorso mitico, epico, fiabesco, ispirato. Il Camerun nel 1990 fissò l’asticella per le squadre africane che volevano superare questo successo. Alcune lo ripeterono e forse arrivarono molto vicine a superarlo per 32 anni. Il Senegal nel 2002, il Ghana nel 2010, fino a quando finalmente ci riuscì il Marocco nel 2022.

Il camerunese Roger Milla alla Coppa del Mondo 1990

Il calcio sotto Havelange non poteva non farsi ausiliario dei grandi simbolismi politici. Sebbene la competizione del 1986 non fosse stata assegnata agli Stati Uniti anche a causa delle scosse esistenti sul trattamento del calcio ai Giochi Olimpici di Los Angeles, la FIFA decideva il luogo di svolgimento del Mondiale del 1994 nel 1988 a Zurigo, con Stati Uniti, Brasile e Marocco candidati. Del tutto casualmente quella votazione si svolgeva il 4 luglio. Fin dal primo turno la candidatura americana raccolse i voti necessari perché il Mondiale viaggiasse, per la prima volta, in un paese in cui il calcio non era lo sport più popolare, mentre al momento della votazione non esisteva nemmeno un campionato professionistico, ignorando in sostanza le stesse fondamenta della fondazione e dell’esistenza della FIFA.

Gli Stati Uniti, nonostante la loro distanza dalla cultura calcistica, volevano e vogliono sempre organizzare competizioni calcistiche, poiché, indipendentemente dalla portata dello sport in un indice televisivo nazionale, la sua influenza sulle masse e soprattutto sui migranti che costituiscono un pezzo enorme della popolazione della Superpotenza è indiscutibile. Per questo motivo è caratteristico che a capo del primo tentativo di assumere l’organizzazione, per il Mondiale del 1986, ci fosse lo stesso segretario del State Department, Henry Kissinger. Ma il 1994 era un momento ancora migliore per gli USA. La cosiddetta “guerra fredda” era finita, il potere socialista nei paesi dell’Europa orientale era stato rovesciato e l’Unione Sovietica non esisteva più. La promessa di un nuovo mondo di eterno e pacifico sviluppo capitalistico passava attraverso l’organizzazione della più grande festa calcistica. Da questa festa calcistica, tuttavia, era stata esclusa la Jugoslavia, che si smembrava nei Balcani con il contributo dei carri armati dei suoi organizzatori.

In una delle cerimonie d’apertura più anticalcistiche a Chicago, con Diana Ross che sbagliava clamorosamente un rigore che avrebbe spezzato una porta in due, i simbolismi della distanza degli Stati Uniti dal gioco calcistico si costruivano in modo naturale e spontaneo. Nella partita che seguì la campionessa del mondo era stata rinominata Germania e affrontava la Bolivia. Il giocatore forse più importante sul terreno di gioco, non in base a criteri calcistici, era Matthias Sammer, il ventisettenne tedesco orientale che, giocando nella Dynamo Dresda fino al 1990, vinse l’ultimo double della Germania Est prima di trasferirsi al VfB Stuttgart per diventare ufficialmente un calciatore professionista, poiché fino ad allora era dipendente della Volkspolizei. Sul piano puramente agonistico fu Jürgen Klinsmann a segnare al 61º minuto l’unico gol di un incontro che disidratava i calciatori, come accadeva otto anni prima in Messico, affinché le loro imprese potesse seguirle il pubblico in Europa.

Scatto dall’apertura della Coppa del Mondo 1994

Il dramma del 1994 si divide certamente in due parti. La prima si svolse durante la fase a gironi ed era una storia tragica. La seconda avvenne nella fase finale ed era un altro capitolo della grande narrazione storica calcistica. La prima parte riguardava Argentina e Colombia, la seconda Brasile e Italia.

Il 21 giugno la nazionale dell’Argentina, sotto la guida tecnica di Alfio Basile, torna alla Coppa del Mondo. Nelle sue fila Diego Maradona, rinato dopo la squalifica di 15 mesi che gli era stata imposta per uso di droghe. Maradona però ha lavorato enormemente per il suo ritorno nella massima competizione e appare in forma eccellente. Primo avversario una squadra che andò sui campi americani con la definizione dell’organizzazione anticalcistica, esaltando tuttavia come nient’altro lo spirito della portata politica del Mondiale, la Grecia. Il grande protagonista nel segnare fu il giovane bombardiere delle reti, Gabriel Omar Batistuta, ma Maradona in questa partita realizza il suo ultimo gol in un Mondiale. Al 60º minuto trovò il pallone sistemarsi poco fuori dall’area di rigore, circa al limite della lunetta e verso sinistra. Da lì, con un tiro-fulmine, mandò il pallone all’incrocio di Minou per festeggiare furiosamente. Correndo verso la telecamera che si trovava accanto alla linea laterale sinistra del campo, vi batté sopra la testa, lanciando uno sputo che molti (o tutti) capirono fosse diretto alla FIFA e a un intero sistema che negli anni precedenti era stato contro di lui.

Nella seconda partita, contro la Nigeria, Caniggia segnò due volte per ottenere la vittoria per 2-1. Alla fine dell’incontro un’infermiera andò a prendere Maradona dal campo per effettuare il controllo antidoping. Felice forse come mai, Diego prese l’infermiera per mano e camminava con lei verso l’uscita, salutando il pubblico con un sorriso. Pochi giorni dopo si seppe che quel test era risultato positivo a cinque sostanze proibite a base di efedrina. Maradona era fuori dal Mondiale, escluso ancora una volta per uso di sostanze proibite, questa volta non per droghe, ma per doping. Diego dichiarò innumerevoli volte negli anni successivi di non aver mai assunto alcuna sostanza, che il test era truccato, che era un altro pezzo dell’attacco che lo stesso establishment gli faceva. Maradona può non aver mai assunto queste sostanze, almeno non con la sua volontà; tuttavia che cosa esattamente sia accaduto resterà forse un mistero nella storia. Se ci sarà comunque la sua riabilitazione storica con prove su questa questione specifica, allora si tratterà forse del più grande scandalo nella storia del calcio, a livello mondiale. E l’asticella del primo posto è piuttosto alta in questa categoria.

Maradona lascia per l’ultima volta una partita di Coppa del Mondo

L’Argentina dopo questo evento crollò, con due sconfitte in altrettante partite contro le sorprendenti rappresentanti dei Balcani nella competizione, la Bulgaria nel Girone e la Romania al secondo turno, salutò ingloriosamente la competizione iniziando un lungo percorso di ricostruzione e di tentativo di trovare il successore dell’incarnazione del pibe.

Il giorno dopo la prima partita dell’Argentina, la Colombia di Carlos Valderrama giocava la seconda partita del suo girone contro gli Stati Uniti. Avendo già perso all’esordio contro la Romania, in una partita in cui Hagi segnò uno dei gol più belli nella Storia della competizione, i cafeteros dovevano assolutamente non perdere, per avere speranze di qualificazione, anche come terzi del girone. Tuttavia, al 35º minuto dell’incontro Andrés Escobar vide la fortuna voltargli le spalle e segnò un autogol, dando un vantaggio agli americani che riuscirono ad allargare e infine a mantenere fino alla fine dell’incontro. In combinazione con il risultato della partita tra Romania e Svizzera, questo significava che la Colombia era fuori dalla competizione.

La delegazione della Colombia tornò a casa, in un paese gravido di speranze per una grande distinzione, persino per il titolo mondiale, un luogo dove erano state giocate somme incalcolabili in scommesse illegali e grandi accordi del sottobosco imprenditoriale erano legati al cammino della nazionale nel Mondiale. Il 2 luglio, in un ristorante di Medellín, alcuni accusarono Escobar dell’eliminazione, a causa di quell’autogol. Il malinteso divenne una lite e pochi istanti dopo Humberto Muñoz, guardia del corpo e autista dei fratelli Gallón Henao, allevatori e narcotrafficanti, sparò sei volte con una rivoltella al difensore centrale colombiano.

