Il 1960 fu un anno che costituì quasi una pietra miliare per la storia del mondo. Quindici anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa, quasi tutto il pianeta si trovava in un periodo di rapido sviluppo. Il mondo capitalista e quello socialista si fronteggiavano, con epicentro gli Stati Uniti e l’URSS, nella gara a chi potesse offrire un miglior tenore di vita ai propri cittadini. Era iniziata la conquista dello spazio con il lancio dello Sputnik e ben presto sarebbe giunto anche il momento in cui l’umanità avrebbe infranto la barriera della propria limitazione planetaria. E sebbene il mondo sembrasse sospeso in un equilibrio fragile, con lo sviluppo degli armamenti nucleari, l’ondata crescente delle lotte contro il riarmo contribuiva al mantenimento della pace mondiale.
Questa euforia, tuttavia, non riguardava tutti i paesi. In Argentina, dove i cosiddetti “trenta gloriosi” anni si erano di fatto verificati prima – proprio mentre il resto del mondo era in guerra – un lungo periodo di crisi politica ed economica era già iniziato, con la cui fine forse non possiamo neppure oggi essere certi. Gli anni della rapida ascesa del tenore di vita terminarono con la destituzione di Juan Domingo Perón nel 1955, accompagnata dal divieto del cosiddetto peronismo, imposto dal colpo di Stato di matrice americana, sostenuto anche dalla Chiesa Cattolica, che portò all’instaurazione della giunta militare guidata da Eduardo Lonardi.
Anche il calcio argentino stava attraversando un periodo estremamente difficile. Dopo circa due decenni di assenza dalla scena internazionale, durante i quali si era creata un’illusione interna di assoluta superiorità, basata su un temperamento particolare e una tecnica argentina che passò alla storia come la nuestra e che aveva portato molti successi a livello sudamericano, il ritorno ai Mondiali – e in particolare la partita contro la Cecoslovacchia nel 1958 a Helsingborg – cambiò radicalmente la percezione del cammino da seguire. Sotto l’influsso di figure che promossero il “calcio a scopo specifico” o, come rimase noto, il cosiddetto anti-fútbol, con protagonista la figura di Victorio Spinetto, l’idea del calcio nazionale cambiò lasciandosi definitivamente alle spalle l’orgoglio per un gioco bello, che conteneva anche elementi ideologici come risposta delle ex colonie alla rudezza del gioco della madrepatria del calcio.
Insieme agli elementi de la nuestra sembrava scomparire anche la sua personificazione in una figura mitica: il cosiddetto el pibe, quella creatura calcistica leggendaria, per la quale nel 1928 era stata addirittura proposta la costruzione di una statua dal leggendario caporedattore di El Gráfico, Ricardo Lorenzo Rodríguez, che firmava con lo pseudonimo Borocotó. Secondo Borocotó, el pibe era “un ragazzino con il volto sporco, una chioma ribelle alla pettine. Con occhi intelligenti, erranti, furbi e persuasivi e uno sguardo scintillante che pare alludere a un sorriso da monello che però non riesce a formarsi sulle sue labbra, piene di piccoli denti forse logorati dal pane di ieri. I suoi pantaloni sono rammendati alla meglio, la sua maglia a righe argentine ha una scollatura cucita molto bassa e molti buchi consumati dai topi invisibili dell’uso. Un pezzo di stoffa legato alla vita e che attraversa il petto come una cintura funge da bretella. Le sue ginocchia sono coperte da croste di ferite disinfettate dal destino, e i suoi piedi scalzi o calzati in scarpe con buchi sulle dita indicano un’usura dovuta a troppi tiri. La sua postura deve essere caratteristica, deve sembrare che stia dribblando con un pallone lacero. Questo è importante: il pallone non può essere altro. Un pallone lacero, legato preferibilmente con una vecchia calza.” Borocotó scriveva che “se un giorno questo monumento verrà costruito, molti di noi si toglieranno il cappello davanti ad esso, come facciamo in chiesa.”
Nell’Argentina del 1960 però – sebbene i ragazzini con i vestiti strappati esistessero ancora – nessuno cercava più quella personificazione dell’identità calcistica nazionale. Emblematiche in questo senso sono le partite della Nazionale ai Mondiali del Cile, tra le più brutte mai giocate in Coppa del Mondo. Anche se questa tattica anti-calcio era seguita anche da altre squadre europee, con l’Inghilterra in primo piano, il grande paradosso era che proprio questo era l’opposto di ciò che il calcio argentino aveva rappresentato fino ad allora.
1960
In questo contesto politico e calcistico, non erano pochi gli argentini che sceglievano la via della migrazione interna per garantirsi la sopravvivenza, facendo crescere la popolazione della capitale, Buenos Aires, a un ritmo vertiginoso a partire dagli anni Cinquanta. Tra questi c’erano anche due giovani della città di Esquina, situata a circa 600 chilometri a nord della capitale. Lui era discendente di popolazioni autoctone Guaraní, con antenati anche della Galizia, mentre la sua compagna era discendente di immigrati italiani e croati. Il motivo del trasferimento era l’assunzione del primo nell’industria chimica. Ma ciò che è più noto sono i loro nomi: si trattava di Don Diego Maradona “Chitoro” e Dalma Salvadora Franco, conosciuta anche come Doña Tota.
La coppia formata da Don Diego e Doña Tota si stabilì nella baraccopoli di Villa Fiorito, nei sobborghi meridionali di Buenos Aires. Lì iniziarono la loro vita insieme e misero al mondo quattro figlie: Ana María, Rita “Kitty”, Elsa “Lili”, María Rosa “Mary” e Claudia “Cali”. Il 30 ottobre 1960, Doña Tota varcava la soglia dell’Hospital Interzonal de Agudos Evita, situato a Lanús, un altro sobborgo della capitale. Come consuetudine in Argentina, il nome del primo figlio maschio della famiglia assomigliava a quello del padre, accompagnato da un secondo nome e dal cognome materno. Fu così che venne registrato come cittadino di questo nostro mondo Diego Armando Maradona Franco.

Crescendo in una casa in cui “quando pioveva, pioveva più dentro che fuori”, secondo le parole dello stesso Maradona nella sua autobiografia, i piaceri e i lussi erano estremamente limitati, quasi inesistenti. Tuttavia, Don Diego fece al figlio il miglior regalo possibile, quell’oggetto che lo avrebbe accompagnato e sarebbe diventato un’estensione della sua personalità per tutta la vita: un pallone, quando Maradona aveva 3 anni. Con quel pallone tra i piedi, il piccolo Diego cominciò a disegnare la vita che desiderava vivere, in anni di crisi economica e profonda miseria. Giocando nei campetti di Villa Fiorito, noti come “I Sette Campetti” (Las Siete Canchitas), attirò presto l’attenzione degli scopritori di talenti. Così, all’età di 9 anni, partecipa a delle selezioni per entrare a far parte delle giovanili dell’Argentinos Juniors, la squadra del quartiere La Paternal, un club fondato da alcuni calciatori anarchici dei primi del Novecento con il nome “Il Sole della Vittoria e i Martiri di Chicago”, in riferimento allo sciopero sanguinoso del Primo Maggio 1886.

Diego comincia a giocare nella squadra della “classe del 1960” degli Argentinos Juniors, soprannominata “Le Cipolline” (Los Cebollitas). Con questa squadra, creata da Francisco Cornejo, Maradona si fa inizialmente conoscere a livello nazionale partecipando ai Giochi Nazionali Evita, una delle eredità dell’epoca peronista che continuava a vivere, in quanto istituzione di enorme consenso popolare. Fu il primo torneo sportivo nazionale dedicato a bambini e adolescenti che, tra le altre cose, contribuì a fornire materiale sportivo a innumerevoli giovani affinché potessero giocare a calcio, offrendo anche servizi medici come radiografie e controlli dentali ai partecipanti, che altrimenti non avrebbero mai avuto accesso a tali prestazioni.
Tuttavia, al di là del torneo Evita, al quale partecipò per la prima volta nel 1973-1974, Diego cominciò molto presto a far parlare di sé, sia apparendo negli intervalli delle partite nel Semillero del Mundo – il “vivaio del mondo”, com’era soprannominato lo stadio degli Argentinos Juniors, che oggi porta il suo nome – sia addirittura con apparizioni profetiche nella televisione argentina, dove dichiarava con sfacciata audacia che il suo sogno era “giocare e vincere il Mondiale”. È significativo che la prima apparizione del nome Maradona sul quotidiano sportivo Clarín risalga al 28 settembre 1971, ovvero prima ancora che compisse 12 anni. L’articolo riportava che “esiste un bambino con temperamento e abilità che può sconvolgere, uno che si chiama Caradona [sic]”.
La squadra dei Cebollitas, tuttavia, fece epoca: vincendo il torneo Evita ottenne il diritto di partecipare all’ottava divisione del calcio argentino. Le sue prestazioni lì furono più che ammirevoli, restando imbattuta per 136 partite consecutive e disputando incontri persino al di fuori dei confini nazionali, in Perù e in Uruguay.
Argentinos Juniors
Nel 1976 gli Argentinos Juniors decidono di offrire a Maradona un contratto professionistico e lo inseriscono nella prima squadra, prima ancora che compia 16 anni. La sua fama ha ormai raggiunto ogni angolo dell’Argentina: tutti aspettano di vedere il bambino prodigio confrontarsi con il vero calcio competitivo. In un’epoca in cui l’anti-fútbol di Spinetto ha passato il testimone a quello di Zubeldía, il calcio argentino è duro. La presenza di un sedicenne in questo contesto è qualcosa di più che difficile, tanto più la sua affermazione; il rischio di impiegarlo in campo sembra enorme. Forse in altri tempi questo rischio sarebbe stato un deterrente, ma allora nessuno poteva più tenere ai margini un calciatore che, a quell’età tenerissima, già impressionava un intero paese.
Come accade spesso nella storia del calcio argentino, anche nel 1976 vi erano due campionati di Prima Divisione. All’epoca, tuttavia, i due tornei erano nati per via delle pressioni del dittatore Juan Carlos Onganía, il quale nel 1967 aveva voluto un sistema che permettesse anche alle squadre delle province – danneggiate economicamente dalle sue riforme – di partecipare al massimo livello nazionale. Così si creò il Metropolitano, dove le squadre delle città si affrontavano due volte nella fase a gironi, mentre nel Nacional partecipavano anche club provinciali. Il Metropolitano del 1976 iniziò il 15 febbraio e si concluse l’8 agosto. Fu il 57° campionato della 46ª stagione (!) della Prima Divisione. A vincere quell’edizione fu il Boca Juniors, mentre capocannoniere risultò il numero 10 dell’Argentina degli anni ’70, Mario Kempes, che giocò con il Rosario Central nella sua ultima stagione prima di attraversare per la prima volta l’Atlantico per scrivere una storia gloriosa con i colori del Valencia. Fu forse profetico che un leggendario numero 10 lasciasse un vuoto da colmare per un altro. Gli Argentinos Juniors conclusero la stagione con appena 14 punti (sistema 2-1-0), frutto di 5 vittorie, 4 pareggi e 13 sconfitte in 22 partite. Segnarono 27 gol, risultando il secondo peggior attacco, e ne subirono 43, la peggior difesa insieme ai Chacarita Juniors, nel Gruppo B del campionato. Nella liguilla salvezza, tuttavia, raccolsero 8 pareggi e 1 sconfitta in 9 incontri, salvandosi per soli 2 punti. Di certo, questi risultati mostrano che la squadra del quartiere La Paternal non stava attraversando un periodo di gloria.
Il campionato Nacional prendeva il via il 12 settembre, e ormai era noto che il minorenne Maradona era stato incluso nella rosa dei calciatori disponibili. Tuttavia, gli argentini – e, in senso figurato, vista l’assenza della televisione satellitare e delle trasmissioni intercontinentali, il mondo intero – dovevano attendere ancora un po’. Diego, nell’ultima partita disputata nella settima divisione (giovanile) con i Cebollitas, aveva perso la testa contro l’arbitro dell’incontro contro la squadra della Vélez, venendo punito con 5 giornate di squalifica dalle competizioni nazionali. Questo significava che sarebbe dovuto passare un mese e una settimana prima del suo debutto storico.
Il 20 ottobre 1976, dieci giorni prima che Maradona compisse 16 anni, gli Argentinos Juniors ospitavano la Talleres per l’ottava giornata del campionato Nacional, giocando nella quarta zona. La Talleres era una delle migliori squadre del girone, che alla fine avrebbe conquistato il primo posto del gruppo per accedere alla fase finale, contando tra le sue fila tre futuri campioni del mondo: Luis Galván, Miguel Oviedo e Daniel “la Rana” Valencia. Tuttavia, prima dell’inizio della giornata, gli Argentinos Juniors avevano due punti in più e occupavano la seconda posizione in classifica. Per quella partita furono staccati 7.737 biglietti, che oggi possono sembrare pochi considerando l’importanza storica dell’evento, se lo si guarda dalla prospettiva privilegiata dell’osservatore del futuro. Allenatore dei padroni di casa era Juan Carlos Montes, che a 34 anni aveva già esperienza di due stagioni sulla panchina del Newell’s Old Boys, con cui aveva vinto il Metropolitano del 1974. Nella formazione iniziale degli Argentinos Juniors figuravano il portiere Carlos Munutti, i difensori Ricardo Pellerano, Humberto Minutti, Dante Roma e Miguel Ángel Gette; a centrocampo Sebastián Ovelar, Rubén Giacobetti, Jorge Orlando López, Carlos Guillermo Fren e Mateo Di Donato; come centravanti giocava Carlos Alberto Álvarez.
Montes stava preparando Maradona con l’undici titolare durante gli allenamenti, per testare come potesse integrarsi all’interno della squadra, vedendo segnali più che incoraggianti, dato che Diego segnava di continuo. Ma quel giorno lo lasciò inizialmente in panchina. Il punteggio del primo tempo era di 0-1 per la Talleres e all’intervallo Montes prese la decisione storica. Al posto di Giacobetti sarebbe entrato Maradona. Rubén Giacobetti, all’epoca ventiduenne, stava disputando anche lui la sua prima stagione con gli Argentinos Juniors. Forse però ciò che ricorda di più della sua carriera è proprio l’essere stato sostituito per far entrare Diego. Dieci giorni fa, in occasione del 48° anniversario di quel debutto storico, Giacobetti è tornato al Paternal per commemorare quella ricorrenza. Nella sfida tra Argentinos Juniors e Talleres – esattamente come in quella giornata memorabile – il risultato è stato diverso: i padroni di casa hanno vinto 3-0 una partita segnata dall’applauso collettivo al 10° minuto in onore del più grande mito della storia del calcio mondiale. Il primo gol per gli Argentinos Juniors fu segnato da Francisco Álvarez, che indossava – casualmente – il numero 16!

Nella partita del 1976, l’inizio del secondo tempo trovava il ragazzino Maradona, con il numero 16 sulle spalle, a calpestare l’erba e a compiere il suo debutto nel calcio professionistico. Il tempo riprese proprio dai suoi piedi: il calcio d’inizio fu il suo primo contatto con il pallone, quel primo tocco tra gli innumerevoli che sarebbero seguiti, pennellate su uno dei quadri più preziosi nella galleria della storia mondiale del calcio. “Quel giorno toccai il cielo con le mie mani”, avrebbe detto più tardi Diego nella sua autobiografia. Il bambino di Villa Fiorito giocava in Primera, come avrebbe cantato molti anni dopo Rodrigo, nel più leggendario dei brani mai scritti per Maradona.

