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Standard de Liège: la dialettica della Città Ardente

Sulla riva settentrionale della Mosa, uno studente trasporta, su un carrellino da cantiere, alcuni dei materiali di cui ha bisogno per costruire un pezzo della sua vita: alcune reti, qualche paio di scarpe, due palloni di cuoio e un fagotto di maglie rosso acceso. Davanti a lui si staglia la moltitudine delle ciminiere, la firma della rivoluzione industriale, che nel 1909 ha cambiato completamente il paesaggio della città in cui è nato e cresciuto. È il suo presente e il suo futuro, e quello delle generazioni che verranno. La sua schiena è rivolta a una città di vicoli stretti lastricati, piazze, cattedrali, edifici religiosi di potere, statue e monumenti di conflitti di un’epoca che lui non ha mai vissuto. Insieme a tutto il resto, ha voltato le spalle anche alla sua scuola, il Collège di St Servais, che, custodendo una tradizione medievale, ha formato anche lui come discendente di una borghesia che trovò la propria identità a metà del XIV secolo, per cercare un nuovo passo nel XX.

I palloni, le scarpe, le maglie rosse, sono i materiali con cui lo studente, insieme ai suoi compagni, costruirà una nuova identità, immateriale, proveniente dalla borghesia della città, dall’ambiente delle cattedrali e delle scuole, per i dannati della Terra, quelli che danno vita alle fabbriche. Il loro percorso, nonostante abbia una direzione opposta al flusso della Mosa, è pienamente allineato con l’evoluzione storica – così come il club che undici anni prima avevano creato altri studenti della loro scuola: la Standard FC Liégeois, che oggi è conosciuta come Royal Standard de Liège.

La corrente contraria della Storia

Nel VI secolo, il vescovo di Maastricht Monulphe procedeva in direzione opposta rispetto a quegli studenti, “scendendo” la Mosa, da Dinant, per arrivare alla sede della sua diocesi. Passando dal punto in cui si trovava un piccolo ruscello di nome Legia, probabilmente un’eredità onomastica di una legione romana, scorse, tra fiumi e ruscelli che formavano innumerevoli piccole isolette, tra i monti che si abbassano per lasciar passare il grande fiume, alcune capanne. Non ci volle molto perché comprendesse l’importanza strategica che un luogo simile aveva per qualunque potere, assumendosi il compito di pronunciare un oracolo affinché esso diventasse parte della sua autorità religiosa. Nel suo oracolo diceva: «Qui è il luogo che Dio ha scelto per la salvezza di una moltitudine di uomini, qui in seguito si innalzerà una città potente – noi stessi costruiremo qui un piccolo oratorio in onore dei Santi Cosma e Damiano».

La profezia metafisica era tutt’altro che puramente spirituale, poiché il luogo riuniva tutte le condizioni materiali perché vi si sviluppasse ogni tipo di attività, comunicando, attraverso le vie naturali dell’epoca, i fiumi, con gran parte della regione più sviluppata dell’Europa occidentale. Responsabile di ciò è il fiume Mosa, che, sebbene il suo nome non domini tra quelli dei fiumi più cantati del Vecchio Continente, per importanza e per le attività che si svolgono lungo i circa 1000 chilometri della sua lunghezza ha giocato un ruolo determinante nella sua fisionomia.

Con la sorgente a un’altitudine di soli 409 metri, nella zona di Le Châtelet-sur-Meuse nelle Ardenne francesi, è uno dei fiumi più facilmente navigabili del continente, con la conseguenza che sulle sue rive si trovano diversi importanti centri economici, mentre la sua foce, nel Delta del Reno, incontra il più grande porto europeo, a Rotterdam. I suoi innumerevoli meandri permettono a infrastrutture importanti di trovarsi sulle sue rive – e se c’è un luogo in cui questi meandri offrivano, più che altrove, questa possibilità, quello era certamente il punto che Monulphe scelse per la sua “profezia”. La Chiesa cattolica trasformò, in sostanza, l’oracolo in una strategia che si espresse nella frequente presenza del vescovo Lambert, che lì venne assassinato nel 705, mentre il suo successore, Humbert, trasferì in città la sede della Diocesi. L’autorità religiosa in città non avrebbe tardato a diventare anche politica, poiché dal 985 inizia una storia secolare dell’esistenza del Principato-Vescovado di Liegi, che terminò nel periodo della Grande Rivoluzione dei Francesi, nel 1795.

Carta topografica di Liegi, 1768

Il Principato-Vescovado di Liegi, che nel Medioevo costituiva un “corridoio di neutralità” all’interno dei territori del Sacro Romano Impero, aveva ovviamente un capo religioso, mentre i suoi domini non erano continui: sulla mappa assomigliavano piuttosto a macchie sparse. A causa dell’assenza di attriti politici e della presenza del potere religioso, durante l’Alto Medioevo (XI–XIV secolo) si trasformò in un centro spirituale e intellettuale. Nelle scuole ecclesiastiche, dove insegnavano maestri celebri di teologia, di diritto canonico e di diritto secolare, affluivano studenti da tutte le regioni circostanti, ma anche dalla Germania, dall’Italia e dai paesi slavi, per frequentare gli istituti di istruzione ecclesiastici, che avevano una struttura corrispondente a quella originaria della più antica università del mondo, quella di Bologna. Questa identità intellettuale della città le valse il soprannome di “Atene del Nord”, e il suo carattere rimase immutato mentre la storia dell’Europa procedeva senza grandi salti qualitativi.

Nonostante la Chiesa cattolica controllasse il Principato-Vescovado, la città di Liegi non fu mai un luogo quieto, abitato da sudditi disciplinati e docili. Ogni evoluzione politica, ogni decisione, doveva avere il consenso popolare per poter essere applicata e sopravvivere. I contadini di Liegi esprimevano spesso e con forza la propria volontà, qualcosa che avrebbe caratterizzato la città nel tempo, attribuendole più tardi il ben più noto soprannome metaforico di Cité Ardente, cioè la Città Ardente. Con la produzione del sapere giuridico all’interno delle mura, un esempio storico è l’ottenimento di due carte costituzionali nel corso del XIV secolo: dapprima la Pace di Fexhe, nel 1316, e in seguito il Tribunal du XXII, nel 1343. Queste due leggi prescrivevano il modo in cui il popolo aveva voce nelle decisioni politiche.

La storia del Principato-Vescovado sarebbe terminata con la fine della vecchia Europa, quando nel 1795 la città fu annessa alla Repubblica francese, diventando per la prima volta, in sostanza, parte di uno Stato secolare; nel 1815, dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, passò nelle mani degli Olandesi, per essere liberata insieme al resto del Belgio nel 1830.

Il rovesciamento dalle fondamenta di un intero mondo in Europa si espresse a Liegi come un contrasto estremo, e la sua storia seguì un percorso diametralmente opposto. La sconfitta di Napoleone e la vittoria dell’esercito di Nelson a Waterloo aprirono la strada all’industria inglese, che cresceva rapidamente nella Vecchia Albione, nei territori dei Paesi Bassi. Liegi, oltre a essere una città situata nel bacino della Mosa, si trova anche sopra un altro importantissimo, dal punto di vista economico, formazione geologica: la grande bacino carbonifero carbonifero nord-occidentale europeo del Carbonifero, cioè una formazione che parte dal Galles e arriva fino alla Polonia e che costituì letteralmente il sottosuolo sul quale si compì la Rivoluzione industriale. La via del carbone e degli eserciti britannici portò a Liegi, nel 1817, un industriale inglese, nato nel Lancashire, John Cockerill. La sua azienda, la Société Anonyme John Cockerill, dominò un’area di 570 ettari nella periferia meridionale della città, nella zona di Seraing, dove centinaia di minatori di carbone, cercatori d’oro e operai di fabbrica lavoravano fin dai primi anni del XIX secolo. Questa fu solo l’inizio di un’attività che avrebbe dominato l’economia della città e dalla quale sarebbe dipesa, fino ai nostri giorni, la vita della parte più grande della sua popolazione.

Il complesso industriale della Cockerill.

Al di là del carbone, tuttavia, le attività industriali si estesero anche alla produzione di acciaio, con una produzione che all’alba del XX secolo arrivò a 500 mila tonnellate annue, mentre su questi materiali industriali di base, estratti dalla terra vallone ed esportati, si innestarono anche altri settori della produzione industriale, permettendo lo sviluppo del relativo know-how. È caratteristica l’esportazione di tale know-how, che si riflette nei numeri dei belgi di Liegi che si stabilirono nelle regioni del Donbas e degli Urali, con 20.000 persone impiegate nella Russia zarista in acciaierie, tram e vetrerie.

L’industria del cristallo, con in testa l’azienda Cristalleries du Val Saint-Lambert, fondata nel 1826, costituì un quasi monopolio nelle esportazioni mondiali dal 1880 fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, esportando soprattutto verso la Russia zarista, un paese con il quale la città di Liegi sviluppò legami particolari.

