Press "Enter" to skip to content

Il Mondiale è morto — viva il Mondiale!

Nel pomeriggio del 19 luglio 2026, a East Rutherford, da qualche parte a ovest dell’Hudson, Lionel Messi cammina per l’ultima volta sull’erba di un campo di calcio indossando la maglia albiceleste della nazionale argentina in un Mondiale. Al collo gli pende una medaglia d’argento; davanti a lui, un’immensa tribuna di persone con indosso la stessa maglia, che porta migliaia di volte il suo nome, scandito in coro senza alcuna intenzione di porre fine a quel rito. Alle sue spalle, la nazionale spagnola festeggia la conquista del trofeo più importante del calcio mondiale. E se ormai è entrata nella Storia l’immagine della commozione del più grande fra tutti gli esseri umani che abbiano mai giocato a calcio, 40 giorni prima sarebbe stato impossibile scrivere la sceneggiatura del modo in cui si sarebbe arrivati a quel punto, davanti a quella curva. È la Storia del calcio, e guai se fosse scritta soltanto da risultati e statistiche, guai se non generasse storie con eroi che da sempre danno vita a narrazioni mitiche.

E una Coppa del Mondo non ha una sola storia, né una sola narrazione. Quella scena era l’ultima pagina della sua storia principale, ma, come in un’altra mitologia di eroi, il Mondiale ha sempre tante storie piccole e grandi che compongono il film di ogni edizione, con regie diverse tutte al servizio di un’unica trama centrale. E come accade sempre con il calcio, un gioco che si disputa in un tempo prestabilito, sono in molti a venire dopo, o per raccontare la storia che tutti abbiamo seguito, o per interpretarla e talvolta falsificarla. Di solito, i molti che ci provano cercano di ottenere ragione dalla Storia raccontando le proprie storie; ma è ridicolo cercare una legittimazione storica presentandosi dopo che i fatti storici sono accaduti, tanto più se ci si propone come narratori per raccontarli a chi li ha già vissuti.

Sorge allora la domanda: a quale necessità risponde il bilancio di un evento, di una competizione che, fino a pochi giorni fa, miliardi di paia d’occhi hanno seguito contemporaneamente? A differenza dell’interpretazione del passato a distanza e della sua lettura attraverso una conoscenza più complessiva della Storia dell’umanità, la sua registrazione e la firma apposta al racconto del presente da parte di chi lo sta vivendo sono la testimonianza che deve rimanere per quel momento futuro; e perché questa testimonianza abbia valore, deve essere onesta. È questo lo scopo dell’articolo: registrare come testimonianza un capitolo della storia del calcio, così come lo abbiamo vissuto noi suoi contemporanei, collocandolo nel grande processo evolutivo del quale leggiamo e apprendiamo attraverso i documenti storici e il relativo studio della storia. È così che può acquisire valore questa ricostruzione, presentata oggi come un tutto unico ma iniziata la sera dell’11 giugno 2026.

Il Mondiale 2026 nel suo contesto storico

Quello che sapevamo prima dell’inizio della Coppa del Mondo 2026 era che si sarebbe disputata in un quadro di equilibri mondiali, determinati dalle contraddizioni e dagli scontri imperialistici, senza precedenti per la maggior parte delle persone oggi in vita. Per un periodo storico di una lunghezza mai vista prima, nonostante le rivalità internazionali l’umanità ha vissuto su un pianeta nel quale le condizioni di pace per la maggioranza sembravano stabili e scontate; in linea generale ogni generazione viveva meglio delle precedenti, la qualità della vita migliorava e un numero sempre maggiore di bisogni veniva progressivamente soddisfatto. Questo non significa che non ci fossero guerre, fame, povertà. Eppure il mondo era un luogo in cui si poteva essere ottimisti sul fatto che il futuro sarebbe stato migliore, che guerra, fame e povertà fossero problemi da risolvere e non la norma di un domani distopico. In queste condizioni è cresciuto a dismisura anche il calcio mondiale: dapprima come passione e strumento diplomatico-politico, poi come prodotto industriale e infine come elemento della cultura popolare, con una posizione dominante e indiscussa al centro dell’interesse in ogni angolo della Terra, nel suo momento più alto, il Mondiale.

Nel 2026, tuttavia, dopo anni di inasprimento delle rivalità imperialistiche, di mutamento dei rapporti di forza e di generalizzazione dei conflitti bellici, il mondo non è semplicemente una pentola in ebollizione, ma una pentola che rischia di esplodere. Come in altri casi analoghi, la Coppa del Mondo non si è disputata in modo autonomo e lontano dai fenomeni che definiscono la Storia del mondo. Il fatto, certo, che la ricerca di parallelismi ci conduca inevitabilmente alle edizioni degli anni Trenta non può dirsi affatto di buon auspicio. Così, come nel 1934 l’Italia di Mussolini assumeva l’organizzazione di quella che, per il resto, era la più grande festa del calcio, nel 2026 gli Stati Uniti, indiscussa superpotenza mondiale da tre decenni che vede cambiare il mondo e modificarsi a proprio svantaggio i rapporti di forza, hanno organizzato la stessa competizione insieme ai Paesi confinanti, Messico e Canada. Che questa edizione non sarebbe rimasta estranea a tutto ciò è apparso chiaro non soltanto dai Paesi organizzatori, ma anche dalla FIFA, quando, tra minacce di guerra e, infine, interventi militari, ha assegnato al presidente statunitense Trump un premio creato apposta per lui, arrivando perfino a chiamarlo «Premio FIFA per la Pace».

Qualche anno fa avevo espresso per scherzo l’opinione che, se qualcuno vuole fondare un nuovo Paese, la cosa più importante, prima ancora del riconoscimento da parte dei membri dell’ONU, sia creare una nazionale e una federazione calcistica e farsi riconoscere dalla FIFA. Chi avrebbe mai detto che quello che un tempo era uno scherzo innocente sarebbe diventato l’operato politico ufficiale della federazione calcistica mondiale. Sarebbe una barzelletta, se non fosse accompagnato da progetti e politiche realmente pericolosi che, senza alcuna sorpresa, sembrano includere nei propri piani la strumentalizzazione del calcio. E se, in una lettura innocente e romantica della sua comparsa nell’antichità, lo sport è motivo di tregua, il calcio ci ha mostrato di essere prima di tutto un fenomeno politico e solo in seguito sportivo, al cui interno gli sviluppi politici si acuiscono e si ingigantiscono, anziché essere oscurati e passare in secondo piano. Con l’esclusione dei tifosi attraverso il sistema dei visti di viaggio; l’esclusione persino di un arbitro somalo e l’interrogatorio di 11 ore prima della sua espulsione; i controlli umilianti sui giocatori delle squadre africane; il divieto d’ingresso nel Paese ospitante perfino per le famiglie dei calciatori; il divieto di permanenza nel Paese addirittura per una nazionale, quella iraniana: la politica sembrava ingigantirsi sull’arena calcistica. Ma poteva uccidere il calcio stesso? Il calcio, però, è sempre stato tutte queste cose, tanto più il Mondiale. Così, anche in un simile contesto, mentre vedevamo morire il Mondiale, il sogno della nostra passione calcistica, ci siamo preparati tutti, senza illusioni, ad acclamare ancora un inizio, ancora un’illusione di pochi giorni, cercando di trattenere del calcio, più che mai, le storie, la mitologia, le passioni, le emozioni che fanno sembrare che nel mondo esistano ancora ragioni per essere ottimisti.

Un avvio carico di tensione

Ma non c’è Mondiale se non c’è calcio: per questo, per una questione di principio, qualunque sia la congiuntura storica, che in ultima analisi riguarda anche il futuro dello sport stesso, è necessario insistere e partire prima di tutto dal campo, dal terreno di gioco, dal pallone che rotola sull’erba, dai calciatori, i suoi protagonisti, da coloro che plasmano la concezione tattica dell’epoca, persino dal movimento sugli spalti. Non abbiamo né il diritto né il lusso di lasciare il calcio stesso alle spalle degli eventi, perché in tutto il suo percorso, anche se ciò che accadeva dentro ogni stadio era un riflesso degli sviluppi storici — e non gli sviluppi storici un riflesso del calcio — la forma più popolare di sport poteva rimanere al centro perché offriva una via d’uscita all’interno di ogni società, di fronte a ogni arretramento storico, in mille modi che la rendono fonte di vita per miliardi di membri della specie umana.

E così, con questo pensiero e questa attesa, abbiamo acceso i nostri schermi quella sera dell’11 giugno per vedere il calcio tornare in uno dei suoi più mitici luoghi di culto e il Mondiale giocarsi di nuovo all’Estadio Azteca. Era lo stadio in cui, 40 anni prima, si era disputata l’ultima partita di un Mondiale precedente alla cerimonia inaugurale, imprimendo nella storia dell’umanità l’icona di Maradona che reggeva tra le mani il «Santo Graal» del culto calcistico. Ma mancava il sole messicano che illuminava il volto di Diego, e lo scenario sembrava uscito da un film distopico di fantascienza. E se occorreva fare qualcosa al riguardo, ha dato una mano anche il tempo, con le nuvole grigie che coprivano il tempio del calcio per permetterci di assistere, con la luce adatta, alla messa in scena della nuova epopea calcistica.

Per la prima volta, all’inizio di una partita, il terreno di gioco era stipato all’inverosimile, secondo un approccio massimalista al rituale calcistico che non si accordava affatto con la sobrietà che lo caratterizza e lascia lo spazio necessario alla creazione «artistica» dei suoi protagonisti, i calciatori. Enormi bandiere venivano spiegate coprendo due terzi del campo; tutti i giocatori, titolari e riserve, si radunavano al centro anziché disporsi in linea per l’esecuzione degli inni nazionali. Un’enorme folla di volontari, intorno alle bandiere o lungo il corridoio d’ingresso verso il centro del campo, appesantiva ancora di più il quadro complessivo. Quella scenografia si sarebbe ripetuta a ogni partita, a dimostrazione che l’innovazione imprenditoriale non sentiva il bisogno di rispettare neppure gli elementi estetici alla cui sacralità si erano legate le generazioni che hanno amato lo sport e vivono per esso. Perché il problema non è l’innovazione, ma l’intervento esterno, l’evoluzione non organica, l’imbellettamento di un’istituzione, di un gioco, di uno spettacolo che aveva sempre creato ed evoluto il proprio aspetto sulla spinta del bisogno di mostrare la sua vera identità, e non con lo scopo di alterarla.

Magari fosse cambiato soltanto il cerimoniale d’inizio. Poco dopo il 25º minuto dell’incontro — e poi in ogni partita — il calcio si fermava per le cosiddette «pause d’idratazione», che avevano una propria denominazione specifica in ogni lingua. Come può fermarsi il calcio durante un Mondiale? Com’è possibile che non vediamo il campo mentre il tempo sul cronometro dello stadio continua a scorrere? Perché al posto dei calciatori vediamo pubblicità? Tutti sanno come e perché, ma ormai lo sappiamo dopo esserne stati testimoni. Perché c’era anche un pazzo che, 8 anni prima, quando gli Stati Uniti avevano ottenuto insieme ai Paesi confinanti l’organizzazione del torneo al congresso FIFA di Mosca, diceva che in quell’edizione la partita sarebbe stata suddivisa in quattro tempi da 25 minuti, in modo da infilarci più pubblicità. Quel pazzo, Diego Armando Maradona, era stato messo al bando da ogni autorità calcistica quando era il miglior calciatore del mondo. Dopo la sua morte, in molti si sono affrettati a tornare a scrivere commenti entusiastici sulle sue parole «profetiche». È questa l’ipocrisia della lettura tardiva della storia: comprendere, o anche solo fingere di riconoscere, la validità di un’opinione quando ormai non ha più alcun senso farlo. La questione è sostenerla quando viene espressa, quando si oppone al male in arrivo. Nel 2018, però, il calcio mondiale si limitava a celebrare il proprio ritorno in tre Paesi del capitalismo occidentale.

Qualche anno dopo, tuttavia, abbiamo scoperto che quel Mondiale nordamericano sarebbe stato molto diverso dai precedenti anche per un altro motivo: perché avrebbe costituito un ulteriore passo nel continuo aumento delle squadre, iniziato da Havelange con la prima applicazione al Mondiale di Spagna 1982 e proseguito con l’ultimo Mondiale preparato dalla FIFA sotto la sua guida, in Francia nel 1998. La partecipazione di 48 squadre alla Coppa del Mondo apriva le porte a molti Paesi che non avevano mai preso parte alla grande competizione mondiale. Da un lato, questo ha aiutato tutti noi che amiamo il calcio, in tutto il mondo, a entrare in contatto con nazionali provenienti da culture calcistiche delle quali prima — a torto — non sapevamo nulla. Ci ha costretti a cominciare a cercare la Storia del calcio in quei Paesi, senza che ad attenderci ci fossero sempre sorprese piacevoli. È stato un contributo positivo a una competizione la cui Storia viene letta come una partita tra Europa e Sudamerica e che, negli ultimi decenni, ha per giunta ristretto i suoi protagonisti a un numero sempre minore di Paesi. Abbiamo conosciuto il calcio di Uzbekistan, Giordania, Curaçao, Capo Verde; abbiamo imparato i nomi e le storie dei loro giocatori, che dimostrano come la profondità di questo sport in tutto il pianeta sia molto maggiore di quella che resta sugli schermi delle grandi competizioni europee per club. Era necessaria un’apertura simile perché diventasse esperienza concreta la consapevolezza che l’intero edificio del calcio d’alto livello poggia su una base enorme, estesa letteralmente a ogni angolo della Terra. La scelta delle 48 squadre ha posto nuovi ostacoli pratici che sono stati superati, rendendo la successiva espansione a 64 una scelta quasi ovvia, dato che un formato del genere risolverà più problemi di quanti ne creerà.

