Il calcio è un fenomeno fondamentalmente sportivo, ma anche, per estensione, sociale. Questa sua doppia natura rende spesso difficile – o addirittura ambivalente – la risposta del pubblico e della Storia stessa nei confronti dei risultati e dei protagonisti. Esistono squadre che non godono della simpatia popolare perché hanno cannibalizzato il calcio a livello nazionale o continentale, ma giocano un calcio spettacolare, di altissima estetica. Ci sono calciatori che nessuno vorrebbe come amici, ma che dentro le quattro linee del campo sono artisti della classe più elevata. Infine, ci sono vittorie storiche davanti alle quali non si sa se gioire per i protagonisti – calciatori, allenatori, persino i popoli che rappresentano – o interrogarsi su quali forze esterne si appropriano di quel trionfo.
Nell’attuale situazione politica mondiale, segnata da uno scontro famelico tra due mondi imperialisti, una figura la cui portata può far sorgere dubbi sul grado di ammirazione da riservare al suo impatto sul calcio globale è quella di Oleg Blokhin. Purtroppo, spesso il bisogno di collegare la simpatia calcistica con un’adesione ideologica – momentanea o permanente – offusca il riconoscimento dell’influenza che ogni calciatore ha avuto e del contesto entro cui ha potuto esprimere il proprio talento. Per questo motivo, in questo testo cercherò di raccontare la storia calcistica e personale di Blokhin in modo aderente ai dati del suo tempo, e non secondo le letture contingenti della Storia, come spesso accade nei media e nelle varie rubriche.
Blokhin fu forse il più grande gioiello calcistico dell’Unione Sovietica, legando il suo nome alla Nazionale di quel Paese, ma è anche una delle figure più importanti del calcio ucraino, non tanto come calciatore in attività, quanto come tecnico e, ancora di più, come stella veterana. Il fatto che i due Paesi di Blokhin – l’Ucraina e l’ex URSS – siano legati anche a un terzo, la Russia, con la quale l’Ucraina è oggi in guerra, è un elemento da non trascurare. Tuttavia, va inquadrato nella giusta dimensione, per permettere una lettura corretta del passato e un’analisi dell’impatto storico su un arco temporale più ampio. Del resto, il tono necessario dell’epoca lo fornisce questa stessa introduzione.

L’arrivo di Valeriy Lobanovskyi alla Dynamo avrebbe lanciato alle stelle i successi del club e, a livello personale, anche quelli di Blokhin. Lobanovskyi, che concepiva il calcio come un sistema caotico analizzabile matematicamente – purché si tenesse conto quantitativamente del rendimento specifico di ogni calciatore – potenziò l’Istituto Scientifico della Dynamo, dando vita a una rivoluzione sulla quale si è in gran parte fondata tutta l’evoluzione successiva degli analyticscalcistici. Blokhin fu così il miglior calciatore di una squadra che ebbe il privilegio di essere la prima a usare metodi moderni che sarebbero poi stati adottati gradualmente nel calcio mondiale.
Giocando come seconda punta, grazie alla sua capacità di frantumare le difese avversarie con una velocità devastante, Blokhin segnava indifferentemente con entrambi i piedi e poteva agevolmente agire anche da centravanti puro o da trequartista. Tuttavia, furono le sue incursioni, per lo più sulla fascia sinistra, a fare storia e a definire il suo stile personale.
Quella squadra della Dynamo, già in grande forma sin dai tempi di Maslov, migliorava costantemente, lasciando intendere che forse non aveva limiti. Nel 1972 e nel 1973, con Blokhin capocannoniere, chiuse al secondo posto, mentre nel 1974 e 1975 vinse il campionato e lui si confermò ancora miglior marcatore.
Nel 1974, la Dynamo vinse anche la Coppa nazionale, superando la Zorya Voroshilovgrad per 3-0 ai supplementari, conquistando così il pass per la Coppa delle Coppe 1974-75. In quella competizione europea si sarebbero dispiegate le caratteristiche della squadra di Lobanovskyi, e Blokhin sarebbe diventato celebre anche nel mondo occidentale, che raramente seguiva i campionati dei Paesi socialisti, soprattutto in un’epoca in cui era difficilissimo accedere a contenuti calcistici internazionali.