Un’impresa di enorme importanza fu anche la Fabrique Nationale d’Armes de Guerre, nota come FN, che aveva sede nella parte nord della città, a Herstal, e fu fondata il 3 luglio 1889. Con la sua presenza, Liegi non era soltanto una città produttrice di ricchezza, ma anche dei mezzi con cui i popoli si sarebbero uccisi nella contesa per la proprietà di essa.

Al di là del carattere della città di Liegi, tuttavia, nel XIX secolo cambiava anche la sua stessa geografia. Le piccole isole, risultato dei meandri della Mosa, non erano compatibili con la necessità di un trasporto rapido delle materie prime industriali e dei loro prodotti. Così, nel 1850, venne completata un’opera che cambiò drasticamente il rilievo morfologico, con l’apertura del canale Liegi–Maastricht, che in larga misura creò anche l’assetto odierno dell’isola di Outremeuse.

La città spirituale, delle scuole ecclesiastiche e dei contadini, aveva ormai ceduto il posto ai ricchissimi industriali e a una grande classe operaia, il proletariato industriale che entrava con slancio sulla scena storica, letteralmente attraverso l’inferno che veniva costruito per la sua stessa sopravvivenza. Proprio come accadeva in Gran Bretagna, le condizioni di vita dei proletari di Liegi erano miserabili, con assenza di igiene domestica, sovraffollamento nei quartieri operai e, naturalmente, l’esposizione dei lavoratori a ogni tipo di malattia; e le misure adottate riguardavano soltanto l’isolamento di tali condizioni in luoghi al di fuori dello spazio vitale della borghesia, che rimaneva il centro della città. I datori di lavoro, volendo controllare completamente la vita dei loro operai, si riprendevano il loro misero reddito controllando tutta la vita notturna e, attraverso il divertimento, garantivano la produttività dei lavoratori e anche il ritorno materiale delle paghe giornaliere.

Il proletariato della Cité Ardente, tuttavia, genuino continuatore delle tradizioni della città, non restava inerte di fronte alla miseria e alle condizioni che diventavano soprattutto più difficili nei periodi di crisi. Un anno del genere fu il 1886. Pochi mesi prima dello scoppio dello storico sciopero del Primo Maggio a Chicago, gli operai di Liegi, celebrando l’anniversario dei 15 anni dalla Comune di Parigi, il 18 marzo organizzarono un’insurrezione che rimase nella Storia con il nome di Jacquerie Industrielle, che condusse al bagno di sangue del Fusillade de Roux e che, pur non dando frutti immediati, creò qualcosa di molto più grande per gli operai belgi: la nascita della Commission du Travail e l’ascesa del neonato Partito Operaio Belga (Parti ouvrier belge – Belgische Werkliedenpartij).

La stessa dualità della città, al di là della dicotomia storica, si esprimeva però anche nell’evoluzione dell’attività spirituale, seguendo “alla lettera” le esigenze dell’epoca. In una città fortemente industrializzata vi era bisogno di personale altamente specializzato, ingegneri che sarebbero stati posti in prima linea nella progettazione del frenetico sviluppo industriale. Nell’ambito dell’Università di Liegi, fondata nel 1817 dall’amministrazione olandese, su iniziativa di Georges Montefiore-Levi, un politico e ingegnere nato nel Regno Unito, fu fondato l’Institut Électrotechnique Montefiore, che oggi è parte della Facoltà di Ingegneria (Science Appliquées) dell’Università. Montefiore, tornando dall’Esposizione Internazionale dell’Elettricità tenutasi a Parigi nel 1881, propose la necessità di fondare e far funzionare una scuola con oggetto esclusivo le applicazioni dell’elettromeccanica nella Liegi industriale, ponendo le basi affinché vi fossero molte generazioni di ingegneri locali altamente formati, inizialmente provenienti in via esclusiva dalla borghesia. Per quanto riguarda l’intrattenimento della classe dominante, nel centro della città, nello stesso periodo fu fondato il Théâtre Royal e venne inaugurata la Salle Philharmonique. Infine, l’istruzione scolastica della borghesia avveniva nel rifondato Collège Saint-Servais, nel 1828, che rianimava la lunga tradizione del collegio dei Gesuiti in città, risalente al 1582. In questo collegio, oltre ai semi del processo educativo, fu piantato anche il seme che avrebbe dato i più grandi frutti calcistici nella Storia della città.

L’arrivo del pallone

A differenza della Gran Bretagna, dove durante l’apice della Rivoluzione Industriale, nella seconda metà del XX secolo, l’organizzazione della classe operaia, oltre che nei sindacati, trovava espressione anche nei club calcistici, in Belgio il calcio non nacque come istituzione “dal basso”. Una possibile spiegazione di questa differenza è che, mentre in Gran Bretagna il calcio fu l’evoluzione di un’attività della popolazione attraverso i secoli, che venne codificata e istituzionalizzata nelle città industriali, in Belgio non esisteva un’attività corrispondente. L’arrivo del calcio a Liegi ha più punti in comune con il modo in cui esso giunse nell’Impero austro-ungarico, alla fine del XIX secolo.

Portatrice della nascita del calcio in Belgio fu la borghesia, che, animata dall’ammirazione per lo stile di vita britannico, cercava di inserire le attività sportive britanniche nel programma delle proprie occupazioni. Il calcio e il cricket comparivano in ogni città, sia come passatempo dei britannici che si trovavano fuori dalla loro patria lavorando per l’“Impero informale”, ossia le innumerevoli imprese di interessi britannici in terre straniere, sia come attività delle élite locali. Il primo club calcistico fondato in Belgio fu l’Antwerp Football and Cricket Club, nel 1880, cioè 15 anni prima della fondazione della Federazione Calcistica Belga. A causa della sua antichità, quando nel 1926 venne pubblicata la lista con il numero progressivo di ogni società – qualcosa che accompagna l’identità di ogni club in Belgio – l’Antwerp ricevette il numero 1. Tuttavia, il Football and Cricket Club di Anversa non fu fondato da locali, ma da britannici impiegati nel porto della Fiandra, in rapido sviluppo.

A Liegi, il primo club calcistico fondato fu nel 1892 la FC Liège, che oggi è più conosciuta con le iniziali del suo nome completo, RFCL. I fondatori della FCL erano membri del club ciclistico, che prosperava in una località dove si svolge ancora oggi la più antica classica del ciclismo su strada, la “Liège-Bastogne-Liège”. I membri della FCL divennero portatori del “microbo calcistico” attraverso il contatto con britannici che giocavano lo “strano gioco” nel centrale Parc de la Boverie, parte dell’isola di Outremeuse, così come si era configurata dopo l’apertura del canale Liegi–Maastricht. La data di fondazione della FCL la rese membro fondatore della Federazione Calcistica Belga, e in seguito ricevette il numero progressivo (matricule) 4. Nello stesso periodo, nella provincia di Liegi, britannici fondarono il Club Sportif Verviétois, nel 1896, alcuni chilometri a sud-est. Ma questa non era l’unica attività calcistica in città.

Dalla metà degli anni 1890, gli studenti del collegio gesuita di St Servais fondarono la loro squadra, della quale è noto che indossava maglie rosse e aveva come emblema il monumento della città, il cosiddetto Perron. Il Perron, che oggi ha la forma di una colonna collocata su una struttura esagonale con fontana, è qualcosa di più di un monumento cittadino – potrebbe essere definito persino un’istituzione. Simboleggia la protezione delle libertà nella città di Liegi, nei secoli del Principato-Vescovado, ma anche negli anni del potere secolare. È il simbolo del suo orgoglio. Anzi, nel 1467, Carlo il Temerario, duca di Borgogna, dopo la vittoria sui liegesi nella battaglia di Brustem, afferrò il monumento e lo collocò a Bruges, per umiliare gli orgogliosi e indomiti abitanti della Città Ardente.

Immagine d’epoca del cortile del Collège St Servais

Questo simbolo dell’eterna fierezza e libertà di Liegi fu adottato come emblema anche dalla FCL, che poco dopo la sua fondazione scelse come colori il blu profondo e il rosso, “Sang et Marine”, in riferimento a Dulwich, zona di provenienza di parecchi dei suoi atleti britannici. Quei colori, però, simboleggiavano anche qualcosa di più di una scelta casuale tra compagni di sport: erano il riflesso di un’identità che avrebbe condotto a una scissione storica. Come è comprensibile, la FCL era l’epitome dell’anglofilia della borghesia dell’epoca, con tratti straordinariamente estroversi e quasi unidirezionali verso la Gran Bretagna. Eppure, per un breve periodo, la FCL ospitò al suo interno anche la squadra degli studenti del Collège St Servais, animati dalle idee del Cristianesimo Muscolare (Christianisme musculaire) e dalla tradizione cattolica locale. Questo scontro di identità avrebbe presto portato a una scissione storica destinata a giocare un ruolo decisivo negli sviluppi.