Uno dei problemi del formato a 48 squadre — e che verrà risolto con la partecipazione di 64 — era l’eccessiva facilità di qualificazione dalla fase a gironi, talvolta anche attraverso risultati che facevano comodo a entrambe le squadre. Episodi del genere si erano verificati negli anni in cui al Mondiale partecipavano 24 squadre, con la possibilità di conquistare gli agognati 4 punti del 3º posto ed essere certi della qualificazione. In questo Mondiale, però, c’è stata anche una squadra, il Senegal, che ha superato il girone con 3 punti. Non necessariamente senza meritarlo, per quanto si è visto in campo. Ma non ci sarebbero mai state, nel modo in cui ci sono state, alcune partite nelle quali un risultato portava entrambe le squadre al turno successivo. Con una qualificazione chiara riservata ai primi 2 posti dei gironi, potremmo assistere a una prima fase ancora migliore, che nel Mondiale di quest’anno è stata forse al di sotto delle attese.

Un’altra ragione per cui la fase a gironi è stata inferiore alle aspettative è stata la presenza di diversi raggruppamenti teoricamente «facili», dato che 3 di essi avevano come testa di serie i Paesi organizzatori, che non figuravano nelle prime dodici posizioni della classifica FIFA (il Messico era 14º, gli Stati Uniti 17º e il Canada 30º). Così, il 1º, il 2º e il 4º gruppo erano nettamente meno competitivi rispetto agli altri. Questo squilibrio apparente ha prodotto anche uno squilibrio negli incroci a eliminazione diretta: nonostante per i primi 4 Paesi del ranking fossero stati stabiliti 4 percorsi distinti fino alle semifinali, il loro cammino fino a quel punto ha dato origine a molte discussioni, probabilmente superflue.

In questi tre gironi non ci sono state grandi sorprese positive. Il Messico è stato la prima squadra a conquistare la qualificazione alla fase a eliminazione diretta, anche grazie agli altri risultati del girone e all’ordine cronologico delle partite; Canada e Stati Uniti sembravano in buona forma, si erano preparati adeguatamente per il loro Mondiale e forse avrebbero potuto ambire a qualcosa di più rispetto alle loro precedenti apparizioni. Il Canada ci è riuscito: non aveva mai giocato nella fase a eliminazione diretta di un Mondiale e non aveva mai conquistato neppure un punto, avendo collezionato 6 sconfitte nelle 2 precedenti partecipazioni, nel 1986 e nel 2022. Non sono però mancate le sorprese negative. La peggiore prestazione di una squadra al Mondiale è stata quella del Qatar, non tanto per i risultati (ha perfino pareggiato contro la Svizzera), quanto per ciò che ha mostrato sul campo di Vancouver contro il Canada. Nelle 9 edizioni della Coppa del Mondo che ho seguito, mai, mai avevo visto un gioco tanto antisportivo, un approccio alla fase difensiva così poco professionale e pericoloso. In una partita nella quale il primo cartellino rosso è arrivato al 33º minuto per Homam Ahmed, al 51º Assim Madibo, nonostante le lacrime, è entrato con un intervento assassino e antisportivo su Ismaël Koné, causando la frattura della tibia sinistra del calciatore canadese e scioccando noi che assistevamo alla scena in televisione, con quell’alta definizione che, purtroppo, non fa distinzioni tra le immagini. Dopo un’interruzione di quasi dieci minuti, Ahmed Fathy ha commesso un altro fallo inaccettabile sulle ginocchia di Ali Ahmed, ricevendo soltanto il cartellino giallo prima che Saliba segnasse su quella punizione il 4º gol del Canada, in una partita terminata 6-0, con il 79% di possesso per i padroni di casa. Per l’economia del dibattito durante il torneo, è importante dire che, dopo questa specifica partita, non si è aperta alcuna grande discussione sulla durezza con cui hanno giocato i calciatori del Qatar.

Il Qatar, però, è stato coinvolto — questa volta senza alcun contributo negativo — anche in un’altra partita che ha suscitato un ampio dibattito nelle profondità di internet sulla competizione stessa. Nella sfida con la Svizzera, il rigore con cui la squadra europea ha sbloccato il risultato ha dato il via a una ridda di commenti quali «Hanno derubato il Qatar», «la FIFA ammette un errore del VAR», «la FIFA chiederà scusa al Qatar», oltre che a false notizie sull’esclusione dell’arbitro Saíd Martinez dal resto del torneo. Per la cronaca, non è successo nulla di tutto ciò. Anzi, Saíd Martinez ha arbitrato anche la partita tra Inghilterra e Ghana, nella quale, al contrario, sembra siano stati commessi gli errori arbitrali più gravi di tutta la competizione. Questo elemento, quello della tossicità apparente, non era ovviamente il calcio giocato sul terreno di San Francisco. Eppure ciò che si è espresso per la prima volta dopo quella partita avrebbe in seguito assunto un ruolo centrale, arrivando a influenzare l’identità stessa della competizione. Per questo merita di essere ricordato: è da lì che comincia un filo.

Gli altri due Paesi che hanno deluso in questi gironi sono state le uniche nazionali rappresentanti della UEFA ad aver chiuso all’ultimo posto nei rispettivi gruppi. Da un lato la Turchia, che ha tirato senza sosta ma non è riuscita a segnare nelle prime due partite contro Australia e Paraguay; dall’altro la Cechia, che si è fatta rimontare dalla Corea del Sud e raggiungere negli ultimi minuti dal Sudafrica: nessuna delle due ha dato con le proprie prestazioni l’impressione di essere una squadra di alto livello. Al contrario, il fatto che con il 3º posto si potesse ancora sperare e, alla fine, avanzare nel torneo ha permesso alla Bosnia-Erzegovina, dopo la clamorosa eliminazione dell’Italia dalla competizione, di ottenere un’altra qualificazione storica, questa volta alla fase a eliminazione diretta del Mondiale.

In una Coppa del Mondo disputata in stadi non costruiti per il calcio, con tribune che spesso impedivano di far rientrare tutto il terreno di gioco nell’inquadratura televisiva; giocata in orari inadatti al calcio, con un caldo torrido che in diversi casi rendeva le condizioni estremamente difficili per i calciatori; su terreni di gioco quanto mai problematici, con l’esempio più eclatante nell’erba del MetLife Stadium — lo stadio in cui si è disputata anche la finalissima —, che sembrava uscita da qualche film romantico sul calcio dilettantistico, il contenuto calcistico è stato ricco per chi voleva davvero seguirlo. Sono state molte le squadre che nella fase a gironi hanno dimostrato come lo sport e il suo approccio ideologico si sviluppino ovunque. Forse l’esempio migliore è stata la prestazione del Giappone contro i Paesi Bassi. I Samurai Blu hanno mostrato di saper cambiare assetto con una sincronia straordinaria, a seconda del momento e del minuto della partita; avevano un piano eccellente per chiudere gli spazi disponendo le linee in diagonale, in modo da non consentire neppure quel noioso gioco di passaggi orizzontali che ha dominato in Europa; ed erano magnifici nelle transizioni, che contenevano elementi del contropiede tipico del catenaccio (frainteso come sistema ultra-difensivo). Il Giappone ha incrinato la fiducia dei Paesi Bassi nella prima partita del girone tra le due squadre, poi ha segnato 4 gol alla Tunisia e ha strappato un pareggio alla Svezia, con il quale ha ottenuto la qualificazione da seconda.

L’Ecuador, una delle squadre della CONMEBOL presentatesi al torneo con un allenatore argentino (vale a dire tutte, eccetto il Brasile), è riuscito a ottenere una vittoria storica contro la Germania, in una partita nella quale la Nationalmannschaft aveva già assicurato la qualificazione, ma doveva dimostrare di poter fare qualcosa di più nella competizione dopo la prestazione problematica e la risicata vittoria in rimonta contro la Costa d’Avorio. La partita tra Costa d’Avorio e Germania ha mostrato, peraltro, che la distanza tra i Paesi africani che partecipano regolarmente alle grandi competizioni e le tradizionali superpotenze del calcio non soltanto si sta riducendo, ma che le squadre africane sono in grado persino di impartire lezioni di calcio ai custodi dell’élite calcistica. La Germania può anche essere riuscita a ribaltare il risultato in quella partita e a evitare guai molto seri, ma non è stata in alcun modo migliore dei suoi avversari. Alla partita, purtroppo, è seguita una dichiarazione del campione del mondo 2014 Bastian Schweinsteiger: il modo più elegante per definirla è infelice, il più sincero è razzista. Schweinsteiger ha descritto il calcio africano, in generale, come se fosse una cosa sola, un’unica cultura, definendolo «selvaggio», «non ortodosso» e «meno tattico». Quel giorno, però, l’unico calcio che sembrava avere queste caratteristiche era quello giocato dalla nazionale del Paese di Schweinsteiger contro la Costa d’Avorio.

La più grande sorpresa positiva della fase a gironi è stata però Capo Verde. Iniziando il proprio cammino contro la Spagna campione d’Europa, applicando tattiche molto simili al gioco del Giappone — anche se con una minore capacità di sincronizzazione — e schierando un calciatore che sarebbe diventato una leggenda in questo torneo e che prima era letteralmente sconosciuto in tutto il mondo, il portiere Josimar José Évora Dias, detto Vozinha, ha ottenuto uno 0-0 di cui si è parlato molto e a ragione. In seguito è riuscito a pareggiare 2-2 con l’Uruguay e 0-0 con l’Arabia Saudita, facendo della propria presenza la migliore dimostrazione dell’utilità dell’allargamento del torneo: non perché servissero 48 squadre perché fosse presente — in base al suo cammino nelle qualificazioni CAF sarebbe passato anche se il Mondiale fosse rimasto a 32 —, ma perché è utile che squadre simili partecipino più spesso a queste grandi competizioni, affinché le loro imprese abbiano continuità e su di esse si possa costruire un calcio nazionale in ogni Paese del mondo.

Tra le grandi favorite, la squadra che più si è distinta nella fase a gironi è stata la Francia, che ha giocato un calcio dominante, rapido e offensivo, ha segnato molti gol — parecchi dei quali di particolare bellezza —, ha chiuso al primo posto con tre vittorie in uno dei gironi più difficili del torneo e sembrava di gran lunga la principale candidata alla conquista del titolo, dopo aver raggiunto la finale nelle due edizioni precedenti. Ha destato più dubbi l’Inghilterra, che, pur offrendo un grande spettacolo contro la Croazia, soprattutto nel secondo tempo della partita, da essa dominato, ha lasciato perplessi contro il Ghana, quando è stata probabilmente favorita dagli errori arbitrali, e persino contro Panama, che alla fine è comunque riuscita a battere grazie a due gol di Harry Kane. L’Argentina non ha incontrato particolari difficoltà contro avversarie teoricamente deboli, ma ha cominciato a scrivere una storia epica grazie alla presenza di Lionel Messi, suo giocatore chiave e barometro assoluto del gioco. La Spagna, invece, nonostante il calcio dominante praticato, incontrava enormi difficoltà ad arrivare al gol: è riuscita a battere agevolmente soltanto l’Arabia Saudita, dopo lo 0-0 con Capo Verde, e ha vinto 1-0 contro un Uruguay deludente, i cui problemi cominciavano nello spogliatoio, con il totale disaccordo sull’approccio alla partita tra l’allenatore Marcelo Bielsa e i giocatori. Dopo l’eliminazione dell’Uruguay, peraltro, Bielsa, una delle figure di riferimento del calcio mondiale del XXI secolo, si è presentato furioso davanti alle telecamere perché non era riuscito a instillare nessuna delle proprie visioni in una squadra che voleva rimanere aggrappata a un approccio mitico al proprio calcio.

Il Brasile, che aveva una rosa piuttosto pubblicizzata e in panchina un allenatore italiano — un connubio che appare alquanto paradossale nella grande Storia del calcio —, non è riuscito a esprimere un buon gioco e ha superato un girone facile grazie alle qualità individuali di alcuni calciatori, soprattutto Vinicius Jr. Nello stesso gruppo, il Marocco sembrava possedere le caratteristiche che lo avevano portato alle semifinali della precedente edizione ed essere capace di sostenere il ruolo di favorito con cui era arrivato al torneo, da 7º nel ranking FIFA. I Paesi Bassi di Koeman, che avevano giocato un bel calcio a EURO 2024, erano una squadra piuttosto incostante; particolarmente problematica è stata la prestazione del Portogallo, che, pur arrivando con la legittima ambizione di sfidare le grandi favorite, come aveva fatto anche nella Nations League dell’anno precedente, ha pareggiato con il Congo, si è poi scatenato contro il debole Uzbekistan e infine non è andato oltre lo 0-0 con la Colombia, in una partita nella quale aveva ogni motivo per contendersi il primo posto, che conduceva a un percorso decisamente più agevole nella fase a eliminazione diretta.