Montes aveva chiesto al Dieguito di entrare in campo con sfrontatezza, e per questo gli diede istruzioni di fare un caño(tunel) a un avversario. Il “malcapitato” che subì per primo lo shock del talento di Maradona fu il centravanti della Talleres, Juan “Chacho” Cabrera. Quel gesto provocò ondate di entusiasmo tra il pubblico dello stadio del Paternal e diede materiale ai commenti della stampa, che accolse trionfalmente Maradona nel calcio professionistico. Maradona tornò in campo dopo due giornate, questa volta come centravanti titolare, nella partita contro il Ferro Carril Oeste, per poi essere sostituito alla fine del primo tempo da Carlos Alberto Álvarez. Insieme ad Álvarez, Maradona formò un duo d’attacco unico (anche se Maradona giocava in realtà più arretrato, da trequartista), e il primo storico risultato di quella collaborazione arrivò il 14 novembre, quando, con una tripletta di Álvarez e 2 gol di Maradona – i primi della sua carriera – all’87° e al 90° minuto, gli Argentinos Juniors espugnarono con un largo 2-5 il campo di una delle 5 Grandes, il San Lorenzo. Quelli furono anche gli unici gol del Diego in quella sua prima stagione, nella quale totalizzò 11 presenze.
Selección
Le prestazioni di Maradona in quelle 11 partite non tardarono a suscitare l’interesse del commissario tecnico César Luis Menotti. Menotti (El Flaco – “il magro”) era un tipo alto e asciutto, che però rappresentava una figura “fuori dagli schemi” nel calcio argentino dell’epoca. Nel 1971 intraprese la sua prima esperienza da allenatore all’Huracán, dove il presidente Luis Seijo lo assunse per sostituire gli esonerati Osvaldo Zubeldía e Carlos Bilardo. Zubeldía, allievo di Spinetto e “patriarca” dell’anti-fútbol, era a sua volta il maestro di Bilardo. Quanto a Bilardo, sarebbe diventato per tutta la storia successiva del calcio argentino l’antagonista di Menotti, in un dualismo ormai connotato da caratteristiche ideologiche, in cui lo scontro non riguarda più le persone, ma le scuole di pensiero: Menottismo contro Bilardismo! Menotti si distingueva perché, ispirato anche dai successi del totaalvoetbal dell’Ajax di Rinus Michels, cercava di applicare gli elementi del calcio moderno combinandoli con la tradizione del bel gioco argentino. Era un rianimatore della la nuestra, ma con tratti aggiornati al suo tempo, assumendo spesso posizioni ideologiche sul valore dell’estetica nel calcio. Vincendo il Metropolitano nel 1973, nel 1974 fu chiamato a guidare la nazionale argentina, sostituendo Vladislao Cap dopo il Mondiale in Germania Ovest, dove trionfò (pur senza vincere) il calcio totale olandese.
All’inizio del 1977, l’Argentina avrebbe disputato un’amichevole contro l’Ungheria al Monumental. Menotti, che allenava anche la nazionale giovanile, sperimentava negli allenamenti facendo giocare insieme i ragazzi delle due selezioni. In questo modo provava anche Maradona al massimo livello internazionale. Nella partita del 22 febbraio, Menotti inserì Maradona nella lista dei convocati. Davanti a 70.000 spettatori, l’Argentina fece festa, segnando 5 gol già nel primo tempo: 2 con il centravanti Luque e 3 con l’ala destra Bertoni. Nella ripresa gli ungheresi accorciarono sul 5-1 con Sandor Zombori. Fu allora che Menotti decise di effettuare due cambi, inserendo in attacco Maradona e Felman. Maradona fu vicino al gol nel suo debutto internazionale, tuttavia – come avrebbe raccontato molti anni dopo – quel giorno le gambe gli tremavano.

Nel 1977, su un totale di 58 partite disputate dagli Argentinos Juniors, Maradona collezionò 49 presenze segnando 19 gol. Aveva già cominciato a mostrare la sua particolare abilità nel segnare su punizione con il suo magico piede sinistro, così come le sue straordinarie doti fisiche: il suo baricentro basso gli permetteva di resistere alle marcature di più difensori contemporaneamente. Quel ragazzino dai capelli lunghi infiammava la tribuna e aveva già ottenuto un soprannome tutto suo, el pelusa (il capellone), che avrebbe accompagnato per sempre l’epoca della sua innocenza calcistica da minorenne. Nel 1978, in 35 partite, segnò 26 gol, ma non fu sufficiente per partecipare al Mondiale che si sarebbe disputato in Argentina. Menotti aveva bisogno di una squadra esperta per vincere la Coppa del Mondo, e la presenza del diciassettenne Maradona comportava da un lato un grande rischio, dall’altro, il suo stesso ruolo in campo era già occupato dai grandi campioni dell’epoca, su tutti Mario Kempes, che sarebbe poi risultato il vero protagonista del torneo, portando la prima Coppa del Mondo ai biancoceleste. Si racconta che la sera in cui apprese la sua esclusione dalla lista dei convocati, Maradona pianse disperatamente fuori dal centro sportivo. “Sai a quanti Mondiali parteciperai?” gli disse profeticamente Carlos Ares vedendolo. “E come glielo dico adesso a mio padre? Non perdonerò mai Menotti”, rispose il giovane Diego.
Nei suoi impegni con gli Argentinos Juniors, il giovane Maradona, ancora minorenne nel 1978, continuava a migliorare le sue prestazioni, cosa che si riflette anche nelle sue statistiche: in 35 presenze segnò 26 gol. Nel 1979, in 26 presenze, segnò altrettanti gol. La riduzione del numero di partite giocate non fu dovuta a esclusioni, bensì alla leva militare obbligatoria imposta quell’anno dalla dittatura di Videla. Tuttavia, proprio in quell’anno, Maradona avrebbe lasciato un’altra grande impronta con le sue imprese precoci.
Maradona tornò nella rosa della nazionale argentina per la Copa América del 1979. Esordì nella competizione nella partita del girone contro il Brasile, disputata al Maracanã il 2 agosto, davanti a 130.000 spettatori. L’Argentina perse 2-1, ma Maradona giocò per la prima volta tutti i 90 minuti con la nazionale maggiore, schierato come attaccante destro. Nella partita successiva e ultima del girone, contro la Bolivia, Maradona fu nuovamente titolare, giocando a centrocampo, e al 65° minuto segnò il suo primo gol con la maglia dell’albiceleste, fissando il risultato finale sul 3-0. Nell’ultima partita del girone, tuttavia, contro il Brasile al Monumental, non scese in campo, l’Argentina non riuscì a vincere e il Brasile, con una doppietta di Sócrates, ottenne il pareggio per 2-2 che le garantiva il passaggio alle semifinali. Ma gli impegni in nazionale per Diego nel 1979 non erano ancora finiti.
Dal 25 agosto al 7 settembre si disputò in Giappone la 2ª edizione del Campionato Mondiale Giovanile, al quale partecipavano 16 nazionali. L’Argentina, guidata dal campione del mondo 1978 Menotti, aveva ovviamente tra le sue fila la sua grande stella: Maradona. Il cammino nella fase a gironi fu poco più che una formalità: contro Polonia, Jugoslavia e Indonesia l’Argentina ottenne 3 vittorie, segnò 10 gol e ne subì appena 1. Maradona realizzò 3 di quei 10 gol, mentre Ramón Ángel Díaz – oggi allenatore del Corinthians – si prese la parte del leone per quanto riguarda il bottino realizzativo. Ai quarti di finale, l’Algeria si rivelò ugualmente incapace di contrastare la supremazia della squadra argentina, che vinse 5-0. Maradona aprì le marcature al 25° minuto, mentre Díaz mise a segno un’altra tripletta. In semifinale contro l’Uruguay, Maradona e Díaz ripeterono le loro prodezze, fissando il 2-0 nel secondo tempo. Nella grande finale, davanti a 52.000 spettatori allo Stadio Nazionale di Tokyo, l’Unione Sovietica fu la prima squadra a creare vere difficoltà all’albiceleste. Al 52° minuto Ponomaryov aprì il punteggio, ma con i gol di Alves, Díaz e Maradona, l’Argentina vinse 3-1 e conquistò la Coppa del Mondo “dei piccoli” (con lo stesso punteggio aveva vinto la finale del Mondiale contro l’Olanda un anno prima, ai supplementari). Maradona fu eletto miglior giocatore del torneo e regalava al suo paese il primo titolo internazionale, avendo segnato 6 gol, secondo miglior marcatore della competizione dopo Díaz, che ne realizzò 8.

Al ritorno della squadra a Buenos Aires, tuttavia, Videla si premurò di imprimere ancora una volta il suo marchio oscuro, partecipando alle celebrazioni del trionfo insieme ai giovani calciatori. Il feroce assassino sfruttava quel successo proprio in un momento in cui una delegazione della Corte Interamericana dei Diritti Umani si trovava nel paese per indagare su gravi denunce di crimini senza precedenti, che più tardi sarebbero stati storicamente confermati. Nello stesso tempo, rimandava cinque calciatori coscritti al servizio militare, usandoli come esempi per le nuove generazioni. Uno di loro era Maradona: el Pelusa fu persino costretto a tagliarsi i capelli, incarnando così gli ideali della gioventù come li immaginava la dittatura. Molti anni dopo, lo stesso Diego avrebbe riportato nella sua autobiografia tutti questi eventi con piena consapevolezza del suo ruolo, una consapevolezza che però era giunta solo con l’esperienza. A 19 anni, Maradona era diventato uno strumento, senza opporsi.
Nel 1980 Maradona tornò sui campi realizzando una stagione eccezionale con gli Argentinos Juniors. Segnò 25 gol nel Metropolitano e 18 nel Nacional, conquistando la vetta della classifica marcatori in entrambi i tornei. In 45 presenze complessive mise a segno 43 reti, portando gli Argentinos Juniors al secondo posto nel Metropolitano, dietro al River Plate, e ai quarti di finale del Nacional, dove furono eliminati dalla detentrice del titolo, il Racing Avellaneda, dopo aver conquistato il primo posto del secondo girone.
Era giunto il momento del grande passo. Maradona, a 20 anni, era il miglior calciatore argentino e sicuramente tra i migliori al mondo. Lo attendeva lo scalino successivo…
Boca
Alla fine del 1980 erano ovviamente iniziate le discussioni sul futuro di Diego. In quell’epoca – come in molte altre – il club più potente dell’Argentina era il River Plate. Avendo ormai cambiato geograficamente e socialmente posizione, il River era diventato la squadra dei ceti medi e forse… dell’alta borghesia della capitale, nonostante le sue origini operaie. Sembrava quindi molto logico che il club più forte tra i “5 grandi” dell’Argentina ambisse alla nuova stella del calcio mondiale. Ovviamente, l’interesse del River non era né il solo né il primo nei confronti di Maradona. Diego, però, non decideva il proprio futuro basandosi esclusivamente sul guadagno economico, ma considerando la propria carriera in modo più ampio – un atteggiamento che contribuì a costruire l’impatto così profondo che avrebbe avuto sulla storia dello sport. Qualche anno prima aveva rifiutato l’offerta dello Sheffield United, e così non indossò mai la maglia di un club inglese.
Il rifiuto al River fu però una questione… di cuore per Diego. È emblematico il modo in cui respinse la proposta: quando gli venne chiesto se fosse interessato a trasferirsi al River, Maradona dichiarò ai giornalisti che aveva già accettato l’offerta della Boca. Tuttavia, ciò che rende questa storia degna di nota è che, fino a quel momento, la Boca non gli aveva mai fatto un’offerta, e probabilmente non l’avrebbe mai fatto, dato che attraversava un periodo molto difficile dal punto di vista finanziario e non poteva certo immaginare di competere con il River per firmare il miglior calciatore del paese. Diego lo sapeva bene, e cercava di escogitare un modo per realizzare un trasferimento che era il suo sogno. Con quella risposta pubblica creò dal nulla l’interesse della Boca, che poté così intavolare una trattativa molto più agevole con un calciatore che aveva già dichiarato apertamente la sua volontà di far parte del club. Di fatto, fu lo stesso Maradona a costruire il suo primo trasferimento, qualcosa di raro da riscontrare nella storia del calcio, prima o dopo, soprattutto a quel livello.
Il trasferimento di Maradona alla Boca Juniors fu ufficializzato il 20 febbraio 1981. Diego avrebbe giocato per la squadra sostenuta dalla sua famiglia, la squadra dei poveri, quella che suo padre andava a vedere stipato sugli spalti dello stadio. Per lui Diego avrebbe giocato ogni volta che avrebbe indossato i colori della Boca, ed è a lui che si riferiva costantemente parlando di quel breve, ma fondamentale – per la costruzione della sua leggenda – periodo in cui vestì quella maglia.

