Nel pomeriggio di mercoledì 25 novembre 1953, 150.000 spettatori lasciarono il Wembley dopo aver assistito a una delle partite che influenzarono maggiormente l’evoluzione del calcio mondiale. Come avviene di solito in questi casi, forse pochi furono in grado di cogliere l’importanza storica di ciò che si era svolto sotto i loro occhi; tuttavia, ancora meno sono oggi, a più di mezzo secolo di distanza, quelli che collocano l’evento nella sua reale dimensione. La sconfitta dell’Inghilterra a Wembley rimase nella storia, non solo perché fu una sconfitta pesante, ma soprattutto perché arrivò in una partita che l’Inghilterra, per la prima volta, aveva bisogno di vincere, al fine di difendere la propria egemonia nello sport in quanto madre della disciplina. Certo, tale supremazia forse era già stata persa, poiché al Mondiale del 1950 la nazionale inglese era stata battuta dagli Stati Uniti e dalla Spagna; tuttavia, quella non era considerata una competizione di grande prestigio secondo le concezioni allora dominanti oltremanica. L’Inghilterra aveva inoltre perso diverse partite contro altre squadre del Regno Unito, in particolare contro il combination game della Scozia nel cosiddetto Home Championship, e non erano mancati gli insuccessi in campi europei. Questa, tuttavia, fu la prima volta che una nazionale dell’Europa continentale vinse in territorio inglese, in una partita che era stata elevata a questione nazionale prima ancora del suo svolgimento.
Pochi mesi dopo, il 23 maggio 1954, nell’ultima partita tra le due squadre prima del successivo Mondiale in Svizzera, gli ungheresi, davanti a un pubblico altrettanto straordinario, ripeterono l’impresa, vincendo questa volta per 7-1 contro gli inglesi, sancendo così la superiorità del calcio europeo continentale su quello del Paese che aveva dato i natali allo sport. Cercando le radici di questa supremazia del calcio continentale su quello inglese nella prima metà del XX secolo, si possono individuare altri due risultati, a livello di club, che dimostravano come il calcio stesse evolvendo più rapidamente in un’altra parte del continente. Il primo è la storica prima vittoria di un club europeo contro uno inglese, ottenuta il 20 maggio 1909, quando il Sunderland, classificatosi terzo nel campionato inglese e in tour in Europa Centrale, fu sconfitto per 2-1 dal Wiener Athletic Club. Forse di ancor maggiore importanza fu però la sconfitta del Chelsea nella finale del Torneo Internazionale dell’Esposizione di Parigi, organizzato una sola volta, nel 1937. A questo torneo presero parte squadre provenienti dai principali campionati europei dell’epoca, con il Chelsea a rappresentare la Football League, pur avendo terminato all’undicesimo posto in patria. Dopo aver avuto la meglio sulla Marseille ai quarti di finale grazie al sorteggio della monetina, e battuto con un netto 2-0 una grande potenza dell’epoca, l’Austria Vienna, il Chelsea affrontò in finale il Bologna di Árpád Weisz, dal quale fu sconfitto per 4-1.
Tutti questi risultati hanno un denominatore comune: le squadre che sconfissero le corrispondenti inglesi provenivano da una regione geografica che sviluppò il calcio in modo diverso rispetto all’evoluzione che aveva in Inghilterra, introducendo nuove concezioni sia nel gioco sia nella cultura sportiva in generale, che costituirono di fatto la base per lo sviluppo del calcio europeo moderno. Questa scuola calcistica, passata alla storia con il nome di “Scuola del Danubio”, richiamando l’omonima corrente pittorica del XVI secolo, rappresenta la radice di tutto il calcio europeo del XX e XXI secolo, influenzando anche l’America Latina.
La distanza temporale e i mezzi tecnici dell’epoca non hanno lasciato molte tracce sulla fisionomia del gioco nei Paesi dell’Europa Centrale, e i nomi dei protagonisti di questa storia sono ormai dispersi tra libri e ritagli di giornale, poiché persino la maggior parte dei testimoni oculari delle loro imprese non è più in vita. Tuttavia, rievocare e mettere in luce questa storia particolare del calcio europeo è un lavoro necessario per poterla comprendere appieno.
