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Il momento più grande del 2024

Gli anni dopo il 2020 non furono come i precedenti: tutto era cambiato, tutti eravamo cambiati. Non eravamo più i piccoli e gli ingiustamente trattati, eravamo cresciuti, forti, invincibili e naturalmente nemici di un sistema contro il quale giocavamo dentro il suo stesso campo. Questo era il significato del gol di Varela, il significato del double da imbattuti, delle finali vinte all’OAKA, della rimessa conquistata, del gol a Agrinio, a Tripoli e tanti altri ancora. Ormai la nostra generazione non cercava più momenti e eroi in un passato glorioso, ma generava ogni anno, ogni partita, la propria mitologia. Il Dikefalos era cresciuto e molte cose erano cambiate – e noi ancora qui, fedeli, con una nuova qualità di supporto, passione e dedizione.

Siamo cambiati tanto – abbiamo lentamente lasciato alle spalle microfoni, inchiostri e quei dirigenti che li maneggiavano, e abbiamo trovato una nuova qualità nella comunicazione, perché ormai nessun professionista pagato all’interno di un quadro sociopolitico che favorisce l’accettazione dell’inaccettabile poteva più soddisfare i nostri bisogni, semplicemente perché questa accettazione proveniva da qualunque forma di potere e veniva riprodotta dai suoi pappagalli. In questo senso, è cambiata anche la nostra critica: siamo tornati a essere quel club impavido e grande, con “la verità della Toumba”, una sorta di tribunale che giudicava sempre secondo ciò che era giusto, riconosceva lo sforzo e fulminava la slealtà.

Abbiamo cambiato anche il nostro modo di custodire chi ha dato qualcosa a questa famiglia. Abbiamo ritrovato il passo seguendo la guida di uno straniero, perché in fondo tutti siamo venuti stranieri in questa terra dove unico padrone di casa è il Club. E se veniva dalla Romania, abbiamo aggiunto un’altra bandiera balcanica accanto all’altra, quella della nostra identità di tifosi, per sottolineare i tratti della città che il nostro club rappresenta. Abbiamo creato, con i materiali che già avevamo, una nuova identità, moderna, ma profondamente autentica, che non aveva più bisogno di parlare del nonno che partiva a piedi da Polichni per la Toumba, ma che, riflettendolo in un’altra epoca, aveva i suoi eroi sugli stessi spalti, che racconteranno un giorno le proprie storie.

Con queste armi nella nostra faretra di tifosi e con questa maturazione sulle ali del tempo, ci siamo messi a fare qualcosa di molto diverso rispetto alle altre volte. Perché nel 2019 era accaduto qualcosa d’inimmaginabile, ma questo era talmente inimmaginabile che la conquista successiva della vetta sarebbe stata uno scenario da vero film epico. Nessuno sapeva quando e come avremmo visto quel film, ma ora che salutiamo quest’anno lo sappiamo: era il 2024, l’anno più epico nella storia del PAOK.

Oggi, mentre i secondi scorrono segnando il passaggio a una nuova qualità numerica del tempo, i ricordi si scuotono e si avviano verso lo scrigno che diventa la chiusura di tutto ciò che non siamo mai riusciti a esprimere pienamente, tanto era grande per l’anima nostra. Questo fu il 19 maggio 2024, un giorno che nessun altro potrà comprendere, perché nemmeno noi potremo mai descriverlo.

Il PAOK vinse il campionato per la prima volta nel XXI secolo nel 2018 – e siccome lo vinse in modo regolare, glielo rubarono. Poi lo vinse di nuovo nel 2019 – e siccome lo vinse in un modo che mozzava il fiato, non riuscirono a rubarglielo. Poi stava per vincere anche quello del 2020 – e siccome l’avrebbe vinto in modo tale da farne la nuova normalità, cercarono di rubargli direttamente l’anima. La prossima impresa, dunque, doveva essere una storia enorme.

L’unico modo per cui il PAOK potesse vincere il campionato era che accadesse dove nessuno se lo aspettava – e il PAOK del 2024 non se lo aspettava nessuno, forse solo quei pazzi che ripetevano, stavolta con tono realistico, il detto dell’indimenticabile Paschalis: “Campione quest’anno il PAOK”. Il PAOK giocava il miglior calcio, aveva compiuto ancora una volta un’impresa europea, ma sembrava più probabile che vincesse un titolo internazionale, piuttosto che il campionato greco.
Ecco perché il campionato del PAOK non si può paragonare a nessun altro titolo di squadra greca, né dentro né fuori dai confini.