In quell’epoca la Boca Juniors stava voltando pagina: Martín Noel aveva preso il posto alla presidenza del club dopo le dimissioni di Alberto J. Armando, che per vent’anni ne aveva guidato le sorti. Armando si era ritirato a seguito del fallimento del progetto del nuovo stadio, un’idea nata già nel 1965 e mai realizzata. Questo insuccesso fu anche una delle principali cause del peggioramento della situazione economica del club. Oltre al cambio al vertice societario, vi fu anche un cambio nella guida tecnica: Silvio Marzolini succedette allo storico capitano della Boca e della Nazionale argentina degli anni ’60, Antonio Rattín. Marzolini era, di fatto, la prima stella del calcio argentino, con una fama che andava oltre il rettangolo di gioco. Con l’aspetto da jeune premier dell’epoca e la celebre riga bionda che campeggiava nelle foto promozionali dei suoi sponsor, era diventato una delle figure più riconoscibili del paese. Oltre a ciò, Marzolini fu una colonna della Boca e dell’Argentina, compagno di squadra dello stesso Rattín, e contribuì a rivoluzionare il ruolo del terzino laterale, spingendosi spesso in avanti ed esaltando le sue qualità offensive.
Il debutto di Maradona con la maglia della Boca avvenne appena due giorni dopo la firma del contratto, il 22 febbraio. Per la prima giornata del Metropolitano, la Boca ospitava la Talleres, che sarebbe diventata così la squadra avversaria dei suoi primi due storici esordi nel calcio argentino. Maradona aprì le marcature su rigore al 19° minuto, servì due assist a Miguel Ángel Brindisi al 33° e al 37°, per poi segnare di nuovo, sempre su rigore, all’88°, fissando il punteggio sul definitivo 4-0. Fu un inizio travolgente per la Boca della nuova era, che con Maradona tra le sue fila poteva finalmente sperare nella fine delle stagioni mediocri che l’avevano vista stabilmente a metà classifica in entrambi i tornei.
La grande partita di Diego, tuttavia, fu quella contro il River. Aveva già reso note le sue preferenze da tifoso, arrivando persino allo scontro con la dirigenza degli Argentinos Juniors per far accettare l’offerta della Boca anziché quella del River, che gli offriva una cifra pari a quella versata per il portiere Ubaldo Fillol, all’epoca il calciatore argentino più pagato. Maradona era ormai un bersaglio per i tifosi dei millonarios. Il primo superclásico di quella stagione del Metropolitano era previsto alla Bombonera il 10 aprile, per la 10ª giornata. Forse quei numeri 10, sulle spalle dei protagonisti, vestivano anche un mantello simbolico e metafisico per tutto ciò che accadde quella sera. La Boca era in testa alla classifica, con 7 vittorie e 2 pareggi, mentre il River era terzo con 5 vittorie, 3 pareggi e 1 sconfitta. Il primo tempo si chiuse a reti inviolate, ma nella ripresa Brindisi segnò al 55° e al 60°, portando i padroni di casa sul doppio vantaggio. Al 67° minuto arrivò il momento che Maradona non avrebbe mai dimenticato e che avrebbe raccontato più volte nella sua vita: prese palla a centrocampo e, con due movimenti, lasciò stesi sull’erba della Bombonera il portiere Pato Fillol e il difensore Alberto Tarantini, prima di depositare la palla in rete! Diego dedicò quel gol a suo padre, che l’unica volta che aveva assistito a un superclásico allo stadio aveva visto la Boca crollare sotto una pioggia torrenziale.
La Boca conquistò il Metropolitano del 1981, pareggiando al Monumental contro il River, in una partita in cui andarono a segno i due grandi numeri dieci: Kempes per il River – nelle sue ultime apparizioni in patria prima di tornare al Valencia – e Maradona per la Boca. Nel Nacional, la Boca affrontò di nuovo il River per la prima volta alla Bombonera il 27 settembre, in una partita in cui Maradona segnò un altro gol straordinario. Battendo una rimessa laterale da sinistra, ricevette palla indietro da una sponda di testa di Hugo Perotti e calciò immediatamente, molto vicino alla linea laterale, un rasoterra fulminante che finì in rete alle spalle di Fillol. La Boca perse però quella partita 2-3, poiché il River ribaltò il risultato con gol di Kempes, Passarella e Jorge Alberto García, prima che Gareca accorciasse le distanze. Ma il pareggio al Monumental, il 1° novembre, fu marchiato dal genio di Maradona, che segnò due gol – uno alla fine di ciascun tempo, su punizione e su rigore – per aiutare la Boca a conquistare il primo posto nel suo girone, prima di essere eliminata ai quarti dalla Vélez. Il titolo fu poi vinto dal River. Quell’eliminazione fu dovuta soprattutto alla stanchezza causata dai numerosi incontri amichevoli disputati dalla Boca di Maradona per risanare le casse del club.
Nel 1981, Maradona segnò in totale 28 gol in 40 partite e festeggiò l’unico titolo nazionale della sua carriera in Argentina. Nel 1982, prima del Mondiale, Maradona giocò solo in tornei non ufficiali, come il Torneo de Verano (Torneo di Primavera), anch’esso organizzato per sostenere economicamente la Boca. Dopo un tour mondiale, l’ultima partita di quella campagna fu disputata il 6 febbraio, contro il River, prima che Maradona interrompesse ogni attività agonistica per dedicarsi interamente alla preparazione per il Mondiale in Spagna.
El Mundial
La nazionale argentina si presentava ai campi di Spagna per il Mondiale del 1982 con aspettative enormi, che andavano ben oltre il rettangolo verde. Da una parte, sul piano strettamente calcistico, la squadra campione del mondo in carica contava su un mix di campioni del 1978 e di campioni mondiali giovanili del 1979: con questa base, Menotti ambiva a costruire una squadra dominante, apice della sua versione moderna della la nuestra, capace di riconquistare la vetta del mondo. Ma il calcio non era l’unica ragione per cui gli argentini desideravano il successo in quel Mondiale. Nell’aprile del 1982, in un gesto di nazionalismo esasperato, nel tentativo di sviare l’attenzione dai crimini della giunta e dalla crescente opposizione politica, i vertici militari della dittatura argentina avevano deciso di dare il via a un conflitto armato con il Regno Unito, rivendicando la sovranità sulle Isole Malvinas. Quella campagna si rivelò un fiasco vergognoso, che mise a nudo le debolezze della dittatura, fino ad allora percepita come onnipotente, e segnò di fatto l’inizio della sua fine. Lo stesso Maradona aveva cominciato a esprimere posizioni politiche – pur senza parlare direttamente di politica – dichiarando comunque il desiderio di lasciare un paese in cui vigevano quelle condizioni.
L’Argentina si stabilì a Barcellona per la sua campagna mondiale e aprì il torneo da detentrice del titolo, un giorno prima della conclusione ufficiale della guerra delle Malvinas. Il 13 giugno, al Camp Nou, l’avversario non era un esercito, ma la nazionale del Belgio, finalista agli Europei del 1980. I belgi accerchiarono Maradona, che non riuscì a sviluppare il piano tattico di Menotti. Emblematica è una celebre fotografia di quella partita in cui si vedono sei giocatori belgi pronti a marcare Diego (sebbene l’angolo della ripresa potrebbe ingannare l’occhio). Quel che è certo è il risultato storico dell’incontro: una doccia fredda per l’Argentina, battuta 1-0 dal Belgio grazie a un gol di Erwin Vandenbergh. Nelle successive partite del girone, contro Ungheria ed El Salvador, l’Argentina non incontrò difficoltà: Maradona segnò due gol contro gli ungheresi, in un incontro disputato ad Alicante.

L’Argentina si qualificò alla fase successiva, dove, in gironi da tre squadre, ciascun gruppo assegnava un solo posto per le semifinali. Lì, le avversarie furono due squadre che fino a quel momento contavano complessivamente cinque Coppe del Mondo: l’Italia e il Brasile. Tutte le partite si disputarono all’Estadi de Sarrià, che allora era lo stadio dell’Espanyol. Nella prima partita, l’Italia sconfisse l’Argentina per 2-1, mentre nella seconda il Brasile vinse 3-1, con Maradona che venne espulso all’85° minuto, quando il punteggio era già sul 3-0. L’Argentina era fuori, e ciò portò a una delle partite più storiche del torneo, tra le due rivali del girone, ma anche a una generale delusione per quella squadra – e per lo stesso Maradona – che si era presentata con l’obiettivo di mantenere il primato mondiale del calcio argentino. Come è stato sottolineato, tuttavia, questa sconfitta calcistica ebbe forse anche risvolti positivi, poiché un’altra vittoria non poté fungere ancora una volta da velo sull’euforia nazionale utile al regime criminale della dittatura, come era accaduto nel 1978.

Parlando del Mondiale del 1982, Maradona afferma che aveva, in sostanza, perso sé stesso. Con un aspetto che raramente gli abbiamo visto, somigliante piuttosto alle figure dei rivoluzionari del calcio come Sócrates o Paul Breitner, con barba folta e capelli lunghi, sembrava tentare di fare qualcosa che apparteneva ad altri, di adattarsi agli stampi di personalità altrui. Ma Maradona mostrò in tutta la sua vita che poteva trionfare solo quando era lui – con le sue caratteristiche assolutamente peculiari – a definire la fisionomia delle squadre in cui giocava. Il 1982 fu forse una buona lezione, che lo spinse a cercare l’ambiente ideale nel quale poter brillare. Forse, proprio quella lezione costituì la base di tutte le sue scelte, a volte paradossali ma sempre uniche, che portarono alla costruzione di una carriera calcistica irripetibile e inarrivabile.
Barcelona
Durante la permanenza della Nazionale argentina a Barcellona per il Mondiale, fu ufficializzato l’accordo per il trasferimento di Maradona al Barcellona, qualcosa che in realtà era già stato definito in precedenza, quando Diego aveva smesso di giocare con la Boca. Il Barcellona pagò 1,2 miliardi di pesetas, di cui l’80% andò agli Argentinos Juniors, poiché rappresentava un debito della Boca nei confronti del primo club di Diego. In quel periodo, il Barcellona si trovava nel post-Cruyff (come calciatore), e l’allenatore era il tedesco Udo Lattek, con il quale, nel maggio del 1982, aveva vinto la Coppa delle Coppe battendo in finale lo Standard Liegi al Camp Nou. Maradona non era un grande ammiratore dei metodi di Lattek, che insisteva moltissimo sulla preparazione fisica, costringendo i suoi giocatori ad affrontare esercizi di estrema difficoltà. Tuttavia, a Barcellona Diego sviluppò un’amicizia molto intensa con un altro tedesco, Bernd Schuster, che costruì una grande carriera nella Primera División, giocando oltre che con il Barcellona anche nelle due grandi squadre di Madrid.

Il primo debutto di Maradona con la maglia blaugrana avvenne il 3 agosto all’Hindenburg, in un’amichevole contro l’SV Meppen. L’esordio ufficiale arrivò alla prima giornata della Primera División, al Mestalla, contro il Valencia di Mario Kempes. Fu proprio Maradona ad aprire le marcature in quell’incontro con un tiro al 20° minuto, ma i pipistrelliribaltarono il risultato nel secondo tempo e conquistarono la vittoria con i gol di Solsona e Idígoras. Il Barcellona ottenne la sua prima vittoria al Camp Nou contro il Valladolid, in una partita in cui Maradona segnò ancora uno dei tre gol, ma la stagione non fu ideale. A dicembre, le sconfitte interne contro l’Athletic Bilbao e in trasferta contro il Las Palmas avevano fatto scendere il Barcellona al quarto posto. Maradona non riusciva ad adattarsi al sistema e alla mentalità di Lattek, e questo rappresentava chiaramente un problema, soprattutto per il secondo. La successiva sconfitta casalinga del 26 febbraio 1983, per 0-2 contro il Racing Santander, e il pareggio a reti inviolate in trasferta contro l’Austria Vienna – che, assieme all’1-1 del Camp Nou, causò l’eliminazione dalla Coppa delle Coppe – segnarono la fine dell’era Lattek sulla panchina blaugrana. Al suo posto arrivò Menotti, l’allenatore di Maradona in nazionale fino al 1982, che era stato da poco rimpiazzato dal suo avversario ideologico Carlos Bilardo.
La prima stagione a Barcellona si concluse con un volo basso: il club chiuse al quarto posto in campionato, perse la Supercoppa europea contro l’Aston Villa, ma vinse la Coppa del Re battendo il Real nella finale di Saragozza per 2-1, e anche la Copa de la Liga in un doppio confronto sempre contro il Real, con Maradona autore di un gol in ciascuna delle due partite. Tuttavia, era cominciato anche un altro “volo basso” per Diego…
Durante questa prima stagione, una crisi epatica tenne Maradona lontano dagli allenamenti per tre mesi. In quel periodo trascorreva la maggior parte del tempo nella sua lussuosissima residenza, circondato da persone che approfittavano della sua fama e della sua ricchezza. Ragazzo venuto da Villa Fiorito, ora aveva tutto ciò che si potesse immaginare in termini di beni materiali, ma nessuno che si prendesse davvero cura della sua vita o lo guidasse nei passi di quel cambiamento immenso. Era, in sostanza, vittima di chiunque fosse in grado di offrirgli anche solo l’illusione di un rapporto personale. La persona a lui più vicina era allora il suo agente, Jorge Cysterpiller, che secondo molte fonti storiche non solo tollerava, ma contribuiva attivamente alla creazione di quell’ambiente. In queste condizioni cominciò anche l’uso della cocaina, che divenne il grande martirio – e in fondo la rovina – di Maradona. Nella sua autobiografia racconta persino come la stessa dirigenza del Barcellona approvasse e incoraggiasse quello stile di vita, perché lo rendeva più vulnerabile e più facilmente controllabile, non solo da parte dei dirigenti del club, ma anche da tutto quell’entourage che voleva avere voce sul futuro d’oro di Diego.
Nel complesso, nella stagione 1982/83 Maradona giocò 35 partite, segnando 23 gol e conquistando due titoli nazionali di minore importanza. La speranza di Diego, dei tifosi del Barcellona, degli argentini e forse di tutti gli appassionati di calcio era quella di assistere alla sua grande resurrezione nella stagione successiva. Gli impegni nella Primera Divisióniniziarono però male, con una sconfitta del Barcellona al Sánchez Pizjuán contro il Sevilla. Tuttavia, Maradona e il Barcellona tornarono alla vittoria contro l’Osasuna e il Mallorca, contro cui Diego segnò il suo primo gol stagionale.
Ma il 24 settembre 1983, nella partita della quarta giornata contro l’Athletic Bilbao al Camp Nou, il difensore basco Andoni Goikoetxea si rese protagonista di un’entrata assassina al 58° minuto che distrusse l’articolazione della caviglia sinistra di Diego. Maradona, che cercava ancora di trovare la propria dimensione nel calcio europeo, fu costretto a operarsi e a restare lontano dai campi per tre mesi e mezzo – anche se la prima diagnosi parlava di sei mesi di stop. Il suo ritorno in campo avvenne l’8 gennaio 1984, nella partita contro il Sevilla al Camp Nou, valida per la 18ª giornata. Nei 68 minuti che giocò, Maradona segnò due gol, aprendo e chiudendo il risultato per il 3-1 finale. Il Barcellona si mostrò più competitivo, ma perse il campionato, chiudendo al terzo posto, a un solo punto di distanza dalle capoliste Athletic Bilbao e Real Madrid, arrivate a pari merito.

In Coppa del Re, il Barcellona arrivò fino in finale, ma nella semifinale di ritorno contro il Las Palmas – che si decise ai calci di rigore – Maradona fu espulso con cartellino rosso. La Federazione spagnola ridusse successivamente la squalifica, permettendogli così di prendere parte alla finale contro l’Athletic Bilbao. Davanti a 100.000 spettatori che riempirono il Santiago Bernabéu il 5 maggio, Maradona affrontò per l’ultima volta, con la maglia del Barcellona, la squadra che era stata il suo tormento in quella stagione, in una partita in cui i blaugrana persero 1-0, lasciando andare un altro titolo in quella stagione. Maradona, in 23 partite giocate, segnò 15 gol, ma non si sentiva affatto bene a Barcellona e cercava il prossimo capitolo della sua carriera e della sua vita. La sua vita extracalcistica, turbolenta e instabile, non gli offriva terreno fertile per crescere, anzi lo stava distruggendo anche economicamente. Gioco del destino o no, quella fine amara fu in realtà l’inizio della sua storia più gloriosa.
Napoli
Il Napoli non si avvicinò a Maradona direttamente per la sua firma. Essendo una piccola squadra del povero Sud italiano, senza alcun grande titolo in bacheca, non avrebbe mai potuto competere frontalmente con i grandi club europei. Ma a Napoli un presidente – legato (forse prevedibilmente) alla camorra locale – fece una mossa astuta per approfittare della situazione e strappare la firma di Maradona. Corrado Ferlaino chiese al Barcellona l’organizzazione di un’amichevole, per dare al pubblico italiano la possibilità di vedere da vicino Maradona. La dirigenza del Barcellona accettò l’invito, ma segnalò che Maradona non avrebbe potuto giocare perché “malato”. Ferlaino, da quella risposta, capì che esisteva una frattura tra la dirigenza del Barcellona e Maradona, e si affrettò a presentare la sua offerta. Il 29 giugno 1984 il trasferimento fu ufficializzato, e Maradona firmò un contratto quadriennale con la sua nuova squadra. Nel film È Stato il Mano di Dio, il napoletano Paolo Sorrentino offre una descrizione piuttosto romantica – dal punto di vista dei napoletani – di quell’arrivo storico.