L’autogol del colombiano Andrés Escobar alla Coppa del Mondo 1994

Dentro l’estrema mercificazione del calcio, che aveva portato a un apice il sogno di Havelange, non furono tuttavia poche le squadre che produssero bel calcio e compirono percorsi storici. La sorprendente Romania di Hagi, dei Petrescu, di Răducioiu, di Lupescu e di Belodedici, giocatori con enormi esperienze sui campi europei, arrivò alle semifinali dove conobbe l’eliminazione ai rigori da un’altra generazione sorprendente, la Svezia di Brolin, Larsson, Nilsson, Andersson e dell’indimenticabile portiere Ravelli. La Bulgaria, con capitano emblematico Hristo Stoichkov e al suo fianco Letchkov, Emil Kostadinov così come la figura cult di Trifon Ivanov, eliminò ai quarti di finale la Campione del Mondo, Germania. La Nigeria di Yekini sul filo non riuscì a ripetere l’epopea del Camerun, mentre l’Arabia Saudita alla sua prima partecipazione si qualificò da un girone in cui giocavano anche Olanda, Belgio e Marocco, perdendo 2-1 contro gli olandesi e vincendo le altre due partite con Said Al-Owairan che segnò il gol più bello della competizione nella partita contro il Belgio.

Ma la grande battaglia calcistica fu quella tra le due finaliste, il Brasile e l’Italia. Entrambe arrivavano del resto sui campi americani con tre conquiste della Coppa del Mondo nella loro Storia e chiunque avesse vinto sarebbe diventato de facto la grande potenza storica dello sport. L’Italia era guidata da una delle più grandi menti calcistiche del XX secolo, un vero ideologo del calcio che dentro un’epoca in cui tutto era il risultato sosteneva che molti possono vincere un titolo, ma il mondo ricorderà sempre le squadre che hanno vinto giocando bel calcio. Arrigo Sacchi era l’epitome di questa sua visione. I titoli che vinse con il Milan sono comparativamente meno rispetto ad altri allenatori leggendari, ma la squadra che costruì e con cui vinse la Coppa dei Campioni nel 1989 e nel 1990 passò nella Storia come una di quelle che hanno giocato nel tempo il miglior calcio. Nel Milan poté appoggiarsi a una triade olandese ipertalentosa, Frank Rijkaard, Marco van Basten e Ruud Gullit, mettendo in contatto le idee del calcio olandese con un’evoluzione della zona mista, ma anche nella nazionale italiana del 1994 aveva altri protagonisti per elaborare i suoi piani. Il migliore fra questi era l’epitome del fantasista offensivo, una vera leggenda dei campi italiani, che certamente avrebbe potuto offrire di più anche alla nazionale. Roberto Baggio, che aveva fatto la sua prima apparizione in un Mondiale nel 1990, era il numero dieci necessario di cui l’Italia aveva bisogno per contendere una grande competizione, proseguendo una grande tradizione italiana in quella posizione.

Dall’altra parte, il Brasile, dopo anni di bassi voli e la difficoltà di gestione della crisi d’identità causata dal risultato del 1982, aveva sì una squadra ipertalentosa – come quasi sempre – ma molto più efficace e realistica, con una buona dose d’ispirazione e naturalmente un calciatore che simboleggiava la vecchia malandragem, che rifiutava di rientrare nei nuovi quadri professionistici, l’orchestratore del suo attacco Romário. Entrambe le squadre non arrivarono facilmente alla Finale, in una delle competizioni forse più equilibrate della Storia, senza favoriti chiari.

L’Italia iniziò con una sconfitta contro l’Irlanda, batté la Norvegia 1-0 e pareggiò con una bellissima squadra messicana per passare letteralmente sul filo alla fase successiva, letteralmente ultima e sudatissima, come la quarta migliore squadra che terminò terza nel proprio girone. Al secondo turno perdeva nell’incontro con la Nigeria, grazie a un gol di Amunike, fino all’88º minuto, quando entrò in azione Roberto Baggio e con due gol, uno dei quali nei supplementari, le diede la qualificazione. Ai quarti di finale, in una delle partite più interessanti della competizione, riuscì a piegare la resistenza della Spagna di nuovo all’88º minuto, con due gol segnati da Dino e Roberto Baggio, mentre nelle semifinali Roberto Baggio fu ancora l’uomo che salvò la situazione, segnando due gol contro la Bulgaria.

Il Brasile in un girone relativamente facile ebbe perdite solo nella partita con la splendida Svezia, battendo Russia e Camerun; al secondo turno superò con l’esile 1-0 i padroni di casa americani, mentre ai quarti eliminò in una partita davvero bella l’Olanda, lasciando nella Storia anche una delle esultanze più memorabili sul gol di Bebeto, dedicato alla moglie incinta. In semifinale ebbe bisogno di 80 minuti per trovare la via del gol contro la Svezia, che arrivò con un colpo di testa di Romário, per trovarsi nella grande finale del Rose Bowl di Pasadena.

Sebbene entrambe le squadre portassero talento inesauribile, la finale fu una rappresentazione del nuovo calcio mercificato, che aveva dimenticato la propria identità e le ragioni per cui commuove il pianeta da qualche parte lungo il percorso. Due squadre che si presentarono con un approccio di difesa a zona, pressing asfissiante, spostamento collettivo delle linee e compressione dello spazio, in formazione 4-4-2, per coprire ogni possibilità di corridoi aperti sul campo. Era l’epitome del calcio che conobbero generazioni di uomini, prima di ritrovare il senso nella rivoluzione calcistica che sarebbe avvenuta più tardi. Il punteggio rispecchiava lo spettacolo, pareggio senza reti nei tempi regolamentari e nei supplementari, con momento forse più storico l’ingresso di Cafú al 21º minuto, che sostituì Jorginho disputando la prima delle sue tre finali consecutive. Dopo l’esecuzione dei primi due rigori il punteggio rimaneva 0-0, mentre alla fine il duo offensivo dell’Italia decise il suo destino, con Massaro che non batté Taffarel e, nel rigore più cruciale, Roberto Baggio che mandò il pallone sopra la traversa, per dare la Coppa del Mondo al Brasile e scrivere la sceneggiatura di una pubblicità di whisky.

Roberto Baggio dopo il rigore sbagliato nella finale della Coppa del Mondo 1994

Sugli spalti del Rose Bowl Pelé festeggiava, il Vicepresidente Al Gore consegnava il trofeo della FIFA a Dunga, Romário era il grande protagonista di quella generazione brasiliana e da qualche parte nei festeggiamenti partecipava con il numero 20 sulla maglia anche un giocatore diciassettenne del Cruzeiro che fino ad allora contava tre presenze con la Seleção, Ronaldo Luís Nazario de Lima. Quasi nessuno avrebbe potuto scommettere che il giovane calciatore che quell’estate avrebbe attraversato un oceano avrebbe posto a un’altezza inedita l’asticella per le imprese del calciatore moderno, dando nascita all’epoca delle moderne super star.

La Coppa del Mondo del 1994 fu organizzata dagli Stati Uniti per simboleggiare l’inizio di un nuovo mondo. Tuttavia, la sua considerazione, oggi, 32 anni più tardi, le dà piuttosto l’identità esattamente opposta: fu la fine di un altro mondo. Il calcio allora avrebbe cominciato a diventare una vera impresa globale organizzata, non semplicemente come il prodotto che vendono al pianeta alcuni gruppi, come quello di Havelange e di Dassler, ma come il campo in cui hanno ragione di agire quanti cercano influenza politica ovunque sulla Terra, con un’organizzazione pienamente professionistica dei grandi club e campionati, che lo trasformò da prodotto in industria. Al di là della lettura tecnocratica, tuttavia, il Mondiale del 1994 fu l’ultimo dell’epoca delle sperimentazioni spontanee nella tattica e nella percezione, l’ultimo di un percorso iniziato dal 1974, allora quando rimaneva indietro il romanticismo del bel gioco e lo sport cercava una nuova identità esaltando il risultato. Fu anche l’ultimo di una serie di competizioni in cui il posto centrale non era necessariamente occupato dal calcio. Dopo questo sarebbe cominciata la vera epoca del calcio. Tra le altre cose, fu l’ultimo Mondiale che Havelange seguì da presidente della FIFA.

L’epoca del calcio

Il 2 luglio 1992, al congresso della FIFA che si tenne a Zurigo, fu deciso che l’organizzazione della Coppa del Mondo del 1998 sarebbe stata assegnata alla Francia. Così, la patria di Jules Rimet sarebbe diventata il secondo paese a organizzare per la seconda volta un Mondiale, dopo l’ormai lontano 1938. In Francia il calcio fu celebrato per la prima volta davvero come parte della cultura umana. Il 12 dicembre 1995, il sorteggio per le qualificazioni ebbe luogo al Louvre; il pallone della competizione, con il nome tricolore, fu il primo colorato, ormai emblematico poiché manteneva il motivo del tango durato 20 anni, forse il secondo più comune per un pallone da calcio dopo quello stereotipicamente classico della telstar, mentre ancora più squadre da tutte le Confederazioni avrebbero preso parte, con l’aumento dei partecipanti a 32.