Per vincere il campionato, il PAOK DOVEVA perdere con l’Aris, DOVEVA non battere la Lamia. Il PAOK doveva sembrare innocuo, così da colpire solo quando nessuno se lo sarebbe aspettato, con un vero colpo di mano da guerriglia. Esisteva un solo scenario in cui il PAOK avrebbe vinto il campionato, e diceva che DOVEVA vincere 4 partite di fila, con l’ultima segnata a pochi metri dalla sua casa, nello stadio del rivale cittadino, che aveva i propri interessi in gioco e avrebbe preferito lasciare un titolo ad altri, piuttosto che veder trionfare la squadra della città, per di più nel proprio stadio.
Il PAOK doveva avere un arbitro che lo massacrava nell’ultima giornata, nella data segnata del 19 maggio, perché era l’unico modo per arrivare in cima: non poteva vincere in nessun altro modo, perché in ogni altra ipotesi si sarebbe trovato un “altro” motivo per non lasciarlo vincere, dentro o soprattutto fuori dal campo.

Il film epico non poteva non avere anche le trame parallele: le buste piene di contanti che giravano in un hotel di Salonicco, i proprietari delle rivali che apparivano… nella città sbagliata la sera prima della partita più cruciale delle loro squadre. Come tutti gli eroi tragici, non sapevano che quei loro atti, atti di hybris, confermavano soltanto i tratti dell’ironia tragica – quella che oggi vediamo chiaramente grazie alla distanza del tempo, e che molti di noi capivano già allora come soggetti partecipanti a un copione fatto di strong mentality, responsibility e determination.

Quel giorno, il 19 maggio, ero nel mio appartamento a Londra. Quando iniziarono le partite, avrei potuto accendere la diretta per vedere i momenti storici. Ma non ce la facevo – la solitudine fisica, la distanza, non permettevano all’anima di sintonizzarsi con l’intensità di ciò che stava accadendo. Spensi i telefoni, la televisione, anche internet, per non avere nessun contatto col mondo esterno. Misi sulla TV Che Aspettino le Donne, un film-specchio della nostra società, che però neanche questo riescono a cogliere nel suo valore artistico coloro che non riescono a comprendere la profondità storica di un campionato in bianco e nero.

Quando il film finì, avrei saputo anche i risultati. Solo allora riaccesi internet. Quando passò il tempo, la pallina non era finita sul 36 rosso: si era posata sul bianco e nero, sul 19, sul 5, sul 24, sul 31, sull’11… i numeri non contavano più. Era il più grande campionato di tutti i tempi – e lo era proprio perché lo aveva vinto il PAOK.

Nei secondi di recupero del tempo, poche ore fa, tutti contavano le cose belle, i grandi momenti dell’anno, per conservarli nello scrigno personale dei ricordi migliori. Fu allora che mi tornò alla mente il 19 maggio e non riuscii a smettere di commuovermi, perché quel giorno non c’era nessuno attorno a me che potesse capire cosa stava accadendo dentro la mia anima. Beati quelli che si trovarono alla Toumba e per le strade di Salonicco, nella massa di quella giornata, perché trovarono uno sbocco e una redenzione per la loro attesa. Noi, quelli che eravamo lontani, aspetteremo di riviverla in un altro momento, perché era così grande che non riuscì in alcun modo a uscire tutta da dentro di noi. Negli anni che verranno si riverserà altrove, in tante altre cose, come questo spazio qui per il calcio, nato proprio in quei giorni come necessità dello spirito.

Il 2024 ha avuto il suo miracolo – ed era in bianco e nero. Le storie future della mitologia bianconera della nostra generazione saranno ancora miracoli, perché non potrebbe essere altrimenti. Quelli che inseguono il PAOK continueranno semplicemente a essere i draghi necessari della nostra storia, con un fuoco che ormai non può più ridurre in cenere i nostri sogni.

Il vecchio PAOK, quello “dei nostri nonni”, era una canzone dura, quella dell’esilio, tra il lamento e la nota del sabato sera. Il nostro PAOK è una canzone di Loïzos, che pur venendo da un altro luogo si innamorò anch’egli dello stesso club: una canzone che racchiude in sé insieme la tenerezza e la forza della nostra anima, entrambe diventate più grandi quella notte di maggio.