Il 5 luglio 1984 lo Stadio San Paolo (oggi ribattezzato anche Stadio Diego Maradona) si riempì con 75.000 tifosi del Napoli accorsi per vedere il miglior calciatore del mondo indossare i colori della loro squadra. Fino a quel giorno, il Napoli aveva vinto due Coppe Italia – nel 1962 e nel 1976 – oltre a una Coppa Anglo-Italiana e una Coppa delle Alpi. Nella stagione precedente aveva chiuso all’11° posto della Serie A su 16 squadre, a un solo punto dalla zona retrocessione. Era impensabile qualsiasi paragone con le grandi del Nord Italia, che fin dai primi anni delle competizioni europee dominavano e vincevano costantemente i titoli nazionali. Ora però, quella squadra aveva nelle sue fila un calciatore in grado di offrire a un popolo assetato ben più di semplici momenti calcistici o trofei: poteva diventare il loro portavoce sul campo, rappresentare la loro lotta per il riscatto e la dignità in un paese che li faceva sentire stranieri in casa propria. E proprio uno straniero, un argentino, era forse colui che poteva più facilmente caricarsi quel peso sulle spalle – o sui piedi.
A intensificare quel delirio contribuirono anche le dichiarazioni dei dirigenti, che si comportavano più come politicanti populisti che come seri uomini di calcio (cosa peraltro tutt’altro che insolita), affermando che l’obiettivo della squadra era la conquista dello scudetto. Ma anche con Maradona in rosa, i miracoli non si compiono dall’oggi al domani: sebbene si vedessero già dei segnali di crescita, occorreva costruire una squadra attorno a lui affinché quel sogno folle potesse diventare realtà.
Il debutto ufficiale di Maradona in Serie A avvenne alla prima giornata, il 16 settembre, contro il Verona. Il Napoli fu sconfitto 3-1, segno che la strada verso il miglioramento sarebbe stata lunga e avrebbe richiesto pazienza. Una settimana più tardi, al San Paolo, contro la Sampdoria, Maradona segnò il suo primo gol – su rigore, al 62° minuto – per il pareggio finale per 1-1. Seguì una sconfitta in trasferta contro il Torino e poi, il 7 ottobre, arrivò la prima vittoria, con gol di Bertoni, Maradona e Penzo, contro il Como. Per trovare la vittoria successiva si dovette aspettare fino alla decima giornata, quando il Napoli superò in casa la Cremonese per 1-0. I risultati cominciarono a migliorare con l’arrivo del nuovo anno. Il Napoli disputò un eccellente girone di ritorno: nel 1985 (comprendendo anche due partite del girone d’andata) ottenne 8 vittorie, 8 pareggi e una sola sconfitta – 2-1 in trasferta contro il Milan – con Maradona che realizzò 14 gol in 30 presenze in campionato, classificandosi terzo tra i marcatori, dietro a Platini e Altobelli. Il Napoli chiuse all’ottavo posto, ma l’evidente crescita non permise alle grandi aspettative di spegnersi.
In quella prima stagione, però, Maradona lasciò anche un altro segno, legato alle qualità del vero fuoriclasse: colui che percepisce il proprio ruolo nella società come rappresentante di una collettività, e non come semplice produttore di spettacolo. Un padre, disperato nel tentativo di trovare una soluzione per curare suo figlio, chiese a un calciatore del Napoli di organizzare una partita amichevole con la squadra titolare, Maradona incluso, per raccogliere fondi. Maradona prese in mano l’iniziativa e, da capitano, portò tutta la squadra del Napoli a giocare in un campetto di periferia, nel fango del quartiere in cui abitava quella famiglia. La somma raccolta bastò a coprire le spese per le cure necessarie. Con questo gesto – compiuto contro la volontà di Ferlaino – Maradona dimostrò che ci sono certe qualità imprescindibili per essere proclamato “il più grande di tutti i tempi”.
La stagione successiva fu la prima a sembrare davvero una stagione da scudetto. Il Napoli iniziò con una vittoria contro il Como e, fino alla settima giornata, collezionò in totale 3 vittorie e 4 pareggi. Il 27 ottobre arrivò la prima sconfitta in trasferta contro il Torino, ma anche in questo caso la ripresa avvenne nel finale di stagione. Dopo un calo a gennaio, da febbraio in poi il Napoli ottenne risultati da squadra campione, vincendo 5 delle ultime 6 partite. Questo percorso portò gli azzurri al terzo posto nella classifica finale, dietro Juventus e Roma, garantendosi l’accesso alla Coppa UEFA per la stagione successiva. A quel punto, le parole dei dirigenti non erano più semplici slogan populisti, ma una realtà molto concreta.
Maradona aveva ritrovato sé stesso sul campo, ma allo stesso tempo non riusciva a trovare la propria pace interiore. Se a Barcellona era stato vittima di un vortice di parassiti, a Napoli divenne uno strumento nelle mani della Camorra, che ovviamente voleva avere un controllo ancora più stretto su di lui. Ciò significava che il suo stile di vita problematico proseguiva, assieme alle dipendenze, incoraggiate dalla stessa organizzazione criminale che controllava anche il relativo traffico. Inoltre, Maradona, divenuto una sorta di eroe popolare all’interno della contraddittoria società napoletana, doveva affrontare la pressione dei media, che arrivarono a privarlo completamente della sua vita privata.
Per ritrovare el Pelusa, Maradona dovette attraversare un oceano. Lo fece nell’estate del 1986, lasciando il porto partenopeo per salire sugli altopiani del Messico!
La Mano de Dios
Il 9 giugno 1974, durante i lavori del Congresso FIFA in occasione del Mondiale della Germania Ovest, si decise di assegnare l’organizzazione del Mondiale 1986 alla Colombia. Fu una delle ultime decisioni del presidente FIFA uscente Stanley Rous, prima di essere sostituito e dare inizio al discusso e lunghissimo mandato di João Havelange. Nel frattempo, Havelange – anche per finalità politiche personali – ottenne l’allargamento del numero delle squadre partecipanti da 16 a 24, una modifica introdotta per la prima volta nel Mondiale spagnolo del 1982. Al di là degli obiettivi politici, si trattava di una trasformazione quasi inevitabile: più partite significavano più ricavi dai grandi sponsor globali. Nel 1974, questa economia era ancora sperimentale per il calcio mondiale, che solo nel 1970 aveva conosciuto il primo Mondiale trasmesso via satellite. Ma nel 1980 era ormai diventata una necessità. Proprio questo ampliamento spinse la Colombia a dichiarare di non essere in grado di organizzare una manifestazione così vasta. Così, il 20 maggio 1983, la FIFA prese una decisione straordinaria: assegnò il torneo al Messico, che aveva già superato la prova nel 1970.
Con la televisione ormai regina, le esigenze dei calciatori passarono in secondo piano: molte partite furono programmate a mezzogiorno sotto il cocente sole messicano, per essere trasmesse in prima serata in Europa, che rappresentava (e rappresenta) il pubblico più stabile e la più grande e tradizionale fetta di mercato del calcio. Anche se le partite non potevano disputarsi sotto le stelle, la FIFA sperava che le stelle delle nazionali illuminassero miliardi di schermi televisivi. Una di queste stelle era naturalmente Maradona, che nel Napoli aveva già ritrovato una forma strepitosa.
In Argentina, intanto, la situazione politica era cambiata. La dittatura militare era stata rovesciata alla fine del 1983 e Raúl Alfonsín, storico esponente del partito socialdemocratico antiperonista UCR, era stato eletto presidente. Alfonsín fu il primo di una lunga serie di presidenti argentini espressi alternativamente da governi socialdemocratici e liberali, una dinamica che prosegue ancora oggi. Tuttavia, l’economia del paese continuava a oscillare come un elettrocardiogramma impazzito: brevi periodi di crescita e piccoli benefici sociali erano seguiti da dure misure di austerità e impoverimento di massa, soprattutto nelle province più remote, perpetuando il fenomeno della migrazione interna. Eppure, il ripristino della democrazia liberale era motivo di ottimismo, e la partecipazione a un altro Mondiale rappresentava una seconda possibilità per riconquistare l’orgoglio nazionale umiliato quattro anni prima alle Malvinas.
Alla guida della nazionale argentina c’era Carlos Bilardo, allievo di Osvaldo Zubeldía e figura centrale del anti-fútbol. Forse ambiva a diventare l’allenatore che avrebbe dimostrato che si può vincere un Mondiale giocando un calcio brutto, focalizzato esclusivamente sul risultato. All’epoca, aveva anche un forte vantaggio ideologico, grazie al trionfo dell’Italia nel 1982, e in particolare alla sua vittoria sul Brasile – considerata una delle partite più significative della storia del calcio – che segnava il passaggio dall’epoca del gioco spettacolare a quella del gioco orientato al risultato. Ma i piani di Bilardo furono “disturbati” dalla presenza di Maradona, che non avrebbe smesso di produrre spettacolo neanche se avesse deciso semplicemente di camminare in campo. Così, il tecnico argentino fu costretto a costruire la squadra attorno al diamante dell’albiceleste. Dal punto di vista tattico, è quasi inspiegabile come riuscì a funzionare quell’inedito 3-5-2, con Maradona arretrato come seconda punta. In realtà, Diego si trovava in molte più posizioni: autentico uomo-orchestra, applicava una sua personale versione del calcio totale, che si potrebbe definire “calcio maradoniano”. Tra le tante eredità lasciate alla cultura calcistica, questa è forse una delle più importanti: non esistono altri esempi di giocatori d’attacco che fossero anche registi e, allo stesso tempo, capaci di coprire zone del campo normalmente aliene alla propria posizione. Il fatto che non se ne parli abbastanza quanto della sua portata sociale dipende forse dal fatto che richiede osservazione più esperta e perché la sua luce abbagliante finiva per nascondere i dettagli unici del suo talento.
L’Argentina superò agevolmente le qualificazioni con 4 vittorie, 1 pareggio e 1 sconfitta contro Perù, Colombia e Venezuela, ottenendo la quarta partecipazione consecutiva al Mondiale. La generazione dei campioni del ’78 era ormai tramontata e in Messico non viaggiò nessuno dei trionfatori, ad eccezione del capitano di allora, Daniel Passarella, che però era entrato in rotta con Bilardo e non disputò neanche una partita nel 1986. Ora era una nuova squadra, costruita attorno a Maradona. Nessuno metteva in dubbio il suo ruolo: tutti sapevano che aiutando il gioco di Diego avrebbero aumentato le probabilità di tornare dal Centroamerica da campioni del mondo. È passato alla storia il concetto secondo cui i compagni di Maradona non fossero all’altezza di una squadra vincente, ma a volte questa contrapposizione viene esasperata, generando l’idea che si trattasse di giocatori mediocri o scarsi. In realtà, quella squadra era composta da diversi buoni calciatori, anche se con poca esperienza nei grandi club europei, soprattutto a causa delle difficoltà negli spostamenti e delle restrizioni sugli stranieri nei vari campionati. Una possibile eccezione era Jorge Valdano, allora al Real Madrid, così come Jorge Burruchaga, che per molti anni militò nel Nantes. I nomi dei club non suscitano forse timore reverenziale, ma va detto che anche Maradona militava nel Napoli.
L’Argentina fu sorteggiata nel Gruppo A e iniziò il suo cammino il 2 giugno, all’Estadio Olímpico Universitario, contro la Corea del Sud, che tornava a un Mondiale dopo 32 anni, alla sua seconda partecipazione. Con due gol di Valdano e uno di Ruggeri – tutti e tre su assist di Maradona – ottenne una comoda vittoria per 3-1. L’avversaria successiva fu l’Italia campione del mondo in carica, in una partita in cui Maradona visse sulla propria pelle la stessa realtà che sperimentava con il Napoli: i difensori italiani lo presero a calci per tutto l’incontro, disputato il 5 giugno all’Estadio Cuauhtémoc di Puebla, e terminato 1-1. Altobelli segnò su rigore al 6° minuto e Maradona pareggiò al 34°. Nell’ultima partita del girone, l’Argentina batté 2-0 la Bulgaria, con il secondo gol di Valdano su assist di Maradona, conquistando il primo posto nel girone e l’accesso agli ottavi di finale.

Agli ottavi di finale, il 16 giugno, l’Argentina si trovò di fronte la sua eterna rivale, l’Uruguay, che non affrontava in una fase finale di Coppa del Mondo dal celebre incontro del 1930. Era l’occasione per una “rivincita” informale, 56 anni dopo, che avrebbe potuto aprire la strada per eguagliare il numero di titoli mondiali degli storici rivali. Ma l’Uruguay del 1986 non era certo una squadra in grado di intimorire l’Argentina di Maradona. Era passata come terza dal Gruppo E, pareggiando con Germania Ovest e Scozia e subendo una pesante sconfitta contro la Danimarca, con un secco 6-1. Tra le sue fila figurava comunque la grande stella del River Plate, Enzo Francescoli, che proprio quell’estate avrebbe compiuto il salto verso il calcio europeo.
La partita, disputata a Puebla, non è certo ricordata come una delle più memorabili della competizione, e fu decisa da un gol di Pasculli al 42° minuto. Ma quella vittoria apriva le porte all’albiceleste verso quella che forse sarebbe stata la partita più importante della sua storia.

Il 22 giugno 1986 il sole bruciava sopra Città del Messico, con le previsioni che indicavano possibilità di pioggia nel pomeriggio. La temperatura era di 22 gradi Celsius e lo stadio Azteca era gremito: 114.580 spettatori. L’Argentina affrontava l’Inghilterra per la prima volta dopo un altro quarto di finale di Coppa del Mondo, quello del 1966, segnato da una designazione arbitrale misteriosa, dall’espulsione immotivata di Rattín, dal gioco molto duro di entrambe le squadre, nonché dal comportamento ostile del pubblico inglese e, in generale, delle delegazioni europee nei confronti di quella selezione argentina. Ma era anche la prima volta che le due nazionali si trovavano faccia a faccia dopo la guerra delle Malvinas, conclusasi con un trionfo propagandistico per il governo di Margaret Thatcher, ma rivelatasi un fiasco totale per la dittatura militare argentina.
Tuttavia, la rivalità calcistica tra i due paesi non era cominciata nel 1966. Affonda le radici molto più indietro, ed è una questione d’identità nazionale per gli argentini. Furono ovviamente gli inglesi a introdurre il calcio in Argentina. L’influenza britannica fu determinante nello sviluppo delle sue istituzioni calcistiche, e uno scozzese, Alexander Watson Hutton, è considerato il “padre del calcio argentino”. Ma la criollizzazione del calcio avvenuta nel corso del XX secolo si accompagnò a un’esigenza crescente: dimostrare che in Argentina si sapeva giocare meglio a calcio che in Inghilterra. Perché sì, il gioco era stato codificato in Gran Bretagna, ma – secondo questa visione ideologica – fu il popolo della colonia sudamericana a saperlo evolvere davvero. Per questo motivo, anche rimanendo nel perimetro puramente calcistico, quella sfida ha sempre avuto un carattere speciale.
Naturalmente, da quel calcio della la nuestra e del el pibe, il movimento argentino aveva preso una direzione totalmente diversa: oggi in panchina c’era Carlos Bilardo, prosecutore del calcio duro e del anti-fútbol di Spinetto e Zubeldía. Ma davanti a quella partita, poco contava come si fosse evoluto il gioco nel paese: l’Inghilterra doveva essere sconfitta a ogni costo, sia perché rappresentava un ostacolo verso il titolo, sia perché si esigeva una rivincita morale per la guerra, per Rattín e per qualsiasi altro motivo si potesse immaginare – come sempre accade quando guardiamo una partita di calcio.
A causa dei colori sociali simili, una delle due squadre è sempre costretta a indossare la seconda maglia. In quel match, l’Argentina avrebbe dovuto giocare con la divisa blu, che però era in cotone. Bilardo ritenne che ciò costituisse un grande svantaggio sotto il sole cocente del mezzogiorno messicano. Così fu chiesto allo sponsor tecnico, Le Coq Sportif, di produrre una nuova maglia blu appositamente per quella gara. L’azienda, avendo solo tre giorni di tempo, rispose negativamente. Allora Rubén Moschella, membro dello staff tecnico, uscì per le strade di Città del Messico in cerca di maglie blu. Ne trovò due modelli diversi, li presentò alla squadra, e Maradona ne scelse uno dicendo: “Con questa vinceremo contro l’Inghilterra.” Moschella allora acquistò 38 maglie, si recò da un sarto per cucire sopra il vecchio stemma semplificato della federazione, e vi applicò i numeri con delle decalcomanie di qualità media, prese da kit destinati a squadre di football americano (gridiron football). Chi avrebbe mai potuto immaginare che forse la maglia più iconica della storia del calcio sarebbe nata e realizzata in quelle condizioni?

L’Inghilterra schierava una squadra ricca di stelle, con in testa Gary Lineker, che sarebbe poi risultato capocannoniere del torneo. Tuttavia, forse proprio quella partita costò a molti di quei giocatori una parte considerevole della loro fama postuma. In porta c’era Peter Shilton, anche capitano della squadra; in difesa giocavano Gary Stevens, Terry Fenwick, Terry Butcher e Kenny Sansom; a centrocampo si trovavano Glenn Hoddle, Peter Reid, Trevor Steven e Steve Hodge; seconda punta era Peter Beardsley, mentre centravanti puro era Lineker. L’Inghilterra di Bobby Robson adottava sostanzialmente un 4-4-2 a rombo, con l’intento di saturare la zona attorno a Maradona e limitarne i movimenti.
Il primo tempo fu caratterizzato dalla superiorità dell’Argentina, che costrinse Shilton a diverse parate. Per l’Inghilterra, Peter Beardsley ebbe la sua occasione al 13° minuto, approfittando di uno scivolone di Nery Pumpido, ma non riuscì ad aprire le marcature. Nonostante il possesso palla e l’iniziativa dell’Argentina, la prima frazione si concluse sullo 0-0. Pochi minuti dopo, però, si sarebbe scritta la storia.