Pochi mesi prima del sorteggio che ebbe luogo al Louvre, però, al festival cinematografico di Cannes, viene proiettato il 27 maggio 1995 il film La Haine (L’odio), un capolavoro in bianco e nero di 98 minuti di Mathieu Kassovitz che viene accolto con una standing ovation nella sala del festival e provoca shock poiché presenta con colori veri la società francese in un modo realistico che nessuno fino ad allora aveva osato. La Haine scrive la propria storia nel cinema francese e nella storia francese contemporanea perché rompe la narrazione stereotipata del paese dell’Europa occidentale, presenta il cuore dell’Europa dopo i secoli del colonialismo, del dissanguamento dei paesi in altri continenti e della creazione di una nuova cultura plurale che esiste, vive, si sviluppa, ma per la Storia ufficiale è ancora ai margini. Quando la FIFA sceglieva la Francia come paese organizzatore del Mondiale del 1998, il capolavoro di Kassovitz forse non esisteva nemmeno come idea, mentre certamente il suo contenuto non avrebbe costituito in nessun caso uno dei simbolismi scelti per la sua preziosa competizione. Il calcio però avrebbe sconfitto la FIFA e i suoi simbolismi politici, mettendo al loro posto la propria verità senza ipocrisia.

Fotografia dal film La Haine (L’odio) di Mathieu Kassovitz

La Francia degli anni ’90, Stato che si trovava al centro dell’integrazione europea, aveva cominciato a generare nella propria società le contraddizioni dei decenni successivi. Ma aveva anche visto se stessa nello specchio – non era più un paese solo di intellettuali e operai bianchi, devoti o ai vecchi principi repubblicani, o a una disciplina gollista liberale. Parigi aveva una popolazione di due milioni nel suo centro e circa cinque volte tanto nei suoi sobborghi. Lì batteva il cuore della Francia reale, da lì batté il suo cuore anche nel Mondiale, dentro e fuori dal campo. Era la Francia dei neri, dei bianchi e degli arabi, il paese “black-blanc-beur” e come tale appariva nel Mondiale che si svolgeva in casa sua, con la sua squadra “black-blanc-beur”. Il nuovo grande edificio della Coppa del Mondo si trovava anch’esso dentro il cuore di questa classe operaia francese multirazziale. Nel sobborgo più duro della capitale, Saint-Denis, si innalzò lo Stade de France da 80 mila posti, il cui progetto, con il suo tetto quasi sospeso, appare ancora oggi innovativo.

La Francia che era assente dalle competizioni del 1990 e del 1994, avendo subito un’eliminazione traumatica per il gol di Emil Kostadinov, tornava dopo 12 anni al Mondiale, non semplicemente come padrona di casa, ma come protagonista. Fin da quella prima partita al Vélodrome di Marsiglia mostrava che quel Mondiale era stato fatto per raccontare la propria favola calcistica e sociale. Partecipe di questo sforzo anche il comitato organizzatore, che si curò – secondo una dichiarazione successiva di Platini – di incontrare la Campione del Mondo Brasile solo in finale.

Calcisticamente, la squadra della Francia appare più che completa. In porta un portiere peculiare, abbastanza basso per gli standard moderni del ruolo, con intatto accento sudoccidentale, Fabien Barthez, mostra che non esistono stereotipi per nessuna posizione nemmeno al livello più alto. La difesa ricorda una fabbrica: Thuram, Blanc, Desailly e Lizarazu, provinciali e discendenti di migranti, compongono una linea d’acciaio che subisce appena due gol in tutta la competizione. Davanti a loro Didier Deschamps è il giocatore nevralgico che collega la funzione difensiva con la creazione, avendo più avanzati ai due lati Karembeu e Petit. In cima al rombo, con innumerevole spazio intorno a sé ed enormi libertà sul campo, si trova l’incarnazione di un pibe diverso – il figlio degli immigrati algerini stabilitisi nelle cités di Marsiglia, che giocava a calcio nelle cave dietro le case operaie di cemento, che anche da professionista al Torino prendeva le strade di notte con Edgar Davids per ritrovare la gioia del gioco nelle partite notturne spontanee dei migranti, una delle più grandi figure che il calcio mondiale abbia generato, Zinedine Zidane, con un nome che ricorda la grande leggenda della nazionale algerina che aveva giocato 12 anni prima in Messico. Davanti, coppia d’attacco Djorkaeff e uno tra Henry, Guivarc’h o Dugarry.

La squadra “black-blanc-beur” della Francia alla Coppa del Mondo 1998

Al di là del talento individuale però, la squadra diretta da Aimé Jacquet ha forse compiuto silenziosamente uno dei passi più simbolici nella storia della tattica calcistica. Poiché Djorkaeff gioca di solito un po’ più indietro rispetto al centravanti centrale, sostanzialmente circondando Zidane, il vero sistema della Francia è un 4-3-2-1. Il calcio, che dagli anni 1870 era cominciato con la cosiddetta “piramide”, il sistema 2-3-5, poco prima della prima epoca del professionismo britannico, aveva rovesciato il sistema, ispirando così Jonathan Wilson a chiamare in questo modo il suo opus magnum, la bibbia della tattica calcistica. Con tutti questi elementi raccolti, il riflesso della composizione sociale nell’epoca della sua riformulazione ufficiale, il talento calcistico sorgivo, la tattica ispirata e il fatto che giocasse in casa, la Francia non sembrava soltanto una grande favorita per vincere la competizione, ma anche per realizzare un’epopea storica.

Di fronte a lei, l’avversaria più forte sembra la Campione del Mondo, il Brasile, che nelle sue fila ha un calciatore le cui imprese non somigliavano a nulla che il mondo avesse visto fino ad allora. Con alleata la natura che gli aveva offerto un corpo che sembrava bionico, capace di volare anche sul terreno di gioco più pesante, con una velocità stupefacente nelle gambe e nella mente, Ronaldo non fu chiamato per caso fenômeno. La stagione che fece nel 1996-97 con il Barcelona e che si concluse con la conquista della Coppa delle Coppe europea fu inconcepibile, per essere ripetuta da un’altra grande stagione all’Inter, facendo miracoli nella finale di Coppa UEFA contro la Lazio. Tra le altre cose, Ronaldo aveva le proprie scarpe con la firma dell’americana Nike, che era entrata con forza nel mercato calcistico rivendicando una quota contro Adidas, che aveva un contratto permanente con Havelange, mentre era anche il volto di una campagna pubblicitaria indimenticabile della Pirelli. Fu la prima vera super star moderna, il calciatore che è insieme volto commerciale e prodotto commerciale. La cosa certa era che molti ragazzini volevano giocare a calcio perché esisteva Ronaldo.

Il Brasile aveva un talento offensivo insondabile, avendo nella sua composizione ancora Rivaldo, Bebeto, Leonardo, mentre il suo leader era il capitano del 1994, Dunga. Alla sua funzione offensiva contribuivano anche i suoi due terzini laterali, Roberto Carlos e Cafú. Tuttavia la sua funzione difensiva complessiva non sembrava in nessun caso tanto d’acciaio quanto quella francese. Il Brasile vinse con difficoltà all’esordio contro la Scozia per 2-1, ebbe un compito facile contro il Marocco, che batté 3-0, mentre nell’ultima partita del girone fu sconfitto dalla Norvegia. Negli ottavi di finale, in un recital offensivo, batté il Cile 4-1, mentre ai quarti faticò molto per ribaltare lo 0-2 a suo sfavore e battere la Danimarca 3-2. In semifinale, infine, dovette arrivare ai rigori per eliminare l’Olanda, una generazione sorprendente, l’ultima squadra compatta generata dalla grande scuola dell’Ajax.