Nell’estate del 1898, un gruppo di studenti, guidato dal sedicenne Joseph Debatty, decise la separazione del proprio sodalizio dalla FCL e la creazione di un nuovo club. È estremamente interessante il fatto che studenti di quell’età avessero la possibilità, oltre che di farsi portatori e genitori di un’identità calcistica ideologica, anche di creare un nuovo club, con tutto ciò che questo comporta sul piano delle esigenze pratiche e soprattutto amministrative di una simile iniziativa. Come risulta storicamente registrato, il primo giorno dell’anno scolastico, che doveva essere giovedì 1 settembre 1898, gli studenti decisero la creazione del loro club. Dopo un processo democratico, il nome Standard prevalse per un solo voto sul nome Skill. Questi due nomi rivelano un paradosso: per quanto gli studenti volessero svincolarsi dal club anglofilo della FCL, non riuscivano a concepire il calcio senza riferimenti alla cultura britannica. Il nome Standard, peraltro, quello che prevalse, era ispirato allo Standard Athletic Club de Paris, un club sportivo dell’élite, con un’enorme influenza britannica, che fu anche il primo campione della storia del calcio in Francia, vincendo l’edizione 1893-94. Lo Standard Football Club, con il suo nome pienamente britannico, iniziava il proprio cammino in una città per diventare il simbolo di una popolazione che, al momento della sua fondazione, non aveva con essa alcun legame.

La neo-fondata Standard, pur riuscendo ad acquisire personalità giuridica, ebbe un problema enorme su questioni pratiche di base, e una di queste riguardava l’abbigliamento. Gli studenti non avevano le risorse né la rete necessaria per equipaggiare adeguatamente il loro sodalizio. Così nacque un altro paradosso: le maglie del nuovo club furono prestate dalla FCL, il club dal quale si era separato. In quel contesto, naturalmente, la FCL guardava alla mossa degli studenti più con simpatia, senza avvertire il timore della concorrenza – la Storia avrebbe naturalmente smentito questa lettura. La Storia, però, ha registrato che le prime maglie rosso acceso della Standard, senza il Perron, poiché quello era l’emblema della FCL, furono fornite dal “vecchio” sodalizio della città. La Standard sarebbe rimasta per sempre la squadra più giovane, contraddistinta dal matricule 16, e ci vollero circa mezzo secolo perché riuscisse a rovesciare i rapporti storici sfavorevoli.

Contro la Mosa

La Standard degli studenti, con le maglie rosse prese in prestito, iniziò a giocare a calcio negli spazi aperti della città, sulla collina di Cointe, che si trova molto vicino al Collège St Servais, e sulla riva opposta della Mosa, a Grivegnée, che, pur essendo oggi una zona densamente abitata, allora era una grande distesa di campi agricoli. Cointe, però, costituisce ancora un’ulteriore coincidenza nella storia della Standard e della RFCL, poiché anche la squadra più antica di Liegi iniziò da lì la propria attività sportiva, prima di scendere verso il centro della città. Questa culla della cultura calcistica della Città Ardente è sinonimo dei privilegi dell’élite, poiché tradizionalmente era un luogo di svago della classe dominante, ed era stato persino un parco privato. E se la FCL scese da Cointe per incontrare l’evoluzione dell’“Atene del Nord”, guidata dalla corrente della Mosa, il percorso storico della Standard andò contro la corrente del grande fiume.

Joseph Debatty rimase alla presidenza del club fino al 1902, prima di andarsene per diventare sacerdote, mentre, dopo parecchi cambiamenti dirigenziali, nel 1909 alla guida del sodalizio arrivò un industriale, Maurice Dufrasne, l’uomo che avrebbe definito l’identità storica del club, rimanendo in quella posizione fino al 1931.

All’inizio del XX secolo Liegi continuava a conoscere lo sviluppo iniziato nel XIX. Un anno spartiacque fu il 1905, quando, su 660 stremmata nella zona di Vennes e Boverie, si organizzò l’Esposizione Internazionale. In quell’anno fu completato il ponte di Fragnée, di un’estetica eccezionale, che somiglia al ponte Alexandre III di Parigi, il ponte di Fétinne, il Palais des Beaux-Arts, e venne creata la zona residenziale di Vennes. Questo sviluppo urbanistico e edilizio portò a una grande fioritura anche delle finanze personali di Maurice Dufrasne che, come ingegnere civile e industriale, proveniente da una famiglia con una lunga tradizione nel settore delle costruzioni in Vallonia, fece “affari d’oro”. Ma Dufrasne, oltre a un fiuto imprenditoriale, si rivelò anche un eccellente dirigente calcistico, in un’epoca in cui questo ruolo differiva di poco da un semplice hobby.

Il ponte di Fragnée

Con l’assunzione della guida del club, Dufrasne decise che quella squadra nomade dovesse avere un proprio luogo – non nell’“Atene del Nord”, non nel centro della città con la sua tradizione spirituale, né nel Cointe storicamente legato all’élite. Guardando verso sud, là dove si alzavano le ciminiere delle fabbriche della siderurgia e della lavorazione dei minerali, là dove vivevano gli operai, vedeva il modesto, industriale e proletario Sclessin come lo spazio naturale in cui la Standard sarebbe diventata il simbolo di un’identità che fino ad allora non aveva simboli.

Voltando letteralmente le spalle al centro storico, la Standard iniziò il suo percorso verso sud-ovest, “risalendo” la Mosa, in una mobilitazione che, in assenza di mezzi di trasporto, avvenne con carriole da cantiere, dentro le quali i membri del club trasportavano tutto ciò che serve per giocare a calcio, dai pali delle porte fino alle divise rosse della Standard, che si accordavano perfettamente con la classe operaia “sconosciuta” che stavano andando a incontrare. Nel 1909 avvenne il primo incontro tra il proletariato di Liegi e la Standard e da allora il loro amore rimane inestinguibile e la loro passione, letteralmente, ardente.

La favola della Standard cominciava con grandi aspettative; tuttavia, per poter andare avanti, il club, come la città, come il mondo intero, doveva riuscire a sopravvivere al primo grande colpo del XX secolo. Lo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914 rese la Liegi industriale un bersaglio degli attacchi tedeschi e le sue infrastrutture industriali vennero distrutte quasi completamente dai bombardamenti. Nel 1918, dalle rovine, bisognava ricostruire il “miracolo” che aveva richiesto un secolo per essere edificato. Ed è proprio ciò che accadde: un miracolo, perché in sei anni, nel 1924, l’industria di Liegi era tornata alla produttività prebellica. Allo stesso tempo, la Standard, che aveva giocato per la prima volta in Prima Divisione negli anni 1909-1914, tornò nella massima categoria nel 1921, per rimanervi fino a oggi, registrando 105 stagioni consecutive nell’élite calcistica del Belgio, un numero che costituisce un record.

Nello stesso periodo Dufrasne procedette all’acquisto di terreni intorno al campo della Standard, avviando la costruzione di un nuovo edificio, con tribune in cemento e una capienza di 24 mila spettatori, nel 1923. Questo stadio, l’“inferno” della Standard, costruito proprio di fronte all’emblematica fabbrica della Cockerill, che oggi domina come monumento di un’epoca irreversibile del carbone e dell’acciaio, ha preso il nome del suo ideatore ed è noto agli amici della cultura calcistica come Stade Maurice Dufrasne.

Lo Stade Maurice Dufrasne a Sclessin e, sullo sfondo, il complesso industriale della Cockerill-Sambre.

E mentre il mondo tornava a inginocchiarsi sotto gli effetti del cosiddetto “crack” del 1929, a Liegi i progetti grandiosi non conoscevano tregua. Nel 1930 fu organizzata l’Exposition internationale de la grande industrie, science et applications, art wallon ancien, che era più di una semplice esposizione: il sigillo della partecipazione della Vallonia industriale all’economia nazionale belga, in contrapposizione allo sviluppo di Anversa, il grande porto, la cui risonanza internazionale si era espressa anche con l’organizzazione dei Giochi Olimpici del 1920. In occasione della mostra, in città furono realizzate nuove opere, con la rettifica della Mosa, la costruzione della diga-ponte di Monsin e del ponte della Cornemeuse. L’affluenza, tuttavia, fu deludente: invece dei 12 milioni di visitatori attesi, a Liegi ne arrivarono solo 6 milioni, riflesso delle condizioni economiche globali e di un’epoca che odorava di polvere da sparo.

Gli effetti della crisi mondiale colpirono Liegi nel 1932, con la disoccupazione in Belgio che arrivò a sfiorare il 20% e un enorme Sciopero Generale che esplose in tutto il paese, il quale, pur non conducendo a conquiste materiali, contribuì nuovamente, dopo l’insurrezione del 1886, alla radicalizzazione del proletariato vallone. Le conquiste materiali arrivarono tuttavia per la classe operaia belga quattro anni più tardi, quando con lo Sciopero Generale del 1936, iniziato nei docks di Anversa e con una partecipazione enorme a Liegi, furono istituzionalizzati le ferie retribuite, la settimana lavorativa di 40 ore, il riconoscimento dei sindacati, nonché aumenti salariali del 7%.

Per quanto riguarda lo sviluppo della città, poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, nel 1939, fu completata un’opera di importanza eccezionale per l’economia belga, poiché il Canale Albert univa il centro industriale di Liegi con il porto di Anversa, rendendo il porto delle Fiandre il secondo più grande d’Europa.