Al 51° minuto della partita, Maradona aveva il pallone al centro, spostato verso sinistra, come sviluppava abitualmente le sue azioni offensive l’Argentina. Servì un passaggio impreciso verso Valdano, che si trovava all’angolo destro dell’area di rigore, ma l’attaccante argentino non riuscì a controllare il pallone: lo spinse invece all’indietro, sopra la propria spalla, verso il centro dell’area inglese. Maradona, proseguendo la sua corsa, si trovò in traiettoria incrociata con la parabola disegnata dal pallone in area. Dalla parte opposta, verso la stessa traiettoria, correva anche il portiere inglese. Nel punto di incontro tra i tre – la palla in caduta, Shilton e Maradona che vi convergevano – fu Maradona il primo a toccare il pallone! Una frazione di secondo dopo, la palla era già nella rete di Shilton! Maradona era riuscito a vincere un duello aereo con il portiere inglese, più alto di venti centimetri. Con la mano sinistra, chiusa a pugno e ben sollevata, colpì il pallone e lo spinse in rete.
L’arbitro tunisino Ali Bin Nasser indicò il centrocampo. Il guardalinee fu d’accordo con lui. Maradona correva verso la curva, sollevando il pugno sinistro con cui aveva segnato! Era l’apoteosi del calcio finalizzato al risultato, dell’ideologia di Zubeldía che era divenuta la scuola nazionale del calcio argentino. L’Argentina era in vantaggio, e quel vantaggio la avvicinava a una qualificazione storica.
Gli inglesi protestavano invano con l’arbitro, mentre Maradona continuava ad alzare il suo pugno sinistro. Nella sua autobiografia raccontò che in quel momento si sentiva “come se avesse messo le mani nel caveau d’Inghilterra”. Quando, dopo la partita, gli chiesero se si trattasse di un fallo di mano, rispose che era stata “la mano di Dio”, lasciando una frase che lo avrebbe accompagnato per sempre: La Mano de Dios. E anche un soprannome che i devoti del calcio, in tutto il mondo, gli attribuirono senza troppe esitazioni. Quel giorno, Maradona entrò in campo da mortale, e ne uscì da dio. E se quel gol con la mano non fosse bastato per guadagnarsi il diritto a quel titolo, l’impresa successiva fu il suo lasciapassare per i Campi Elisi.

Quattro minuti dopo, però, Maradona lasciò un altro segno nella Storia, senza dare a nessuno più il margine per mettere in dubbio quella vittoria né la sua superiorità – né quella dell’Argentina – in quella partita. La telecronaca dello speaker uruguaiano Víctor Hugo Morales è rimasta nella memoria collettiva, e quel gol, “il gol del secolo” come venne poi definito, non può – e forse non dovrebbe mai – essere raccontato con parole diverse.
Víctor Hugo Morales: “La passerà a Diego, lì ce l’ha Maradona, lo marcano in due, tiene palla Maradona, parte da destra il genio del calcio mondiale, si lascia dietro gli avversari, potrebbe passarla a Burruchaga… Sempre Maradona! Genio! Genio! Genio! Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta… Goooooooool! Gooooooooool! Ho voglia di piangere! Mio Dio, viva il calcio! Che golazo! Dieeeeeegoool! Maradona! Viene da piangere, perdonatemi… Maradona, in una corsa indimenticabile, nell’azione di tutti i tempi… Aquilone cosmico… Da quale pianeta sei venuto per lasciare indietro così tanti inglesi, per far esultare tutta una nazione a pugno chiuso per l’Argentina? Argentina 2 – Inghilterra 0. Dieeeeeegoool, Dieeeeeegoool, Diego Armando Maradona… Grazie Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2 – Inghilterra 0.”
Maradona aveva compiuto l’incredibile! Aveva preso palla dal centro del campo e lasciava dietro di sé ogni inglese che gli si parava davanti, fino a entrare in area, subire un’epica pedata e contemporaneamente piazzare il pallone alle spalle di Shilton, firmando il 2-0. Fu il gol del secolo, come venne votato molti anni più tardi, senza alcuna ombra di dubbio. Ma per l’Argentina fu molto di più. Se il primo gol era stato l’apoteosi dell’anti-fútbol e del calcio finalizzato al risultato, quel secondo gol era l’incarnazione assoluta della bellezza della la nuestra, del virtuoso argentino che passa in mezzo agli inglesi come se fossero fermi, inglesi la cui prestanza fisica non basta per fermare un tale genio calcistico. Era l’incarnazione di quel ragazzo, di quel pibe, che proprio come lo aveva descritto Borocotó nel 1928, si trovava, 58 anni dopo, sull’erba dell’Azteca. Come avrebbe potuto immaginare il caporedattore di El Gráfico che ciò che descriveva allora era la rappresentazione fedele di un attimo proveniente dal futuro?
Maradona non era soltanto un Dio: per l’Argentina era molto di più. Era el pibe de oro, il ragazzo d’oro, il pibe fatto d’oro. Era la ricompensa della Storia a un’intera ideologia calcistica. Non poteva esistere vittoria più grande per il calcio argentino di quel gol. Il fatto che sia stato segnato contro l’Inghilterra è forse solo l’ultimo elemento necessario per rendere perfetta una storia già leggendaria.

L’Inghilterra accorciò le distanze all’81° minuto con un gol di Lineker, ma quasi nessuno ricorda quella rete. Al termine della partita, Maradona aveva cambiato la narrazione del calcio mondiale e aveva creato il momento più grande nella storia calcistica del suo paese — probabilmente ancora più grande della vittoria del Mondiale otto anni prima. Da quel momento in poi, tutti vedevano un argentino sulla vetta del mondo, non per il titolo — che ancora non aveva conquistato — ma per ciò che sapeva fare con il pallone, qualcosa che nessun altro aveva mai saputo fare in quel modo.
In semifinale, l’avversario era il Belgio, la squadra che aveva battuto Maradona e l’Argentina all’esordio del Mondiale quattro anni prima. Per arrivare fin lì, i belgi avevano avuto bisogno anche della fortuna. Erano passati come terzi dal Gruppo B, perdendo la prima partita contro il Messico, vincendo poi contro l’Iraq e pareggiando con il Paraguay. Agli ottavi di finale, con un arbitraggio disastroso da parte dello svedese Erik Fredriksson, superarono per 3-4 ai supplementari l’Unione Sovietica. In Occidente, il fatto che i giocatori sovietici non protestarono con vigore venne sfruttato come propaganda, sostenendo che non volessero vincere a causa di divergenze politiche con il regime del loro paese. Ai quarti di finale sconfissero la Spagna di Butragueño ai calci di rigore, raggiungendo così la semifinale del 25 giugno all’Azteca contro Maradona.
In una partita che sembrava la fotocopia di quella contro l’Inghilterra, Maradona offrì una prestazione straordinaria, segnando due gol in modo solistico e memorabile. Se le sue imprese contro l’Inghilterra non fossero state così dense di significati simbolici, quei gol contro il Belgio sarebbero forse ricordati come gli episodi più emblematici nella storia dei Mondiali. Ma l’appuntamento era ormai fissato per Maradona. Il ragazzo del Villa Fiorito, el Pelusa, el Pibe de Oro, el Dios, aveva ancora un gradino da salire per arrivare al cielo, lo stesso cielo che aveva toccato con mano il giorno in cui mise piede sull’erba del Paternal, a 16 anni, per esordire con gli Argentinos Juniors. Non era solo Maradona ad aspettare quel momento, ma l’intero pianeta!

Il 29 giugno, Maradona aveva un altro appuntamento all’Azteca — con il pubblico sugli spalti e con il mondo intero. Nello stesso stadio dove, sedici anni prima, era stata scolpita la leggenda del Brasile incredibile e impeccabile, Maradona tornava per scrivere immagini diverse nella Bibbia del calcio.
Nel grande finale, l’avversaria era la Germania Ovest, la squadra per la quale, in quelle decadi, era nato il detto: “il calcio è un gioco che si gioca in undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi”. Il modo in cui la Germania Ovest aveva conquistato i Mondiali del 1954 e del 1974 — entrambi contro le squadre che avevano entusiasmato e innovato il calcio del loro tempo, l’Ungheria e l’Olanda rispettivamente — dimostrava che si trattava dell’avversaria ideale per rappresentare il livello più arduo da superare per l’Argentina di Maradona.
I tedeschi erano passati come secondi nel loro girone, pareggiando con l’Uruguay, battendo 2-1 la Scozia e perdendo 0-2 contro la sorprendente Danimarca — probabilmente la migliore squadra mai avuta dal paese nordico, forse anche più forte di quella del 1992. Agli ottavi di finale eliminarono il Marocco con un magro 1-0, mentre ai quarti dovettero affidarsi ai rigori, dopo lo 0-0 con i padroni di casa messicani, per conquistare la qualificazione. Nel classico derby dell’Europa occidentale contro la Francia di Platini, in semifinale, vinsero per 2-0 e si schierarono così di fronte a Maradona.

Allenatore era Franz Beckenbauer, il Kaizer, che aveva vinto la Coppa del Mondo da giocatore e aveva scritto la propria storia negli stessi stadi messicani nel 1970; ora aspirava a diventare il primo uomo a raggiungere il massimo riconoscimento calcistico anche da tecnico. Portiere era Harald Schumacher, passato alla storia più per il colpo criminale a Batiston quattro anni prima che per le sue parate. In difesa giocava da libero Ditmar Jakobs, centrali erano Karlheinz Förster e Hans-Peter Briegel, mentre sulle fasce si trovavano Thomas Berthold a destra e Andreas Brehme a sinistra. A centrocampo, Norbert Eder e Lothar Matthäus agivano dietro al trequartista Felix Magath, mentre in attacco il duo era formato dal capitano Karl-Heinz Rummenigge e da Klaus Allofs.
Come si può notare, il sistema tedesco, che ricordava per certi versi il catenaccio, con una disposizione difensiva a “V” e il libero, sembrava combaciare perfettamente con il 3-5-2 di Bilardo. I tedeschi puntavano a neutralizzare Maradona con la profondità difensiva e a colpire sulle fasce deboli dell’Argentina, tentando anche dei cross diretti ai loro attaccanti fisicamente imponenti.
Tuttavia, il primo gol della partita arrivò da un colpo di testa argentino: al 23° minuto Brown approfittò di un errore di Schumacher e firmò il vantaggio, che rimase anche il punteggio del primo tempo. Maradona tentava molte iniziative, ma si scontrava costantemente con le rocce inamovibili davanti a sé, incarnate dai cinque difensori e dal portiere tedesco. Al 56°, però, Jorge Valdano trovò il modo di piazzare con freddezza il pallone alle spalle di Schumacher, portando il punteggio sul 2-0. Maradona era il direttore d’orchestra di una squadra che si avviava verso la vetta, anche se non aveva segnato in quella partita.
Ma i tedeschi fecero onore alla loro fama. Al 74°, Rummenigge accorciò le distanze, e all’81° Rudi Völler — subentrato ad Allofs all’intervallo — pareggiò, portando la partita all’apice della tensione negli ultimi dieci minuti. Fu allora che parlò ancora una volta il genio di Maradona. All’84°, vedendo enormi spazi nella metà campo tedesca, fece partire un passaggio verticale straordinario per Burruchaga, che aveva alla sua destra anche Valdano come possibile opzione, ma scelse di concludere lui stesso e trafisse Schumacher con un perfetto diagonale, sigillando la vittoria!

l trofeo della FIFA, la statuetta disegnata da Silvio Gazzaniga per sostituire la Coppa Jules Rimet, trovava finalmente il suo legittimo proprietario! Nelle mani di Maradona conobbe la sua apoteosi! Diego lo prese fra le mani e non lo lasciò mai più. Le fotografie che lo ritraggono mentre lo alza al cielo del Messico, mentre lo bacia, mentre lo stringe issato sulle spalle della folla che si era caricata tutti i giocatori argentini addosso, costruirono simboli per il futuro. Era tale la forza di quelle immagini, che 36 anni dopo Messi ne avrebbe creata una nuova, simile, per simboleggiare la grandezza del proprio trionfo!
Maradona, con la coppa in mano, metteva la firma della sua immortalità, con il numero sulla maglia e il suo nome scritto nella sua lingua madre: D10S!

Ho visto Maradona
Maradona tornò a Napoli come la stella assoluta del calcio – e forse del pianeta. L’estate del 1986 gli apparteneva completamente, e i napoletani attendevano ora di assaporare anche loro quel successo immenso, e naturalmente ancora indicibile, che pochi avrebbero potuto immaginare solo qualche anno prima. Se il passaggio di Maradona dal mondo dei mortali all’apoteosi prese forma e sostanza, ciò avvenne senza dubbio nella città del sud italiano. Diego divenne icona, statua, religione, persino vera e propria chiesa. Da Villa Fiorito ai Quartieri Spagnoli, i suoi fedeli lo riconoscevano come l’unico messia.
Gli impegni della Napoli per la Serie A iniziarono il 14 settembre, contro la squadra della città natale dell’allenatore Ottavio Bianchi, il Brescia. I partenopei riuscirono a partire con una vittoria in trasferta, grazie a un gol di Maradona al 41′. Alla giornata successiva pareggiarono contro l’Udinese al San Paolo, mentre una settimana dopo non riuscirono a battere l’Avellino in trasferta. Quello fu l’ultimo momento della stagione in cui la Napoli non si trovava in vetta alla classifica.
Maradona continuava le sue imprese extraterrestri. Contro tutti i colossi del Nord lasciava il segno, segnando da ogni posizione, ignorando le difese dure, impressionando con la sua esplosiva condizione fisica e la sua tecnica sopraffina. La Napoli vinse 0-1 all’Olimpico contro la Roma, 1-3 al Comunale di Torino contro la Juventus, perse solo tre partite in tutta la stagione, e colse una vittoria monumentale, per 2-1, il 26 aprile, contro il Milan di Berlusconi. In Coppa Italia, superando il girone con SPAL, Lazio, Taranto, Vicenza e Cesena, eliminò Brescia, Bologna e Cagliari, ottenendo 11 vittorie su 11 partite e qualificandosi per la finale. L’unico insuccesso fu in Coppa UEFA, dove fu eliminata ai rigori dal Toulouse nel ritorno giocato in Francia il 1º ottobre 1986.
A Napoli, la festa più importante dell’anno è quella di San Gennaro, che nonostante il nome si celebra il 19 settembre, giorno della decapitazione del santo per mano delle orde di Diocleziano. La festa è letteralmente “tricuoverta”, cioè dura tre giorni, comprendendo processioni, riti religiosi e spettacoli musicali. La festa di San Gennaro è di enorme rilevanza per tutti i meridionali d’Italia e del mondo, con grandi celebrazioni anche a New York, come ha mostrato bene il discendente degli emigrati italiani Francis Ford Coppola nella seconda parte della sua trilogia de Il Padrino. Ma nel 1987, la più grande festa di Napoli – e una delle date che saranno celebrate in eterno nella città fondata dai Cumani – cadde in maggio.
La sera di sabato 9 maggio tutta la città era pronta ad accogliere il suo momento più grande. È difficile sapere quanti riuscirono davvero a dormire quella notte. La domenica che stava per sorgere avrebbe cambiato per sempre la posizione della città e della sua squadra nella storia calcistica italiana – e nel significato geografico del Paese stesso. Fino a quel giorno, l’unica squadra del Sud Italia ad aver conquistato uno scudetto era stata il Cagliari di Gigi Riva, nel 1970. Diciassette anni dopo, quello costituiva ancora l’unico esempio, l’unico riferimento di una vittoria venuta da un outsider. Ma persino il Cagliari è squadra della Sardegna, e non del profondo Sud povero della penisola italiana. La Napoli stava per prendersi qualcosa per un popolo che non aveva mai creduto di avere diritto a una vittoria nel Paese in cui il destino l’aveva collocato.