La Francia, al contrario, sparse all’esordio la neoarrivata Sudafrica per 3-0, che partecipava per la prima volta al Mondiale poiché era terminato il regime dell’Apartheid, mentre con un punteggio più largo, 4-0, batté l’Arabia Saudita che aveva provocato un’impressione positiva sui campi degli Stati Uniti. Il primo grande test contro la generazione d’oro della Danimarca fu anch’esso vittorioso, per 2-1. Negli ottavi di finale ebbe bisogno di un “golden goal” di Djorkaeff nei supplementari per piegare la resistenza del Paraguay, mentre ai quarti continuò a essere il cattivo demone degli italiani, eliminandoli ai rigori dopo uno 0-0. In semifinale però l’avversaria era una nuova scuola calcistica, che nessuno si aspettava – probabilmente a torto – perché esistevano tutte le condizioni perché potesse sperare nella distinzione.

La dissoluzione della Jugoslavia unita nei Balcani significava a metà degli anni ’90 anche la dissoluzione di un’enorme scuola calcistica, legata alle idee che si erano evolute nell’Europa orientale e parte, seppur periferica, delle grandi reti calcistiche dall’inizio del secolo. E se la tradizione sportiva del grande paese federale degli Slavi fu ereditata in molti sport dalla successiva Jugoslavia e Serbia, nel 1998 la Croazia mostrò di essere l’erede della tradizione calcistica. La prima apparizione della nazionale all’Euro del 1996, sui campi inglesi, non fu nulla di particolare, ma al Mondiale di Francia, due anni più tardi, fece la migliore apparizione di una squadra debuttante, se si escludono i tornei interbellici, dove molte grandi squadre apparivano in ogni caso per la prima volta nella competizione. La Croazia di Ćiro Blažević aveva una grande composizione, composta da superstar come Davor Šuker, Zvonimir Boban, Goran Vlaović, Alen Bokšić, Robert Prosinečki e Aljoša Asanović, che già facevano carriera in grandi club europei. Di questa loro esperienza, tuttavia, non erano responsabili né la Jugoslavia né la guerra, ma un calciatore belga, Jean-Marc Bosman, che sfruttando il diritto comunitario europeo aprì la strada alla partecipazione di calciatori di molte nazionalità nelle squadre dei campionati europei. Può darsi che i croati non giocassero necessariamente come giocatori “comunitari”, ma la facilità di far giocare più stranieri apriva la strada anche per gli altri paesi. Così, le nazionali che non avevano campionati competitivi potevano dal 1995 in poi diventare particolarmente pericolose per ogni avversario, esportando il proprio talento calcistico. Il primo Mondiale che accadde dopo questa evoluzione fu quello organizzato nel 1998 in Francia e, sebbene molte squadre sembrassero ridurre la distanza dai giganti del calcio mondiale, la Croazia fu quella che simboleggiò questo grande cambiamento nel modo più assordante. I croati, dopo aver distrutto la Germania per 3-0 ai quarti di finale, arrivarono a passare in vantaggio con un gol di Šuker anche in semifinale contro la Francia, prima che Thuram con due gol ribaltasse il punteggio allo Stade de France.

Ronaldo, dopo la finale della Coppa del Mondo 1998

La Francia, essendo passata anche attraverso la grande sorpresa dell’istituzione, aveva di fronte a sé solo il Brasile di Ronaldo, in una finale che forse era stata progettata molti mesi prima, quando avveniva il sorteggio dei gironi e degli incroci di quel Mondiale. Il mondo aspettava il grande momento del brasiliano, che aveva vinto il Pallone d’Oro del 1997 e sembrava inarrestabile; tuttavia il corpo – che ha limiti – non obbedisce ai dettami degli sponsor e in quella finale del 12 luglio apparve un fantasma al posto del fenomeno. Lo stremato Ronaldo fu costretto a giocare, al di là della propria ambizione, per soddisfare anche le esigenze della Nike, che aveva progettato le sue costosissime scarpe argentate; tuttavia la linea difensiva della Francia, che aveva fatto sparire tanti e tanti attaccanti in quella competizione, non avrebbe cambiato la propria tattica per un contratto commerciale. Al posto di Ronaldo, il grande protagonista di quella finale fu quel discendente degli immigrati algerini di Marsiglia, Zinedine Zidane, che stava già scrivendo la propria epopea con la maglia della Juventus a livello internazionale e molto presto sarebbe diventato uno dei più grandi giocatori che abbiano mai messo piede su un campo di calcio. Con due gol personali di Zidane e uno di Émmanuel Petit prima dello scadere, la Francia trionfò 3-0 e la festa nazionale per la presa della Bastiglia, che si celebra il 14 luglio, quell’anno cominciò due giorni prima!

I calciatori della Francia festeggiano un gol nella finale della Coppa del Mondo 1998

Questa volta la Francia, tuttavia, non celebrava soltanto il proprio passato, ma anche la riconciliazione con la realtà del proprio presente; gli slogan Zidane Président dominavano gli Champs-Élysées, esprimendo un desiderio nascosto per la corretta applicazione di quella Égalité che sarebbe stata una parola vuota finché non si fosse espressa a ogni livello della politica, oltre che nella vita sociale della Francia, la sua identità “black-blanc-beur”.

Il calcio aveva sconfitto le narrazioni politiche sui campi di Francia, ma il calcio europeo passava in una nuova epoca, che era cominciata dall’inizio degli anni ’90 per essere convalidata nella stagione successiva delle competizioni per club. La vecchia Coppa Europea, la Coppa dei Campioni d’Europa, aveva ormai cambiato nome, identità, ma anche contenuto, dalla stagione 1992-93, quando fu ribattezzata Champions League. Nei primi anni della nuova competizione le squadre campioni, invece del tradizionale sistema a eliminazione diretta, si ritrovarono in due gironi da quattro squadre, con otto club a competere per la prima volta in questa istituzione che era stata vinta dalla Marseille. Due anni più tardi la fase a gironi aveva 16 squadre, mentre dal 1997-98 l’ingresso delle seconde classificate dei primi otto paesi del ranking UEFA diede la possibilità a queste squadre di diventare 24. Il grande cambiamento arrivò però nella stagione 1999-2000, quando le squadre aumentarono a 32 e quattro squadre partecipavano dai campionati maggiori, tre da quelli immediatamente successivi, due da una serie di paesi che arrivavano fino al 15º posto, creando un campo completamente diverso per il calcio europeo per club. Ormai i club delle potenze tradizionali del calcio potevano partecipare stabilmente alla sua massima competizione, indipendentemente da chi vinceva il campionato, purché fossero nelle prime posizioni della classifica. Questo cambiamento creò un’élite che diventa sempre più un club chiuso al vertice del calcio europeo, che concentra il talento calcistico da tutti gli altri paesi e ha le risorse per creare un’evoluzione più rapida nel pensiero calcistico perfino della Coppa del Mondo.

Dall’inizio dell’esistenza della Coppa d’Europa molte innovazioni tattiche apparivano prima in questa istituzione per club e poi passavano attraverso le nazionali alle Coppe del Mondo. Ma era sempre il Mondiale lo spazio in cui si scontravano le diverse scuole e approcci calcistici, poiché nell’epoca pre-Bosman i club erano di solito composti in larga misura da giocatori locali che portavano il corrispondente approccio nella nazionale, autonomamente oppure attraverso l’assunzione di ogni tecnico di successo nel ruolo di commissario tecnico. Con la completa internazionalizzazione però dei contratti calcistici, così come con la rapidissima mercificazione del gioco, le molte più partite durante la stagione al livello più alto del Vecchio Continente, l’evoluzione tattica passò complessivamente a queste competizioni e le istituzioni a cui partecipano le nazionali costituiscono di solito un’eco di questa evoluzione, poiché sono quasi scomparsi i confini delle scuole nazionali, giocatori di ogni paese diventano parte di diversi approcci calcistici, a seconda del club in cui giocano, ed è molto più difficile trovare omogeneità in un insieme che si incontra appena poche settimane prima di una competizione di enorme prestigio, di appena poche partite.

Questo ebbe come conseguenza diretta, dagli anni 2000, che si ridusse sì la distanza dei paesi deboli dalle tradizionali superpotenze calcistiche, poiché i loro giocatori militavano stabilmente al livello più alto del mondo e acquisivano le corrispondenti esperienze, ma allo stesso tempo fu creato anche un tetto per tutti i paesi che si trovano fuori dall’Europa occidentale e i cui calciatori sono più dispersi in club che si trovano entro i quadri di una diversa cultura calcistica nazionale, dunque possono trovare più difficilmente l’omogeneità necessaria. Nel Mondiale di Francia due delle quattro squadre provenivano dall’Europa occidentale; dalla metà degli anni 2000 in poi questo numero non scese mai sotto tre.