Al primo turno la Dynamo affrontò il CSKA Sofia, battendolo due volte per 1-0. Al secondo turno, però, l’ostacolo fu ben più arduo: la vincitrice della Coppa di Germania Ovest, l’Eintracht Francoforte. La Dynamo vinse al Waldstadion per 2-3, rimontando lo svantaggio iniziale, con Blokhin autore del secondo gol; e al ritorno a Kiev vinse ancora, stavolta per 2-1, conquistando l’accesso ai quarti. Lì affrontò il Bursaspor, battendolo in entrambe le sfide: 0-1 in trasferta e 2-0 in casa.
Ma la partita simbolo di quella squadra fu quella del 9 aprile 1975, contro il PSV Eindhoven, per la semifinale d’andata. In quella stagione, il fortissimo PSV vinse il titolo in Olanda, in uno dei periodi d’oro del calcio olandese. Nelle sue fila militavano i fratelli van Der Kerkhof, uno dei quali, René, aveva disputato anche la finale del Mondiale 1974 in una squadra dominata da ex giocatori dell’Ajax, che proprio allora cominciava a disgregarsi. La Dynamo, strepitosa, travolse il PSV per 3-0 con reti di Kolotov, Onyschenko e Blokhin: i tre formarono un autentico trio d’assalto in quella competizione. Al ritorno, il PSV vinse 2-1, ma la Dynamo si qualificò per la grande finale.
La finale si giocò il 14 maggio allo Stadio St. Jakob di Basilea. La Dynamo di Lobanovskyi diede spettacolo, annientando il Ferencváros con un secco 3-0. I primi due gol furono di Onyschenko e il terzo di Blokhin. Fu il primo titolo europeo conquistato da un club sovietico, e Kiev divenne la capitale naturale del calcio nazionale. Fu il trionfo dell’innovazione basata su un sistema di organizzazione sportiva sostenuto da istituzioni statali, che permise a Maslov e Lobanovskyi di sviluppare una visione del tutto nuova nella gestione del club, nella crescita della squadra, degli atleti e della strategia tattica. Fu anche il secondo trionfo consecutivo di un club di un Paese socialista, dopo la vittoria del Magdeburgo della Repubblica Democratica Tedesca.
Se i successi in Coppa delle Coppe furono l’apoteosi del modernismo introdotto nel calcio da Lobanovskyi, nella Supercoppa Europea contro il Bayern Monaco, Blokhin lasciò un’altra impronta indelebile. Nella gara d’andata all’Olympiastadion, Blokhin regalò la vittoria alla sua squadra con un gol destinato alla storia. Superando chiunque tentasse di marcarlo – persino Beckenbauer – dalla sinistra entrò da solo in area tedesca e, con la palla incollata ai piedi, segnò lasciando i giocatori e i tifosi tedeschi esterrefatti. Nel ritorno a Kiev, Blokhin segnò altri due gol, completando il trionfo e portando a Kiev un altro titolo europeo nel giro di pochi mesi.
In quella partita sembrava una squadra da solo. L’intero assetto difensivo (non solo la linea arretrata) del Bayern era concentrato su di lui per provare a fermarlo, ma i suoi dribbling lasciavano uno dopo l’altro i tedeschi sul prato. Blokhin era in grado di affrontare qualsiasi difesa, persino quella dei Campioni d’Europa.
Blokhin, all’interno di questo trionfo, fu il primo violino, il “re”, come venne poi consacrato nella tradizione del suo Paese; lo “zar” per tutti gli altri popoli, che vedevano un biondo attaccante ultra-veloce seminare il terrore nelle difese europee. Il suo stile unico era capace di emozionare chiunque lo guardasse in televisione – purtroppo nelle poche occasioni in cui ciò era possibile. Tuttavia, proprio in quell’anno, Blokhin avrebbe vinto, per tutto questo, anche il massimo riconoscimento che potesse essere assegnato a un calciatore europeo: il Pallone d’Oro, che all’epoca veniva ancora attribuito esclusivamente a giocatori europei dal periodico francese France Football.