La Seconda guerra mondiale trova ancora una volta il proletariato di Liegi a difendere la propria identità storica. Gli occupanti nazisti, a differenza della macchina distruttiva tedesca della Prima guerra mondiale, invece di smantellare le infrastrutture scelsero di farle funzionare a proprio vantaggio. Così, lo sfruttamento del lavoro, la servitù salariata, divenne anche sottomissione al conquistatore- padrone straniero. Nel 1941, però, in condizioni di miseria, gli operai di Liegi, con il Partito Comunista come principale promotore del movimento, il 10 maggio diedero vita al più grande sciopero sotto occupazione della Storia, il cosiddetto “Sciopero dei 100.000” per il numero dei partecipanti, che costrinse le autorità occupanti a concessioni alla popolazione locale, riguardanti soprattutto le condizioni di alimentazione.

Bandiera Rossa

La fine della Seconda guerra mondiale avrebbe portato cambiamenti sconvolgenti in tutto il pianeta, ma avrebbe anche segnato l’inizio di un capitolo completamente nuovo per la storia sociale di Liegi. Se la rivoluzione industriale aveva creato nella città spirituale dell’ex Principato-Vescovile un proletariato enorme ed estremamente radicalizzato, il 1946 è l’anno in cui la stessa composizione di quel proletariato avrebbe cominciato ad acquisire caratteristiche culturali diverse e più ampie.

Con la fine della guerra, insieme agli occupanti nazisti se ne andarono anche circa 65.000 lavoratori tedeschi impiegati nell’industria di Liegi. Questa partenza creò un’immediata necessità di manodopera, che fu trovata grazie a un accordo bilaterale tra Belgio e Italia, dal quale arrivarono 50.000 operai, incapaci di trovare lavoro nel proprio paese, piegato dall’avanzata fascista. In cambio, il Belgio avrebbe esportato in Italia ogni giorno 200 chili di carbone. Gli operai italiani giunti a Liegi vivevano in baracche (Nissen Huts) chiamate cantines, in condizioni miserabili, rivivendo di fatto la nascita del proletariato industriale del XIX secolo. Le condizioni di vita furono rese ancora peggiori dal razzismo sociale e dalla ghettizzazione, così come dallo sfruttamento brutale nei luoghi di lavoro, la cui escalation fu la tragedia del Bois du Cazier, vicino a Charleroi, nell’agosto del 1956, che portò alla morte di 262 persone e alla fine dell’accordo bilaterale. Ma il proletariato di origine italiana divenne da allora parte inseparabile della classe operaia di Liegi, e la sua cultura si ritrova oltre la città anche sugli spalti del Maurice Dufrasne, dove in molti casi compaiono striscioni con slogan scritti nella “lingua di Dante”.

Le cantines, spazi abitativi degli immigrati italiani che arrivavano a Liegi.

In una nuova – e per di più aurea – epoca entrava anche lo Standard, nei cui ranghi dirigenziali fece il suo ingresso Roger Petit, un dirigente il cui contributo storico può essere paragonato a pieno titolo all’impronta lasciata da Dufrasne. Petit, che aveva giocato inizialmente da attaccante e in seguito da difensore, dal 1931 al 1943, totalizzando 207 presenze e segnando 8 gol, assunse l’incarico di Segretario Generale nel 1945 e rimase in quella posizione fino al 1984! Petit trasformò le attività del club in un’industria, adottando pratiche corrispondenti per tutte le attività attorno al club, al di là del reparto agonistico, che doveva restare non a scopo di lucro. In sostanza trasformò lo Standard in un organismo dal quale dipendeva la stessa sopravvivenza di una grande parte della popolazione della città, con particolare attenzione allo Sclessin operaio. Inoltre lavorò intensamente per conquistare il retroscena calcistico, creando uno scontro di proporzioni epiche con il suo alter ego all’Anderlecht, Constant Vanden Stock, che si espresse gradualmente – e anche attraverso lo scontro di identità ideologiche – nello sviluppo della più grande rivalità tra club, storicamente, in Belgio.

E anche se lo Standard non vinceva ancora titoli, anche se la RFCL era teoricamente l’unica grande squadra della città – conquistando i suoi ultimi campionati nelle stagioni 1952 e 1953 – il proletariato di Liegi “conquistava” anche Bruxelles. Nel 1950, quando era in pieno svolgimento il cosiddetto Question Royale, cioè se il re del Belgio Leopoldo III sarebbe tornato sul trono, il 58% della Vallonia votò contro la Monarchia. Tuttavia, con il 72% dei voti dei fiamminghi e un risultato di misura nella regione di Bruxelles, la Monarchia fu ristabilita e Leopoldo tornò sul suo trono. Gli operai di Liegi, che avevano sofferto sotto il giogo nazista, insorsero contro un re che aveva collaborato con gli occupanti. La marcia degli operai valloni verso Bruxelles, il 30 giugno 1950, portò al bagno di sangue della Fusillade de Frâce-Berleur, con 4 manifestanti uccisi. Il risultato fu che a salire al trono fu il figlio di Leopoldo, Baldovino; tuttavia, quegli eventi lasciarono ancora un’eredità di sentimenti democratici per la città di Liegi.

Il 1954 fu l’anno in cui lo Standard avrebbe conquistato il primo trofeo della sua Storia. Fu forse un gioco del destino: un anno dopo l’ultimo campionato della RFCL iniziava l’epopea che avrebbe definito il mutamento dei rapporti storici di forza in città. Nel marzo 1954 lo Standard piegò la resistenza del Sint-Truiden per il turno dei “32”, mentre in aprile eliminò il Club Brugge con l’imponente 5-1 e la Daring nei quarti di finale con l’1-2. Alla fine di maggio superò la RFC Sérésien per 2-5, per poter così disputare la grande finale del 6 giugno, allo Stade du Centenaire (conosciuto anche come Jubilé o Heysel e oggi Stade Roi Beaudoin). Contro la RC Mechelen lo Standard aprì le marcature già al 1’ con Sébastien Jacquemyns, mentre prima che si completasse il decimo minuto Joseph Givard, che giocava come interno destro (8) nel sistema 2-3-5 dell’epoca, raddoppiò i gol dei liégeois. Al 30’ Mannaerts accorciò per il Mechelen, ma all’86’, il capitano e centravanti dello Standard, Fernand Blaise, chiuse la partita e il titolo per la sua squadra, fissando il definitivo 3-1. Fu questo l’ingresso ufficiale dello Standard nel club dei grandi del calcio belga.

Quella fu anche l’eccezionale prima stagione di una grande personalità che rimodellò sul piano sportivo lo Standard. Nell’estate del 1953 arrivò a Liegi l’allenatore francese André Riou, ex calciatore di Moulins, nell’Alvernia settentrionale, che aveva in precedenza legato il suo nome al club di Tolosa. Riou aveva giocato negli anni Trenta nella Racing di Parigi (dopo il passaggio di Hogan) e poi nel Tolosa, per avviare da lì la sua carriera da allenatore. Aveva vinto la seconda divisione francese nel 1950 con la squadra dello Stade Français – Red Star, prima di diventare il primo allenatore professionista dello Standard, passando alla storia come “l’uomo con il berretto”.

Riou, nella sua prima stagione, portò allo Standard la prima coppa e nell’ultima mise un’impronta indelebile nella Storia del club, essendo l’architetto di un percorso che condusse al primo campionato, nella stagione 1957-58. In una corsa durata dalla prima all’ultima giornata con rivale l’Antwerp campione in carica, lo Standard riuscì ad assicurarsi il titolo a pari punti grazie a un gol, poiché negli scontri diretti aveva perso 1-0 ad Anversa, ma aveva vinto 2-0 allo Sclessin. I primi campioni con i colori dello Standard furono Toussaint Nicolay (portiere), Jean Mathonet (capitano), Maurice Bolsée, Gilbert Marnette, Henri Thellin, Joseph Happart, Karel Mallants, Jean Jadot, Joseph Givard, Jean Van Herck, André Piters detto anche Popeye, Denis Houf e Marcel Paeschen.

La squadra dello Standard, campione del 1958.

La conquista del campionato significò anche la prima uscita dello Standard nelle competizioni europee, nella stagione successiva. Con un nuovo allenatore, l’ungherese-cecoslovacco Géza Kalocsay, calciatore dello Sparta Praga che aveva vinto la Mitropa Cup nel 1935, il percorso europeo dello Standard, neopromosso, nel relativamente giovane torneo della Coppa dei Campioni fu più che soddisfacente. Al primo turno superò l’ostacolo degli scozzesi dell’Hearts, vincendo 5-1 a Sclessin e perdendo 2-1 in trasferta, mentre agli ottavi affrontò la grande Sporting di Lisbona, che sconfisse fuori casa per 2-3 e travolse per 3-0 a Liegi. Ai quarti l’avversaria era la Reims di Juste Fontaine, che nell’estate del 1958 era stato capocannoniere del Mondiale di Svezia segnando 13 gol (un primato che, fino a oggi, non è stato superato). La Reims, che pochi anni prima aveva giocato la finale inaugurale della competizione, trovò pane per i suoi denti a Liegi: lo Standard vinse 2-0 grazie ai gol di Jadot e Givard, ma nel ritorno un gol di Piantoni e due del massimo cannoniere Fontaine negarono allo Standard una grande qualificazione.