L’espansione calcistica
Nel novembre del 1895, l’Europa ricorda una pentola che sobbolle, colma di tensioni politiche e sociali. La grande potenza liberale dell’epoca, la Francia, è scossa dall’Affare Dreyfus, un evento spartiacque nell’emergere dell’antisemitismo europeo moderno, mentre pochi mesi prima ha firmato un patto di alleanza con la Russia zarista, primo segnale del grande scontro fra i nuovi Stati nazionali e le antiche monarchie plurinazionali. Nell’Impero austro-ungarico, erede di fatto della secolare monarchia asburgica, fermenti simili hanno cominciato a svilupparsi, mettendo in discussione la coesione di uno Stato con decine di minoranze etniche e linguistiche nel suo territorio. La leadership dell’Impero, guidata dall’imperatore Francesco Giuseppe I, ha come ideologia l’imposizione dell’antico ordine all’interno, perseguendo la stessa linea anche nelle questioni internazionali europee.
Sul piano economico ciò significa che una parte consistente dell’Impero rimane in gran misura legata alla produzione agricola, mentre la rivoluzione industriale e il conseguente sviluppo del proletariato urbano si concentrano nelle grandi città: Vienna, Praga e Budapest. Nella stessa epoca in cui, nell’Inghilterra vittoriana, i sindacati dei lavoratori si rafforzano e il dibattito ideologico si sviluppa sul piano della questione di classe, il movimento operaio austro-ungarico è frammentato, guidato dalle rispettive ambizioni nazionali. Ciò non significa, tuttavia, che mancasse lo sviluppo di un movimento a orientamento di classe; il risultato fu che, in particolare in queste grandi città, si creò all’interno della classe operaia un miscuglio esplosivo, foriero di conflitti a ogni livello: nazionale e di classe.

A mezzogiorno di giovedì 15 novembre 1895, tuttavia, nella villa del barone Nathaniel von Rothschild, rampollo della nota famiglia di banchieri di origine ebraica, nei sobborghi di Vienna, l’atmosfera è ben diversa. Nel vasto giardino della villa, la squadra di un neonato club sportivo, il Vienna Cricket and Football Club, affronta la squadra dei giardinieri scozzesi, la First Vienna Football Club. Entrambe le società erano state fondate solo pochi mesi prima: la First, come suggerisce il nome, aveva conquistato la primogenitura nella storia calcistica della città il 22 agosto, mentre, secondo lo statuto, il giorno successivo, il 23 agosto, nacque il Vienna Cricket and Football Club.
Nel grande giardino dei Rothschild, i calciatori delle due squadre non sono soli: la partita è seguita da una porzione significativa dell’élite viennese, composta sia da imprenditori e nobili locali, sia da diplomatici e, in particolare, da residenti britannici a Vienna. Per la classe dirigente dell’Impero, infatti, il contatto con lo sport inglese significava avvicinarsi alla cultura britannica, che essa cercava di imitare e assimilare. Questo bisogno della classe dominante si rivelava naturalmente favorevole allo sviluppo dello sport nel cuore del Vecchio Continente.
Vienna e il prato della villa dei Rothschild non sono però l’unico luogo in cui il calcio trova terreno fertile per svilupparsi. A Budapest si registra la prima partita tra il locale Cricket Club e la Budapesti Torna Club (BTC) il 9 maggio 1897; a Praga, i due grandi club della città, la nazionale Slavia e la proletaria Sparta, incorporano il calcio nella loro attività polisportiva; mentre, nel dicembre 1893, il club nautico Regatta, fondato da ebrei germanofoni della città, affronta, nella prima partita documentata della storia locale, la Viktoria Berlin, una delle prime società calcistiche tedesche, a sua volta fondata da inglesi e britannici appartenenti all’élite diplomatica e industriale della città.