Il dibattito sul «Mondiale dell’Africa»

La conclusione della fase a gironi, alla luce dei risultati, ha improvvisamente aperto un grande dibattito sulla possibilità che questo fosse (o sarebbe stato) il «Mondiale dell’Africa». Il fatto che 9 delle 10 squadre africane si fossero qualificate al turno successivo significava che la Confederazione Africana (CAF) aveva ottenuto la percentuale di qualificazione più alta dalla fase a gironi. Oltre a Capo Verde, anche altre squadre africane sono andate oltre i propri limiti. Il Sudafrica è riuscito inaspettatamente a conquistare il secondo posto nel proprio girone, eliminando la Corea del Sud nell’ultima partita, che era uno scontro da dentro o fuori. L’Egitto ha segnato il suo primo gol e conquistato il suo primo punto in un Mondiale contro il Belgio, poi ha ottenuto la sua prima vittoria contro la Nuova Zelanda, passando anch’esso come secondo del girone. La RD Congo ha strappato un pareggio al Portogallo, ha perso di misura contro la Colombia e battuto nettamente l’Uzbekistan per assicurarsi a sua volta la qualificazione; il Ghana, pur senza ottenere risultati straordinari rispetto al proprio potenziale, avrebbe forse meritato qualcosa in più nella partita con l’Inghilterra, terminata 1-1.

I risultati, le qualificazioni e le imprese inattese mostravano che le squadre africane meritavano il loro posto, in quel numero, nel Mondiale a 48 Paesi. La verità, però, è che il vero salto di qualità sarebbe arrivato se fossero riuscite ad andare oltre i sedicesimi di finale, in modo da poter vantare un risultato collettivo misurabile come presenza chiaramente migliore rispetto alle precedenti edizioni. Prima dell’inizio della fase a eliminazione diretta, tuttavia, una simile eventualità sembrava estremamente difficile. Con la sola eccezione del Marocco, tutte le altre squadre dovevano affrontare avversarie più forti e lo scenario di molte nazionali africane capaci di avanzare appariva assai poco probabile. Il Marocco è passato; l’Egitto è riuscito ad ampliare il proprio successo eliminando l’Australia; le altre squadre, invece, non ce l’hanno fatta, sia pure di stretta misura. Una delle partite più notevoli è stata quella del Senegal contro il Belgio. I «Leoni della Teranga» sono stati nettamente la squadra migliore sul terreno di Seattle per gran parte dell’incontro. Il Belgio sembrava non avere alcuna risposta, ma le mosse tattiche di Rudi Garcia, che al 56º minuto ha inserito Lukebakio e Raskin al posto di Doku e De Bruyne, gli hanno consegnato progressivamente il controllo del centrocampo: così è riuscito a pareggiare e, alla fine, a vincere ai supplementari grazie a un rigore al limite, ma giusto. L’andamento della partita è sembrato un suicidio, ma è sempre la difficoltà di compiere l’impresa a rendere le cose più ardue per le squadre che affrontano un’avversaria teoricamente più forte: che si manifesti negli errori dei calciatori o nell’incapacità dei tecnici di gestire correttamente la tattica durante l’evolversi della partita, sono tutti fattori che concorrono al medesimo risultato. Di misura è stata anche la sconfitta del Congo, che sembrava capace di eliminare l’Inghilterra; anche la Costa d’Avorio ha lottato fino alla fine per qualificarsi contro una Norvegia che sembrava attraversare un momento di forma straordinario, non soltanto durante la competizione, ma già prima. Di misura anche la sconfitta del Ghana contro la Colombia.

La partita più grande, con la prestazione più bella, l’ha però giocata Capo Verde contro l’Argentina campione del mondo. Oltre a mettere in campo l’anima, con una squadra che insisteva e cercava il miracolo contro una superpotenza vulnerabile, Capo Verde ha proposto un approccio calcistico del tutto ortodosso, ha individuato i varchi lasciati dall’avversaria, ha segnato nelle uniche occasioni avute — la seconda, ai supplementari, in modo magnifico, tanto da collocarla tra le reti più belle del torneo — e ha costretto gli argentini a sudare per ottenere la qualificazione più difficile di tutto il loro cammino. L’eliminazione di Capo Verde, tuttavia, significava che, nonostante le ottime prestazioni, soltanto 2 squadre africane passavano al turno successivo: il Marocco, che ha eliminato ai rigori i Paesi Bassi in una partita da esso dominata, e l’Egitto, che avrebbe incontrato a sua volta l’Argentina.

Questi risultati hanno mostrato che il calcio africano, nel suo complesso, grazie allo sviluppo delle proprie competizioni internazionali, alla crescita della Coppa d’Africa, alla possibilità di attingere al talento di calciatori africani cresciuti nelle grandi accademie europee, dotate delle infrastrutture necessarie a valorizzarne le capacità, e allo sviluppo di infrastrutture analoghe nei propri territori — con l’esempio emblematico del Marocco —, può costruire su solide fondamenta (letteralmente) un proprio approccio calcistico nazionale. Il Mondiale 2026 non è stato «il Mondiale dell’Africa», ma il percorso intrapreso dimostra che ne esistono i presupposti, a condizione imprescindibile di sviluppare una solida rete africana, lontana dai fenomeni di corruzione e dai titoli vinti fuori dal campo, affinché più squadre africane possano eliminare le potenze tradizionali di questo sport provenienti dall’Europa e dal Sudamerica.

La mappa mondiale delle contraddizioni calcistiche

Con la conclusione dei sedicesimi di finale, sebbene molte squadre siano andate vicine alla sorpresa, soltanto una si è concretizzata. La nazionale tedesca non vinceva una partita a eliminazione diretta dal 2014, quando aveva conquistato la Coppa del Mondo in Brasile. Nelle 2 edizioni successive era stata eliminata nella fase a gironi. Non era mai accaduto prima nella Storia della Germania unita tra le due guerre né in quella della Germania Ovest durante la Guerra fredda. L’esordio con 7 gol contro Curaçao, che nonostante tutto era riuscito a segnare, non aveva avuto nulla in comune con la prestazione problematica contro la Costa d’Avorio e la sconfitta con l’Ecuador. Ma il fatto che al turno successivo l’avversaria fosse il Paraguay — una squadra che aveva subito 4 gol dagli Stati Uniti, battuto la Turchia in una partita dominata dagli avversari e pareggiato 0-0 con l’Australia per qualificarsi da 3ª in un girone relativamente facile — faceva pensare che, almeno, il compito della qualificazione fosse assolutamente alla portata dei tedeschi, che con ogni probabilità avrebbero poi incontrato l’ambiziosissima Francia. La partita di Boston, però, sembrava creata apposta per rispondere ai commenti di Schweinsteiger, sprezzanti nei confronti del calcio africano.

La Germania dominava il campo, ma è stata l’avversaria a segnare per prima con Enciso, al 42º minuto. Mentre la superiorità tedesca e la pressione aumentavano sempre di più, il realistico anti-fútbol del Paraguay sembrava non cedere: lo ha fatto soltanto al 54º minuto, quando Havertz ha segnato il pareggio. Ai rigori, con lo straordinario portiere Orlando Gill come eroe, i paraguaiani hanno conquistato la qualificazione, lasciando ancora una volta la Germania senza vittorie, da 12 anni, nella fase a eliminazione diretta del Mondiale e provocando al suo interno forti scosse che hanno portato all’allontanamento del commissario tecnico Julian Nagelsmann. Quella partita, però, aveva un valore molto più grande per il modo in cui i risultati sono stati trattati nel dibattito più generale durante il Mondiale, così come oggi si sviluppa nei mezzi d’informazione e nei social media, teoricamente molto più incontrollabili. Dopo la partita con la Germania, i commenti hanno celebrato in termini entusiastici il coraggio della squadra di Gustavo Alfaro, dimostratasi una rappresentante autentica della versione bilardista del calcio del suo Paese. Per la cronaca e per la statistica, in quella partita ci sono stati 2 cartellini gialli per parte.

Nella partita successiva, contro la Francia, il Paraguay ha giocato esattamente nello stesso modo, con molto contatto fisico, duelli duri per il pallone e 13 falli complessivi. Le statistiche offensive dell’incontro erano molto simili a quelle della sfida con la Germania, con un netto predominio dell’avversaria; la differenza era che, sul piano difensivo, la Germania aveva affrontato i paraguaiani con molta più forza fisica rispetto alla Francia, che — probabilmente a ragione — si era affidata alla propria creatività. Il cambiamento dell’avversaria e del suo approccio ha prodotto una reazione isterica nei confronti del modo di giocare del Paraguay, che sarebbe stata giustificata se fosse esistita già prima di quell’incontro. Il problema è che costituisce una grave distorsione giudicare le partite, e in particolare il rendimento di ogni squadra, in modo diverso a seconda dell’avversaria, quando quel rendimento non cambia. I commenti entusiastici dopo l’«epopea» e la qualificazione contro la Germania si sono trasformati in una critica durissima (oltre ogni limite) di quell’approccio calcistico. Senza aver inciso in alcun modo sulla partita, la grande stella della squadra francese e uno dei massimi protagonisti del torneo, Kylian Mbappé — ormai il miglior marcatore nella Storia dei Mondiali —, ha mostrato un atteggiamento particolarmente snob verso gli avversari, arrivando a non stringere la mano al portiere rivale quando Gill gliel’ha tesa al fischio finale. Uno sguardo lucido mostra che, per ragioni quali che fossero, la Francia voleva impostare la partita nel modo in cui è stata poi raccontata, con l’estrema denigrazione degli avversari, dipinti come un’accozzaglia di giocatori capricciosi e antisportivi. Un’impostazione proseguita nei media e nel dibattito pubblico, che ha provocato uno scontro tra lo stesso Mbappé e veri e propri abomini politici del Paese dei Guaraní, i quali non rappresentano in alcun modo alcun popolo del mondo. Il punto è che quella discussione tossica seguita a Francia-Paraguay avrebbe passato il testimone a un’estremizzazione molto più grande, destinata a caratterizzare il torneo. La Francia è andata avanti e il bersaglio di quella tossicità non era una squadra che aveva giocato una partita dura, una delle tante che abbiamo visto nella Storia dei Mondiali, e neppure lontanamente della stessa durezza mostrata dal Qatar contro il Canada, che aveva suscitato poche reazioni da parte degli stessi suscettibili e tardivi sostenitori del bel calcio.

Nella stessa fase in cui il Paraguay è stato eliminato in quel modo e ha lasciato il torneo accompagnato da tutti quei commenti duri — molto più duri dei suoi falli —, altrettanto dura e dolorosa è stata l’eliminazione della squadra più importante nella storia delle Coppe del Mondo, il Brasile cinque volte campione, che ha perso la propria identità ormai da decenni. Agli ottavi, il Brasile affrontava la Norvegia, un’ottima squadra con un micidiale goleador tra le proprie fila, e il problema maggiore di quel cammino era che avrebbe dovuto compiere, in sostanza, un’impresa: dalla finale del 2002, quando ha conquistato il suo ultimo trofeo, non è mai più riuscito a eliminare una squadra europea nella fase a eliminazione diretta del Mondiale. Ha perso persino la finale per il terzo posto del 2014 contro i Paesi Bassi, nel Mondiale organizzato sul proprio territorio. Ancelotti è stato scelto come allenatore non per instillare una nuova filosofia e avviare un nuovo percorso nel calcio brasiliano — pensare che ci possa riuscire un italiano è, se non altro, un sacrilegio dal punto di vista della cultura calcistica —, ma per gestire la presunta sovrabbondanza di talenti presenti nella nazionale. Il risultato è stato un Brasile incapace di gestire le partite contro squadre dotate di un piano di gioco chiaro: Marocco, Giappone e, infine, Norvegia. Anche la qualificazione contro il Giappone è stata difficile, ma è arrivata grazie all’abbondante talento individuale, che però non può portare una squadra molto lontano in un Mondiale, specialmente in un calcio la cui trasformazione in industria è molto più efficace nello sfruttare gli errori e lascia sempre meno varchi nei quali possa inserirsi l’ispirazione individuale spontanea. Per la prima volta dal 1990, il Brasile è stato eliminato così presto dal torneo, dopo aver avuto la fortuna, nell’ultimo ventennio, di non incontrare squadre europee prima dei quarti di finale. La perdita del calcio brasiliano dal novero delle grandi scuole che si confrontano in un Mondiale sarà un duro colpo per il calcio e non dipende soltanto da una sua specifica debolezza nazionale: è il risultato di uno sviluppo complessivamente diseguale dello sport, i cui effetti hanno iniziato a manifestarsi più o meno quando la squadra di Ronaldo, Rivaldo, Ronaldinho, Roberto Carlos e Cafú ha vinto il suo ultimo titolo.