Lo Standard sarebbe tornato al vertice del calcio belga in un anno che fu anch’esso “colorato” dall’azione del suo elemento proletario. Il 30 giugno 1960, lo storico giacimento aurifero (o diamantifero) del Belgio, un Paese divenuto simbolo della più spregevole sfruttamento coloniale, il Congo Belga, divenne un Paese indipendente, la Repubblica Democratica del Congo, con primo ministro Patrice Émery Lumumba, assassinato nel settembre dello stesso anno. Le conseguenze economiche per il Belgio furono enormi, cosa che portò il primo ministro Gaston Eyskens a proporre l’imposizione di un programma di severa austerità, la cosiddetta Loi Unique, per assorbire la crisi del debito nata dalla perdita del serbatoio africano di ricchezza insanguinata. La risposta dei lavoratori della Vallonia fu lo spaventoso sciopero di quell’inverno, con a capo André Renard della FGTB, che si inasprì il 6 gennaio 1961. Sebbene la legge venisse infine approvata il 14 febbraio, gli eventi di quell’anno misero in luce una frattura politica tra le regioni linguistiche del Belgio, con i lavoratori valloni che acquisirono una distinta identità ideologica “nazionale”, sviluppatasi poi in vari modi e in diversi rami ideologici nelle molteplici sfumature del “vallonismo”.

Nel momento in cui le bandiere rosse della FGTB forgiavano nuove e complesse identità politiche, però, le maglie rosse dello Standard, nell’ultima stagione di Kalocsay, ritrovavano ancora una volta la via del trionfo, in un campionato storico per la città di Liegi: lo Standard conquistò il titolo lasciando secondo l’RFCL, e quella vittoria mostrava qualcosa di più del semplice rapporto di forze del momento, una traiettoria storica. Sarebbe stato anche il primo campionato di un decennio in cui, in cima, si sarebbero alternate esclusivamente Standard e Anderlecht, creando il grande bipolarismo del calcio belga. Eroe di quella squadra e miglior calciatore della stagione fu Jean Nicolay, portiere nato nel 1937 nel quartiere di Bressoux e autore anche di 39 presenze con la nazionale belga.

Les Rouches

Negli anni Sessanta lo Standard avrebbe ufficializzato la propria posizione come uno dei giganti del calcio belga e sarebbe diventato anche un punto di riferimento del calcio vallone, con la fama del club che avrebbe oltrepassato di molto i confini nazionali, poiché i successi nelle competizioni europee resero la società, di fatto, ambasciatrice della città di Liegi in tutta la Vecchia Europa. Con la modernizzazione della fruizione calcistica attraverso la televisione, l’immagine di Sclessin poteva arrivare ben oltre i confini della città e, grazie alle telecronache, soprattutto di Luc Varenne, che lavorava per l’emittente francofona RTBF, divenne noto il soprannome più popolare del club: “Les Rouches”, che non è altro che la pronuncia della parola “i rossi” (les rouges) con il particolare accento di Liegi.

Lo stesso processo di modernizzazione si rifletteva anche nell’immagine della città di Liegi, che per un’altra fase si trasformava — non necessariamente come era stata sognata. Un grande piano per la creazione di una stazione sotterranea di autobus in Place St Lambert rimase per molti anni fermo, lasciando per decenni un buco nel centro della città. Nel 1967 fu costruito l’edificio della Cité Administrative, uno dei primi grattacieli della città, progettato dagli architetti Jean Poskin e Henri Bonhomme. Nello stesso periodo, a Droixhe venne progettata un’area che aspirava a diventare il paradiso del moderno modo di abitare in città. Una serie di artisti di rilievo, come Jo Delahaut, Pol Bury, Georges Collignon, Jean Rets e altri, decorarono con le loro opere gli ingressi dei nuovi grattacieli-complessi residenziali. Tutto ciò all’interno di un piano urbanistico che includeva tutto quanto serviva per una vita confortevole, come negozi, spazi di gioco all’aperto, impianti sportivi, scuole, biblioteche, un centro medico e un grande cinema.

Il complesso residenziale modernista di Droixhe

La Standard, rappresentando una città in piena espansione industriale, trionfava in Europa, poiché il suo ritorno in Coppa dei Campioni fu segnato da un’altra straordinaria cavalcata. Nell’edizione 1961-62 riuscì a superare in successione Fredrikstad e Haka, provenienti dai paesi scandinavi, per poi affrontare nei quarti di finale della competizione la fortissima Rangers di Glasgow. Nella prima sfida, a Sclessin, Claessen aprì le marcature per i Rouches al 7′, prima del pareggio di Wilson al 18′. Con due gol di Crossan, al 40′ e al 51′, e un altro di Vliers al 56′, la Standard prendeva però un eccellente vantaggio, per trovarsi a un passo più in là rispetto a dove era arrivata nel 1959. Nel ritorno a Ibrox, i Rangers passarono in vantaggio con Brand al 28′, ma non riuscivano a segnare ancora per colmare lo svantaggio di tre reti. Alla fine riuscirono soltanto a ridurlo, con un rigore trasformato da Caldow all’89′, e così la Standard ottenne la grande qualificazione alle semifinali, dove avrebbe affrontato la cinque volte campionessa d’Europa, il Real Madrid, che la stagione precedente aveva perso la corona a favore del Benfica. Le semifinali, disputate il 22 marzo e il 12 aprile, furono una sfida molto più ardua e la Standard, con due sconfitte, non riuscì a raggiungere la finale di Amsterdam.

Nella stagione 1962-63, in un campionato che almeno sei squadre contendevano con ambizione, la Standard superò l’Anderlecht in testa alla classifica alla 20ª giornata, con altre dieci da giocare fino al termine della stagione. Cinque giornate più tardi, la Standard aveva ottenuto altre quattro vittorie, mentre l’Anderlecht soltanto un pareggio, con Antwerp e RFCL a sei e sette punti dalla vetta rispettivamente. Questo grande margine (con il sistema di punteggio 2-1-0 dell’epoca) sembrò essere in pericolo solo dopo il passaggio dell’Anderlecht da Sclessin e la sconfitta della Standard per 0-1 alla 26ª giornata (che era il recupero della 23ª). Con quattro vittorie nelle ultime quattro partite, tuttavia, gli Standardmen celebrarono un altro titolo nazionale, arrivando a tre scudetti e avendo peraltro in rosa il miglior giocatore del campionato: il portiere Jean Nicolay, che stava diventando una leggenda di Sclessin.

Nel triennio successivo la Standard non fu in grado di competere per il titolo contro l’acerrima rivale Anderlecht, ma l’8 giugno 1966 si presentò l’occasione per il grande scontro tra i due giganti, nella finale di Coppa disputata all’Heysel. La Standard, la cui guida tecnica era affidata allo jugoslavo Michel (Milorad) Pavić, vinse grazie al gol segnato al 32′ dal difensore limburghese Nico Dewalque, ottenendo un successo ricco di simbolismi: oltre al fatto di aver piegato la resistenza della grande rivale, la squadra aveva ormai in bacheca tre campionati e due Coppe, eguagliando così i cinque trofei (campionati) della concittadina RFCL.

Quella Coppa, tuttavia, fu anche il biglietto per un’altra trionfale cavalcata europea, nella Coppa delle Coppe 1966-67. Nella seconda competizione continentale, la Standard eliminò il Valur d’Islanda, con la partita al Dufrasne che terminò con un perentorio 8-1, mentre nei turni successivi superò con successo gli esami contro l’Apollon Limassol e il Chemie Leipzig. Nei quarti l’ostacolo del Vasas si rivelò più difficile, poiché il 1° marzo 1967 gli ungheresi vinsero 2-1 a Györ, con Semmeling che segnò però un gol “d’oro” (come si sarebbe poi rivelato) all’85′. Nel ritorno, Claessen e Jurkiewicz firmarono il 2-0 per la Standard, che nel giro di un decennio raggiunse per la seconda volta una semifinale europea, superando anche in questo confronto “informale” la RFCL, che in precedenza era arrivata alle semifinali della Coppa delle Fiere, l’antenata della Coppa UEFA. In semifinale, pur senza subire una disfatta come era accaduto contro il Real nel 1962, la Standard perse 2-0 fuori casa e 1-3 in casa contro il Bayern Monaco, mancando l’occasione di contendersi il trofeo europeo nella finale di Norimberga.