La partita di calcio nella villa dei Rothschild, anche se non fu la prima del suo genere, ha un grande valore simbolico per quanto riguarda il modo in cui il calcio si diffuse al di fuori dell’Impero britannico. In questa parte del mondo, i britannici non costituivano la classe dirigente coloniale; tuttavia, le attività economiche e diplomatiche del Regno Unito avevano portato all’insediamento di inglesi come tecnici specializzati, ingegneri, commercianti, impiegati di banca, marinai, insegnanti e diplomatici in ogni angolo del pianeta. Lo stesso avveniva anche nel continente europeo, dove vi era un’intensa presenza di investimenti e scambi commerciali britannici. I settori dell’economia che registravano la presenza più marcata erano anche quelli che rappresentavano campi privilegiati per l’esportazione di know-how, come le ferrovie, la navigazione, le assicurazioni e gli istituti finanziari. Così, un vero e proprio esercito britannico, composto sia da lavoratori specializzati, capaci di organizzare club e istituzioni, sia da manodopera non qualificata, animata dal semplice desiderio di svago che ispirava l’organizzazione di partite di calcio, costituì il terreno fertile per lo sviluppo del calcio in Europa e in tutto il mondo.

Questa diffusione del calcio al di fuori dell’Impero era però diametralmente opposta allo sviluppo della cultura sportiva nelle colonie britanniche — una differenza che ha lasciato il segno sulla mappa sportiva mondiale fino ai giorni nostri. Nelle colonie, come l’India, l’Australia o il Sudafrica, gli sport arrivavano principalmente attraverso la presenza militare, le amministrazioni coloniali e i missionari cristiani, come parte di una missione morale e disciplinare. In questi Paesi prosperarono quindi soprattutto i cosiddetti gentleman’s sports, come il cricket e il rugby, più in linea con quello spirito di disciplina, ordine e abnegazione. Al contrario, il calcio — che, nella stessa madrepatria, era ormai sfuggito al controllo dell’élite, abbracciando sempre più le masse operaie per una serie di ragioni, come la semplicità della sua pratica e la facilità di giocarlo in un contesto urbano — si diffuse più facilmente grazie all’eterogeneo mix di lavoratori britannici di ogni livello di specializzazione, ed era più facilmente imitabile e assimilabile dalle popolazioni locali. Ciò, tuttavia, non significa che diventò immediatamente lo sport di massa che conosciamo. La trasfusione della cultura calcistica fu favorita in maniera decisiva dalle élite locali, che, attraverso la loro partecipazione alla cultura sportiva britannica, miravano ad avvicinarsi allo stile di vita inglese, considerato un elemento di progresso e una base per la modernizzazione.
Le élite locali partecipavano, sia come atleti sia come dirigenti, allo sviluppo della cultura calcistica, in collaborazione con gli esperti britannici del gioco. Fu così che nacquero i primi grandi club europei, i quali portavano nomi che richiamavano il loro legame con la Gran Bretagna o con la sua cultura. Ne sono esempi emblematici le prime squadre di Vienna, con le denominazioni inglesi First Vienna e Vienna Cricket and Football Club. Esempi analoghi si trovano in altri Paesi: il Milan e il Genoa, ad esempio, conservano ancora oggi le denominazioni inglesi delle loro città, essendo stati fondati da immigrati britannici nell’Italia settentrionale. Nomi come Sporting Club, Athletic Club e Foot-ball and Cricket Club testimoniano ancora oggi il diretto coinvolgimento britannico nella fondazione dei club calcistici, che fossero stati creati da britannici con partecipazione esclusiva dei connazionali, oppure da un’iniziativa congiunta tra le élite locali e gli elementi britannici presenti nelle rispettive società.
L’assimilazione in Europa Centrale
Tra tutti i Paesi europei, molti dei quali costituivano giovani Stati nazionali in formazione, l’Austria-Ungheria era quello che riuniva una serie di caratteristiche tali da permettere un rapido sviluppo della nuova pratica sportiva, con ritmi comparativamente più veloci. Forse l’elemento più importante era l’assenza di un’identità nazionale unitaria che, pur essendo causa di conflitti interni, fungeva al tempo stesso da base per una certa tolleranza nell’assimilare elementi culturali provenienti dall’esterno. Nello stesso periodo, ad esempio, in Francia l’insieme delle attività si uniformava al motto della “repubblica una e indivisibile”, mentre nei Paesi danubiani si assisteva a un fervore di club calcistici emergenti che incorporavano, a seconda dei casi, l’adesione ai modelli britannici, l’identità nazionale o la rappresentanza di classe. Se confrontiamo questo contesto con quello della Gran Bretagna, dove i club di calcio erano caratterizzati principalmente dal retroterra sociale e dal profilo dei propri sostenitori, la convivenza multilingue e multietnica di tedeschi, ungheresi, cechi, slovacchi, croati, serbi, rumeni, italiani, ebrei e polacchi aggiungeva un ulteriore elemento destinato a giocare un ruolo determinante nell’evoluzione della cultura calcistica.