La domenica del 10 maggio 1987 è una data di festa nazionale per Napoli! La rappresentante biancazzurra della città avrebbe affrontato la Fiorentina per la 29ª e penultima giornata di campionato. Tutte le strade portavano al San Paolo, e bastava appena un punto contro la Fiorentina di Roberto Baggio per compiersi il miracolo. I festeggiamenti, del resto, erano già stati rimandati di una settimana, poiché il pareggio contro il Como in trasferta, nel turno infrasettimanale, aveva lasciato il grande momento alla domenica, in una festa in cui sarebbero stati tutti presenti, a casa propria.
Il Napoli, in quella partita, si schierò con Claudio Garella, Moreno Ferrario, Alessandro Renica, Giuseppe Volpecina, Giuseppe Bruscolotti, Francesco Romano, Salvatore Bagni, Fernando De Napoli, Diego Armando Maradona, Andrea Carnevale e Bruno Giordano. A gara in corso entrarono anche il ventenne Ciro Ferrara e Luigi Caffarelli. Il Napoli passò in vantaggio con un gol di Carnevale al 29° minuto, ma al 39° arrivò il pareggio di Baggio. La partita terminò con quel punteggio, e tanto bastò per far partire i festeggiamenti del secolo al San Paolo!

Le immagini di quel giorno non appartengono solo alla storia del calcio, ma anche a quella del cinema. Asif Kapadia inizia proprio con quel giorno la sua biografia su Maradona, presentandolo così come la chiave visiva definitiva per decifrare il mito. Le immagini della gente arrampicata sulle Vespe e sui tetti delle auto, che agita bandiere biancazzurre per le strade della città, sono l’identità stessa della storia di un’intera cultura.
Maradona aveva dato ai napoletani ciò che nessuno era mai riuscito a dare in 126 anni di Stato italiano, dal Risorgimento fino al 1987. Per questo motivo divenne il secondo patrono della città, insieme a San Gennaro. Questo lascito è qualcosa che nessun altro calciatore è mai riuscito a lasciare nella storia di questo sport. Ed è molto probabile che nessun altro al mondo ci riuscirà mai.

Dopo la fine della Serie A, il Napoli affrontò l’Atalanta in una finale di Coppa Italia giocata in due partite, vincendo 3-0 in casa e 0-1 in trasferta, conquistando così non solo il primo campionato, ma anche il primo storico double! Maradona, autentico maestro in quella stagione, giocò in totale 41 partite, segnando 17 gol.
In quella stessa stagione, Maradona visse anche un altro momento fondamentale della sua vita. Il 2 aprile nacque la sua prima figlia, Dalma Nerea, avuta dalla compagna di Diego, Claudia Villafañe, conosciuta fin dai tempi dell’adolescenza a Villa Fiorito. Dalma prese il suo primo nome dalla nonna, Doña Tota. Questo cambiamento nella vita di Diego sembrava indicare che forse i giorni degli eccessi e della vita sregolata fossero ormai alle spalle. Purtroppo, la storia dimostrò che quello era solo il suo desiderio, ma non la realtà che riuscì a costruire.
La stagione 1987/88 cominciò con lo stesso slancio per Maradona e il Napoli, che conquistarono 5 vittorie nelle prime giornate, tra cui un clamoroso 6-0 contro il Pescara. Il primo pareggio arrivò alla sesta giornata, in trasferta contro la Roma, mentre la prima sconfitta si registrò il 3 gennaio 1988 a San Siro, contro il Milan di Arrigo Sacchi. In Coppa dei Campioni una sconfitta in trasferta e un pareggio in casa contro il Real Madrid misero prematuramente fine al sogno europeo. Tuttavia, il Napoli stava vivendo un campionato straordinario, rimanendo saldamente in testa fino alla 27ª giornata, quando pareggiò in trasferta contro il Verona. Maradona, nella sua autobiografia, ricorda quella stagione forse come la migliore della sua carriera.
Il primo maggio 1988 era in programma la partita che, in gran parte, avrebbe deciso lo scudetto. Al San Paolo, se il Napoli avesse battuto il Milan, sarebbe stato il grande favorito per la conquista del secondo titolo consecutivo: anche un pareggio sarebbe bastato per arrivare alla matematica certezza alla penultima giornata, ancora una volta contro la Fiorentina. 82.000 tifosi riempirono il San Paolo per quella partita. Ma le cose non si svilupparono come in una favola, dimostrando forse che le migliori favole si scrivono dentro il realismo della vittoria e della sconfitta. Il Milan passò in vantaggio con Virdis, e alla fine del primo tempo Maradona pareggiò. Virdis riportò in vantaggio il Milan al 68’, mentre al 76’ van Basten portò il risultato sul 3-1, rendendo la rimonta partenopea quasi impossibile. Anche il pareggio, tuttavia, sarebbe bastato per mantenere il primo posto. Ma quel Milan era una squadra tosta, e il Napoli riuscì solo ad accorciare con Careca al 78’. Lo scudetto tornava a viaggiare verso nord. Il Napoli perse il primato e, sotto shock psicologico e senza Maradona alle prese con infortuni, perse anche le ultime due partite del campionato, contro Fiorentina e Sampdoria, concludendo al secondo posto, a tre punti dal Milan. Eliminato nei quarti di Coppa Italia contro il Torino, il Napoli conquistò comunque un posto per la Coppa UEFA.
Nella stagione successiva, il Napoli fece un altro buon campionato, ma dalla seconda giornata, quando perse 1-0 in casa del Lecce, non tornò più in vetta. In quella stagione dovette fare i conti con la straordinaria Inter di Giovanni Trapattoni, in cui giocava anche il giovane ex compagno di Diego, Ramón Díaz. L’Inter perse una sola partita e pareggiò sei volte in tutto il campionato, vincendo entrambi gli scontri diretti con il Napoli. I partenopei arrivarono comunque in finale di Coppa Italia: vinsero 1-0 l’andata contro la Sampdoria, ma persero clamorosamente 4-0 al ritorno a Genova, lasciando sfumare il titolo.
Quella stagione, però, fu storica per il Napoli anche sul piano europeo. Con Maradona sempre protagonista, la squadra iniziò a credere nella consacrazione internazionale. La partecipazione alla Coppa UEFA permetteva a un gruppo ormai stabilmente tra i protagonisti della Serie A di puntare a un trofeo con risonanza continentale.
La campagna del Napoli in Coppa UEFA cominciò il 7 settembre 1988 al San Paolo contro il PAOK. Maradona segnò su rigore al 55’ l’unico gol dell’incontro, mentre nel ritorno al Toumba fu Careca ad aprire le marcature al 17’, garantendo ai partenopei anche un prezioso gol in trasferta. Il pareggio di Skartados al 61’ non cambiò nulla e il Napoli avanzò. Al turno successivo eliminò la Lokomotiv Lipsia (1-1 in trasferta e 2-0 in casa), agli ottavi vinse 0-1 in casa del Bordeaux e poi pareggiò 0-0 al ritorno, qualificandosi ai quarti dove affrontò la Juventus dell’Avvocato Agnelli. In uno scontro epico, il Napoli perse 2-0 a Torino, ma nel ritorno restituì lo stesso risultato nei 90 minuti (con Maradona in gol su rigore al 10’) e, al 119’, fu Renica a firmare la storica qualificazione. In semifinale, Careca e Carnevale firmarono il 2-0 casalingo contro il Bayern Monaco, e nella gara di ritorno, Careca segnò una doppietta per il 2-2 finale che proiettò il Napoli in una storica finale contro lo Stoccarda.
La partita d’andata, al San Paolo, si giocò davanti a 81.093 spettatori e fu arbitrata dal greco Gerasimos Germanakos. Gaudino aprì le marcature per la squadra tedesca al 17º minuto, risultato con cui si chiuse anche il primo tempo. Nella ripresa, Maradona segnò su rigore al 68’ e Careca, all’87’, regalò alla sua squadra una vittoria preziosa per partire da favorita verso il secondo atto, al Neckarstadion. Lì, il 17 maggio, Maradona lasciò un momento personale unico scolpito nell’eternità. Durante il riscaldamento delle squadre, dagli altoparlanti dello stadio risuonava il brano “Live is Life” degli Opus. Maradona cominciò a eseguire gli esercizi del riscaldamento seguendo il ritmo della musica, in modo del tutto naturale, lasciando emergere ciò che per lui era sempre stato il calcio: oltre che espressione del suo stato d’animo, era la sua danza personale, ciò che lo faceva sentire bene. È per questo che Maradona poté diventare el pibe de oro: perché con o senza musica desiderava sempre danzare con il pallone e divertirsi con lui, prima di dare tutto pur di vincere anche una partita su un campo di periferia a Villa Fiorito o a Napoli. Il risultato della partita di ritorno a Stoccarda fu 3-3, e il Napoli riportò con sé, nei bagagli, il primo titolo europeo della sua storia.

Maradona però aveva molti motivi per ballare quel giorno. La sera precedente, il 16 maggio 1989, era nata la sua seconda figlia, Giannina Dinora. La ricerca della vita continuava e pochi mesi dopo avrebbe sposato anche la sua compagna di lunga data, Claudia, per cercare di fare un ulteriore passo in quella direzione.
La stagione successiva trovò il Napoli e Maradona in una corsa folle contro il Milan campione d’Europa di Sacchi per lo scudetto. Il tour europeo terminò presto, ai sedicesimi della Coppa UEFA, con due sconfitte, la seconda addirittura per 5-1, contro il Werder Brema. Nelle competizioni nazionali il Napoli fece un percorso straordinario e rimase imbattuto fino alla 17ª giornata, quando perse 3-0 contro la Lazio al Flaminio. Fino a quel momento aveva già affrontato il Milan, battendolo 3-0 al San Paolo. Mantenendo il primo posto, proseguì con 5 vittorie e un pareggio fino alla partita decisiva di San Siro contro il Milan, l’11 febbraio 1990. A Milano il Napoli perse 3-0 e due settimane dopo subì un’altra sconfitta, per 3-1, nello stesso stadio contro l’Inter. Il primato era sfumato e il campionato sembrava ancora una volta scivolare via. Tuttavia, il Milan ebbe una primavera molto difficile, con impegni in Coppa dei Campioni, Coppa Italia e campionato. Due sconfitte l’11 e il 18 marzo contro Juventus e Inter riportarono il Napoli più vicino, mentre l’aprile molto impegnativo per i rossoneri li vide pareggiare 0-0 a Bologna. Nello stesso periodo affrontavano il Bayern in semifinale di Coppa dei Campioni, riuscendo a eliminarlo ai supplementari il 18 aprile. Così, il 22 aprile, alla penultima giornata, non erano nella miglior forma e persero contro il Verona, mentre il Napoli vinceva 2-4 al Dall’Ara contro il Bologna. In un campionato deciso all’ultima giornata, il gol di Baroni al 7’ contro la Lazio riportò lo scudetto nel Sud Italia, e Maradona era di nuovo in cima al calcio italiano, in un momento in cui ne aveva più bisogno che mai… lui e l’Argentina.
Notti magiche
L’Italia del Napoli campione, il Paese che Maradona aveva conquistato, ospitava nell’estate del 1990 la Coppa del Mondo. Otto anni dopo il trionfo sui campi di Spagna, gli italiani speravano di rivivere notti magiche, come cantava anche Gianna Nannini nell’inno della competizione. Ma Maradona, trionfatore nel quadriennio successivo al precedente Mondiale, si presentava da campione in carica, miglior calciatore del mondo e quindi principale ostacolo verso quel titolo. Sarebbe stato il torneo stesso a svelare come si sarebbe evoluto questo equilibrio.
L’Argentina aveva mantenuto in panchina Bilardo, dato che aveva vinto il Mondiale precedente, anche se nel 1987 aveva perso in casa la Coppa America, sconfitta in semifinale dall’Uruguay. Alla squadra del 1986 si era aggiunto un attaccante talentuoso, Claudio Caniggia, che formò una coppia molto affiatata con Maradona. Proveniente dal River Plate, Caniggia era arrivato anche lui in Italia nel 1988, per giocare con il Verona, che all’epoca era una forza da rispettare, avendo vinto lo scudetto nel 1986.
Gli argentini iniziarono il loro cammino nell’esordio a San Siro, da campioni in carica, ma persero 1-0 contro il Camerun, che fu la grande sorpresa del torneo. I fantasmi del 1982 tornavano a farsi vivi, e Maradona doveva intervenire con un’esperienza diversa per tenere la squadra e il Paese al vertice. La seconda partita si giocò in casa sua, al San Paolo di Napoli, contro l’Unione Sovietica alla sua ultima partecipazione a un Mondiale. Con i gol di Troglio e Burruchaga, l’Argentina conquistò una vittoria di sollievo, prima di affrontare la Romania nello stesso stadio. Nell’ultima partita del girone non convinse, pareggiando 1-1 contro una squadra formata in gran parte dal blocco della grande Steaua degli anni ’80, ma con il terzo posto nel girone l’Argentina accedette al turno successivo.

Nella partita che si giocò allo Stadio Delle Alpi il 24 giugno, l’avversaria era il Brasile. Maradona aveva motivi per cercare la vendetta per quella partita fatale del 1982 che gli aveva negato il primo grande sogno. Questa volta però ci riuscì meglio e, servendo un assist fantastico a Caniggia, il giovane attaccante segnò all’81′ minuto per regalare la qualificazione all’albiceleste. In un torneo caratterizzato da molti calci di rigore decisivi per esiti e qualificazioni, l’Argentina entrò per la prima volta in questo tipo di sfida ai quarti di finale, contro la Jugoslavia. Nella partita di Firenze, il portiere Sergio Goycochea, che aveva sostituito Nery Pumpido dopo l’infortunio del secondo nella gara contro l’URSS, seguì un rituale quasi mistico per parare 3 rigori e portare la sua squadra in semifinale. Maradona sbagliò il proprio penalty, ma per fortuna non fu fatale.
Fatale fu, tuttavia, l’incontro di semifinale. Il 3 luglio 1990, l’Argentina avrebbe affrontato l’Italia. Se ciò non fosse stato abbastanza per rendere ironico il gioco del destino, la sede della partita non lasciava dubbi: si sarebbe disputata al San Paolo, a Napoli, città più di Maradona che dell’Italia stessa. Queste caratteristiche crearono un vero e proprio parossismo. I media italiani e i vari esponenti del nuovo panorama del discorso pubblico, con il populismo della TV privata e i rifiuti mediatici di Berlusconi a dominare, trasformarono il sostegno dei napoletani alla squadra azzurra in questione di stato. Maradona non si tirò indietro e chiese esattamente il contrario. Celebri le parole con cui si rivolse ai suoi “concittadini”: “Quelli che per 364 giorni vi dicono che non siete italiani e vi chiamano ‘africani’, oggi vogliono che tifiate per l’Italia. Io sto con voi 365 giorni l’anno!”
Alla fine, la sera della partita, i napoletani sembravano sostenere l’Italia, ma non riuscivano ad andare contro il loro Diego. La partita fu combattuta e i due bomber emergenti della competizione, il meridionale Toto Schillaci e Claudio Caniggia, segnarono al 17′ e al 67′, portando la sfida ai rigori. Goycochea doveva ripetere i miracoli di Firenze e, per questo, pensò bene di… urinare accanto alla panchina, come aveva fatto prima della “roulette russa” dei quarti, per scaramanzia! Baresi segnò il primo rigore, pareggiò Serrizuela; Roberto Baggio non sbagliò – come invece accadrà quattro anni dopo – e segnò anche Burruchaga; De Agostini andò a segno, come pure Olarticoechea. Ma il rigore di Donadoni fu parato da Goycochea. Era il turno di Maradona. Diego, segnando, poteva portare l’Argentina con un piede in finale a Roma. Prese la rincorsa, calciò, segnò. Al San Paolo calò il silenzio. Lo festeggiò con foga correndo verso la panchina. Ultimo tiratore era Serena… Goycochea parò anche quello e l’Argentina era in finale! Maradona aveva distrutto a Napoli il “sogno italiano”, come aveva spezzato i sogni dei potenti di Milano e Torino con le sue imprese con il Napoli. Questo il sistema calcistico italiano non glielo avrebbe mai perdonato, e si trovò immerso in una vera e propria follia.