Alla fine del decennio restava da compiere l’atto dell’“incoronazione al contrario”: detronizzare l’Anderlecht dalla vetta del campionato belga, che in quegli anni dominava senza grandi pressioni. Ciò avvenne nella stagione 1968-69, quando, sotto la guida di René Hauss, arrivato dall’RC Strasbourg, i Rouches ritrovarono la terra promessa. Protagonista di quella stagione fu Wilfried Van Moer, il centrocampista nato nel 1945 a Beveren, che venne eletto miglior giocatore del campionato per la seconda volta, dopo esserci riuscito nel 1966 da giocatore dell’Antwerp. Tuttavia, il terminale dell’attacco della Liégeoise era l’ungherese Antal Nagy, che in 28 presenze in campionato mandò il pallone in rete 20 volte.

La stagione successiva Nagy lasciò il club trasferendosi all’Antwerp, ma i Rouches di Hauss, guidati e trascinati da Van Moer — che vinse di nuovo il titolo di miglior giocatore del campionato — compirono un percorso straordinario con 22 vittorie, 5 pareggi e 3 sconfitte, conquistando per il secondo anno consecutivo il campionato, per la prima volta nella loro storia. Ciò significava che la Standard aveva ormai tanti titoli quanti la RFCL, una presenza stabile nelle competizioni europee ed era diventata il rappresentante de facto del calcio vallone, attraverso una rivalità con l’Anderlecht che lasciò una leggendaria eredità storica. La triennale d’oro di Hauss si concluse la stagione seguente, nella quale la Standard, con arma assoluta in attacco il tedesco Erwin Kostedde — autore di 26 gol in 27 partite — riuscì a chiudere la corsa al titolo con un punto in più del Brugge, nonostante la sconfitta a tavolino nella gara in trasferta contro l’Antwerp (che la Standard aveva vinto 0-2) per l’impiego di più stranieri di quanti consentiti in campo.

La morte del carbone e il canto del cigno

Quella triennale d’oro, così come l’assoluta supremazia di Standard e Anderlecht nel campionato belga, sarebbe terminata all’inizio degli anni ’70, un decennio nel quale finì anche il sogno europeo della prosperità. In molti paesi dell’Europa occidentale è rimasta nella memoria collettiva l’esistenza dei “trenta gloriosi” (trente glorieuses), cioè i tre decenni dalla fine della Seconda guerra mondiale fino alla metà degli anni ’70. Lo sviluppo impetuoso del capitalismo europeo e più in generale occidentale — che, sotto il peso della competizione ideologica con il blocco socialista e della presenza di forti movimenti operai in ogni paese, poté concedere diritti e migliori condizioni di vita e di lavoro alla classe operaia — stava giungendo al termine. La cosiddetta “crisi petrolifera”, manifestatasi come crisi di sovraccumulazione di capitale nel 1973, coincideva con l’ingresso nel mercato energetico mondiale di paesi esterni alle tradizionali aree europee e nordamericane di produzione dell’energia. Il Giappone e il Brasile entrarono come attori forti nel mercato, mentre, nello stesso tempo, il carbone non era più la materia prima energetica indispensabile per l’industria, come nelle decadi precedenti, e l’acciaio veniva prodotto a costi inferiori in altri luoghi. Così, la grande zona di ricchezza della fascia carbonifera del Carbonifero iniziò a vivere una profonda recessione storica.

A Liegi questa realtà si riflette nei numeri degli addetti nello stabilimento simbolo di Cockerill. Nel 1957 in quella specifica unità lavoravano 45.000 persone, mentre, proprio prima dell’urto della grande crisi, nel 1974, il numero era salito a 65.000. Un decennio più tardi, nel 1984, appena 18.700 operai costituivano la forza lavoro dello storico impianto, con un’ulteriore diminuzione a 12.100 lavoratori nel 1988.

La recessione economica della città di Liegi si rispecchiava anche nel cammino della Standard, che, pur trovandosi al centro degli scontri del retroscena calcistico grazie a Roger Petit, non riusciva a contendere alla pari le squadre delle Fiandre: il Brugge emergeva come una nuova grande potenza del calcio belga, conquistando nel 1973 il primo campionato (e il secondo in totale) dopo 53 anni. Tuttavia, entro la fine del decennio, il Brugge era arrivato a sei titoli complessivi, raggiungendo la Standard nella relativa classifica storica, e nel 1978 giocò la finale di Coppa dei Campioni, perdendo a Wembley contro la grande Liverpool di Bob Paisley, con un gol di Dalglish al 64′.

Servì quasi un decennio “sterile” perché arrivasse il momento degli ultimi trionfi, che costituirono, in sostanza, il canto del cigno di quell’età d’oro per la Standard. Fu l’epoca segnata dalla presenza a Sclessin di alcuni dei più grandi miti del calcio belga. Tra essi spiccava Eric Gerets, terzino destro, nato a Rekem nel 1954 e passato alla storia con il soprannome di “il leone di Rekem”. In undici stagioni con la maglia della Standard, Gerets totalizzò 413 presenze segnando 30 gol, prima di trasferirsi al Milan. Un’altra grande figura fu il leggendario portiere belga Michel Preud’homme, nato nel 1959 a Ougrée, nei sobborghi meridionali di Liegi. Sulla panchina della Standard sedeva una personalità immensa del calcio europeo: l’artefice della trasformazione del Brugge, un allenatore che legò il proprio nome al percorso del calcio dell’Europa centrale dopo l’epopea della Scuola del Danubio, Ernst Happel.

Il leggendario Eric Gerets, simbolo della Standard, il leone di Rekem.

Quella leggendaria Standard trovò il suo primo titolo il 7 giugno 1981, quando affrontò al Heysel di Bruxelles il Lokeren nella finale di Coppa. La vittoria dei Rouches fu più che agevole, perché con i gol di Edström, Daerden, Tahamata e Önal, cioè di 4 giocatori con 4 nazionalità diverse prima dell’era post-Bosman, vinse per 4-0, aggiungendo così la 4ª Coppa alla propria bacheca. Nel 1981 però avvenne anche un altro fatto importante per la Standard, anche se non era sotto il suo controllo. A fine stagione, il Beerschot, squadra dei sobborghi meridionali di Anversa, retrocesse, nonostante avesse chiuso al 15º posto in un campionato a 18 squadre, a causa della rivelazione di uno scandalo che coinvolgeva il club del Beringen. La vicenda portò alla sua retrocessione e così si concluse una serie di 65 presenze consecutive nell’élite. Dalla stagione 1981-82, la Standard sarebbe stata il club con la più lunga presenza ininterrotta nella prima divisione del calcio belga.

La Coppa del 1981 fu solo l’inizio per quella squadra, che nella stagione 1981-82 brillò, facendo registrare forse la migliore annata della storia del club. In panchina Ernst Happel venne sostituito da Raymond Goethals, l’allenatore che più tardi avrebbe vinto la Champions League con il Marsiglia, segnando così una pietra miliare nel calcio francese. La Standard di Gerets e Preud’homme fu inoltre rinforzata dall’arrivo di Arie Haan, centrocampista del leggendario Ajax dei primi anni ’70, sceso a Liegi dopo un’esperienza di sei anni all’Anderlecht.

In campionato la Standard, con un percorso solido ma non travolgente, riuscì a imporsi, chiudendo la stagione davanti all’Anderlecht e aggiungendo il 7º titolo alla propria bacheca. Ma la stagione fu segnata anche dalla monumentale cavalcata europea in Coppa delle Coppe. Al primo turno la maltese Floriana si rivelò un avversario molto al di sotto delle aspettative, con il punteggio al Sclessin che si fermò sul 9-0. Al secondo turno, una vecchia conoscenza, l’ungherese Vasas, questa volta non mise in difficoltà la Standard, che con le vittorie 0-2 fuori casa e 2-1 in casa passò al turno successivo. Ai quarti, però, l’avversaria era la Porto emergente, che non dominava ancora il calcio portoghese, ma stava iniziando un percorso che pochi anni più tardi l’avrebbe portata in cima all’Europa. La Standard riuscì, con un gol di Engelbert e un autogol di Gabriel, a vincere 2-0, così che quando Jean-Michel Lecloux segnò all’Estádio das Antas la vittoria risultò praticamente blindata, nel ritorno che finì poi in pareggio per 2-2. La grande sfida era naturalmente la semifinale, dove la Standard doveva arrivare più lontano delle due volte precedenti. La partita d’andata pose le basi, perché grazie al gol di Daerden i Rouches uscirono vincitori dallo Stadio Lenin di Tbilisi contro la Dinamo locale, mentre al ritorno, ancora una volta, Daerden fissò lo stesso risultato, mandando gli Standardmen in finale a Barcellona.

Quando una finale europea si gioca al Camp Nou, sotto gli occhi di 100.000 spettatori, l’ultimo avversario che si vorrebbe affrontare è certamente il Barcellona. La leggendaria squadra catalana fu però l’avversaria della Standard la sera del 12 maggio 1982 e, nonostante ciò, la partita iniziò molto bene per la formazione vallone, perché Guy Vandermissen sbloccò il risultato all’8º minuto per i formalmente — e soprattutto sostanzialmente — ospiti. Sul finire del primo tempo, però, il Barcellona pareggiò con Simonsen e infine Quini, con un gol al 63º minuto, negò alla Standard un titolo europeo nella sua storia.