Gli effetti di questa diversità linguistica ed etnica si colgono soprattutto nella geografia calcistica delle grandi città austro-ungariche, ovvero Vienna, Budapest e Praga. A Vienna, oltre ai due primi club di ispirazione britannica, enorme fu il contributo allo sviluppo calcistico locale dei club ebraici come l’Hakoah e il Wiener Amateur, poi rinominato Austria, così come della squadra operaia Rapid. A Budapest, la Budapesti Torna, primo club calcistico del Paese, trovò presto la propria rivale locale con la fondazione della patriottica, cristiana e operaia Ferencváros, che aveva soprattutto una base germanofona, e della liberale, ebraica e cosmopolita MTK. A Praga, oltre alla nazionale Slavia e alla squadra operaia Sparta, vi era la squadra dell’élite tedesca, la DFC Prag, mentre la cultura sportiva nazionale del Sokol — una forma di ginnastica — fu assimilata nella metodologia relativa allo sviluppo calcistico.
Un esempio particolare, per quanto riguarda il contributo della convivenza multiculturale, era rappresentato anche dall’Italia, che in quel periodo entrò a far parte di questo insieme calcistico centroeuropeo. Pur essendo uno Stato nazionale nato dal processo di liberazione del Risorgimento nel 1861, l’Italia settentrionale conservava ancora la frammentazione delle lingue locali e dei modelli culturali, una caratteristica che, in una certa misura, segna l’evoluzione sociale del Paese fino ai giorni nostri. Per secoli, le diverse città italiane non erano state soltanto parti di Stati differenti, ma vere e proprie entità geografiche indipendenti, la cui evoluzione sociale era determinata dall’autorità che di volta in volta le conquistava. Questa particolare decentralizzazione e la parallela presenza di un forte localismo, espresso attraverso l’orgoglio per la propria città piuttosto che per la nazione, crearono un contesto simile in cui i club calcistici potevano crescere rapidamente, rappresentando qualcosa di più di un quartiere o di una fabbrica, come inizialmente accadeva in Gran Bretagna. Inoltre, mentre l’apertura industriale del triangolo Torino–Milano–Genova intensificava gli scambi culturali con l’elemento britannico, la tradizione accademica di altre città, come Bologna e Firenze, favoriva il contatto con un più ampio ventaglio di elementi culturali europei, aspetto che si riflette anche nella trionfale storia calcistica internazionale della prima città universitaria nella prima metà del XX secolo.

Questi fattori, oltre a facilitare lo scambio di conoscenze calcistiche grazie alla convivenza, crearono anche una cultura calcistica peculiare. Le forti implicazioni sociali dello sport ne costituirono la base per svilupparsi anche come campo di confronto ideologico e dunque intellettuale. Questo fatto, che dissociava uno sport dall’esclusività dell’attività fisica, attirò una parte significativa di intellettuali, i quali vi si interessarono poiché lo consideravano un elemento di progresso culturale e di modernizzazione, e non una semplice e volgare attività ricreativa. La partecipazione dell’élite alla creazione di club e istituzioni calcistiche era indispensabile affinché si creassero le condizioni materiali, nel quadro politico dell’epoca, per lo sviluppo del calcio. Il necessario finanziamento, l’utilizzo di spazi adeguati, il trasferimento delle squadre da un luogo all’altro, lo sviluppo di tutte le infrastrutture collegate: tutto ciò richiedeva il contributo degli strati sociali più elevati, che, nel contesto ideologico del tempo, potevano investire nella crescita dello sport.