Esaminando la Storia delle Coppe del Mondo, abbiamo individuato un punto decisivo nel quale ha avuto inizio in Europa occidentale uno sviluppo del calcio di tipo diverso. In uno spazio in cui esisteva da sempre una rete di club e nazionali forti, con una tradizione ricchissima nella concezione del gioco e nello sviluppo delle cosiddette scuole calcistiche, due eventi hanno agito da catalizzatori, accelerando questa crescita a un ritmo esponenziale. Il primo è stato la nascita e l’evoluzione della Champions League, il secondo la liberalizzazione dei trasferimenti internazionali dopo la cosiddetta sentenza Bosman. Senza analizzare di nuovo il modo in cui questi due eventi hanno influito sul calcio mondiale, ricorderemo che i loro effetti hanno iniziato a rendersi visibili nel calcio internazionale su scala mondiale circa un decennio più tardi. Nel 2006 tutte le semifinaliste provenivano da quella rete, mentre negli ultimi 20 anni, in 6 edizioni, soltanto tre volte una finalista è arrivata da fuori Europa, e precisamente dal Sudamerica, dato che nessun’altra squadra appartenente a un’altra confederazione ha comunque mai raggiunto la finale del Mondiale. Quella squadra era l’Argentina, che schierava Lionel Messi, il più grande calciatore di tutti i tempi. La nazionale più grande nella Storia del Mondiale, il Brasile, è arrivata una sola volta in semifinale, dove ha subito l’indimenticabile sconfitta per 7-1 contro la Germania.

Questo percorso non mostra segni d’inversione, il che significa che il livello più alto del calcio mondiale si concentra e continuerà a concentrarsi, se nulla cambierà, in un’area geografica molto ristretta. È molto positivo vedere in un Mondiale squadre provenienti da 48 o, in futuro, anche 64 Paesi, ma è un regresso per il cosiddetto «Gioco Mondiale» che i protagonisti provengano sempre di più da una regione geografica sempre più limitata. Il prosciugamento del talento sudamericano, i calciatori che non giocano mai in patria e diventano parte di una concezione del gioco propria di un grande club europeo, non aiutano l’evoluzione delle grandi scuole nazionali del calcio che, dall’altra parte dell’Atlantico, hanno rappresentato da sempre uno dei due poli del mondo. Il cammino della nazionale brasiliana è purtroppo la migliore rappresentazione di questa traiettoria e la prestazione della Seleção al Mondiale nordamericano sembra indicare la morte del Gioco Mondiale — equivalente alla morte del Mondiale, se non ha altro contenuto che quello di una competizione europea. Questa constatazione è una delle più importanti emerse dal torneo e, naturalmente, non è affatto ottimistica. Non si tratta neppure di una supremazia generale del calcio europeo, perché anche all’interno del Vecchio Continente le stesse contraddizioni sono enormi: l’ultima eccezione è stata la vittoria della Grecia a EURO 2004, arrivata appena 2 anni dopo il trionfo mondiale del Brasile, prima della grande controffensiva dell’Europa occidentale. Da allora nessuna squadra esterna a questa rete ristretta, neppure all’interno dell’Europa, è riuscita a scuoterne il dominio.

Una squadra che eccelle all’interno di questa rete — e in particolare in una competizione per nazionali nata per rafforzarla anche oltre il livello dei club — è il Portogallo, eliminato anch’esso agli ottavi dopo un derby iberico nel quale la Spagna ha dominato in ogni spazio e in ogni momento del campo, ma che si è concluso soltanto 1-0, con un gol di Merino nel primo minuto di recupero. Questo risultato ha significato anche l’eliminazione della nazionale di un giocatore che le è stato legato per 22 anni, Cristiano Ronaldo, il quale ha visto spegnersi quel giorno a Dallas il sogno, già lontano, di vincere un Mondiale. Più che per il suo contenuto calcistico, quella partita è cruciale perché coincide con un cambiamento nel modo e nel contenuto del dibattito pubblico e online sulla competizione. Due giorni dopo Francia-Paraguay, che aveva scatenato il primo acceso scontro, e un giorno prima di Argentina-Egitto, destinata a diventare una partita monumentale, per ragioni calcistiche e non.

In questo turno sono stati eliminati anche tutti i Paesi organizzatori. Il Messico ha perso in una battaglia epica contro l’Inghilterra, nella partita che chiudeva il programma del Mondiale al mitico Azteca. Gli Stati Uniti, che avevano ottenuto la sospensione della squalifica per una giornata inflitta a Folarin Balogun dopo un intervento di Trump, sono sembrati impotenti davanti al Belgio nella sua migliore prestazione del torneo. Il Canada, invece, pur tenendo il pallone, imponendo il proprio ritmo e restando costantemente nella metà campo avversaria, ha subito 3 gol dall’efficientissimo Marocco, che ha raggiunto ancora una volta i quarti di finale.

L’Egitto era l’altra squadra africana, quella che ambiva a compiere contro l’Argentina l’impresa mancata a Capo Verde. In una partita nella quale l’Albiceleste è stata molto migliore rispetto all’incontro precedente, creando molte più occasioni, l’Egitto è stato magnifico in contropiede, ha segnato 2 gol e un altro, giustamente annullato, mantenendo un vantaggio enorme fino al 78º minuto. A quel punto, però, la gestione tattica e le batterie ormai scariche dei Faraoni hanno portato a una delle rimonte più epiche mai viste in una Coppa del Mondo, aprendo anche il dibattito che avrebbe caratterizzato l’adeguamento delle grandi competizioni calcistiche ai parametri del mondo in cui viviamo: la follia assoluta.

La legge calcistica dei forti

I quarti di finale presentavano uno squilibrio paradossale ma del tutto prevedibile: in ciascuna delle quattro partite scendeva in campo un’ex campione del mondo, nonché una delle prime quattro del ranking FIFA, contro altre 4 squadre in cerca dell’impresa. La Norvegia era tornata al Mondiale dopo 28 anni, aveva eliminato il Brasile e cercava una qualificazione quasi irreale contro l’Inghilterra. La Svizzera era di nuovo ai quarti dopo la Coppa del Mondo 1954, disputata sul suo territorio. Il Belgio, all’atto finale della propria generazione più talentuosa, 8 anni dopo l’eliminazione di misura prima della finalissima, puntava a entrare per la terza volta tra le prime quattro; il Marocco dimostrava di essere ormai tra le grandi squadre di calcio del mondo, arrivando di nuovo fino alle fasi avanzate del torneo, questa volta senza sorprendere nessuno.

Oltre a questa divisione in due, tuttavia, la composizione significava che Argentina e Marocco erano le sole squadre provenienti da fuori Europa — e, più precisamente, da quella rete dell’Europa occidentale — ad aver eliminato più di una squadra europea nella fase a eliminazione diretta di un Mondiale. Quella rete geograficamente circoscritta avrebbe quindi potuto occupare per intero le semifinali. La prima partita, tra Francia e Marocco, ha mostrato che la squadra africana non poteva in alcun modo arginare il momento propizio dei Bleus. Il Marocco si è chiuso dietro, stringendo molto le linee e sperando di creare occasioni in contropiede. Era il piano che aveva funzionato contro il Canada, ma il livello della Francia non era lo stesso e la sua avversaria, dotata di enorme talento, trovava il modo di far circolare il pallone anche nei corridoi più stretti. La Francia è passata con una superiorità che il 2-0 finale forse non rispecchia: ha creato molte buone occasioni, Yassine Bounou ha compiuto alcuni interventi straordinari, tra cui quello su un rigore calciato da Mbappé, e il Marocco è uscito senza riuscire in un’altra impresa.

Nel secondo quarto di finale, il Belgio è diventato forse la squadra che più di ogni altra ha messo in difficoltà la Spagna. Nonostante il predominio spagnolo in un’altra partita e i soliti dati che in generale danno l’impressione di una superiorità calcistica assoluta (per esempio la percentuale di possesso palla), la sfida tra Furie Rosse e Diavoli Rossi è sembrata un rodeo. Il Belgio ha dato più l’impressione di avere esaurito le forze nel finale — quando, tra l’altro, è stata effettuata anche un’incomprensibile sostituzione di Thibaut Courtois — che non le idee calcistiche. Contro il Belgio, la Spagna non ha convinto di saper trovare i corridoi nelle difese chiuse. Perciò il confronto con la prestazione della Francia contro il Marocco non poteva renderla favorita per la semifinale successiva.

La qualificazione più sofferta di tutte è stata quella dell’Inghilterra contro la Norvegia, completando la rimonta ai supplementari. Il grande protagonista degli inglesi è stato Jude Bellingham, che ha sfruttato nel modo migliore i varchi della Norvegia ogni volta che si sono aperti. Nel complesso, però, i norvegesi hanno mostrato un collettivo molto migliore, hanno segnato il gol del vantaggio anche se non è stato Haaland a realizzarlo e hanno protestato persino per un… cavo che ha deviato il pallone prima del fatale secondo gol subito. Al di là della loro qualità calcistica, i norvegesi sono stati anche una squadra che si è fatta notare più in generale nella Coppa del Mondo, per la presenza di massa dei propri tifosi e per una coreografia danzata che, in chi vive in luoghi dove la temperatura media annua è positiva in gradi Celsius, suscitava probabilmente più imbarazzo che emozione calcistica. Il risultato sportivo, però, è stato anche una conseguenza del recente ingresso del calcio norvegese nell’élite dell’Europa occidentale a livello di club, con l’ascesa di una nuova grande forza nelle competizioni nazionali, il Bodø/Glimt, che ha soppiantato le potenze tradizionali Molde e Rosenborg ottenendo risultati di prestigio nelle competizioni europee, capaci di offrire una preziosa esperienza di alto livello ai suoi calciatori, in stragrande maggioranza norvegesi.

Nell’ultimo quarto di finale, disputato in un clima già teso per il dibattito intorno alla fisionomia del torneo, la Svizzera puntava a raggiungere per la prima volta nella propria Storia le semifinali del Mondiale, sancendo un quartetto di vertice interamente europeo. Sebbene l’Argentina sia riuscita a passare in vantaggio al 9º minuto con un colpo di testa di MacAllister, gli svizzeri hanno corso con il pallone, preso il controllo della partita e dimostrato di poter creare pericoli alla porta di Dibu Martínez. Sono riusciti a pareggiare al 67º minuto con Ndoye, ma un episodio di 5 minuti più tardi ha sancito il passaggio a una diversa concezione del giudizio sugli episodi di gioco e della correzione degli errori arbitrali. Analizzarlo riveste particolare importanza perché, pur non essendo la prima volta che quello specifico protocollo veniva applicato nella Coppa del Mondo 2026, in quel quarto di finale ha avuto un impatto enorme sulla determinazione del risultato. In un’azione più o meno a metà campo, Paredes ha conteso il pallone a Embolo e il giocatore svizzero è caduto a terra mostrandosi preda di dolori atroci per il duro intervento dell’avversario. L’arbitro portoghese Pinheiro ha ammonito Paredes per il fallo duro. La sua decisione attivava la responsabilità del VAR di verificare che tutto fosse avvenuto correttamente e che Paredes meritasse davvero il cartellino giallo. Il relativo filmato, però, ha mostrato che tra Paredes ed Embolo non c’era mai stato alcun contatto e che il giocatore svizzero aveva inscenato tutto, fingendo un impatto violento. Secondo il regolamento, un simile gesto va punito con il cartellino giallo; Embolo ne aveva già ricevuto uno per un duro intervento su Paredes, e così la Svizzera è rimasta in 10 per il resto della partita. Nell’episodio vi sono due aspetti degni di nota. Il primo è che l’errore arbitrale commesso sul campo era contro l’Argentina, ma lo zelo dell’arbitro nel non limitarsi a rilevare il fallo e nel mostrare anche il cartellino giallo ha di fatto attivato una procedura che alla fine ha punito la Svizzera. Il secondo è che in molti commenti si è registrata rabbia per l’ammonizione di Embolo, dato che l’azione era lontana dall’area argentina; eppure, in base alla sequenza degli eventi, per quell’azione potevano essere prese soltanto due decisioni: confermare il giallo a Paredes e assegnare un’altra punizione alla Svizzera, oppure espellere Embolo per doppia ammonizione. Nonostante fosse chiaro ciò che aveva fatto ciascun giocatore nell’episodio, non sono stati pochi quelli che hanno espresso apertamente l’opinione che sarebbe stato preferibile confermare la decisione precedente all’intervento del VAR. Contro la Svizzera in 10, l’Argentina non è riuscita a segnare nei tempi regolamentari, ma con i 2 gol realizzati da Julian Alvarez e Lautaro Martínez, la Svizzera ha lasciato spazio a una squadra non europea nel quartetto di testa del torneo.

Le battaglie dei giganti

In questo modo la competizione è arrivata a un punto storico, a una realtà irripetibile: le quattro squadre teoricamente più forti, così come erano state definite prima dell’inizio, si trovavano in semifinale. Il risultato non era del tutto casuale, perché il sorteggio aveva stabilito che, vincendo i rispettivi gironi, queste quattro squadre non si sarebbero incontrate prima di quel punto. Con l’incrocio tra la prima e la quarta, e tra la seconda e la terza del Ranking mondiale, il Mondiale ricordava la fase finale dei campionati di altri sport, che godono però di particolare seguito e popolarità nel Paese ospitante della competizione calcistica. Due sfide storiche, per ragioni diverse, componevano quella che forse era la fase delle semifinali più interessante degli ultimi decenni.