Dopo il campionato del 1975, Lobanovskyi assunse anche la guida dell’URSS. Tuttavia, il rendimento dei campioni non proseguì sugli stessi livelli. Gli stessi risultati si riflettono anche nelle statistiche personali di Blokhin. Nel 1976, però, la partecipazione di entrambi ai Giochi Olimpici portò una medaglia di bronzo, poiché l’Unione Sovietica vinse la finale per il terzo posto a Montréal contro il Brasile. In quella competizione, Blokhin segnò una sola rete, contro la Corea del Nord.

Nel 1977 la Dynamo vinse nuovamente il campionato, con Blokhin che fu proclamato capocannoniere della stagione per l’ultima volta, mentre altri due titoli consecutivi arrivarono nel 1980 e nel 1981. La perdita del campionato nel 1982 allontanò Lobanovskyi, che assunse, stavolta in via esclusiva, la guida della nazionale. L’Unione Sovietica, che era stata esclusa dal Mondiale del 1974 per essersi rifiutata di giocare lo spareggio contro il Cile allo Stadio Olimpico di Santiago – poiché lo stadio era stato trasformato in campo di tortura per gli oppositori del regime di Pinochet – aveva mancato anche la qualificazione per il Mondiale del 1978 in Argentina. Così, il ritorno al Mondiale in Germania fu la prima partecipazione della nazionale sovietica a una grande competizione dopo dieci anni. Sui campi di Spagna, Blokhin era senza dubbio la sua grande stella.
Nel cammino verso il Mondiale, Blokhin aveva segnato in entrambe le partite contro la Turchia, nella gara casalinga contro il Galles e, infine, a Praga, dove il suo gol al 14° minuto contro la Cecoslovacchia consegnò virtualmente il primo posto del girone ai sovietici.
Nel Gruppo 6, ospitato a Siviglia e Malaga, l’URSS iniziò contro il Brasile, in una partita in cui Blokhin lasciò ancora una volta una serie di highlights entrati nella storia del calcio mondiale. Tuttavia, la sua squadra fu sconfitta, e dovette poi battere la Nuova Zelanda per 3-0 (con Blokhin autore del secondo gol) e pareggiare con la Scozia in una gara folle, dove entrambe le squadre segnarono negli ultimi dieci minuti. Così, l’Unione Sovietica si qualificò per la seconda fase a gironi. Lì, nella prima partita, sconfisse il Belgio 1-0 al Camp Nou, ma lo 0-0 contro la Polonia, sempre a Barcellona tre giorni dopo, le negò l’accesso alle semifinali.
Nello stesso anno, Blokhin prese parte anche alla selezione della Rappresentativa d’Europa, che affrontò la Selezione del Mondo in una partita organizzata per sostenere l’UNICEF, disputata allo stadio dei Giants a New York.
Negli anni successivi, Blokhin continuò a giocare per la Dynamo, senza Lobanovskyi, che sarebbe tornato nel 1985 per riportarla di nuovo in vetta. Nella stagione 1985-86 la Dynamo partecipò nuovamente alla Coppa delle Coppe, scrivendo un’altra pagina d’oro della propria storia. Al primo turno superò l’Utrecht, perdendo 2-1 in trasferta ma ribaltando il risultato con un netto 4-1 a Kiev, in una partita in cui Blokhin pareggiò i conti al 10° minuto. L’Universitatea Craiova si rivelò un avversario più agevole: 2-2 fuori casa e 3-0 a Kiev, per una qualificazione sicura.
Ai quarti di finale, la Dynamo fece una dimostrazione di forza contro il Rapid Vienna, segnando 4 gol in trasferta e 5 in casa, ottenendo così l’accesso alla semifinale contro la squadra più rappresentativa del calcio cecoslovacco in epoca socialista. Contro la Dukla Praga, la Dynamo vinse 3-0 a Kiev con una doppietta di Blokhin, mentre l’1-1 a Praga sancì la qualificazione alla grande finale.