Ma lo sviluppo della particolare cultura calcistica dell’Europa Centrale non si fondava soltanto sul sostegno materiale dell’élite. Lo sport britannico divenne oggetto di discussioni, analisi e persino riflessioni all’interno delle città, prima ancora che il campo di gioco diventasse lo spazio in cui queste elaborazioni trovassero espressione. Un esempio emblematico di tale processo era Vienna, che agli inizi del XX secolo era una metropoli di scambio di idee. È significativo il fatto che nella capitale austriaca, in quegli anni, vivessero contemporaneamente e a distanza molto ravvicinata figure come Sigmund Freud, i pensatori del cosiddetto Circolo di Vienna, gli scrittori Zweig, Schnitzler, Kraus e Altenberg, gli artisti Klimt, Schiele, Schoenberg e Mahler, nonché Trotsky e Stalin. Queste eminenti personalità della scena culturale e politica si incontravano nei celebri caffè della città, che erano luoghi di produzione di idee, fermento intellettuale e confronto culturale. Dal Café Central al Griensteidl e all’Herrenhof, questi spazi costituirono il laboratorio invisibile del modernismo viennese. Qui nacquero discussioni sulle teorie dell’inconscio, sulla frammentazione dell’io, sulla fine del romanticismo e l’inizio del modernismo, così come sulle grandi rivoluzioni del secolo che stava iniziando.

A differenza della pub, che nel Regno Unito costituì il centro del fermento, con un contributo analogo allo sviluppo di idee riguardanti l’evoluzione della società ma anche la crescita del calcio, il café come spazio offriva una possibilità di approccio diversa a qualsiasi argomento. Nella pub le discussioni avvenivano solitamente con i partecipanti in piedi, in un clima generalmente rumoroso, con un bicchiere di birra in mano. Nei café le stesse conversazioni si svolgevano in un ambiente molto più tranquillo, con le persone sedute a tavoli decorati con un’estetica più curata. La profondità e la complessità delle ricerche intellettuali potevano, in tali condizioni, essere molto maggiori, con il risultato che i loro contenuti non erano strettamente esecutivi, non rispondevano solo a un’esigenza immediata, ma miravano a trasfigurare una posizione ideologica in attività materiale. Oggi pochi sanno che le condizioni che costituirono il seme per alcune delle idee più influenti nella filosofia, nelle scienze, nelle arti e nella teoria rivoluzionaria furono le stesse che generarono il seme della moderna concezione calcistica.
E se Vienna, con i suoi café, era una microcosmo dell’Europa prima della Prima guerra mondiale, dove si producevano cultura e coscienza moderna, allo stesso tempo nei café di Budapest la borghesia liberale — per lo più di origine ebraica — vedeva il calcio come parte della ricerca dell’eccellenza e della propria emancipazione in un contesto di discriminazioni culturali; mentre nelle università di Praga gli studenti sognavano lo sviluppo di una cultura sportiva nazionale; e nel nord industriale italiano i circoli si incontravano nelle birrerie, trasformandole nei luoghi in cui si formavano i nuovi club calcistici multiformi e si analizzava l’identità nazionale dello sport, come specchio di quell’identità nazionale ricercata e incompiuta di uno Stato.

Se però le élite erano la mente direttiva dello sviluppo calcistico, il sangue vitale dello sport era la classe operaia, e la sua partecipazione di massa costituì anche in Europa centrale la causa principale dell’ampliamento della sua portata sociale. I giardinieri scozzesi dei Rothschild furono i portatori del cosiddetto combination game nel nuovo luogo di emigrazione — il modo di giocare scozzese, adottato anche dalle squadre operaie inglesi — e, forse senza aspettarselo, infusero anche i principi fondamentali del metodo di sviluppo della tattica calcistica centroeuropea. Tuttavia, il calcio divenne anche l’attività prediletta della manodopera locale, della gioventù delle città dell’Impero austro-ungarico, che sfruttava ogni spazio e ogni mezzo per calciare un pallone, o qualcosa che gli assomigliasse, e dalle viscere del paesaggio urbano in formazione generava i grandi eroi calcistici del giorno dopo.