Considerando la Storia del calcio, le due sfide avevano caratteristiche peculiari. Da una parte, Spagna e Francia rappresentavano lo sviluppo del calcio europeo nel XXI secolo. La Spagna, alla quale era stata trasmessa e dove si era trasferita quasi per intero la scuola del calcio totale dai Paesi Bassi, prima con l’arrivo di Rinus Michels e poi con quelli di Cruyff e altri, affrontava il Paese divenuto negli ultimi decenni la maggiore industria produttrice di talento calcistico, basata sull’assimilazione di un mosaico culturale, vale a dire della società reale delle sue città. Per arrivare a quel punto i due Paesi avevano dovuto spezzare vincoli storici: la Spagna quelli della propria frammentazione etnica, la Francia quelli che ostacolavano l’accettazione della reale identità culturale della sua popolazione. In Spagna, il centro dello sviluppo calcistico, almeno per quanto riguardava l’approccio e l’identità ideologica, si era spostato da Madrid alla Catalogna, un’evoluzione che sembrava impensabile negli anni in cui Cruyff si era trasferito a Barcellona per giocare con i blaugrana e, in sostanza, contribuire attraverso il suo lungo cammino nel club a un rispecchiamento calcistico della peculiare coscienza comunitaria catalana. Eppure fu proprio quell’evoluzione a trasformare la Spagna da forza marginale in locomotiva del calcio europeo: alla prima esplosione della sua nuova identità calcistica portò due EURO e un Mondiale, e in questa seconda stagione di successi aveva già portato un EURO. Di fronte c’era la Francia, la squadra europea che più di ogni altra aveva brillato nelle ultime competizioni mondiali. Vittoria del titolo nel 2018, sconfitta ai rigori nella finale del 2022 e grande favorita nel torneo del 2026. In panchina dal 2012, Didier Deschamps ne era diventato l’artefice assoluto, legando il proprio nome a ogni grande successo del calcio nazionale.

Nel corso del Mondiale le due squadre hanno mostrato volti diversi. La Spagna sembrava ricadere nel gioco esteticamente sgradevole del possesso esasperato, che, pur permettendole di dominare ogni incontro, non poteva regalare momenti indimenticabili di esplosione calcistica. Riusciva a vincere la maggior parte delle partite con scarti ridotti, senza che però sembrasse mai che le avversarie meritassero più di lei la vittoria. Sostenuta da un’organizzazione difensiva straordinaria, era riuscita ad arrivare in semifinale avendo subito un solo gol — e non ne avrebbe incassati altri fino alla fine del torneo. Era di gran lunga la squadra più collaudata, un dato rafforzato dal fatto che si basava su un nucleo ampio proveniente dallo stesso club, il Barcelona, e che la stragrande maggioranza dei calciatori giocava nel campionato spagnolo, mentre una percentuale minore militava in club britannici, in un’epoca in cui anche il calcio inglese per club aveva esaltato la stessa logica calcistica spagnola.

Dall’altra parte, la Francia sembrava essere la squadra dotata del maggior numero di soluzioni offensive, segnava bei gol, presentava trame magnifiche create da una linea mediana e offensiva stracolma di talento e, per queste ragioni — oltre che per la precedente esperienza ai Mondiali —, era considerata una delle grandi favorite per il titolo. Prima dello scontro diretto, la Francia sembrava favorita anche in questa semifinale, per la propria qualità e perché nessuna squadra affrontata durante il torneo era parsa capace di metterla in discussione. L’unica ad aver opposto una resistenza tenace, il Paraguay, lo aveva fatto con un gioco duro e fortemente orientato alla difesa, non tentando di imporre una superiorità creativa. Lo stesso clima traspariva dalle dichiarazioni dei francesi, ma c’era un elemento che nessuno poteva ignorare. Negli ultimi due incontri tra le squadre, nelle semifinali di EURO 2024 e della Nations League 2025, era stata la Spagna a eliminare la Francia. Era molto azzardato considerare i francesi così nettamente favoriti in una sfida nella quale entrambe le nazionali presentavano formazioni relativamente simili a quelle degli anni precedenti. Ma per la Francia c’era anche un altro elemento, ancora più importante in questo torneo: sin dall’inizio, l’intero dibattito nel Paese, sui mezzi d’informazione e in ogni tentativo di leggere il cammino del Mondiale aveva un obiettivo, vendicarsi dell’Argentina per la Coppa perduta nel 2022. Questa ossessione francese per l’Albiceleste forse ha impedito di vedere con chiarezza che in semifinale c’era una squadra dotata della qualità necessaria a innalzare ostacoli enormi lungo il cammino verso la finale. Il risultato è stato evidente sul campo: per la prima volta nel Mondiale, i francesi si sono presentati «impreparati» e, dal momento del fallo di Digne su Yamal, che ha permesso a Oyarzabal di aprire il risultato su rigore, non è sembrato in nessun momento che potessero ribaltare la situazione. Gli spagnoli hanno difeso il risultato, tenuto anche il pallone e segnato un altro gol con Pedro Porro, costruendo un vantaggio difficilmente rimontabile per ciò che mostrava la partita. La Spagna ha letto meglio il gioco, non ha schiacciato le linee difensive creando corridoi stretti e consentendo il gioco di passaggi corti che la Francia aveva dimostrato di saper eseguire magnificamente. Ha tagliato in due gli avversari, lasciando sempre la propria linea mediana e offensiva abbastanza alta sul campo, pronta a creare situazioni pericolose e segnare. La Spagna non giocava un calcio migliore della Francia, ma seguiva più fedelmente la logica calcistica, e la differenza in termini di qualità e talento individuale non bastava a oscurare quella realtà. Così la Roja è approdata alla finale come favorita indiscussa e ha vinto anche un duello dal valore simbolico, uscendo vittoriosa dal terzo incontro consecutivo con la Francia in un derby europeo che sta assumendo i tratti di una classica.

E se la prima semifinale era segnata dalla novità di un derby europeo emergente, la seconda era una delle sfide più classiche del calcio mondiale, con radici nel XIX secolo, nel 1893, quando gli scozzesi — i primi grandi avversari degli inglesi sia nelle partite internazionali sia nell’approccio tattico allo sport — fondarono in Argentina la federazione calcistica nazionale. Conteneva rimandi al 1913, quando il Racing divenne la prima squadra interamente argentina a vincere il campionato del Paese, aprendo la strada alla concezione del calcio come elemento culturale nazionale della propria società criolla. Rimandava al 1966, primo incontro fra le due squadre in un Mondiale, l’anno in cui l’Inghilterra, in casa, arrivò fino alla finale e al trionfo. Rimandava a una guerra, nel 1982, che vide contrapposti un governo dittatoriale, l’apoteosi del criminale liberalismo britannico e il ruolo insidioso della diplomazia francese, mentre le vittime, come sempre, erano i popoli del mondo, in quel caso il popolo argentino. Rimandava al 1986, al gol più simbolico e al più leggendario mai segnati in un Mondiale, entrambi dalla stessa persona e nella stessa partita. Rimandava a tutti i duelli successivi, che avevano sempre alle spalle questa Storia.

Nell’epica partita di Atlanta, la sfida più storica del Mondiale di quest’anno, che ha regalato momenti e narrazioni da stampare nel grande libro della storia del calcio, l’Inghilterra doveva compiere la propria impresa, contro una delle poche avversarie che le causano una debolezza storica, tradotta anche in peso psicologico, e davanti a un obiettivo che non raggiungeva da 60 anni: partecipare a una finale. Gli inglesi avevano mostrato una migliore circolazione del pallone, più varietà offensiva e una forma migliore dei loro giocatori di punta, eppure avevano faticato quasi in ogni partita. Avevano convinto soltanto nel secondo tempo contro la Croazia, ma erano stati messi in difficoltà da Ghana, Panama, RD Congo, Messico — in una partita disputata all’Azteca in condizioni certamente particolari — e, naturalmente, dalla combattiva Norvegia. Si trovavano così di fronte a una squadra che aveva dimostrato di saper ribaltare le situazioni sfavorevoli proprio quando sembrava del tutto incapace di reagire. È estremamente interessante chiedersi come l’Inghilterra e il suo allenatore, Thomas Tuchel, abbiano «dimenticato» questo dettaglio. L’interpretazione della partita, con la concessione persino degli ultimi metri in difesa, che portava costantemente l’Argentina in posizione di tiro nonostante il muro difensivo innalzato, è stata un’ottima aggiunta al copione che l’Albiceleste continuava a seguire per realizzare rimonte eroiche. E se in condizioni normali questa sconfitta avrebbe potuto provocare enormi discussioni in Inghilterra e tensioni sul futuro della nazionale, la più generale ridda di voci che aveva preso il sopravvento ha aiutato a relegare in secondo piano qualsiasi critica interna e a farla scomparire molto rapidamente.

Nella finale per il terzo posto, che i calciatori francesi e inglesi avevano dichiarato di non voler disputare, abbiamo assistito in sostanza a una parodia del calcio, un’amichevole lontana dalla tensione di un Mondiale. L’unico paradosso era che le statistiche delle competizioni continuavano a essere conteggiate, incoronando così Kylian Mbappé miglior marcatore di tutta la Storia delle Coppe del Mondo. Quella partita, vinta da Bellingham con la propria qualità proprio quando i francesi sembravano poter rimontare lo 0-4 del primo tempo, è stata anche l’ultima di Didier Deschamps, una personalità gigantesca, creatore di una grande tradizione per la Francia, che è ancora troppo presto per valutare in tutta la sua portata.

Nella finalissima di New York, la Spagna ha riproposto in forma superlativa il proprio approccio calcistico, ha soffocato il gioco dell’Argentina, effettuato circa 850 passaggi in lungo e in largo per il campo, recuperato immediatamente il possesso, annullato Messi, che ha cercato di giocare da molti punti diversi, e, con una prestazione straordinaria in tutte le categorie statistiche — 22 tiri tentati contro 0 degli avversari nei 90 minuti —, è riuscita a vincere il titolo con pienissimo merito grazie al gol segnato da Ferran Torres al 107º minuto, nel secondo tempo supplementare, quando ormai l’Argentina giocava in 10 per l’espulsione di Enzo Fernandez allo scadere dei tempi regolamentari. Non sono stati pochi quelli che si sono affrettati a parlare della differenza nel rendimento delle due squadre e a definire il risultato «giustizia calcistica». Il risultato è stato giusto; ma questa era la finale di un Mondiale, non di un torneo per accademie, dilettanti o veterani. In queste grandi competizioni, indipendentemente dal fatto che qualcuno meriti o meno il titolo (di solito lo merita), quando cerchiamo di interpretare l’evoluzione storica del calcio ciò che misuriamo è il contenuto, molto più del risultato. A sostegno di questa tesi si potrebbero aggiungere infinite massime di grandi figure che hanno plasmato il calcio, come Cruyff, Sacchi e altri, ma i riferimenti sono così numerosi che non basterebbero mai, per quantità, a convincere chi non vuole essere convinto.

La vittoria della Spagna non può essere considerata un passo avanti per l’estetica del calcio mondiale. Occorre una precisazione: nessun’altra squadra ha proposto un approccio migliore, tale da permettere di considerare una delle altre concezioni tattiche presentate come il futuro o la speranza del gioco; e questa è forse una conclusione negativa centrale della Coppa del Mondo 2026. Un calcio privo di qualsiasi attenzione per il passaggio verticale, fatto di movimenti meccanici che, nonostante l’esecuzione impeccabile, non creano tensione né evoluzione degli elementi che emergono come ispirazione all’interno dello sport, non può essere ciò che sogniamo dopo decenni trascorsi a costruire sistemi diversi e approcci più fluidi, nei quali scuole differenti si fondono per dare vita a un calcio capace di entusiasmare. Nonostante a livello di club in Europa assistiamo a un risultato simile — con il Paris Saint-Germain di Luis Enrique come esempio dell’evoluzione delle idee dei decenni precedenti —, la Spagna dell’instancabile e onesto lavoratore de la Fuente non possedeva queste caratteristiche. Qui si apre naturalmente anche una grande domanda: l’evoluzione calcistica può ancora esprimersi nelle partite internazionali, oppure è diventata un privilegio esclusivo dei club, con le loro quasi 100 partite a stagione e la partecipazione costante a competizioni con avversarie note che evolvono tutte simultaneamente? Le risposte non sono univoche e non sono facili; ma se non può più accadere il «miracolo» della comparsa di una nuova ispirazione calcistica in un Mondiale, significa che, per un’altra ragione ancora, oltre alla limitazione geografica dell’élite del calcio, il Mondiale è morto. Probabilmente tutti ci auguriamo che non sia vero.

Argentina: la grande storia del Mondiale

Al di là della registrazione dei risultati calcistici e del quadro generale del gioco volto a comporne l’immagine mondiale, così come si riflette in ogni Mondiale, la storia del torneo non è mai soltanto ciò che accade sul terreno di gioco. L’intera Storia delle Coppe del Mondo, dal processo d’ideazione e fondazione della competizione al suo attraversamento delle diverse epoche — delle guerre, della pace apparentemente eterna, della commercializzazione, dell’oligarchia —, è una Storia che si estende e diventa politica, culturale, sociale, persino diplomatica. La Coppa del Mondo 2026 non poteva fare eccezione a questa regola assoluta e chiunque tenti di raccontarne la storia secondo questi stessi criteri dovrà esaminare e narrare quanto è accaduto da parte di una squadra, grazie a una squadra, intorno a una squadra e a causa del cammino di una squadra. La vera storia della Coppa del Mondo 2026 è il cammino dell’Argentina.