Nella finale dell’8 luglio all’Olimpico, gli italiani – influenzati da questa follia collettiva – fischiano l’inno nazionale argentino. Maradona guarda intorno a sé e urla verso la telecamera un insulto, in italiano, che riguarda la professione delle loro madri. La partita è brutta, l’arbitro messicano Edgardo Codesal ancora peggiore. All’85′ assegna un rigore incredibile alla Germania Ovest; di fronte alle proteste di Maradona gli mostra il cartellino giallo, a Dezotti addirittura il rosso. Brehme tira e segna, la Germania Ovest è campione del mondo e gli italiani esultano per la sconfitta di Maradona. Diego si sentiva tradito, il suo rapporto con quel Paese non sarebbe mai più stato lo stesso. Era l’inizio della fine di un’epopea. Colui che aveva fatto nascere tanti sogni per milioni di persone, vedeva il proprio sogno rubato con ferocia.

Quella rottura non era solo con l’establishment italiano, ma con l’intero sistema della FIFA. I veri amanti del calcio amarono Maradona ancora di più, spostando lo scontro dai campi da gioco alla cultura e alla società. Il nuovo decennio che cominciava avrebbe costruito un altro mito intorno a Diego: quello della star anticonformista. Dopo aver conquistato la vetta del mondo nel calcio, ora doveva dimostrare di non essere un uomo qualunque, solo così avrebbe ottenuto l’immortalità.
La caduta
La nuova stagione in Italia con il Napoli mostrava fin dall’inizio che qualcosa si era “rotto”. La squadra non riusciva a trovare il suo passo e iniziò malissimo l’annata. Dal gruppo della stagione precedente erano andati via il portiere Giuliani e il bomber Carnevale, rimpiazzati da giocatori di valore inferiore. Anche se vinse in modo schiacciante la Supercoppa contro la Juventus per 5-1, in campionato lottava costantemente nei bassifondi della classifica. Nel girone d’andata il Napoli raccolse solo 15 punti, trovandosi all’11º posto, mentre in Coppa dei Campioni fu eliminato dalla Spartak Mosca ai rigori dopo due pareggi a reti inviolate agli ottavi di finale. Ma il colpo peggiore per il Napoli e per Maradona arrivò il 17 marzo 1991. Il Napoli affrontava il Bari nel derby del sud, che vinse 1-0 con gol di Gianfranco Zola al 55º minuto. Dopo la partita, Maradona fu sottoposto a un controllo antidoping, risultando positivo all’uso di cocaina. La Federazione Italiana decise di infliggergli una squalifica di 15 mesi. Maradona, nel suo ricorso, dichiarò che quella decisione era la vendetta della Federazione per il passato Mondiale, ma lasciò Napoli e non giocò mai più in Italia. Partì definitivamente il 1º aprile per una vacanza permanente a Buenos Aires.
Lì, il contatto con persone che gli si riavvicinarono a causa della sua fama e della possibilità di vivere bene senza fatica e senza spese al suo fianco portò a un peggioramento della sua vita. Il 26 aprile fu arrestato dalla polizia nel quartiere Caballito per uso di stupefacenti e condannato a 14 mesi di carcere con la condizionale. Dopo quella sentenza, Maradona decise di tentare un programma di disintossicazione, ma i problemi continuarono. A causa della sua squalifica in Italia, la FIFA non gli permetteva nemmeno di partecipare a partite di beneficenza. Inviò addirittura un fax a Julio Grondona, presidente della federazione argentina, nel quale specificava che qualsiasi apparizione di Maradona in campo avrebbe comportato conseguenze e sanzioni per la federazione nazionale.

Il periodo della squalifica terminò nell’estate del 1992 e Maradona firmò un contratto con il Siviglia. Il Napoli, però, non diede inizialmente il consenso al trasferimento, tanto che fu necessaria la mediazione della FIFA per completare l’operazione. Maradona giocò nel Siviglia sotto la guida dell’allenatore Carlos Bilardo, ritrovando così nella carriera di club un tecnico che aveva avuto anche con la nazionale. Un altro problema riguardava il diritto di lasciare l’Argentina, dato che la sua condanna era con la condizionale, questione che venne infine risolta e Maradona poté indossare per la prima volta la maglia del Siviglia il 28 settembre 1992 in un’amichevole contro il Bayern Monaco. Il debutto ufficiale avvenne il 4 ottobre dello stesso anno, contro l’Athletic Bilbao. Ma Maradona era ricaduto in una vita sregolata anche in Spagna, entrando in conflitto con la dirigenza del club e con lo stesso Bilardo. Pur avendo disputato 30 partite e segnato 7 gol in stagione, queste tensioni portarono a una rottura e lasciò la Spagna nel giugno del 1993.
Il ritorno
Nell’estate del 1993, Maradona tornò a giocare professionalmente in Argentina. Con il Mondiale in arrivo nel giro di un anno, aveva bisogno di un ambiente favorevole per prepararsi a un’altra grande competizione. Si trasferì così al Newell’s Old Boys, squadra che all’inizio degli anni ’90 si era distinta sotto la guida di Marcelo Bielsa. Al suo primo allenamento, il 13 settembre, 40.000 persone accorsero allo stadio per vederlo. L’esordio ufficiale avvenne il 10 ottobre e fino alla fine dell’anno giocò in totale 5 partite. Il 2 dicembre, un infortunio muscolare lo tenne fuori dai campi e non giocò più con il Newell’s, fatta eccezione per un’amichevole contro il Vasco da Gama. La causa di questo improvviso stop fu il suo gesto di sparare con una pistola ad aria compressa contro i giornalisti che avevano circondato casa sua, episodio che portò alla sua condanna a 2 anni di carcere con la condizionale e all’obbligo di risarcire i giornalisti feriti.
L’ultimo ballo
L’Argentina si preparava per i Mondiali del 1994 negli Stati Uniti. A capo del Paese c’era il Presidente Carlos Menem, con il quale Maradona aveva rapporti personali. Nella sua autobiografia, Diego racconta di questi rapporti come quelli che ci si potrebbe aspettare tra il cittadino più famoso del Paese e il suo leader. In panchina c’era Alfio “Coco” Basile, che senza Maradona aveva guidato l’Argentina alla vittoria della Copa América del 1991 in Cile. Basile era stato uno dei giocatori della grande Huracán di Menotti e quindi rappresentava il “partito opposto” rispetto a Bilardo. È emblematico quanto la rotazione degli allenatori nella nazionale argentina somigli a quella dei presidenti della nazione, in un sistema quasi bipartitico. Basile, inoltre, aveva fatto parte di quella straordinaria squadra del Racing che vinse la Coppa Intercontinentale nel 1967 contro il Celtic, il primo trionfo internazionale per un club argentino. Nel 1993, l’Argentina vinse nuovamente la Copa América, questa volta in Ecuador, e giocò anche con Maradona nella rosa alla Coppa Artemio Franchi, antesignana dell’attuale Finalissima, tra i campioni del Sudamerica e i campioni d’Europa. Lì, l’Argentina e Maradona sconfissero la Danimarca ai rigori, in una partita disputata a Mar del Plata.
Tuttavia, l’Argentina non aveva brillato nelle qualificazioni ai Mondiali. Concluse al 5° posto nella zona CONMEBOL, perdendo addirittura una partita per 5-0 contro la Colombia, e fu costretta a giocarsi la qualificazione ai playoff contro l’Australia. Maradona, assente nelle qualificazioni, rientrò per aiutare la squadra a ottenere un pareggio in trasferta e una vittoria al Monumental, conquistando così il pass per il Mondiale.
Le partite dell’Argentina iniziarono il 21 giugno a Boston, contro la Grecia, una debuttante nella competizione. Maradona appariva in forma smagliante. Video circolati nei giorni precedenti alla gara mostravano che si allenava con grande intensità e dedizione. A 34 anni sembrava in condizioni fisiche migliori che mai! Nella gara contro la Grecia fu letteralmente un toro scatenato. In attacco, al posto di Caniggia, c’era un altro esordiente sul palcoscenico mondiale: Gabriel Omar Batistuta, già in forza alla Fiorentina. Maradona dettava il gioco e Batistuta finalizzava: il primo gol arrivò al 2º minuto e il secondo al 44′. Nella ripresa, Maradona lasciò un’altra perla all’eternità. Al 60′, si ritrovò il pallone ai margini dell’area, leggermente sulla sinistra, e da lì scagliò un missile che si infilò sotto l’incrocio dei pali della porta di Minou, esplodendo poi in un’esultanza furiosa. Correndo verso la telecamera a bordo campo, colpì con la fronte l’obiettivo e sputò, un gesto che molti (o tutti) interpretarono come rivolto alla FIFA e a tutto il sistema che negli anni precedenti si era schierato contro di lui.

Maradona dimostrava di essere andato negli Stati Uniti per vincere. Nella seconda partita, contro la Nigeria, Caniggia segnò due volte per conquistare la vittoria per 2-1. Al termine dell’incontro, un’infermiera si avvicinò per accompagnare Maradona fuori dal campo per il controllo antidoping. Forse felice come non mai, Diego la prese per mano e camminò con lei verso l’uscita, salutando il pubblico con il sorriso. Pochi giorni dopo fu reso noto che quel test era risultato positivo per cinque sostanze vietate a base di efedrina. Maradona era fuori dal Mondiale, squalificato ancora una volta per uso di sostanze proibite, stavolta non per droghe ricreative, ma per doping. Diego dichiarò infinite volte negli anni successivi di non aver mai assunto quelle sostanze, che il test era stato truccato, che si trattava di un altro attacco del sistema contro di lui. Forse Maradona non prese mai consapevolmente quelle sostanze, ma ciò che accadde resterà forse un mistero nella storia. Se un giorno arrivasse la sua riabilitazione storica con prove concrete su questo episodio, si tratterebbe forse del più grande scandalo nella storia del calcio mondiale. E in questa categoria, l’asticella è già piuttosto alta.
Il canto del cigno
Dopo la seconda grande squalifica a causa del controllo antidoping ai Mondiali, Maradona dovette restare lontano dai campi per almeno un altro anno, almeno come giocatore. Questa situazione ispirò l’idea di assumere un ruolo tecnico alla guida del Boca Juniors, ma il club non era in grado di sostenere il suo elevato ingaggio per un ruolo da allenatore, né aveva motivo per allontanare Marzolini, che era tornato sulla panchina. Così, Diego si dedicò a migliorare la propria condizione fisica per tornare in campo un anno dopo. Il Boca riuscì a garantire le condizioni necessarie per reintegrarlo come giocatore, e si sapeva che avrebbe vestito di nuovo i suoi colori a partire dalla metà del 1995.
Nello stesso periodo, Maradona si dedicò anche ad altre iniziative, come la fondazione del Sindacato Mondiale dei Calciatori. La sua iniziativa fu accolta da una serie di stelle internazionali che si riunirono il 28 settembre 1995 a Parigi per la fondazione ufficiale dell’organizzazione. Tra i calciatori che parteciparono a questo movimento spiccano i nomi di Éric Cantona, George Weah, Gianluca Vialli, Gianfranco Zola, Laurent Blanc, Tomas Brolin, Raí, Ciro Ferrara e Michel Preud’homme. Lo scopo del sindacato era quello di essere la voce dei calciatori contro l’egemonia unilaterale della FIFA sul calcio, in contrapposizione al tradizionale sindacato FIFPro, la cui posizione era spesso considerata accondiscendente verso le federazioni nazionali che compongono la sua struttura. Il tempo di Maradona dalla metà degli anni ’90 in poi cominciava a essere investito sempre di più nell’intervento sociale e politico, piuttosto che esclusivamente calcistico, costruendo così un profilo ideologico molto chiaro, che ha definito anche l’eredità del suo personaggio.
Due giorni dopo, il 30 settembre, tornò a giocare – di nuovo – con la maglia del Boca, in un’amichevole organizzata a Seul contro la nazionale sudcoreana. Le elezioni che seguirono nel Boca portarono alla presidenza del club Mauricio Macri, che anni dopo sarebbe diventato anche Presidente dell’Argentina, dal 2015 al 2019. All’inizio del 1996, tuttavia, la nuova dirigenza decise di cambiare allenatore e, allontanando Marzolini, chiamò Bilardo, con cui Maradona aveva pessimi rapporti, nati durante la sua travagliata permanenza al Siviglia. Diego minacciò di lasciare il club se ciò fosse accaduto, ma alla fine fu trovata una soluzione per una coesistenza. Il Boca perse il campionato contro il Vélez e Maradona sbagliò cinque rigori consecutivi nella stessa stagione. Il finale di stagione vide nuovamente Maradona allontanarsi dal campo per lanciare la campagna “Sole senza droga”, patrocinata dal Governo argentino.

In quel periodo entrò in una clinica di disintossicazione in Svizzera, per combattere la dipendenza dall’eroina, ma senza ottenere risultati concreti. Il 7 aprile 1997 fu necessario il suo primo ricovero per problemi di pressione arteriosa. Maradona, che aveva ancora un contratto con il Boca ma non giocava, da quel periodo in poi cominciò a soffrire frequentemente di problemi di salute. Tornò infine in campo il 9 luglio 1997, in una partita contro il Newell’s Old Boys, ma finì presto di nuovo nei guai, dato che dopo la partita contro gli Argentinos Juniors, il 24 agosto, risultò ancora una volta positivo a un controllo antidoping. Dopo quel test, si aprì una lunga inchiesta per individuare diverse sostanze nei suoi campioni. Queste indagini si rivelarono inconcludenti, il che generò dubbi sull’effettiva assunzione di sostanze proibite, portando infine alla revoca della sospensione.
Maradona, che tentava di tornare stabilmente in campo, subì anche un infortunio in una partita contro la squadra cilena del Colo-Colo e giocò nuovamente il 25 ottobre, poco prima del suo 37º compleanno, nella sconfitta casalinga per 2-1 contro il River Plate. In quella che fu la sua ultima partita, venne sostituito dal giovane Juan Román Riquelme, che oggi è il presidente del club. Pochi giorni dopo, il 30 ottobre, in occasione del suo 37º compleanno, annunciò il suo ritiro definitivo dal calcio giocato.
La vita dopo
Dopo la fine della sua carriera calcistica, Maradona iniziò a occuparsi di varie attività, dentro e fuori dal mondo del calcio: dirigente sportivo in alcuni club, commentatore sportivo, ospite televisivo e figura pubblica con iniziative benefiche. La sua fama era ormai tale da garantire visibilità a qualsiasi attività a cui decidesse di prendere parte. Tuttavia, doveva anche occuparsi della propria salute, con molti alti e bassi nella sua condizione fisica e un organismo logorato dagli abusi e dalle dipendenze. In quel periodo, intorno al 2000, affrontò diverse cure riabilitative in cliniche in Argentina e a Cuba, dove approfondì ulteriormente la sua lunga amicizia con Fidel Castro.
Nel settembre del 2000 venne pubblicata la sua autobiografia intitolata “Yo soy el Diego”, che Maradona dedicava a una serie di compagni di viaggio nella vita e, in una pagina separata, “a Fidel Castro e, attraverso di lui, al popolo di Cuba”.