Il calcio, quello che Havelange aveva mercificato, cambiava ancora una volta, con una sua nuova forma mercificata che acquisiva la definizione di “calcio moderno”, mentre il calcio mercificato precedente diventava la favola dei romantici. Lo stesso era accaduto anche in un’altra generazione, quando Havelange cominciava il suo lungo percorso; lo stesso era accaduto anche prima, prima che il professionismo entrasse in ogni paese; lo stesso schema si può trovare fino alla prima fondazione della prima istituzione calcistica, la Football Association. Il problema del calcio, però, non è la sua modernizzazione. Come fenomeno di massa è inevitabile la sua evoluzione parallela con quella delle società capitalistiche, dentro le quali esiste e si sviluppa. Anche l’espressione della posizione ideologica opposta, dei villaggi gallici calcistici, è parte dello stesso processo, dentro lo stesso grande impero capitalistico. Il calcio diventerà davvero popolare attraverso un processo di eterno ammodernamento che seguirà e rifletterà le società umane – e diventerà il gioco che sarà controllato dalle masse che lo amano quando anche il potere passerà nelle loro mani e sarà costruita la società che servirà i loro scopi. Questo sarà il più bello modernismo calcistico – il più romantico che il mondo abbia mai conosciuto.

Tuttavia, la tendenza esattamente opposta veniva espressa dagli sviluppi nella FIFA ai margini del Mondiale del 1998. A João Havelange succedette uno dei suoi stretti collaboratori, lo svizzero Sepp Blatter, un uomo che non era mai stato calciatore, tecnico, e nemmeno qualcuno che fosse esistito in uno spogliatoio, ma che per più di 20 anni era stato un impiegato tecnocratico della FIFA, acquisendo gradualmente maggiori competenze e potere, essendo Segretario Generale della Confederazione Mondiale dal 1981. Blatter continuava l’opera di Havelange, che aveva lo scopo di portare il calcio in ogni angolo della Terra, anche se lo sport non aveva alcuna irradiazione, vedendo i paesi sulla carta mondiale non come scuole calcistiche, ma come mercati. In questa direzione si muoveva anche la decisione che il Mondiale del 2002 si organizzasse sui campi della Corea del Sud e del Giappone, in due paesi di cui solo uno aveva un rapporto almeno stabile con lo sport, mentre nel secondo nessuno si occupava dello strano gioco britannico di quelli che corrono intorno a un pallone, poiché le masse si commuovevano con il gioco americano ancora più strano in cui alcuni colpiscono una palla con una mazza e corrono sopra dei cuscinetti. In vista del Mondiale dell’Estremo Oriente, Blatter addirittura “inventò” l’origine asiatica del gioco, elevando il cuju, un gioco cinese con la palla degli anni della dinastia Han, a diretto antenato del moderno gioco calcistico. La realtà riguardo a questa prospettiva l’abbiamo analizzata nell’articolo sulla preistoria del calcio.

Il primo Mondiale organizzato in Asia fu ancora più mercificato dei precedenti, abbandonando persino molti dei suoi elementi tradizionali, con il più caratteristico forse nella riformulazione del disegno estetico del pallone da calcio. In campo il mondo aspettava che la Francia difendesse il proprio titolo, mentre grande favorita era anche una squadra argentina più che completa, sotto le istruzioni del filosofo del calcio, Marcelo Bielsa, che sembrava superare lo shock dell’assenza del pibe de oro dalle sue fila. Invece, nessuno brillò in quella competizione oltre al Brasile, allo straordinario trio Ronaldo, Ronaldinho, Rivaldo, a Roberto Carlos e Cafú, con quest’ultimo che sollevava il 30 giugno il prezioso trofeo a Yokohama nel momento in cui diventava l’unico calciatore nella storia fino ad allora ad aver giocato in tre finali consecutive di Mondiale.

Ciò che però rimase inciso nella memoria di quel Mondiale, oltre all’enfatica avanzata delle superstar brasiliane che alzarono ancora più in alto la statura del calibro mondiale del loro paese calcistico, con la conquista della 5ª Coppa del Mondo, furono i massacri arbitrali affinché la squadra della Corea del Sud arrivasse il più lontano possibile nella competizione. La partita degli ottavi di finale contro l’Italia, in cui l’arbitro era l’ecuadoriano Byron Moreno, rimase nella Storia come la partita più scandalosa dal punto di vista arbitrale nella Storia dei Mondiali, mentre un favore corrispondente esistette anche nei quarti di finale, contro la Spagna. Era forse la prima volta che accadeva qualcosa del genere? La verità è che esistono molte storie dai Mondiali pre-televisivi, così come dai Giochi Olimpici, negli anni in cui vi partecipavano ancora le normali nazionali, che riguardano decisioni arbitrali scandalose. Tuttavia, quella partita tra Corea del Sud e Italia era trasmessa a colori e in risoluzione relativamente alta in diretta in tutto il pianeta – per questo motivo l’impatto delle decisioni di un arbitro che più tardi fu condannato al carcere per partecipazione a un circuito di narcotraffico fu tale che gli eventi di quel giorno rimasero incisi nella coscienza collettiva di quanti seguirono quell’incontro. Più di un decennio più tardi la FIFA adottò uno dei cambiamenti più radicali nella storia dell’evoluzione delle regole, inserendo il video tra gli strumenti per la presa delle decisioni più cruciali in una partita, nel tentativo di proteggere il suo prodotto ormai molto costoso.

L’arbitro ecuadoriano Byron Moreno nella partita tra Corea del Sud e Italia alla Coppa del Mondo 2002

La Coppa del Mondo del 2006 si organizzava in Germania. Proseguendo il motivo postbellico di decenni, ogni volta che la Germania appariva nel piano centrale della regia calcistica, la narrazione riguardava il percorso del paese che si era ricostituito dopo la Seconda Guerra Mondiale, si era diviso, riunificato, era diventato una grande potenza industriale e parte della comunità internazionale. Ormai la Germania era non solo una parte della grande alleanza del cosiddetto Mondo Occidentale, ma anche la locomotiva d’Europa, avendo una posizione dominante dentro l’Unione Europea e agendo diplomaticamente in molti casi come polo indipendente tra le grandi potenze imperialistiche, persino autonomamente rispetto agli Stati Uniti. Quanto questa prospettiva fosse miope lo avrebbe giudicato la Storia in un processo che ai nostri giorni è in pieno sviluppo; tuttavia, poiché la memoria collettiva si crea in momenti, in quel momento la Germania sembrava la più grande e assolutamente potente forza dell’edificio europeo.

Il calcio giocato sui campi tedeschi era anch’esso il risultato di un altro edificio europeo, che non fu costruito né dall’Unione Europea né dalla NATO, ma dalla UEFA. La Coppa del Mondo del 2006 fu forse la prima in cui apparvero così intense le conseguenze dell’evoluzione delle competizioni europee per club. Negli ottavi di finale 10 squadre erano europee, ai quarti di finale 6, mentre le semifinali furono un piccolo Euro, con tutte le squadre provenienti dal “nucleo duro” dell’Europa Occidentale calcistica. C’erano già stati Mondiali con quattro squadre del Vecchio Continente in semifinale, nel 1934 e nel 1966; tuttavia allora c’era anche la presenza di squadre dal lato orientale del continente. Ormai, i paesi che gareggiavano nel quartetto di vertice non erano soltanto definiti geograficamente, ma costituivano i paesi che si trovavano nelle prime posizioni (insieme a Inghilterra e Spagna) della classifica per club della confederazione europea.

Zinedine Zidane lascia la finale della Coppa del Mondo 2006

Tre eventi segnarono la Storia di quel Mondiale: la vittoria dell’Italia dopo la rivelazione del più grande scandalo calcistico della sua Storia, che avrebbe portato a un rallentamento del suo calcio per club, al declassamento del suo campionato e più tardi – come ormai accade con uno sfasamento temporale – a conseguenze molto negative nel percorso della sua nazionale; la fine della carriera di Zinedine Zidane, segnata da un gesto estremamente calcistico di difesa dell’onore della sua cultura contro il difensore italiano Marco Materazzi; così come la prima apparizione in un Mondiale di un calciatore che avrebbe potuto indossare di nuovo degnamente quel “10” metafisicamente pesante dell’albiceleste, Lionel Messi, che segnò il suo primo gol contro la nazionale di Serbia e Montenegro, che quel giorno del 16 giugno 2006 rappresentava un paese che non esisteva più o, secondo un’altra lettura, fu la prima nazionale a rappresentare due paesi in una Coppa del Mondo.