Per il particolare legame affettivo che ho con la cultura e il calcio di questo Paese, ho cercato a lungo di ricondurre alla loro reale dimensione i fenomeni riguardanti il cammino della sua nazionale. Esisteva così il rischio di una frettolosa sottovalutazione dei fatti stessi e dei fenomeni che vi si riflettono. Ma, se si vuole esaminare con lucidità la storia del presente e fare in modo che qualsiasi ricostruzione abbia valore come lascito, non si può tentare di raccontarla senza anteporre uno sguardo onesto e sincero. Per questo è stato necessario compiere un’attenta rassegna di tutti gli eventi che verranno registrati nella Storia insieme al Mondiale 2026, così da poter verificare che al centro vi fosse la squadra argentina.

Che una squadra non vincitrice del titolo sia il tema centrale del torneo non è né vietato né inedito. Quando parliamo della Coppa del Mondo 1954, vinta dalla Germania Ovest, la grande storia riguarda la leggendaria squadra ungherese, l’Aranycsapat, che perse inaspettatamente la finale. Quando torniamo al torneo del 1974, vinto ancora dalla Germania Ovest, al centro troviamo i Paesi Bassi con il totaalvoetbal, sconfitti anch’essi in finale. Nel 2026 l’Argentina, la squadra che ha perso la finale, a differenza delle due precedenti non è al centro per l’innovazione del calcio che ha presentato, ma per altri tre motivi: il primo è la presenza di Lionel Messi e il modo in cui una squadra viene costruita su misura per un calciatore, quando è il più grande di tutti i tempi, così da affrontare un torneo opponendosi ad approcci tattici razionali; il secondo è il modo in cui l’Argentina ha vinto tutte le partite della fase a eliminazione diretta, destinato a entrare nella Storia per ragioni puramente calcistiche; il terzo è l’intero dibattito sviluppatosi intorno alla competizione durante il suo svolgimento, che in misura estrema ha riguardato quasi esclusivamente la squadra argentina. Una feroce campagna organizzata ha ottenuto ciò che ogni argentino avrebbe potuto desiderare: fare del proprio Paese il centro del dibattito calcistico mondiale, il punto di riferimento. Anche se quella campagna conteneva tossicità e odio verso l’Argentina, di fatto ha messo l’Albiceleste sotto i riflettori del torneo, forse oscurando anche altre squadre che avrebbero potuto essere protagoniste. Il calcio è lo sport più popolare perché tutto ciò che accade in campo ha valore quando può generare storie che gli esseri umani potranno raccontare per anni. Ebbene, l’unica squadra protagonista che lascia i campi del Nordamerica con storie simili è l’Albiceleste.

Ma prima delle storie sviluppatesi dopo l’11 giugno, quando è cominciato il Mondiale, è importante concentrarsi sulla base che ha plasmato in larghissima misura il carattere e la tempra di questa squadra argentina. La cosiddetta Scaloneta è di gran lunga la nazionale più amata nella Storia dell’Argentina. Parlando di un Paese che conta 7 presenze nelle finali mondiali, compresa quella della prima edizione, 3 Coppe del Mondo e due dei più grandi calciatori di tutti i tempi accomunati dalla stessa nazionalità, che una determinata formazione di giocatori sia la più amata nella Storia del Paese è qualcosa di enorme. Gli argentini, indipendentemente dai risultati della squadra, provavano gioia al solo vederla comparire, ancor prima di sapere come avrebbe giocato. Si sentivano fortunati a poterne vivere i momenti, a prescindere dai risultati. È un fattore psicologico enorme, soprattutto nelle competizioni internazionali, che durano meno dei campionati e hanno un’intensità molto maggiore. È forse il fattore decisivo che ha portato questa squadra, spesso di misura, a vincere ogni competizione alla quale ha partecipato dal 2021: 2 Copa América, 1 Mondiale e una Finalissima meno importante, ma comunque conteggiata come titolo. Oltre ai calciatori, della stessa considerazione gode lo staff tecnico, formato da grandi figure che hanno indossato l’Albiceleste e affiancano Lionel Scaloni. Queste caratteristiche sono state anche una delle ragioni per cui si è privilegiata la compattezza del gruppo, convocando 17 calciatori che avevano vinto il Mondiale 2022, anche se ciò incideva negativamente sull’età media della squadra. Questo rapporto unico tra un popolo e la sua nazionale ha pochissimi equivalenti nella Storia, tutti parte di un capitolo speciale che merita uno studio a sé.

La presenza di Lionel Messi a un Mondiale a 39 anni — qualcosa a cui era molto difficile credere il 18 dicembre 2022, quando conquistava il titolo a Lusail — ha reso quel legame ancora più forte. In un Paese assetato di mitologia calcistica, la partecipazione del calciatore ormai confermato come il più grande di tutti i tempi, a quell’età e con quel rendimento in ogni partita, ha reso il rapporto di tutti con la rappresentativa nazionale qualcosa di più che da tifosi: un rapporto emotivo. Anche per una serie di fattori, divenuti noti oppure no, che costringevano calciatori già popolarissimi a tentare di superarsi in ogni partita — e la presenza stessa di Messi era già un’impresa —, l’intensità emotiva estrema oltrepassava ogni limite comprensibile a un osservatore esterno e occasionale. È per questo che a ogni gol, in ogni partita, dopo ogni vittoria, i sentimenti si esprimevano soprattutto attraverso le lacrime. Nessuno piangeva perché era triste; piangevano tutti perché la mente comprendeva che ciò che vivevano e ciò che ottenevano superava quanto la ragione è capace di contenere nella gioia e nell’entusiasmo. In queste condizioni, il Mondiale 2026 è stato unico e resterà indimenticabile per chi si è legato a questa squadra argentina. Le storie di quel legame verranno scritte in futuro, nei libri che raccolgono le più belle storie del calcio, le quali non finiscono sempre con un titolo — altrimenti sarebbero favole.

Questa svolta nella Storia di una squadra e di un calciatore che nel 2016 sembravano aver toccato il proprio punto più basso, svuotati di ogni riserva emotiva per lasciare qualsiasi traccia nella storia del calcio internazionale, proteggeva di fatto tutte le persone coinvolte da narrazioni diverse e tossiche, indipendentemente dai risultati ottenuti nell’ultimo Mondiale del più grande di tutti. Quel legame, quella svolta storica, sono finiti nel mirino di una campagna organizzata, condotta da soggetti anonimi e da altri ben noti, per essere demoliti. È un fatto lieto che il calcio non abbia fatto loro questo favore — neppure in finale! Chi avesse interesse in un simile attacco a una delle più belle storie del calcio sarà mostrato dalla Storia oppure resterà per sempre nell’oblio; non vi è alcun bisogno di elaborare teorie. Esistono tuttavia alcuni dati che non possono non essere presi in considerazione. Uno è l’eterno e sciocco antagonismo immaginario di Cristiano Ronaldo, che in ogni dichiarazione mostrava di sentire egli stesso il bisogno di confrontarsi con Lionel Messi: un presunto conflitto durato molti anni, con sostenitori giurati di un singolo calciatore (quanto di più contrario al calcio possa esistere, sostenere un individuo nel calcio) che avevano bisogno di alimentare sui mezzi d’informazione e su altri canali di comunicazione le argomentazioni a sostegno di quel presunto antagonismo. Un altro elemento è la presenza stabile e unica dell’Argentina come contrappeso al calcio europeo nelle competizioni mondiali: è l’unica squadra non europea ad aver eliminato 8 nazionali europee ai Mondiali dal 2006 a oggi; la segue il Marocco con 3, mentre Costa Rica, Stati Uniti, Paraguay e Uruguay ci sono riusciti una volta ciascuno. Questi due elementi potrebbero apparire arbitrari se non fossero legati a specifiche iniziative comunicative durante il Mondiale, i cui ideatori sono noti e hanno un nome. Dietro le iniziative pubbliche, però, si sviluppava anche una campagna molto più estrema da parte di soggetti generalmente anonimi sui social media, della cui organizzazione è difficile produrre prove e riscontri.

L’Argentina ha cominciato il proprio cammino in un girone relativamente facile, con Algeria, Austria e Giordania. La preparazione non aveva previsto incontri impegnativi, rendendo estremamente difficile valutare il livello di calcio che la squadra potesse esprimere. L’esordio contro l’Algeria non è stato trionfale, se non per Messi, che con una tripletta personale ha fatto letteralmente impazzire chiunque si aspettasse da lui una presenza mediocre nel torneo. È stato il primo colpo a mostrare che il suo genio calcistico era ancora in grado di realizzare un altro miracolo e, ancora di più, che la sua squadra non era programmata per giocare un calcio meraviglioso, bensì per servire il suo genio, rendendo assai difficili le previsioni sul cammino dell’Albiceleste. Per questo la campagna di demolizione è cominciata presto. Anche se quella partita d’esordio dell’Albiceleste iniziava a un orario molto scomodo per l’Europa occidentale, la mattina del 17 giugno i social media erano pieni di un’immagine in cui la scarpa di Messi toccava con i tacchetti il polpaccio di Aïssa Mandi. Quel fallo può anche non aver influito sulla partita, al di là del fatto che Messi sia rimasto in campo, ma l’episodio è stato discusso come uno scandalo inaudito; la fotografia veniva riproposta di continuo e sembrava che il dibattito sul Mondiale non sarebbe potuto rimanere entro limiti sani. Forse bisognava in qualche modo oscurare il fatto che Messi minacciava di diventare il miglior marcatore nella Storia delle Coppe del Mondo. Nell’analisi condotta dopo la fine del torneo abbiamo individuato almeno altri 2 casi analoghi che non sono stati sanzionati neppure con il cartellino giallo e, pur avendoli conteggiati come errori arbitrali, abbiamo rilevato che l’intensità della discussione che li ha accompagnati non era minimamente paragonabile. È stata una prova successiva di una prima impressione: tutto quel vociare non era una vicenda innocente.

Nella seconda partita, contro l’Austria, Messi ha segnato entrambi i gol della propria squadra, arrivando a 5 nel Mondiale e salendo al primo posto nella classifica marcatori di tutti i tempi. Nella sfida con la Giordania è entrato dalla panchina e ha segnato un altro gol. In tre partite Messi aveva realizzato 6 reti, quante in diverse edizioni erano state sufficienti a garantire a un calciatore il titolo di capocannoniere. Gli avversari non erano colossi, ma raramente i giocatori che avevano segnato così tanti gol lo avevano fatto soltanto contro squadre forti. In ogni caso, quella distinzione individuale interessava forse soltanto coloro — molti e assai loquaci, certo — che sentivano il bisogno di difendere personalmente un calciatore incapace di segnare contro la RD Congo. Chi possono convincere di amare il calcio?

L’elemento importante era che, nonostante l’Argentina non esprimesse un buon calcio, i sostenitori della Scaloneta arrivavano sempre più numerosi negli stadi nordamericani, desiderosi di vivere i momenti storici intorno a quella squadra e al suo leader, Messi. Si potevano fare molte considerazioni sull’approccio al gioco, che produceva movimenti lentissimi sul campo, soprattutto quando gli argentini avevano il pallone tra i piedi: scherzando, lo si sarebbe potuto paragonare alla partita Germania-Grecia inventata dai Monty Python nel 1972.

Nella prima partita a eliminazione diretta l’Argentina avrebbe affrontato Capo Verde, la grande sorpresa del proprio girone, che aveva pareggiato con la Spagna ed eliminato l’Uruguay. Data la composizione del tabellone, il compito dell’Argentina sembrava facile fino ai quarti e relativamente facile fino alle semifinali, dove secondo i pronostici si sarebbero trovate tutte le migliori squadre del mondo. Nella partita contro i campioni del mondo, però, Capo Verde ha dimostrato di non dover essere considerato affatto un avversario facile. In condizioni molto difficili per giocare a calcio, con temperature e umidità elevate, là dove le pause d’idratazione erano davvero necessarie, in molti momenti della partita l’Argentina ha commesso l’errore di affrontare gli avversari con arroganza. Questi, però, stavano giocando la partita della vita: sono riusciti a pareggiare una prima volta nel secondo tempo e poi ancora ai supplementari, con uno splendido gol di Sidny Lopes Cabral, uno dei più belli mai visti in un Mondiale. La discussione seguita alla partita non ha assunto i tratti di una tossicità estrema, forse perché era parso anche che quella specifica squadra argentina non fosse lo spauracchio per le grandi nazionali che era sembrata in Qatar e che la presenza di Messi non potesse risolverne magicamente tutte le debolezze.