Nel dicembre del 2000 arrivò un grande riconoscimento. La FIFA, con il cambio del secolo e del millennio, decise di lanciare una grande campagna per eleggere il miglior calciatore del XX secolo. L’iniziativa, che si sarebbe conclusa con una grande cerimonia, prevedeva due premi distinti: uno assegnato dal pubblico, tramite votazione online, e uno da una giuria di esperti e dai redattori della rivista FIFAMagazine. Nella votazione online — nel cuore della gente, se vogliamo dirlo in modo più lirico — Maradona stravinse, raccogliendo il 53,6% dei voti, lasciando al secondo posto Pelé con il 18,53% e al terzo Eusébio con il 6,21%. Nella votazione della giuria, invece, si classificò terzo, dietro a Pelé — eletto trionfalmente — e ad Alfredo Di Stéfano. I risultati di queste votazioni rispecchiavano anche il clima generale dell’epoca e, di riflesso, il posto di Maradona nei delicati equilibri del calcio mondiale.
Maradona iniziò a vivere stabilmente a Cuba, tuttavia il 10 novembre 2001 si trovò alla Bombonera per partecipare alla partita organizzata in suo onore, per celebrare così la chiusura di una carriera calcistica travagliata ma abbagliante. In quella partita, la nazionale argentina guidata da Marcelo Bielsa si presentò con le grandi stelle della nuova generazione — Roberto Ayala, Juan Sebastián Verón, Javier Zanetti e Pablo Aimar — affrontando una selezione mista con alcuni dei migliori calciatori del mondo della generazione di Maradona: tra questi Enzo Francescoli, Éric Cantona, Davor Šuker, Juan Román Riquelme, Carlos Valderrama, Hristo Stoichkov, Nolberto Solano, René Higuita e altri, sotto la guida di Coco Basile. In quella partita Maradona pronunciò una frase storica e memorabile: “Ho sbagliato e ho pagato, ma il pallone non si è sporcato.”

Nel 2004, la vita personale di Maradona subì un altro duro colpo, poiché Claudia Villafañe, probabilmente arrivata al limite della sua pazienza per la vita sregolata di Diego, portò a termine la procedura di divorzio avviata già nel 1998. Nello stesso anno, la sua salute peggiorò drasticamente, aumentò molto di peso e fu nuovamente ricoverato in una clinica di Buenos Aires. Una folla si accampò sotto la sua finestra per trasmettergli forza e volontà di vivere. Lui stesso ha dichiarato in seguito che sua figlia Dalma, che gli chiese di sopravvivere per lei, fu un grande stimolo a migliorare la propria salute e qualità di vita. Dopo quella prova, Diego fece grandi progressi, perdendo moltissimi chili (era arrivato a pesare fino a 150), e nel 2006 fu in grado di tornare sui campi di calcio, in forma invidiabile per un ex calciatore. Fino al 2008 si dedicò principalmente a numerose apparizioni televisive, sia saltuarie che regolari, prima di assumere l’ultima grande missione calcistica della sua carriera.
Entrenador
Durante il suo primo allontanamento dai campi, nella stagione 1994-1995, Maradona aveva sperimentato il ruolo di allenatore, guidando prima la Textil Mandiyú e poi il Racing Club, rispettivamente per 12 e 11 partite. I risultati non furono brillanti: una percentuale di vittorie dell’8,33% nella prima e solo del 18,18% nella seconda esperienza, davvero bassa per un club dei “cinque grandi” d’Argentina. Quell’esperimento fu dunque considerato un fallimento e si concluse nel novembre del 1995, quando Diego poté tornare a giocare.
Nel 2008, tuttavia, assunse un incarico di enorme responsabilità: fu nominato commissario tecnico della Nazionale argentina, succedendo ad Alfio Basile, che a sua volta aveva raccolto l’eredità di una decade segnata da Marcelo Bielsae José Néstor Pékerman. Guidando l’Argentina nelle qualificazioni, Maradona ottenne l’accesso ai Mondiali in modo epico. Due giornate prima della fine, l’Albiceleste si trovava al 5º posto (valido per lo spareggio intercontinentale), con 22 punti, dietro all’Ecuador (23) e davanti all’Uruguay (21). Ma l’ultimo match era proprio contro la Celeste a Montevideo: esisteva il rischio reale di restare fuori dai Mondiali.
La penultima partita, contro il Perù, si giocò sotto un diluvio universale al Monumental. Al 48’, Higuaín portò in vantaggio l’Argentina, ma al minuto 89 Rengifo pareggiò e la situazione sembrava disperata. Nel frattempo, Ecuador e Uruguay erano sull’1-1. Questo significava che l’Argentina avrebbe dovuto battere obbligatoriamente l’Uruguay per almeno andare allo spareggio. Ma al 92’, dopo una mischia epica nell’area peruviana, Martín Palermo, veterano e idolo nazionale, segnò uno dei gol più memorabili della sua carriera. Quelle immagini sotto la pioggia battente sembrano uscire da un dipinto rinascimentale, capaci di arricchire per sempre l’iconografia del calcio argentino. Contemporaneamente, Forlán realizzava un rigore per l’Uruguay nel recupero, garantendo almeno lo spareggio a entrambe.
Pochi giorni dopo, al Centenario di Montevideo, Maradona guidò l’Argentina a una vittoria decisiva, che le valse il 4º posto nella zona sudamericana e l’accesso diretto ai Mondiali.

Il clima in Argentina in vista della Coppa del Mondo era segnato da un’euforia forse inusuale. La delusione della “generazione d’oro” che aveva partecipato al Mondiale del 2002 e l’amaro eliminazione del 2006 contro la Germania padrona di casa appartenevano ormai al passato. La presenza di Maradona, e soprattutto il modo in cui era arrivata la qualificazione, facevano credere a molti che tutto fosse possibile. Maradona non era inadatto nella gestione dello spogliatoio, ma sicuramente non disponeva delle idee moderne necessarie per costruire una squadra tanto competitiva da poter ambire realmente al titolo. Spingeva la squadra più che altro con il suo carisma e le sue eccentricità (come ad esempio i due orologi che portava per scaramanzia).

In Sudafrica, l’Argentina fu sorteggiata nel Gruppo B, insieme a Grecia, Nigeria e Corea del Sud. La Grecia e la Nigeria erano le ultime due squadre affrontate da Maradona in un Mondiale da calciatore, nel 1994, e ancora una volta tutto sembrava un folle gioco del destino. Chi voleva credere nel fato vedeva segnali ovunque, e in Argentina forse ce n’erano molti. All’esordio, l’Argentina batté con sufficienza la Nigeria con un gol di Heinze, ricordando la partita simile del 2002, ma nella seconda gara fu Higuaín a segnare una tripletta, e il punteggio finale, 4-1 contro la Corea del Sud, riaccese la speranza. Contro la Grecia, l’Argentina faticò a trovare la via del gol per un tempo e mezzo, ma alla fine fu Demichelis a sbloccare il risultato al 77′, mentre all’89′ l’eroe delle qualificazioni, Palermo, segnò un gol mondiale al tramonto della sua carriera, festeggiando in modo travolgente con il suo amico e allenatore, Diego.

Agli ottavi di finale l’avversaria fu il Messico, come quattro anni prima. L’Argentina ottenne la vittoria abbastanza agevolmente, con un punteggio di 3-1, grazie a due gol di Tévez e uno di Higuaín, con Hernández che accorciò al 71′ per i messicani. Ma ai quarti di finale l’Argentina si trovò di fronte la prima squadra ben organizzata: la Germania.Nella partita di Città del Capo, il grande vuoto lasciato a sinistra da Maradona, che aveva schierato Otamendi come terzino sinistro, si rivelò un tallone d’Achille contro un avversario serio. I tedeschi vinsero 4-0, con una facilità persino maggiore di quanto indichi il punteggio finale, e l’avventura dell’Argentina al Mondiale sudafricano – e insieme a essa quella di Maradona come CT – giunse al termine.
Successivamente, Maradona guidò la nazionale dell’Al-Wasl e poi del Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, i Dorados in Messico, e infine – fino alla fine della sua vita – la Gimnasia de La Plata, mostrando segnali di crescita come allenatore, pur senza ottenere risultati memorabili.
L’addio
Negli ultimi anni della sua vita, Maradona soffriva sempre più spesso di problemi di salute, legati soprattutto alla funzione cardiaca, ma non aveva mai smesso del tutto l’uso di droghe e alcol. Era sottoposto a controllo costante, soprattutto dopo un episodio critico il 2 novembre 2020. Alla fine, il 25 novembre 2020, fu trovato morto nella sua abitazione, a causa di un’insufficienza cardiaca che provocò un edema polmonare.
La notizia della morte di Maradona provocò uno shock planetario, che, nonostante il regime globale di restrizioni dovuto alla pandemia da Covid-19, non impedì al mondo di esprimere il proprio dolore e il proprio amore per il grande numero 10 che aveva incantato i campi da calcio e la vita di miliardi di persone. In Argentina e a Napoli si tennero le manifestazioni più imponenti di lutto e omaggio, con il Quartiere Spagnolo della città italiana che divenne luogo di pellegrinaggio permanente da quel giorno in poi. Lo Stadio San Paolo fu ribattezzato Diego Armando Maradona, così come lo stadio degli Argentinos Juniors al Paternal, insieme a molti altri impianti sportivi legati, in un modo o nell’altro, alla leggenda del Diego.

Il presidente dell’Argentina, Alberto Fernández, dichiarò tre giorni di lutto nazionale. Gli stadi che ospitavano partite sembravano cerimonie funebri, non solo perché le tribune erano vuote a causa della pandemia, ma anche perché furono “decorate” di conseguenza per l’occasione. Tra i vari “piccoli” omaggi, si distinse per il suo valore emotivo il gesto del calciatore argentino dell’Ajax, Nicolás Tagliafico, che effettuò il riscaldamento sulle note di Live is Life, ballando nello stesso modo in cui Diego aveva celebrato quel momento nel 1989 a Stoccarda. Per quanto riguarda il riconoscimento delle autorità, leader di innumerevoli paesi inviarono le loro condoglianze alla famiglia, mentre la FIFA si limitò a proporre un minuto di silenzio nelle partite di tutto il mondo.
Para el pueblo lo mejor
Nel ripercorrere la vita di Maradona, cercando di srotolare il filo dei ricordi calcistici che ha lasciato – e che lo hanno consacrato a eroe popolare – risulta abbastanza difficile sottolineare come si deve l’impronta ideologica che di tanto in tanto lasciava con il suo atteggiamento. La sua uscita dalla scena della dittatura argentina fu forse solo il primo segnale di questa posizione. Maradona, figlio del popolo e ovviamente senza formazione accademica, aveva sempre in mente di non dimenticare le sue radici. Questa sua visione, la consapevolezza di sé come rappresentante dei poveri, insieme a un bagaglio di esperienze che andava ben oltre ciò che una persona può vivere in una o anche dieci vite, dava alle sue azioni un impatto enorme e rendeva molti dei suoi interventi centrali nel denunciare il sistema criminalmente ingiusto in cui vivono i popoli della Terra.

Una delle sue posizioni costanti fu il sostegno ai movimenti e ai governi dell’America Latina che non erano guidati dagli Stati Uniti. Indipendentemente dall’evoluzione di ogni governo, l’emancipazione dall’imperialismo americano in Sud America era per lui un criterio decisivo per distinguere i leader di un paese dai semplici traditori. Ispirato dal connazionale Che Guevara, di cui parlava continuamente e di cui portava il volto tatuato sul braccio sinistro, sviluppò legami speciali con Fidel Castro e la Cuba socialista. Era profondamente indignato per il modo in cui viene rappresentato il Che in Argentina, cosa che si può facilmente constatare entrando in contatto con quel popolo, un popolo che ha motivo di fare autocritica per tutto ciò che non ha conosciuto nemmeno nella sua storia recente.

È emblematico che, prima del Mondiale negli Stati Uniti del 1994, fece visita a Fidel Castro in un gesto simbolico, in uno dei momenti più difficili per Cuba, dopo la caduta dell’Unione Sovietica e con l’aggressività imperialista degli Stati Uniti in aumento. Parlò contro l’embargo e lodò il sistema sanitario del paese che lo aveva accolto e gli aveva offerto i propri servizi quando non riusciva a trovare soluzioni ai suoi problemi di disintossicazione in nessun altro luogo. Nello stesso spirito, di sostegno ai governi dell’America Latina indipendenti dagli Stati Uniti, sviluppò in seguito relazioni anche con Hugo Chávez e con Evo Morales.

Al contrario, non le mandava a dire quando si trovava davanti ai potenti del mondo. Durante una visita in Vaticano nel 2000, si girò e chiese pubblicamente a Papa Giovanni Paolo II perché la Chiesa cattolica avesse tutto quell’oro sui soffitti delle sue chiese vaticane e non lo vendesse per sfamare i poveri. La Chiesa cattolica, profondamente coinvolta negli sviluppi politici in Argentina, sostenendo la dittatura militare ed essendo stata una delle principali oppositrici di Perón, è sempre stata una spina nel fianco per Maradona. Indipendentemente dal fatto che credesse o meno in un’entità metafisica — spesso parlando “con il cielo” in pubblico, da qualche tribuna o direttamente dal campo — non fu mai un sostenitore dell’opera della Chiesa cattolica romana nel suo paese, lo stesso paese che ha dato i natali a un altro Papa, peraltro tifoso del San Lorenzo.
Le sue prese di posizione pubbliche e il suo scontro con la FIFA fecero sì che il suo nome diventasse parte di una cultura ben più ampia del solo calcio. In Argentina, diversi gruppi musicali — i più noti Los Piojos e i Ratones Paranoicos — composero canzoni in suo onore, riflettendo non tanto quello che aveva fatto Diego, ma come si sentiva il popolo grazie a ciò che aveva fatto. Rodrigo scrisse La Mano de Dios, che di fatto rappresenta la biografia di Diego in due strofe: una canzone che spesso lo vedeva commuoversi mentre la cantava lui stesso, divenendo un inno calcistico speciale in Argentina. I Mano Negra composero La Vida Tómbola, che racconta esattamente come ognuno dei dannati di questo mondo vorrebbe essere Maradona, per fare esattamente ciò che aveva fatto Diego.
La Metafisica
Dalla dimensione metafisica di Diego non poteva mancare un capitolo scritto dopo la fine della sua vita. L’Argentina, dal 1993 — cioè prima dell’ultima apparizione di Diego con la maglia della nazionale — non aveva vinto alcun titolo, né in Copa América né, ovviamente, al Mondiale. Il primo grande torneo dopo la sua morte fu la Copa América del 2021, disputata in Brasile. Lì, Messi, come continuatore terreno della sua opera, nel tramonto della sua carriera e dopo tante delusioni con la nazionale, riuscì a conquistare il suo primo titolo con l’albiceleste, vincendo nella finale il più classico derby calcistico internazionale, al Maracanã, contro il Brasile. Un anno dopo, l’Argentina vinse la Finalissimabattendo per 3-0 la campionessa d’Europa, l’Italia, e pochi mesi dopo, al Mondiale d’autunno in Qatar, sul rigore decisivo di Gonzalo Montiel, Messi sussurrò “Diego, con te da qui al cielo”, prima che esplodesse un’intera nazione, che cantava per Diego, che insieme ai suoi genitori, Don Diego e la Tota, spingevano la nuova generazione verso la redenzione. Nel 2023, il trionfo della Copa América si è ripetuto, con l’Argentina che è diventata la nazionale con il maggior numero di trofei al mondo. La combinazione tra Menottismo e Bilardismo è ormai diventata una cultura nazionale unificata e il calcio argentino ritrova ciò che aveva perduto, attraverso una lunga avventura nel XX secolo, prima e dopo Diego.

Oltre il calcio, nelle società umane, a Buenos Aires, a Villa Fiorito, a Napoli, Maradona si affermò come figura di portata metafisica. Il Pelusa divenne la personificazione del calcio che, su scala globale, rappresenta l’irruzione violenta dei poveri nei cieli di questo mondo, l’esclusiva che hanno gli ultimi e i diseredati di trasformarsi in stelle che illuminano i sogni e le speranze dei popoli del pianeta. Questa fusione tra la figura popolare, ribelle, sfrontata e gli attributi della divinità era necessaria affinché Diego — e affinché continui a farlo anche dopo la morte, per l’eternità — adempisse alla profezia di Borocotó: “se mai verrà eretto questo monumento, molti di noi si toglieranno il cappello davanti ad esso, come facciamo in chiesa.”