Un grande momento per il calcio, però, sarebbe arrivato nel 2010. A differenza del 2002, quando il Mondiale viaggiò in un luogo in cui il calcio non fa parte della cultura delle masse, la grande competizione calcistica non aveva mai avuto luogo in un continente in cui milioni di persone vivono, respirano, giocano a calcio e hanno lo sport in una posizione centrale della loro coscienza e delle loro attività – con lo sviluppo di club storici, innumerevoli eventi storici, non sempre con segno positivo, e un approccio all’ideologia calcistica molto esotico agli occhi di europei e sudamericani. L’Africa, il continente che subì più di ogni altra parte del mondo la ferocia del colonialismo, sembrava un luogo di margine, non solo nell’arena politica e diplomatica mondiale, ma anche nel calcio.

In modo paradossale, il paese che avrebbe organizzato il Mondiale del 2010 era uno dei pochi in cui il calcio non può essere considerato sport nazionale, con l’esistenza, tuttavia, di una grande dicotomia dell’amore per lo sport, che ha un chiaro segno razziale. Il Sudafrica, escluso durante gli anni dell’Apartheid dalle competizioni sportive internazionali, ospitò la prima Coppa del Mondo, di rugby, sul suo territorio dopo la fine del regime razzista e l’ascesa al potere dell’African National Congress e di Nelson Mandela. Quella Coppa del Mondo di Rugby, la cui storia fu mitizzata anche nel film Invictus, di Clint Eastwood, con protagonisti Morgan Freeman e Matt Damon, fu uno degli eventi sportivi con la più grande influenza sociale, poiché fu utilizzata dal nuovo potere del paese e personalmente da Nelson Mandela affinché esso potesse rimettersi in piedi dopo i decenni di conflitti razziali. Sarebbe stato troppo bello per essere davvero vero, ma quella Coppa del Mondo di rugby costituì una delle rare storie di strumentalizzazione dello sport con segno positivo.

Nelson Mandela con la Coppa della FIFA

Un corrispondente segno positivo annunciavano anche i responsabili della FIFA quando davano la responsabilità dell’organizzazione al Sudafrica e lo stesso trofeo nelle mani di Mandela il 15 maggio 2004. Purtroppo, l’entusiasmo degli amanti del calcio di ogni parte del mondo per il primo Mondiale del continente africano fu presto coperto dalle notizie sullo sfruttamento selvaggio degli operai nella ricostruzione degli stadi, sulle enormi mobilitazioni contro l’ingiusta ripartizione delle risorse al calcio in un paese che sprofonda nella povertà e sul suono prolungato, incessante, della vuvuzela.

Ambendo a scrivere un’altra favola in quella competizione, l’Argentina apparve con Maradona come commissario tecnico a guidare una squadra in cui la fascia era indossata da Messi; tuttavia l’esperimento di giocare a calcio senza terzino sinistro non ebbe buon risultato, crollando contro la Germania in un quarto di finale terminato 4-0. Quanto alle altre belle storie, il mondo attendeva la squadra africana che forse avrebbe superato il successo del Camerun del 1990. Alla fine, questa volta ai quarti di finale arrivò il Ghana, perdendo però una partita di confine grazie a un’azione intelligente, ma irregolare, di Luis Suárez, che allo scadere salvò la propria porta dal gol che avrebbe significato l’eliminazione. E se l’Uruguay riuscì ad arrivare in semifinale, rompendo il monopolio dell’Europa Occidentale iniziato nel 2006, ciò avvenne anche grazie agli incroci, poiché in quella parte del tabellone c’era una squadra dall’Asia, una dal Nord America, una dall’Africa e una dal Sud America.

L’Europa Occidentale trionfava di nuovo in una finale che, per quanto riguarda la Storia della tattica calcistica, aveva un interesse particolare, perché costituiva un grande scambio di ruoli. Olanda e Spagna sono due paesi collegati calcisticamente come pochi altri, senza nemmeno confinare. Certo, la verità è che hanno legami storici che si riflettono nell’inno nazionale dell’Olanda, l’unico che menziona nei suoi versi il monarca spagnolo (poiché l’inno spagnolo non ha parole). Ma per quanto riguarda la gerarchia calcistica, la Spagna fu il paese che divenne il crogiolo dell’innovazione olandese e del totaalvoetbal dagli anni Settanta. Prima Rinus Michels, poi Johan Cruyff, Neeskens, Van Gaal, più tardi Guus Hiddink, furono personalità che portarono il pensiero olandese nei club spagnoli con un flusso stabile che divenne tradizione, particolarmente al Barcelona, che attraverso di loro definì la propria fisionomia calcistica. Il passaggio agli anni 2010 significò la rinascita di quel club, che, basandosi inizialmente sul lavoro di Frank Rijkaard e poi su quello dell’allievo più emblematico di Cruyff, Pep Guardiola, creò il calcio che sarebbe stato giocato per molti anni successivi, riformulandone i principi, abbandonando schemi stereotipati ed esaltando la creatività per il gioco nello spazio, aprendo una nuova epoca per l’estetica dello sport.

Tutti questi elementi mancavano alla squadra olandese che apparve nella Finale di Johannesburg la sera dell’11 luglio, la terza nella Storia degli oranje. La squadra di Bert van Marwijk era un insieme duro e combattivo, che se qualcuno fosse scomparso dalla terra per qualche decennio avrebbe potuto considerare come autentico discendente di quella vecchia Furia Roja spagnola. Dall’altra parte la Spagna era quella che sviluppava al livello più alto e professionale il totaalvoetbal, con il suo centrocampo, composto da Iniesta, Busquets, Xavi, Alonso e Pedro, impegnato in un’alternanza eterna di spazi e capace di far circolare con facilità indescrivibile il pallone, in un modo di giocare che fu chiamato tiki taka e aveva lo scopo di logorare l’avversario che contendeva il possesso. Le differenze tra le due squadre furono decise dal gol segnato da Iniesta al 116º minuto, quattro minuti prima della fine dei supplementari, mentre una quota enorme del successo l’ebbe Iker Casillas, che impedì il tête-à-tête di Arjen Robben. La Spagna, due anni dopo la conquista dell’Euro, si trovava al vertice e mostrava di poterci restare con grande facilità, come mostrò anche all’Europeo due anni più tardi. Ci sarebbe voluta una correzione olandese per destabilizzare una Campione del Mondo che meritava il suo titolo come poche nella Storia.

Andrés Iniesta segna il gol che decise la finale della Coppa del Mondo 2010

Sessantaquattro anni dopo l’ultima partita di Coppa del Mondo che aveva avuto luogo in Brasile, la grande competizione tornava nel paese che nel frattempo aveva vinto cinque volte, più di ogni altro, il titolo. Quell’ultima partita, certo, era passata nella memoria collettiva come una delle più grandi tragedie nazionali, e in un paese flagellato dalla povertà, dalla criminalità, dall’indigenza generalizzata che riguarda la grande maggioranza dei suoi abitanti, il fatto che una partita di calcio sia considerata una tragedia nazionale mostra la grandezza che essa ha per i popoli di tutto il mondo. Tuttavia, a differenza dell’elevazione nazionale del 1950 e della propaganda ideologica della mestiçagem, della multirazzialità con mantenimento delle barriere di classe che annunciava il potere di Getulio Vargas, il percorso verso la competizione del 2014 aveva un contenuto politico molto diverso. Enormi masse di brasiliani si riversarono nelle strade manifestando, come i sudafricani quattro anni prima, contro l’uso irrazionale di risorse per l’organizzazione della Coppa del Mondo nel momento in cui loro vivevano nella miseria. Il governo socialdemocratico del paese, che dalle mani di Lula da Silva era passato a Dilma Rousseff, non si scoraggiava, poiché gli interessi della sua classe borghese legati a quel Mondiale non potevano essere ignorati.

La verità è che nel complesso il calcio sudamericano tornava in primo piano in quella competizione, poiché oltre al fatto che si organizzava in Brasile, il miglior calciatore del mondo, parte di quel Barcelona che aveva generato i Campioni del Mondo del 2010, indossava la maglia dell’Argentina. Il dominio dell’Europa Occidentale aveva ragioni per essere spezzato e l’arena allestita a questo scopo sembrava del tutto adatta. Oltre a tutto il resto, il sorteggio dei gironi dava la possibilità che ci fosse una finale tra Argentina e Brasile, per la gioia degli amanti del calcio di tutto il pianeta.