Agli ottavi, però, il Portogallo è stato eliminato dalla Spagna, mentre in Francia-Paraguay i Guaraní hanno giocato nel proprio modo «argentino», capace di creare difficoltà a qualsiasi squadra del torneo. L’estrema discussione iniziata dopo quella partita sugli interventi antisportivi — naturalmente senza alcun rapporto con il dibattito quasi inesistente sulla prestazione del Qatar contro il Canada — comprendeva storie su un arbitraggio che protegge le squadre incapaci di giocare un bel calcio. Due giorni dopo quell’incontro, contro l’Egitto, l’Argentina ha visto l’arbitro Letexier punire quasi ogni contrasto dei suoi giocatori, in una partita nella quale l’Albiceleste controllava il gioco e il possesso e creava moltissime occasioni, che però non si trasformavano in gol. L’Egitto è passato in vantaggio per 2-0 e ha segnato anche un’altra rete, poco prima della seconda, al termine di un’azione iniziata con un fallo su Lisandro Martínez: il gol è stato quindi annullato dopo il controllo del VAR. Con le spalle al muro, l’Argentina è entrata in azione dal 78º minuto in poi e, con lo stesso Messi scatenato, autore di un assist e di un gol, c’erano tutte le ragioni perché la discussione tossica si riaprisse. Non è stato necessario arrivare ai supplementari: nel recupero Lautaro Martinez ha controllato il pallone, ne ha calibrato il peso, ha atteso Enzo Fernandez che avanzava sulla fascia sinistra, ha pennellato un cross magistrale ed Enzo, con un movimento del corpo da trasformare in poster per le camerette, ha completato la grande rimonta. Dopo una partita difficile e di particolare bellezza calcistica contro Capo Verde, che si rifiutava di perdere contro qualsiasi avversaria, l’Argentina ha mostrato di poter ribaltare qualsiasi risultato in 15 minuti, anche quando sembra che non siano rimaste né forze né energie. Rimaneva sempre, però, il pensiero calcistico, e da quella partita con l’Egitto è cominciata una serie di gol meravigliosi degli argentini, che meritano di figurare tra le azioni più belle del torneo.

Quello che è successo dopo quella partita è indescrivibile. Anche per responsabilità dell’allenatore egiziano Hossam Hassan, che ha parlato di torneo truccato, e delle dichiarazioni dell’attaccante egiziano Zico, si è scoperchiato il vaso di Pandora: hanno cominciato a diffondersi menzogne ordinarie su una competizione truccata, la corruzione della FIFA, il ruolo sospetto del VAR a sostegno dell’Argentina e così via. Come se non bastasse, la presenza di una bandiera israeliana accanto all’uscita dal terreno di gioco, esposta da una persona di cui naturalmente nessuno conosce la nazionalità, ma che si trovava lì per provocare l’allenatore egiziano che aveva dedicato al popolo palestinese la precedente qualificazione, ha aperto un altro enorme dibattito sul sostegno degli argentini e dello stesso Messi al genocidio. Il duplice attacco, riguardante dapprima l’arbitraggio e poi accompagnato dall’attacco al popolo argentino, definito «filosionista» e «razzista», poteva garantire la perpetuazione di quella propaganda anche dopo la prima esplosione delle false notizie, quando quelle sulle decisioni arbitrali avrebbero perso senso perché il mondo intero avrebbe visto i filmati relativi alle decisioni del VAR.

È indicativo che, a partire da quella partita, una serie di celebrità — di alcune delle quali nessuno conosce con precisione la professione — sia apparsa pronta ad aderire a quella linea propagandistica. Jimmy Kimmel, conduttore di ABC che in passato si era scontrato con Trump e il cui programma serale era stato temporaneamente sospeso, ha colto l’occasione per parlare di Trump che avrebbe truccato il torneo per il suo amico Milei. Jimmy Kimmel poteva anche non aver mai parlato di calcio in vita sua, non aver mai visto una partita, non aver visto neppure quell’Argentina-Egitto, ma aveva motivo di esprimere davanti a centinaia di milioni di telespettatori quella sua opinione tutt’altro che documentata. Trevor Noah, che aveva avviato una serie di dirette per seguire le partite del Mondiale e indossava, a ogni incontro dell’Argentina, la maglia della sua avversaria, ripeteva lo stesso schema. Una serie di altre celebrità e di sconosciuti profili online con un grande seguito si muoveva sulla stessa linea. Nel giro di pochi giorni tutto il mondo aveva sentito dire che l’Argentina è un Paese nel quale dominano il razzismo e il sostegno al genocidio dei palestinesi.

Poco è servito far emergere la verità storica, sia sui social media sia attraverso la pubblicazione di studi accademici pertinenti, riguardo alla posizione degli afroargentini nell’evoluzione della società sudamericana, alle differenze rispetto ai Paesi confinanti e alla reale dimensione del razzismo, che esiste anche lì come purtroppo in ogni Paese del pianeta. Pochi, forse nessuno, hanno saputo di Bernardino Rivadavia, primo presidente del Paese di origine africana. Nessuno ha conosciuto il nome di Bernardo de Monteagudo, eroe della lotta di liberazione anticoloniale, nato a Tucumán da genitori arrivati come schiavi africani. Pochissimi hanno sentito che, a differenza delle società dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti d’America, in Argentina non è mai esistita la segregazione razziale. Un articolo di un grande organo d’informazione nordamericano, apparso nel 2022 e dedicato ai motivi per cui non vi sono calciatori neri nella nazionale argentina, è ricomparso facendo di nuovo scalpore; naturalmente, non ha avuto analoga diffusione l’analisi secondo la quale, con il passare dei secoli, la popolazione afroargentina è divenuta meno distinguibile molto semplicemente perché gli argentini di origine esclusivamente africana si sono mescolati con altre etnie. Tanto meno sono stati in molti a sapere della partecipazione di massa degli ex schiavi africani alla lotta per l’indipendenza dagli spagnoli. Una fotografia, un video manipolato, una dichiarazione estrema o falsificata viaggiano sempre più rapidamente e raggiungono più persone della conoscenza organizzata e documentata.

Per le necessità della stessa propaganda hanno cominciato a diffondersi menzogne ordinarie e ad attribuirsi a ex stelle del calcio e grandi allenatori dichiarazioni mai pronunciate, nelle quali sembravano tutti attaccare FIFA, Argentina e Messi. Comparivano fotografie del viaggio di Messi a Gerusalemme nel 2013, benché nelle stesse immagini fossero presenti anche i suoi compagni del Barcelona, creando problemi in seguito, quando quella narrazione avrebbe dovuto cambiare prima della finalissima. Per qualche ragione, l’Argentina doveva diventare il panno rosso per tutto il resto del mondo, con ogni mezzo. È indicativo che soltanto una minima parte di questo attacco si sia concentrata sul presidente di estrema destra del Paese, Javier Milei, anche se una simile mossa avrebbe potuto, in apparenza, servire allo stesso scopo. L’assenza di Milei dal mirino di tutta quella propaganda solleva ovviamente interrogativi sulla sua base ideologica.

In Argentina, però, tutte quelle pubblicazioni producevano l’effetto esattamente opposto. Gli attacchi al Paese e al suo popolo, gli attacchi personali e inqualificabili ai calciatori rendevano ancora più forte il legame tra gli argentini e la Scaloneta. Ormai la squadra di calcio del Paese non rappresentava soltanto il calcio: la sua stessa presenza era motivo d’orgoglio per gli argentini, che in un contesto di conflitto sociale creavano un’ondata universale di sostegno alla propria squadra, perché chi lotta contro l’austerità e l’offensiva antipopolare in Argentina possiede già gli strumenti per capire da dove provenisse tutta quella propaganda, che non voleva il suo bene né agiva in difesa dei suoi interessi di classe.

La partita con la Svizzera è stata la prima dell’Argentina nella fase a eliminazione diretta contro una squadra europea. L’Argentina è passata in vantaggio e ha cercato di difendere il risultato, senza riuscirci, ma il gesto infantile di Embolo ha condannato la sua squadra, che alla fine non ha retto, e l’Argentina si è imposta ai supplementari. La danza dei bei gol è proseguita, con Julian Alvarez autore di una rete simile a quella che gli argentini avevano subito da Sidny Lopes Cabral circa una settimana prima. Per la terza partita consecutiva, l’Argentina ha dimostrato che poteva non giocare un calcio spettacolare, ma era capace di qualificarsi in qualsiasi circostanza, segnare in molti modi diversi, trovare gol spettacolari prodotti dal talento dei propri giocatori e continuare ad avere in Messi un fattore decisivo: poteva spostarsi sul campo leggendo l’evoluzione della partita, offrendo alla squadra un vantaggio che sembrava impossibile da trovare per chiunque conoscesse il calcio meno di lui, vale a dire l’umanità intera.

Naturalmente, a questa partita è seguita una campagna simile a quella successiva all’incontro precedente: dapprima le critiche alla decisione del VAR, mirate a creare impressioni soprattutto tra persone che non conoscono e non vogliono imparare i regolamenti e le loro eventuali modifiche, poiché durante il Mondiale sono molti quelli che si occupano occasionalmente di calcio ma non esitano a trarre conclusioni più generali sul mondo, la politica e la società attraverso qualcosa che non conoscono; in seguito è tornato il classico schema sull’Argentina di estrema destra e razzista, in una campagna alla quale sempre più «personalità» degli Stati Uniti (che probabilmente non hanno mai conosciuto il razzismo) si affrettavano a partecipare. L’avversaria successiva, però, era la rivale più storica dell’Argentina sul piano calcistico, l’Inghilterra, in una partita che, in quel clima, evidentemente non avrebbe potuto limitarsi ai propri contenuti puramente sportivi. È arrivato allora anche il momento in cui gli argentini hanno fatto la propria dichiarazione politica, di cui forse pochi conoscono il significato nelle attuali condizioni politiche del Paese.

Uno dei fatti fondamentali riguardanti la storia contemporanea e i rapporti tra i due Paesi, Inghilterra e Argentina, è la guerra combattuta sulle isole Malvine nel 1982. Fu una mossa ambiziosa del regime dittatoriale, che avvertiva le scosse e si trovava molto vicino alla caduta, per trovare una questione capace di suscitare l’unità nazionale. Esempi analoghi si possono trovare anche in altri Paesi. La particolarità delle Malvine, tuttavia, è che costituiscono una limpida sopravvivenza del regime coloniale, un residuo dell’Impero britannico nell’Atlantico meridionale. Ciò significa che, nonostante lo scopo della giunta argentina fosse proteggere il proprio potere, esiste un fondamento preciso in base al quale definire lo status delle isole, tuttora occupate dal Regno Unito e abitate da coloni britannici che, in un referendum-farsa di alcuni anni fa (dato che non vi è rimasto alcun argentino), hanno votato per restare sotto la sovranità britannica. In quella guerra la giunta ha versato il sangue di giovani soldati partiti per sacrificarsi alla patria, ma che invece, come accade in molti casi, sono stati sacrificati per un folle piano finito in un vicolo cieco quando il governo francese ha bloccato gli aerei francesi venduti al regime dittatoriale argentino. E se qualcuno crede che questo scontro tra la giunta argentina e il regime di Margaret Thatcher basti a far difendere a tutti i sudditi del Regno Unito l’«interesse nazionale», probabilmente rimarrebbe scioccato nel vedere le città e i villaggi scozzesi e gallesi pieni di bandiere argentine prima della semifinale del Mondiale.

Per quanto riguarda i calciatori e lo staff tecnico, prima della partita dicevano che la rivalità era puramente calcistica, com’era logico e come accade in ogni caso analogo. Ma chi poteva ignorare che il canto principale degli argentini per questo Mondiale conteneva le parole «per le Malvine, per Diego, per l’ultima di Leo», un canto che gli stessi calciatori intonavano nello spogliatoio dopo ogni epica qualificazione? Il presidente del Paese, Javier Milei, aveva vietato — non per legge, ma con un invito — qualsiasi riferimento alle Malvine, nel tentativo di mantenere rapporti amichevoli con la Gran Bretagna e soprattutto con gli Stati Uniti durante una fase di tensioni internazionali e conflitti imperialistici. Il popolo argentino, però, non aveva alcuna intenzione di separare la propria storia dalla rappresentanza offerta da una nazionale che da sempre incarnava tutta la sua cultura e l’autodeterminazione della nazione a livello calcistico e, simbolicamente, politico. La stranezza dell’intera vicenda è che tutti quegli apparenti sostenitori dell’antirazzismo non riuscivano a trovare la stessa ispirazione per parlare di questo tema, una storia viva di colonialismo.

La partita tra le due squadre, ad Atlanta, è stata di gran lunga la più tesa del torneo già prima del calcio d’inizio. Le immagini dei calciatori prima dell’ingresso sul terreno di gioco sembravano raffigurazioni di uomini diretti in battaglia, non verso una tranquilla partita di calcio. Anche il clima nello stadio era teso, con il God Save the King che di fatto non riusciva ad arrivare come suono ai televisori, coperto dai cori anti-inglesi degli argentini. Sono comparsi video che naturalmente condannavano anche questo comportamento, come se davanti al colonialismo le tribune degli stadi fossero tenute a rispettare i protocolli e ad adeguarsi alle regole commerciali di esposizione dello sport. Come se fosse meglio fingere «pace e amore» mentre i nostri «amici» sganciano bombe su mezzo pianeta, come fa la FIFA, invece di proclamare la propria opposizione ai piani colonialisti e imperialisti. «Ah, la forza nasce dai pugni e non dai volti bonari», scriveva Nazım Hikmet a proposito dell’Unidad Popular cilena.