La squadra dello Standard che disputò la finale della Coppa delle Coppe nel 1982.

La stagione 1982, tuttavia, oltre alla finale europea, fu segnata anche dallo scandalo Standard–Waterschei. Le due squadre si affrontavano a Sclessin nell’ultima giornata di campionato, l’8 maggio, mentre il 12 dello stesso mese lo Standard avrebbe giocato la finale europea a Barcellona. La sconfitta esterna dello Standard contro il Waregem alla 31ª giornata, il 18 aprile, aveva portato la situazione a un punto limite, con i Rouches appena 1 punto davanti all’Anderlecht. In seguito l’Anderlecht pareggiò alla 33ª giornata, con lo Standard a 2 punti di distanza e a cui sarebbe bastato un pareggio nell’ultima partita per vincere il campionato. Per assicurarsi il titolo ma anche per proteggere i giocatori dagli infortuni in vista della finale europea, Roger Petit si mosse dietro le quinte per concordare un risultato favorevole alla sua squadra. Alla fine lo Standard vinse quella partita per 3-1, anche se sarebbe bastato il pareggio che sembra fosse stato concordato, ma lo scandalo avrebbe avuto conseguenze storiche.

Lo Standard di Goethals divenne la seconda squadra nella storia del club a vincere due campionati consecutivi, nel 1983, salendo parallelamente al 3º posto del ranking per club della UEFA nello stesso anno, a pari merito con la leggendaria Liverpool, dietro Barcellona e Real Madrid. Tuttavia, l’indagine e il chiarimento dello scandalo Standard–Waterschei misero in luce le responsabilità di Petit, portando infine al suo allontanamento dal club che aveva servito per quasi 40 anni. Fu uno shock per lo Standard che, nel suo apice, perdeva il suo dirigente più importante e sicuramente più emblematico. In un clima di recessione, con la trasformazione di Liegi in un fantasma di un sogno del passato, la sostanziale ghettoizzazione del “paradiso” di Droixhe e la stagnazione della città, l’epopea della squadra di Goethals fu il canto del cigno non solo di un club, ma anche del simbolismo della prosperità e dello sviluppo in una città che incarnò la locomotiva industriale dell’Europa occidentale per circa un secolo.

Gli anni di pietra

Da un lato l’allontanamento di Petit e dall’altro le condizioni economiche che rendevano difficile la vita nella città di Liegi componevano uno scenario nel quale era molto più arduo continuare la crescita precedente. Nel 1977 aveva già lasciato la presidenza del club l’architetto della Standard del dopoguerra, Paul Henrard, mentre Charles Huriaux, che teneva le redini amministrative del club nel periodo dell’ultima trionfale cavalcata, nel 1986 passò il testimone a Camille Heusghem. Nei campionati che seguirono lo Standard non riusciva a collocarsi al livello di Anderlecht e Brugge, che crearono un nuovo bipolarismo, rimasto fino ai giorni nostri, che non ha la stessa profondità ideologica della rivalità fra Standard e Anderlecht, ma è al centro della contesa per i titoli. Addirittura, nella stagione 1987-1988 lo Standard concluse il campionato al 10º posto in classifica, perdendo peraltro la supremazia nella stessa città di Liegi dopo molti anni, poiché la RFCL terminò al 5º posto, avendo raccolto 14 punti in più.

Lo stesso scenario, con la RFCL rinata alla fine degli anni ’80, si ripeté la stagione successiva e lo Standard, che nel 1988-89 eguagliava il record di presenze consecutive in Prima Divisione del Beerschot, vedeva lo storico rivale cittadino trovarsi in una posizione tale da poter ribaltare un’inversione di rapporti che si era consumata nelle decadi precedenti. Nel 1988, però, le sorti del club furono prese in mano da Jean Wauters, un imprenditore nato nell’industriale Herstal, a nord della città, che assunse il compito di ridare slancio alla squadra di Sclessin. Nel 1989-90 lo Standard divenne la squadra con il maggior numero di presenze consecutive nella storia della Prima Divisione, ma la RFCL, che chiuse 12ª in campionato, ottenne un trionfo inatteso. Il 19 maggio, la nemica giurata, guidata da Robert Waseige, un allenatore che legò il suo nome alla storia dello Standard ma anche più in generale a quella del calcio vallone e belga, vinceva all’Heysel contro la Germinal di Ekeren per 2-1, riportando un titolo dall’altra parte di Liegi, aumentando i trofei in bacheca dopo 37 anni e raggiungendo, nella stessa stagione, anche i quarti di finale della Coppa UEFA, dove fu eliminata dal Werder Brema.

L’inizio degli anni ’90, tuttavia, mostrò che questa traiettoria di rovesciamento dei rapporti non sarebbe proseguita. Nel 1992 lo Standard ritrovò l’uscita verso l’Europa conquistando il 3º posto in campionato, mentre la RFCL si trovava di nuovo sul fondo della classifica; e nel 1993 lo Standard di Arie Haan, ormai tornato come allenatore, affrontò in finale di Coppa lo Charleroi di Waseige e, nello stadio Vanden Stock della detestata Anderlecht, che porta il nome dell’eterno avversario personale di Petit, vinse un altro titolo grazie ai gol di Henk Vos e Philippe Léonard.

La Standard vincitrice della Coppa del Belgio nel 1993

Nell’epoca molto più mercificata del calcio, iniziata all’inizio degli anni Novanta, i club della Liegi deindustrializzata faticavano a trovare il proprio passo. La Standard riuscì a lottare fino all’ultimo per il campionato 1994-95, che perse per un solo punto a favore dell’Anderlecht; quella stagione, però, fu il colpo di grazia per l’RFCL, che sotto il peso dei problemi economici crollò, chiudendo all’ultimo posto e salutando la massima divisione dopo 50 partecipazioni consecutive. Inoltre, Liegi finì al centro dell’attenzione calcistica mondiale, poiché il caso di un calciatore dell’RFCL che rivendicava il diritto di poter giocare in qualunque paese dell’Unione Europea in base al diritto comunitario cambiò per sempre i termini del gioco imprenditoriale nel calcio. Jean-Marc Bosman, che aveva giocato nella Standard per 5 stagioni tra il 1983 e il 1988, totalizzando 86 presenze e 3 gol, passò all’RFCL, nella quale disputò appena 3 partite. Pretendendo l’applicazione del Trattato di Roma anche al calcio, inflisse un colpo devastante alle vecchie pratiche di gestione dei club in Europa; e lui stesso fu vittima di quella situazione, senza riuscire più a trovare una squadra in cui giocare, vedendo poi la sua vita andare in frantumi. Vittima di questa situazione fu però anche l’RFCL, che si ritrovò sull’orlo della distruzione, fu costretta a fondersi con l’FC Tilleur per sopravvivere e conservare lo storico matricule 4 e, negli ultimi 30 anni, è tornata in prima divisione per appena una sola stagione.

La mediocrità, però, caratterizzava anche il percorso della Standard, che pur avendo “ripulito” il quadro cittadino, diventando l’unico club a rappresentare Liegi nell’élite del calcio nazionale, non riusciva a ritrovare le glorie dei decenni precedenti, limitandosi a piazzamenti che portavano soltanto a qualche partecipazione all’Intertoto, lontana dalle protagoniste dell’epoca. Questa seconda discesa toccò il nadir nel 1998, quando la Standard chiuse il campionato al 9º posto, avendo raccolto nel corso della stagione quasi la metà dei punti della campionessa Brugge (43 contro 84). In quel momento cupo comparve Robert Louis-Dreyfus, un imprenditore francese che allora era anche CEO di Adidas e, parallelamente, proprietario del Marsiglia. Louis-Dreyfus riorganizzò il club, puntando con particolare forza sul settore giovanile, dal quale negli anni successivi uscirono alcuni dei calciatori più emblematici del calcio belga, come Steven Defour, Axel Witsel e Marouane Fellaini. Louis-Dreyfus fu, in sostanza, il primo proprietario della Standard in grado di stare al passo con le esigenze della nuova industria calcistica, e la Standard riuscì, almeno inizialmente, a evitare un destino analogo a quello dell’RFCL.

L’epoca post-industriale

Entrando nel XXI secolo, Liegi sembrava un residuo del passato, con un’industria che altrove era scomparsa e altrove agonizzava, e con la necessità di trovare un nuovo piano per la sopravvivenza e lo sviluppo della città. La sua posizione strategica, quella che quindici secoli prima aveva compreso il vescovo Monulphe, divenne la base per l’elaborazione di un nuovo progetto. La più grande infrastruttura che la città aveva ereditato dalla Rivoluzione industriale era il suo porto fluviale, il terzo più grande d’Europa, collegato ai due maggiori porti del continente, Rotterdam e Anversa. Liegi è anche un crocevia tra molte città importanti, come Bruxelles, Anversa, Lussemburgo, Maastricht, Rotterdam, Aquisgrana, Colonia, Strasburgo, persino Parigi, che su strada dista 4 ore, e appena 2 con il TGV. Fu dunque quasi ovvia la scelta di iniziare a trasformarsi in un hub di transito, con la creazione di un enorme aeroporto merci e lo sviluppo di linee ferroviarie ad alta velocità, che completano l’esistenza del suo porto.