La testimonianza storica e artistica più rappresentativa di questo processo si trova nel libro I ragazzi della via Pál di Ferenc Molnár, pubblicato per la prima volta nel 1906 e ambientato nella Budapest del 1889. In questo romanzo giovanile, un gruppo di ragazzi difende come fosse la propria patria uno spazio aperto nel quartiere di Jószefváros, l’8º distretto municipale della città, un’area densamente popolata con una forte componente operaia e piccolo-borghese che fu anche la culla del primo club calcistico ungherese, il Budapesti Torna Club. L’importanza del racconto di Molnár, tuttavia, non riguarda tanto lo sport organizzato, quanto lo spazio stesso in cui questo incontrava i figli della classe operaia. Questo spazio aperto, il grund, era un elemento comune nella geografia della Budapest in ristrutturazione negli anni a cavallo del secolo. Nel romanzo viene esaltato l’eroismo dei ragazzi che lo difendono come luogo del loro gioco, ma nella realtà questi erano i “campi” dei bambini della capitale ungherese, con terreni duri e pietre, che influenzarono lo sviluppo tecnico dei migliori, poi diventati calciatori dei grandi club. I primi scout delle squadre percorrevano i grund per individuare i talenti destinati a cambiare la storia di una grande scuola calcistica nazionale.
Sebbene non vi sia un elemento leggendario equivalente riguardo agli spazi aperti di altre città, i bambini di Vienna trovavano luoghi liberi nei cortili tra palazzi, nei lotti edificabili vuoti e nei magazzini ferroviari situati soprattutto nei quartieri fuori dal Ringstrasse, come Ottakring, Favoriten e Meidling. Allo stesso modo, a Praga, i quartieri operai di Karlín e Žižkov erano pieni di cortili che costituirono la culla dei grandi eroi del calcio ceco.
In questo modo, il calcio era ovunque, abbracciando ogni strato sociale. Nei quartieri operai i bambini giocavano partite spontanee negli spazi aperti; i club di nuova fondazione, con il contributo di intellettuali locali e di immigrati britannici, si organizzavano con statuti, dirigenti e infrastrutture; il talento locale si formava poi in nuovi campi, grandi stadi e impianti ginnici, finché i grandi club che rappresentavano ogni gruppo di classe, etnia o lingua crescevano fino a diventare il riflesso di ciascun orgoglio particolare. I club, inoltre, non si limitavano alle attività calcistiche: oltre a organizzare eventi sociali ricreativi, come le serate danzanti — parte integrante delle attività di ogni club calcistico nel mondo — costruirono clubhouses che fungevano da proseguimento dei café per le discussioni sull’indole e sulla tattica calcistica, mentre organizzavano spesso anche seminari o convegni in cui il dibattito sul quadro ideologico dello sviluppo calcistico trovava terreno fertile per creare un campo culturale calcistico inedito e, come avrebbe dimostrato la storia, prezioso e unico, registrato e diffuso dalla stampa dell’epoca.
Il filo di una trasfusione filosofica
Edward Shires
Cercando le personalità più influenti, che con il loro pensiero e la loro esperienza poliedrica plasmarono il calcio dell’Europa centrale, si dipana un filo che parte da Edward Shires. Nato nel 1878 a Bollington, nel Cheshire, Shires lavorava come impiegato presso la ditta Underwood, produttrice di macchine da scrivere a Manchester. Lì sembra essere entrato in contatto con il combination game, cioè il metodo di gioco scozzese adottato dalle squadre operaie inglesi alla fine del XIX secolo. Tuttavia, all’età di 17 anni, Shires si trasferì con il padre a Vienna, poiché il clima di Manchester era nocivo per la sua salute, e lì, parallelamente alla vendita di macchine da scrivere, si attivò anche nel settore dell’importazione di articoli sportivi.

Questa sua attività e la sua intensa presenza nei circoli britannici di Vienna lo misero in contatto con altri membri dell’élite locale degli immigrati, tra cui Harold William Gandon, con il quale sviluppò un’amicizia personale. Quando Gandon vinse il primo Open austriaco di tennis della storia, disputato a Praga nel 1894, battendo in finale il tedesco Voss, i rappresentanti del club sportivo Regatta — fondato dalla componente di lingua tedesca della metropoli ceca nel 1891 e dotatosi di una sezione calcistica nel 1893 — gli consegnarono una lettera destinata a una squadra di calcio di Vienna, nella quale esprimevano il desiderio di disputare un’amichevole.
Giunto a Vienna, Gandon consegnò la lettera a Shires, il quale decise, a tale scopo, di formare la prima squadra di calcio della città, con il nome First Vienna. Tuttavia, la scelta di questa denominazione mise in luce il fatto che già esisteva in città una squadra con quel nome, fondata dai giardinieri scozzesi dei Rothschild il 22 agosto 1894. Shires entrò dunque in contatto con loro, affinché si potesse innanzitutto disputare la storica partita del 15 novembre contro la squadra interamente britannica del Cricket and Football Club, e in seguito unire le due formazioni per affrontare la Regatta a Praga, vincendo quell’incontro internazionale interclub con il punteggio di 2-1.