I calciatori, certo, non erano rappresentanti di comitati popolari e associazioni rivoluzionarie, perciò il compito che essi stessi si erano assegnati era vincere sul campo, sapendo che nessuna vittoria calcistica modifica la giusta rivendicazione della sovranità nazionale, né che questa viene decisa dal risultato di una partita, come hanno scritto in un comunicato i veterani della guerra delle Malvine. Sul terreno di gioco, ciò che l’Argentina ha mostrato — e che molti volevano attribuire esclusivamente al tecnico dell’Inghilterra — era la capacità di segnare in qualsiasi modo, da qualsiasi posizione e con qualsiasi gesto magico, persino con un calciatore alto 1,75 metri che realizza di testa in mezzo a 6 colossi, dopo un cross partito dal destro di Messi.

Il ripetersi dello stesso scenario, un’altra rimonta epica, questa volta contro un’avversaria indiscutibilmente forte, la capacità di trovare soluzioni in ogni modo e il rifiuto assoluto della sconfitta da parte degli argentini hanno portato al parossismo il movimento «no-vax» del Mondiale. Quella situazione non poteva continuare per nessun motivo; bisognava impiegare ogni mezzo per creare, se possibile, problemi alla squadra stessa. Ma come riuscirci, dato l’incredibile legame dei calciatori e della squadra con l’intero popolo argentino?

Al termine della partita, i calciatori argentini hanno festeggiato la vittoria con i tifosi, prendendo dalla tribuna e sollevando sul campo uno striscione che certamente lo stesso Milei non avrebbe voluto vedere lì. Lo striscione recitava «LAS MALVINAS SON ARGENTINAS», le Malvine sono argentine, ed è entrato come immagine nella mitologia delle Coppe del Mondo. Quello striscione ha collocato irreversibilmente i calciatori di questa squadra al primo posto nel cuore e nella stima degli argentini. Sui tabloid inglesi è cominciata allora una campagna che chiedeva la revoca dei visti di lavoro agli argentini che giocano nelle squadre inglesi; i loro redattori decidevano autonomamente quale punizione dovesse essere inflitta ai calciatori e alla nazionale argentina e, naturalmente, a quel clima partecipavano gli stessi influencer che si erano tanto stracciati le vesti per i diritti democratici, le libertà individuali, il genocidio e altri temi. La campagna ha ovviamente trovato terreno fertile in Gran Bretagna, dove continua a crescere un movimento anti-immigrazione, razzista e xenofobo, e gli sviluppi appaiono foschi.

Fuori dalla Gran Bretagna, però, la presenza dell’Argentina contro la Spagna nella finale ha riportato in primo piano la storia del presunto sostegno degli argentini e dello stesso Messi al genocidio del popolo palestinese. Sfruttando la posizione del governo socialdemocratico spagnolo (e naturalmente di nessuno dei governi spagnoli precedenti — e probabilmente neppure futuri), la narrazione cercava di presentare la finale del Mondiale come la battaglia tra due squadre, una delle quali giocava per la Palestina e l’altra per Israele. Alcuni organi d’informazione hanno preso fotografie di una partita giocata a Gaza da palestinesi amputati a causa degli attacchi israeliani, metà dei quali indossava le maglie della Spagna e l’altra metà quelle dell’Argentina, cancellando completamente la presenza dei secondi oppure presentando l’evento come un «teatro» di sostegno alla Spagna. Uno dei media che ha comunque ospitato un lungo articolo sviluppando la stessa retorica è stato il sito The Times of Israel, dimostrando anche nei fatti che quella propaganda serviva ai piani dello Stato di Israele, impegnato a provare di godere dell’approvazione di altri popoli per le proprie azioni.

E se tutto questo riguardava ridicole teorie del complotto, la preparazione della finale ha forse rivelato anche il più grande conflitto della nostra epoca nel calcio mondiale. In questo momento la FIFA cerca di rafforzare le competizioni globali e ampliare la presenza dei Paesi nel proprio bene più prezioso, il Mondiale, per conservare la posizione di forza che occupa nel governo del calcio in tutto il pianeta. Ma lo sviluppo frenetico del calcio europeo, basato anche sulla crescita diseguale delle competizioni per club e sulla creazione di élite permanenti, ha conferito particolare potere alla UEFA, che cerca persino il modo di minacciare la FIFA su varie questioni progettuali quando non servono gli interessi di quei club. È indicativo — ed è un fatto — che il presidente del Consiglio d’Europa, non un dirigente del calcio, sia stato il primo ad annunciare che verranno pianificate iniziative per impedire l’espansione del Mondiale a una competizione con 64 squadre, anche se in pratica ciò non aggiungerebbe partite al calendario né alle gambe dei calciatori.

Nel grande scontro tra due schieramenti — nessuno dei quali i tifosi hanno bisogno di sostenere — la FIFA e il suo presidente, Infantino, hanno trovato alleati nel continente americano: politici, come il presidente statunitense Trump, ma anche soggetti apparentemente calcistici, con la presenza dell’Argentina nell’élite mondiale strumentalizzata ai loro fini. Per questo sono in corso enormi indagini sui rapporti tra la FIFA e l’AFA, la federazione argentina, che costituiscono l’espressione delle contraddizioni politiche interne agli Stati Uniti e di quelle tra Europa e Stati Uniti in uno scenario di guerra e formazione di nuovi equilibri; naturalmente, non hanno nulla a che vedere né con il calcio né con i popoli che lo amano e lo seguono. Qui è importante sottolineare che volere la sconfitta dell’Argentina per opporsi agli interessi di Infantino è come volere quella della Spagna o della Francia per opporsi agli interessi di Ceferin e di qualunque altro dirigente. È semplicemente ridicolo: spesso i piani di questi dirigenti possono essere favoriti anche dalle sconfitte delle squadre che in apparenza vogliono vedere primeggiare, ma questo non può interessarci per due ragioni: la prima è che si scade nella ricerca complottista; la seconda è che quegli interessi non hanno alcun punto di contatto con gli interessi dei popoli, in Europa, in Argentina o in qualsiasi parte del mondo.

Il grado in cui la politica si intreccia oggi con il calcio non è frutto di congetture. Prima della finale del 19 luglio, con un post sui social media la Commissione europea ha augurato buona fortuna alla Spagna europea. Si potrebbe dire che sia logico, sebbene nulla di simile fosse accaduto né nel 2014 né nel 2022. Nel 2018, tuttavia, quando il Mondiale si disputava in Russia e alla finale partecipavano Francia e Croazia, l’analogo post, dal contenuto estremamente politico, sottolineava la presenza di due nazionali dell’Unione europea sul suolo russo, pochi anni dopo il precedente e pochi anni prima del successivo grande scontro tra le due potenze imperialistiche, con il popolo ucraino come vittima. Dopo la finale, la Commissione ha sentito il bisogno di scrivere che la Spagna riportava a casa un trofeo «Made in Europe», esprimendo un’esigenza quanto mai insolita di rivendicare la paternità di una parte della cultura calcistica. Non era qualcosa di slegato dal clima generale: l’Unione europea, sempre più ai margini degli scontri tra le forti potenze imperialistiche, vuole restare al centro mettendo avanti la cultura; ciò non accade soltanto nel calcio, ma con ogni prodotto culturale, vale a dire ogni elemento del soft power, pilastro fondamentale della diplomazia internazionale. Sulla stessa linea anche il post di congratulazioni di Ursula von der Leyen, che si è complimentata in spagnolo con i campioni del mondo. Il politico Yanis Varoufakis, di scarso peso politico in patria ma con un seguito molto maggiore in Europa, si è a sua volta affrettato dopo la finale a rilasciare una dichiarazione nella quale esaltava il gioco collettivo che aveva sconfitto l’individualismo estremo, associando il primo alla Spagna e il secondo all’Argentina. Queste dichiarazioni politiche e per nulla calcistiche servono evidentemente anche tutti i relativi piani politici e non vengono mai fatte per caso.

In un mondo che si trova davanti a un bivio oscuro, nel quale il calcio, come diceva Menotti, è l’ultima cosa legale rimasta, il Mondiale è evidentemente divenuto oggetto di strumentalizzazione da ogni parte. La nazionale argentina si è trovata al centro perché è quella la cui presenza incide sugli equilibri, l’ultima nazionale extraeuropea stabilmente nell’élite, l’ultima che rende il calcio davvero mondiale.

Tornando però al calcio, e anche alla luce di queste condizioni, in questo Mondiale l’Argentina non ha saputo presentare una proposta calcistica diversa, un nuovo approccio, una nuova ideologia calcistica, qualcosa che nessun altro Paese produce più di lei. Il ritiro di Messi significa che il calcio costruito intorno a lui non può rimanere l’approccio nazionale nelle grandi competizioni e, naturalmente, in nessun momento del torneo abbiamo visto quale calcio possano giocare da soli gli altri argentini in quanto membri di un’unica cultura calcistica. La domanda sul futuro del calcio argentino e sui suoi successi internazionali resta aperta e forse la grande scommessa storica per Messi, conclusa la carriera da calciatore, vista la sua capacità di comprendere il gioco in tutti i suoi momenti e in tutte le sue epoche, sarà contribuire a un progetto che, se avrà successo, lo collocherà nel pantheon assoluto del calcio, accanto a figure come… Cruyff.

Se dall’Argentina non arriverà un nuovo approccio, competitivo, interessante e innovativo, se il Brasile resterà nel proprio pantano cronico, allora il calcio avrà compiuto da un lato un grande passo indietro, con le idee dei decenni passati che continueranno a ripetersi e ad alternarsi al vertice, almeno per quanto riguarda le competizioni internazionali; dall’altro, il gioco mondiale si restringerà moltissimo a una regione geografica che lo ha amato e fatto evolvere, ma che non può detenere il privilegio esclusivo del suo percorso storico, perché il calcio non è un bottino coloniale.

E se c’è qualcosa che, dopo qualsiasi risultato, non è stato regalato a nessuna élite e a nessun progetto politico, ma è rimasto patrimonio del mondo, è il rapporto del tifoso con la propria squadra e, in un Paese in cui le persone amano la nazionale, con la loro adorata Selección. In Argentina, nonostante la sconfitta in finale, migliaia di persone sono scese in strada, hanno celebrato il cammino della propria squadra ed espresso l’orgoglio di sentirsi rappresentate da essa. Persino nello stadio della finale, dopo il fischio conclusivo i tifosi argentini non hanno smesso di cantare per la propria squadra e per il miglior giocatore del torneo e di tutta la Storia, anche se non ha ricevuto alcun premio individuale dalla FIFA che, si supponeva, avesse preparato tutto per lui. I calciatori argentini, con Messi in lacrime più di ogni altra volta, festeggiavano con la gente. Naturalmente, perfino questo è stato sfruttato da propagandisti di ogni genere, che hanno cercato di sostenere che gli argentini avessero voltato le spalle ai vincitori: una cosa che non avevano cercato di trovare né nel 2018 né nel 2022, quando gli sconfitti avevano lasciato lo stadio perché non c’era più nessuno che continuasse a incitarli. A quanto pare nessuno aveva nulla da dire sui giocatori argentini che continuavano a indossare le medaglie d’argento, frutto dello sforzo compiuto, anziché gettarle via con suprema antisportività come bambini viziati abituati soltanto a occupare le vette del calcio. Ma nessuno di tutti quelli che non avevano visto contava in quel momento, perché quella medaglia d’argento al collo di Messi e di ogni calciatore argentino è stata celebrata come oro puro: non l’oro di una vittoria calcistica, ma di una vittoria carica di infiniti lasciti che plasmano la cosa più difficile nel calcio — la concezione che ne ha un Paese e il suo amore autentico per il gioco.

Il Mondiale 2026 è stato una fotografia della propria epoca, un’epoca che contiene e preannuncia conflitti bellici ancora più numerosi, un’epoca di rivalità imperialistiche, di esclusioni, di una tossicità apparente che non è altro che la forma contemporanea della propaganda politica, con i suoi mezzi moderni. È stato una fotografia dell’epoca dell’oligarchia e del calcio delle élite, concentrate in pochi Paesi e in pochissimi club, fabbriche di profitto calcistico. È stato una fotografia del calcio gentrificato, con l’ingresso di innumerevoli soggetti che non hanno nulla a che vedere con esso, pronti a raccontarne la storia come raccontano quella di tante altre cose, partecipando a meccanismi di propaganda, disinformazione e indebolimento del giudizio politico e della coscienza dei popoli. È stato una fotografia di un calcio che non sembra evolvere sul piano estetico e tattico, nel quale vince la ripetizione di una vecchia ricetta, dapprima acclamata ma poi disapprovata e abbandonata persino dai suoi ideatori. Si potrebbe dire che il Mondiale, come lo conoscevamo, è morto. Ma il Mondiale è stato e sarà sempre il punto d’incontro di tutte le tribù dell’universo calcistico, quello che ha generato i nostri sogni infantili e si ostina a generare quelli dell’età adulta. Per questo farà sempre nascere la speranza che, così come il mondo deve cambiare e devono essere rovesciate le condizioni che ci servono questa vita e questo calcio, torneremo a vivere i Mondiali che abbiamo sempre sognato quando, da bambini, prendevamo un pallone per calciarlo contro un muro o tra due pietre. Viva il Mondiale!