Il 2 maggio 1986, allo Stade de Gerland di Lione, la Dynamo di Lobanovskyi – con Blokhin a rappresentarne l’ingranaggio più prezioso – offrì una vera lezione di modernismo calcistico socialista. Blokhin segnò il secondo dei tre gol della Dynamo, una rete che è una gemma nella storia mondiale del calcio, non per la dimostrazione di tecnica individuale, ma per il modo in cui una squadra fa circolare il pallone sul campo, sfruttando al massimo l’analisi geometrica del gioco per arrivare alla realizzazione. In quel caso, Blokhin fu il destinatario di un’azione prodigiosa iniziata sulla fascia sinistra, ma concluse con un tocco magistrale: un piatto sinistro che finalizzava il prodotto della rivoluzione di Lobanovskyi.
Poche settimane più tardi, sui campi del Messico, l’Unione Sovietica presentava una squadra ancora più forte di quella del 1982, con l’obiettivo di ottenere un risultato importante. Inserita nel Gruppo 3 a León, iniziò il suo cammino con un incredibile 6-0 contro l’Ungheria, anche se Blokhin non prese parte a quella partita. Nella seconda gara, contro la Francia, Blokhin entrò in campo al 58° minuto e il match terminò 1-1. Nella terza partita, però, Blokhin giocò da titolare e da capitano contro il Canada, segnando al 58° minuto il gol che aprì le marcature, in una vittoria per 2-0 dell’URSS. L’Unione Sovietica si qualificò al secondo turno come prima del girone, dove avrebbe affrontato il Belgio. In una partita in cui Blokhin non giocò, con un punteggio altalenante e un arbitraggio memorabilmente disastroso, l’URSS perse la qualificazione ai supplementari.
Blokhin giocò ancora una stagione con la Dynamo, per concludere il capitolo della sua carriera nella squadra che lo aveva cresciuto con lo straordinario record di 585 presenze e 280 gol. Di questi, 211 furono segnati in campionato, 31 in Coppa e 34 nelle competizioni europee (266 in gare ufficiali). Con questi numeri, Blokhin è ancora oggi il miglior marcatore della storia del club e il secondo per numero di presenze, dietro a Oleksandr Shovkovskyi.

Con la nazionale, Blokhin segnò in totale 42 gol e collezionò 112 presenze, figurando per sempre nella storia come il miglior marcatore e il recordman di presenze della squadra della più grande nazione mai esistita sulla Terra nel XX secolo.
Nell’estate del 1987, Blokhin si trasferì alla squadra austriaca Vorwärts, con cui giocò per due stagioni, mentre l’ultima annata della sua carriera la disputò con i colori dell’Aris Limassol, segnando 7 gol in 28 presenze ufficiali.
Di fatto, Blokhin si era già ritirato dal calcio competitivo, e la sua partita d’addio si tenne a Kiev il 28 giugno 1989. Lo stesso giorno, in un concerto organizzato per l’occasione presso il Palazzo dello Sport della capitale ucraina, Tamara Gverdtsiteli cantò la canzone Vivat, Korol! (Evviva il Re), scritta per Blokhin da Yuri Rybchinsky e Gennady Tatarchenko. I versi sono emblematici della portata della sua personalità calcistica e dell’impatto che ebbe sui cittadini ucraini e sovietici in generale:
“La vita è teatro” – disse Shakespeare –
“E noi siamo solo attori”.
Cuori trafitti che giocano,
Scatenano risse e giubilo.
Per il tuo gioco pieno d’anima,
Il popolo ti ha incoronato.
E persino il tuo nemico diceva, a volte,
Nascondendo la sua paura, che tu sei il re,
Che tu – sei il re!
Evviva il re, evviva! Evviva il re!
Non conoscevi riposo,
Senza cannoni né soldati – solo col tuo gioco –
Hai conquistato Paesi.
E hai conquistato anche me perché eri fedele,
Perché eri te stesso.
E il tuo amore non era un gioco,
Un gioco vuoto.
Evviva il re, evviva! Evviva il re!
Eri te stesso!
Evviva il re, evviva! Evviva il re!
Evviva amore mio!
Solo con me condividevi
Dolori e sofferenze.
Ma agli altri davi sempre
L’oro della vittoria.