Le due squadre iniziarono comodamente nei gironi, con l’Argentina che fece percorso netto e il Brasile che ottenne un pareggio senza reti con il Messico. Agli ottavi passarono con difficoltà, ai supplementari, il Brasile contro il Cile e l’Argentina contro la Svizzera, mentre ai quarti di finale con un esile vantaggio piegarono rispettivamente la resistenza di Colombia e Belgio. L’8 luglio 2014 il Brasile avrebbe affrontato a Belo Horizonte la Germania con lo scopo di ritrovarsi di nuovo in una finale al Maracanã, per unire la Storia di quello stadio con una diversa storia nazionale. All’11º minuto, però, Thomas Müller segnò il primo gol tedesco, che mostrava che quella non sarebbe stata una questione facile – ma nessuno poteva immaginare cosa sarebbe seguito. Klose al 23′, Kroos al 24′ e al 26′, Khedira al 29′ segnarono i quattro gol più rapidi mai segnati da una squadra in un Mondiale, portando il punteggio dell’intervallo sul 5-0. Il Brasile era davanti a un’altra tragedia, che cresceva con i gol di Schürrle nel secondo tempo. Sette gol in casa propria, con una prestazione che non mostrava in nessun punto che le due squadre che giocavano quella partita appartenessero allo stesso livello calcistico. Belo Horizonte si aggiunse al Maracanã come una delle sedi delle grandi umiliazioni nazionali, anche se Júlio César non fu condannato dalla società nello stesso modo in cui fu condannato Barbosa.

La squadra della Germania segna un altro gol contro il Brasile, nella semifinale della Coppa del Mondo 2014

I tedeschi, che per comune ammissione avevano presentato il rendimento più stabile in tutta la competizione, ottenendo alcune vittorie molto difficili ma dentro partite di grande intensità, come contro Algeria e Francia, riuscirono a far piegare Messi e l’Argentina al 113º minuto dell’incontro con il gol di Mario Götze. Da una parte, in Germania parlavano dell’origine multinazionale della loro squadra, che costituiva il corrispondente riflesso dell’Europa Occidentale contemporanea; dall’altra, in Argentina parlavano del fallo di Neuer su Higuaín, che ricordò Schumacher. Una decisione arbitrale sembrava aver deciso di nuovo, dopo la finale del 1990, il detentore del trofeo. Questo sarebbe stato cambiato dalla FIFA una volta per tutte dalla competizione successiva, come risultato di un lungo percorso di riflessione dagli inizi del XXI secolo.

L’epoca dell’oligarchia

Prima che cominciasse la successiva Coppa del Mondo, divenne noto uno scandalo di megatoni riguardante la guida della FIFA, quando la polizia svizzera arrestò il 27 maggio 2015 sette dirigenti della FIFA che si preparavano a partecipare al 65º Congresso della Confederazione al Baur au Lac di Zurigo. In un’enorme vicenda, che conteneva prove delle autorità americane su tangenti, frode e riciclaggio di denaro, una serie di quadri della FIFA si ritrovarono accusati per il modo in cui funzionava la Confederazione. Nel corso dello stesso anno sempre più storie venivano alla luce, coinvolgendo leader di paesi, monarchi dei grandi regni europei, dittatori e sceicchi, così come una moltitudine di dirigenti calcistici. La domanda che nasce oggi, conoscendo la Storia della FIFA per come essa si è evoluta – e il suo rapporto con gli Stati Uniti – è naturalmente se i fenomeni di corruzione siano stati repressi o sostituiti da altri. Senza prove qualsiasi risposta a questa domanda ha poco valore, ma con questi specifici dati storici è molto importante che la domanda venga posta.

Risultato di questi sviluppi fu che l’ex Segretario Generale della UEFA, lo svizzero-italiano Gianni Infantino, fosse eletto alla carica di Presidente della FIFA. Uno dei primi compiti di Infantino fu organizzare le Coppe del Mondo in Russia nel 2018 e in Qatar nel 2022, così come guidare la Confederazione in vista della scelta del paese organizzatore per la competizione del 2026. Nel 2018 la FIFA avrebbe viaggiato in Russia per la 21ª Coppa del Mondo e il suo 68º Congresso. La Russia, dopo le restaurazioni capitalistiche alla fine del XX secolo, da un paese che si trovava ai margini si era ormai evoluta in una grande potenza imperialistica. Al suo interno, i vecchi nemici del potere sovietico, che erano stati sostenuti ideologicamente e materialmente dal capitalismo occidentale, si evolvevano in oligarchi concorrenti della dominazione mondiale americanocentrica. Così, gli amici del passato erano diventati acerrimi nemici nella seconda decade del XXI secolo, con il primo conflitto che si manifestava in Ucraina nel 2014. Nonostante ciò, le relazioni dell’imperialismo Occidentale e Orientale esistevano ancora e tutti i leader occidentali si affrettarono a dare la propria presenza diplomatica al Mondiale organizzato dal presidente russo permanentemente eletto.

Con un’estetica che utilizzava il glorioso passato calcistico sovietico, spogliato del suo contenuto ideologico, solo come segno di continuità nazionale di un grande Stato potente, la Russia non esitava a strizzare ironicamente l’occhio all’Occidente presentando come pallone del Mondiale una nuova telstar, ricordando l’epoca della corsa allo spazio, rivendicando una quota anche di quella gloria dell’Unione Sovietica. Al Congresso della FIFA che si tenne a Mosca, la competizione fu assegnata agli Stati Uniti, che insieme a Canada e Messico avrebbero ospitato il Mondiale del 2026. In quel periodo alla Casa Bianca era stato eletto Donald Trump, che del resto manteneva eccellenti posizioni con il regime degli oligarchi russi.

Sui campi russi, dove apparve uno spettacolo calcistico stupefacente, la nazionale della Russia sembrava capace di una grande distinzione, ma non riuscì a superare le imprese dell’Unione Sovietica, in un’apparizione che sarebbe stata la sua ultima prima che il mondo cambiasse in una distopia ancora più grande. Per il resto, l’Europa Occidentale, insieme alla Croazia che tornò, ancora migliore vent’anni più tardi, da quel grande successo del 1998, dominò avendo di nuovo tre squadre in semifinale, con una splendida generazione della nazionale del Belgio rinato che eliminava il Brasile e la Francia che eliminava nell’ordine Argentina e Uruguay. Tra i paradossi statistici, il fatto che la nazionale inglese riuscì a qualificarsi ai rigori contro la Colombia agli ottavi di finale.

La finale, tra Francia e Croazia, sembrò alla fine una corsa per un solo cavallo, ma se un’immagine rimase indelebile, anche dentro gli sviluppi politici degli anni successivi, fu quella del Presidente francese Emmanuel Macron che festeggiava sfrenatamente nelle tribune del Luzhniki il successo della sua nazionale. La pioggia che seguì la finale si adattava al mondo che si stava formando in peggio, ricordava le metaforiche nuvole nere interbelliche di quel Mondiale di Francia ottant’anni prima e molto meno la vittoria dei “black-blanc-beur” nello splendente Stade de France vent’anni prima di quel nuovo giorno di trionfo.

Il Presidente della Francia, Emmanuel Macron, festeggia un gol della nazionale del suo paese dalla tribuna d’onore, alla Coppa del Mondo 2018

Il calcio, che aveva attraversato un lungo processo di appropriazione da parte delle classi agiate, che a poco a poco scacciavano dalle tribune con i biglietti costosi e le competizioni splendenti le masse dei tifosi, era ormai un gioco nelle mani degli oligarchi, che non avevano nemmeno bisogno del popolo sulle tribune delle loro feste. Questo percorso naturalmente sarebbe continuato anche nella Coppa del Mondo organizzata in Qatar quattro anni più tardi, dopo lo scoppio di una guerra che per la prima volta nella Storia postbellica del mondo divise il pianeta in due campi non comunicanti. Una Coppa del Mondo che non fu accompagnata da proteste e manifestazioni, ma soltanto dal crudo sfruttamento di lavoratori stranieri che lavorarono in condizioni di schiavitù, senza alcun diritto umano, tanto meno lavorativo, affinché potesse essere allestita la grande festa calcistica nei paesi dove di solito esce il petrolio e non entrano i gol.