Composizione con la curva dei tifosi della Standard allo Stade Dufrasne

Allo stesso tempo, l’atavico dualismo tra industria e centro spirituale trovava stavolta una via d’uscita sintetica, dando peso al secondo. Il rafforzamento dell’innovazione, nell’area di Sart-Tilman, attorno all’Università, divenne una priorità, con l’attrazione di aziende attive nei settori della biotecnologia e dello spazio. Questa soluzione, però, per quanto potesse offrire uno sbocco ai capitali che si trovavano in città o vi transitavano, non poteva risolvere il problema della sopravvivenza e del lavoro per l’enorme proletariato industriale che era anch’esso l’eredità di un percorso secolare di ipersfruttamento delle capacità produttive della città. Allo stesso tempo, questo proletariato, che inizialmente era stato innestato con gli operai italiani, poi con esuli politici greci e spagnoli e più tardi con lavoratori provenienti dal Marocco e dalla Turchia, arrivati anch’essi tramite accordi bilaterali, cominciò a includere anche profughi provenienti da luoghi di guerra e di totale miseria, che giungevano in carovane da paesi dell’Africa e dell’Asia, creando un mosaico multiculturale di povertà e precarietà in una grande parte della città e alcune isole di alta specializzazione e di intensa collocazione di capitali. Questi due mondi sembrano non incontrarsi: la geografia della città è tale da permettere loro di coesistere senza che l’uno tocchi mai l’altro.

La Standard, però, è la squadra dello Sclessin industriale e proletario, di fronte allo stabilimento della Cockerill che nel 1998 fu privatizzato e passò nelle mani della francese Usinor, per decadere sotto i nuovi proprietari e infine chiudere nel 2014. È la squadra degli operai che nel XXI secolo affrontano stabilmente tassi di disoccupazione a due cifre, e la presenza di Louis-Dreyfus all’inizio del millennium poteva essere definita solo come una presenza da Messia, per quanto riguarda i risultati sportivi del club.

La Standard che negli anni 2000 aveva quasi “blindato” il terzo posto informale nella gerarchia del calcio belga, dietro Anderlecht e Brugge, vide di nuovo un grande calciatore indossarne la maglia nel 2004. Sergio Conceição, dopo una seconda esperienza fallimentare alla Lazio e un breve passaggio al Porto, arrivò in terra vallone. La sua prima stagione alla Standard fu straordinaria: in 34 presenze segnò 11 gol, avendo un ruolo decisivo nella costruzione del gioco della squadra allenata da Dominique D’Onofrio, che aveva sostituito Waseige dopo l’ultimo passaggio di quest’ultimo allo Sclessin. Conceição fu eletto miglior giocatore del campionato nel 2005, con la Standard che chiuse al 3º posto e con un motivo, nell’epoca più mercificata dello sport, per vendere le maglie di un giocatore in tutta la città e anche oltre.

La squadra della Standard, campione della stagione 2007-2008.

L’epoca del trionfo tornò nella stagione 2007-08, con la Standard che nel frattempo si trovava stabilmente tra le prime tre del campionato. In panchina sedeva l’emblematico portiere della Standard e della nazionale belga, Michel Preud’homme, e sul terreno di gioco il ventenne Axel Witsel guidava i Rouches, che alla 4ª giornata si ritrovarono per la prima volta in vetta alla classifica, superando il Ghent. Inseguendo a lungo durante l’inverno il Brugge, la Standard tornò in testa alla 24ª giornata per conquistare un campionato con il margine più ampio della sua storia, chiudendo la stagione con 22 vittorie, 11 pareggi e una sola sconfitta in trasferta contro lo Charleroi.

L’impresa delle squadre dei primi anni ’70 e ’80 si ripeté nel 2009, con la Standard che conquistò di nuovo un secondo titolo consecutivo, questa volta sotto la guida del tecnico rumeno László Bölöni, già noto per la sua esperienza allo Sporting Lisbona, che si era combinata con lo sviluppo e la valorizzazione del talento del settore giovanile, obiettivo primario del piano di Louis-Dreyfus per la Standard.

Tuttavia, il 4 luglio 2009 Louis-Dreyfus morì, dopo una lunga battaglia contro la leucemia, e lo svizzero Reto Stiffler, che svolgeva le funzioni di presidente durante il periodo della sua proprietà, cercò di trovare mani a cui trasferire le sorti del club. Inizialmente Roland Duchâtelet, un imprenditore originario di Liegi che in seguito si sarebbe occupato di politica, prese in mano il club fino al 2015, prima che le azioni passassero nelle mani di Bruno Venanzi, un imprenditore discendente degli italiani giunti in città. Negli anni 2010 la Standard riuscì a vincere tre coppe (2011, 2016 e 2018), ma la gestione di Venanzi fu disastrosa: i debiti si ingigantirono e, con lo scoppio della pandemia, la situazione divenne insostenibile e il club rischiò persino la bancarotta. Ciò che Venanzi non riuscì a fare con la cattiva gestione, il gruppo 777 Partners rischiò invece di riuscirci: acquistando una serie di squadre e costruendo una rete calcistica, portò il club al punto più basso dal punto di vista economico, a un passo dal sequestro dei suoi beni!

La squadra dello Standard nella stagione 2025-2026.

Negli ultimi anni, con lo svolgimento anche dei playoff per la conquista del campionato in Belgio, lo Standard non riesce a entrare nella prima quattro o nella prima sei che conduce al titolo, lottando di solito per un posto in Conference League, anche lì senza successo. Il peggior bottino in classifica è arrivato nel campionato 2021-2022, quando ha chiuso al 14º posto, il peggiore dal 1921, anno in cui partecipa alla massima serie, con appena 36 punti in 34 partite. Nell’estate del 2025 Giacomo Angelini, un altro uomo del posto, discendente di immigrati italiani, ha assunto il compito di salvare il club dalla bancarotta e di garantirne dapprima la sopravvivenza e poi lo sviluppo; eppure ciò che lo Standard sembra essere oggi è esattamente ciò che è anche la città di Liegi: un fantasma del passato.

C’è un futuro sulle rive della Mosa?

Dal giorno della storica decisione di Maurice Dufrasne di legare il club dello Standard al proletariato industriale della città di Liegi, la storia e il destino del club si sono intrecciati in modo indissolubile con lo sviluppo economico della città. I risultati sul campo erano quasi un riflesso diretto di quanto accadeva nelle fabbriche di Sclessin e di Seraing, delle tonnellate di carbone e d’acciaio e del numero di lavoratori che si nutrivano della lavorazione dei metalli della Città Ardente. Oggi però, mentre si completa il giubileo d’argento del millennium, la riqualificazione della città verso un diverso tipo di sviluppo procede a passi lentissimi, spesso con ritardi rovinosi, come la costruzione del tram, conclusa nel 2025 invece che nel 2017, come previsto inizialmente. Questa prima trasformazione della città, con le necessarie infrastrutture moderne, ha disgregato il suo tessuto commerciale, lasciando il centro sostanzialmente senza vita. Allo stesso tempo, l’incapacità di integrare nel nuovo modello dell’innovazione il grande proletariato che non ha accesso all’alta specializzazione necessaria mantiene i tassi di disoccupazione a livelli scandalosamente elevati. Chissà, in queste condizioni, verso dove andrebbe il convoglio degli studenti di Dufrasne?

Per poter sopravvivere, lo Standard, come ogni club calcistico, ha bisogno di una solida base di tifosi in grado di sostenere anche materialmente la longevità e i successi del club. Per quanto il calcio sia gestito ed appartenga a milionari e miliardari, alla fine dell’equazione la capacità dei tifosi di sostenere il club è il fattore più importante che decide l’esito. In condizioni di costante recessione economica, il pubblico dello Standard, fortemente radicalizzato, grazie all’eredità ideologica lasciatagli dalle generazioni precedenti dei tifosi dei Rouches e degli operai della Città Ardente, può tenere alta e con orgoglio la propria identità particolare sulle gradinate di cemento di Sclessin. Ma perché questo orgoglio possa accompagnarsi anche a una nuova rinascita sportiva, è necessario che la gente che si mette in cammino per andare allo stadio abbia risolto anche altri problemi della propria vita, come allora, nei gloriosi trenta, che a Liegi sembrano un’immagine di una fiaba del passato.

Il futuro, però, nasconde sempre l’ottimismo e, in qualunque modo la classe operaia di Liegi riesca a ritrovare la strada della prosperità, lungo quella stessa strada potrà risollevarsi anche lo Standard, che, a differenza di altri club della capitale belga, non può contare su tifosi “dell’ultima ora” che, o per combattere la noia, o cercando un qualsiasi contenuto sociale, scoprono nuovi amori calcistici. Lo Standard ha un solo amore, il proletariato di Liegi – e per gli operai di Liegi vale lo stesso!