Giocavi con tale maestria, eri un artista,
E ora è il tuo ultimo spettacolo!
Giocavi con tale maestria, eri il re,
E ora il ruolo è vuoto,
Il ruolo è vuoto.
Addio, re, addio! Addio, re!
Tutti ti cantano.
Che peccato: maggio non dura, né il tuono,
Il tuono degli applausi.
I tuoi occhi sono pieni di tristezza,
E il cuore fa male.
E tutti si rattristano.
Addio, re, addio! Oggi è tuo
L’ultimo pallone!
Addio, re, addio! Addio, re!
Oggi ti separi dal gioco!
Addio, re, addio! Addio, re!
Ora sei solo mio!
Addio, re, addio! Addio, re!
Non piangere, amore mio, non rattristarti!
Addio, re, addio! Addio, re!
Non ti saluto da solo!
Negli anni ’90, Blokhin passò da una serie di club greci come allenatore, iniziando dall’Olympiakos e proseguendo con due esperienze alla guida del PAOK, due anche con lo Ionikos, e infine con l’AEK. Nello stesso periodo, essendo ancora membro del Partito Comunista d’Ucraina – erede del PCUS nella neonata repubblica borghese – fu eletto membro del Parlamento con il partito Gromada nel 1998 e nel 2002, prima di passare successivamente nelle file del Partito Socialdemocratico d’Ucraina.
Nel 2003 assunse la guida tecnica della nazionale ucraina, portandola alla sua prima partecipazione in un Campionato del Mondo. Sui campi di Germania, l’Ucraina di Blokhin iniziò male, con una sconfitta per 4-0 contro la Spagna, ma ottenne la qualificazione agli ottavi con due vittorie: 4-0 contro l’Arabia Saudita e 1-0 contro la Tunisia. Lì, dopo uno 0-0 ai tempi regolamentari, superò la Svizzera ai rigori, con gli elvetici che fallirono tutti e tre i tentativi! Ai quarti, però, l’Italia – che sarebbe poi diventata campione del mondo – si rivelò un ostacolo troppo grande, imponendosi per 3-0 e ponendo fine a un cammino comunque eccellente per l’Ucraina nella sua prima apparizione nella competizione.
Blokhin tornò sulla panchina della nazionale nel 2011, senza però grandi risultati, mentre nel 2012 assunse la guida della Dynamo Kiev per due stagioni. Questa fu anche la sua ultima esperienza su una panchina, sia di club sia di nazionale. Negli ultimi anni, Blokhin è apparso di tanto in tanto come commentatore calcistico, rimanendo una figura immensa non solo per il suo Paese. Più di recente, com’era prevedibile, si è espresso pubblicamente in occasione dell’invasione russa dell’Ucraina, distinguendo, in una sua dichiarazione, tra i cittadini del Paese e lo Stato che ha condotto la guerra contro la sua seconda patria per ordine cronologico.
L’influenza di Blokhin ovviamente non si limita ai traguardi raggiunti sul campo. Oltre alla celebre canzone dedicata al suo addio al calcio, esiste un fan club a lui intitolato in Ucraina, e sono numerose le biografie che gli sono state dedicate, a partire già dagli anni ’80. Nel 2017, un documentario dal titolo Il miglior calciatore d’Europa ha reso omaggio ai tre ucraini che hanno vinto il Pallone d’Oro: Blokhin (1975), Belanov (1986) e Shevchenko (2004).

Ma il segno più grande lasciato nella storia da Blokhin è quella figura che doma l’erba e il vento, con i capelli biondi che sventolano e, fermati nell’istante da una fotografia, sembrano la statua modernista di un corridore che imprime la propria traccia nel tempo. Con movimenti che sembrano danza, tra le gambe degli avversari, Blokhin appare come sospeso, come se giocasse in un’altra dimensione, dove nessuno può fermarlo. Questo stile regale, che gli valse anche il soprannome di Zar, è la sua immagine nella bibbia del fútbol. Ma, più di ogni altra cosa, è il fatto che il suo volto è il primo che viene in mente quando si pensa a quella maglia rossa, con le quattro lettere bianche sul petto: CCCP.