La Coppa del Mondo del Qatar sarebbe stata certamente una grande delusione per l’umanità, se non ci fosse stato ancora una volta l’intervento della metafisica del calcio, quell’intervento divino che sembra rovinare i piani di coloro che preparano la propria narrazione sul corpo dello sport amato dai popoli. Il 25 novembre 2020 una notizia sconvolse: Maradona è morto! Diego, tradito dal suo cuore, fu trovato morto nella sua casa, in circostanze che vengono esaminate ancora oggi. La pandemia che aveva allontanato tutto il mondo da ogni attività sociale fece sembrare l’evento ancora più pesante, come se l’intero pianeta volesse tacere per la perdita dell’autore dei nostri sogni calcistici. Il presidente dell’Argentina, Alberto Fernández, dichiarò tre giorni di lutto nazionale. Ma la Storia della nazionale argentina non poteva non essere influenzata da questo evento. L’albiceleste, che dal 1994 cercava di trovare il modo di proseguire il proprio percorso senza il giocatore più influente nella Storia dello sport, non aveva vinto alcun titolo da quando Diego aveva indossato per l’ultima volta la sua maglia. Una finale di Mondiale persa, molte sconfitte ed eliminazioni umilianti, due finali di Copa America perse ai rigori, ancora un’altra persa contro il Brasile – il gioco del destino sembrava non avere fine.

Eppure, la competizione successiva a quel giorno della morte di Diego fu la Copa America che sarebbe stata organizzata sui campi del Brasile. Il 10 luglio 2021, la nazionale argentina batteva nel Maracanã apparentemente stregato il Brasile per 1-0, per vincere il suo primo titolo dopo 28 anni. L’estate successiva, con una vittoria enfatica a Wembley contro la Campione d’Europa, l’Italia, vinse la Finalissima e in una competizione che sembrava essere l’ultima di Lionel Messi andava in Qatar con una speranza nascosta per ciò che nessuno poteva aspettarsi quattro anni prima.

Lionel Messi con la Coppa della FIFA nel 2022

L’inizio, tuttavia, non sembrava per nulla promettente. Sconfitta per 1-2 contro l’Arabia Saudita e i fantasmi di altre epoche sembravano comparire di nuovo nel percorso dell’albiceleste. Ma una squadra che divenne forse la più amata dagli argentini nella Storia della loro amatissima nazionale mostrava partita dopo partita di avere una stella per arrivare lontano. 2-0 contro il Messico, 2-0 contro la Polonia, con Messi che a 35 anni raggiungeva un rendimento che lo collocava nel pantheon calcistico assoluto. Con difficoltà, 2-1 contro l’Australia negli ottavi, qualificazione ai rigori contro l’Olanda dopo una partita movimentata che rischiava ingenuamente di essere persa e un’apparizione signorile di Messi in semifinale contro la Croazia finalista del 2018, con il punteggio che si fermava sul 3-0. In finale l’avversaria era la Campione del Mondo Francia. La descrizione di quella partita richiederebbe ore per analizzare ogni singolo elemento ed evento importante, in una partita che fu forse la più epica, se non secondo ogni giudizio calcistico la migliore, nella Storia del Mondiale. La parata del Dibu Martínez nell’ultimo minuto dei supplementari, sul tiro di Kolo Muani, sembrava venire dal cielo, come anche le parole di Messi prima dell’esecuzione di Montiel nel rigore decisivo: “dalla Terra al cielo, fino alla fine Diego”… L’Argentina era di nuovo campione del mondo! Il calcio riuscì ai rigori a sconfiggere la sua strumentalizzazione politica. Si potrebbe dire che questo fosse l’obiettivo dei suoi organizzatori – sì, forse lo è sempre, perché sanno che, poiché non possono sconfiggere il calcio, che sia il calcio a sconfiggere loro affinché nel frattempo possano allestire la propria festa. Ma il calcio continuerà a vincere per sempre – e questa è la Storia di tutto il Mondiale, chiunque lo abbia organizzato, quante macchie nere abbiano provato a sporcarne il corpo, ciò che rimaneva era il gioco dei popoli, l’unica cosa viva attraverso le guerre, perché alla fine – anche attraverso la morte – trionfa la vita.

Una storia per il futuro

Poche ore prima dell’inizio della 23ª Coppa del Mondo della FIFA, sui campi degli Stati Uniti, del Canada e del Messico, pochi possono sapere come sarà lo spettacolo calcistico che si dispiegherà nella prima competizione dell’espansione ancora più grande dell’istituzione, con la partecipazione di 48 squadre. Ciò che è constatato tuttavia è la strategia della FIFA per l’evoluzione dell’istituzione e dello stesso sport. Ormai nella Coppa del Mondo non giocheranno soltanto le migliori squadre del mondo, non si confronterà soltanto l’evoluzione del pensiero calcistico, una scuola contro l’altra, ma vi entreranno – più come comparse che come veri concorrenti – le nazionali dei paesi che possono costruire una propria narrazione calcistica per far crescere in ogni angolo del mondo l’influenza del calcio come prodotto, perché come sport non ha più bisogno della strategia politica della FIFA.

Nel momento stesso in cui il piccolo Curaçao partecipa però alla più grande competizione calcistica del pianeta, la FIFA non lascia spazio alle illusioni. I suoi legami con il potere e con le aspirazioni imperialistiche, che non sono mai stati nascosti, sono arrivati al punto di creare il proprio “Premio per la Pace”, che ha consegnato al Presidente Trump, superando i limiti del ridicolo che in epoche più antiche qualcuno avrebbe forse potuto definire. Ma magari la preoccupazione per il Mondiale del 2026 si fermasse lì. Il calcio stesso comincia la competizione sconfitto, attraverso esclusioni: esclusioni di tifosi che non hanno potuto ottenere il necessario visto di viaggio, quasi esclusione della squadra dell’Iran che si trova in stato di guerra con gli Stati Uniti e infine cambio della posizione della base della squadra con il suo trasferimento in Messico, esclusione dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan che dopo 11 ore di interrogatorio e detenzione è stato espulso con un volo di ritorno per Istanbul, umilianti perquisizioni corporali dei giocatori del Senegal fuori dall’aereo al loro arrivo sul suolo americano. Un Mondiale costruito per simboleggiare la chiusura della porta ai popoli del mondo, ciò che la leadership politica americana vuole simboleggiare. Un Mondiale con le porte letteralmente chiuse alle masse che adorano lo sport, a causa dei prezzi vertiginosi dei biglietti che sono finiti in un mercato nero che funziona sotto l’egida della FIFA.

Chissà, persino quel Jules Rimet, che immaginava una nuova politica per il calcio mondiale, motivato dalla linea della Chiesa Cattolica, come vedrebbe oggi l’evoluzione della sua visione? Come reagirebbe Stanley Rous a questa chiusura degli stadi di calcio alla classe operaia? Come affronterebbe la ridicolaggine dell’abbraccio con la leadership politica americana persino João Havelange? Ha poca importanza – perché ciò che conta oggi e ha sempre contato era ciò che i popoli percepivano attraverso il Mondiale. I popoli che sostenevano la stella austriaca interbellica Matthias Sindelar, che non giocò mai con la squadra dei nazisti; i popoli che sapevano cosa accadeva nell’Argentina di Videla e stavano accanto alle Madri di Maggio, allineando il proprio pensiero con Menotti, più tardi con Maradona, contro le tragedie americane dello sport, insieme alla Francia “black-blanc-beur”, contro la Germania che non fu mai unita da un rigore, ma dalla sua classe operaia multiculturale che può vincere in ogni sua partita, anche con più di sette gol.

Finché la realtà lo permette, finché gli uomini possono pensare il calcio, la cosa insignificante più importante della vita, tanto il Mondiale ci offrirà immagini per trovare le nostre storie, le nostre narrazioni, il nostro modo attraverso cui, tramite il calcio, che è lo specchio delle nostre società, noi vediamo il loro e il nostro futuro. Un futuro che tra le sue immagini più belle ha un ragazzino, o una bambina, che calcia un pallone sulla terra secca, oppure sulla sabbia, oppure sull’erba verde, perfino sulla neve. Questa narrazione vogliamo per il calcio che amiamo. Questa narrazione vogliamo per il Mondiale. Questa storia vogliamo per il mondo!