John Tait Robertson
Shires divenne una figura di spicco del primo calcio austriaco, arrivando persino a rappresentare la nazionale e a esserne capitano in una partita. Nel 1904, tuttavia, la Underwood decise di trasferirlo a Budapest per sostenere le proprie attività nella parte ungherese dell’Impero. Lì Shires entrò a far parte dell’MTK, un club fondato nel 1888 che aveva istituito la sezione calcistica nel 1901. Presidente dell’MTK dal 1905 era Alfréd Brüll, un industriale di origine ebraica che sarebbe rimasto alla guida della società fino alla Seconda guerra mondiale.

Alla sua prima partecipazione al campionato nazionale ungherese, il Nemzeti Bajnokság, l’MTK si classificò terza, e nella sua seconda stagione si laureò campione. Nello stesso periodo, però, iniziò il primo grande dominio della società operaia germanofona della città, la Ferencváros, che nel giro di un decennio conquistò otto titoli nazionali.
In questo contesto, Shires, ormai dirigente dell’MTK, con il sostegno di Brüll, decise un rafforzamento decisivo della squadra, prendendo come scelta più importante quella di trovare l’allenatore giusto per ridefinire lo stile di gioco. Appassionato di calcio scozzese, basato su passaggi corti e sviluppo collettivo, Shires individuò come scelta ideale per la panchina John Tait Robertson, uno scozzese che, dopo aver vinto tre campionati con i Rangers di Glasgow, aveva assunto il ruolo di giocatore-allenatore al Chelsea, pur dimettendosi prima che il club londinese ottenesse la sua prima promozione nella massima divisione.
Shires contattò Robertson quando questi era viceallenatore al Manchester United e, sfruttando le sue conoscenze nei circoli britannici degli industriali nonché le risorse economiche di Brüll, riuscì a portarlo a Budapest. Nei due anni trascorsi da Robertson all’MTK, non riuscì a strappare il titolo alla Ferencváros, ma vinse per due volte la Coppa d’Ungheria. Il suo contributo, tuttavia, viene considerato ben più rilevante, poiché ristrutturò radicalmente il programma di allenamento e lo stile di gioco, influenzando lo sviluppo del calcio ungherese e centroeuropeo per i decenni successivi e ponendo le basi per il grande salto di qualità che sarebbe seguito.
Jimmy Hogan
Dopo la partenza di Robertson, Shires assunse come allenatore Robert Holmes, calciatore della gloriosa generazione del Preston North End. Holmes aveva vinto il campionato inglese come allenatore del Blackburn nel 1912 e, provenendo dalla stessa scuola calcistica del combination game come il suo predecessore, aiutò l’MTK a raggiungere il trionfo nella stagione 1913-14, conquistando sia il campionato sia la Coppa d’Ungheria. Ma nel 1914, gli sviluppi politici nel Vecchio Continente portarono all’MTK una figura considerata da molti il padre della tattica calcistica – tutte le scuole e le correnti filosofiche comparse nel mondo hanno radici comuni e conducono a lui: Jimmy Hogan.

Hogan nacque nel 1882 a Nelson, nel Lancashire, da una famiglia cattolica irlandese di classe operaia. Crebbe e frequentò la scuola a Burnley, completando gli studi presso il collegio ecclesiastico di St Bede a Manchester, senza però intraprendere la carriera sacerdotale che era il sogno del padre. La sua carriera calcistica iniziò al Rochdale Town, dove giocava come interno d’attacco, per poi trasferirsi al Burnley e, dopo un rapido passaggio nella squadra locale del Nelson, al Fulham, con cui disputò 18 partite. Dopo un brevissimo periodo allo Swindon Town, nel 1908 si trasferì al Bolton, con cui visse un’esperienza che avrebbe cambiato la sua vita e il destino del calcio europeo.
In un’amichevole precampionato, il Bolton affrontò la squadra olandese del Dordrecht. Con una differenza di qualità calcistica tra i due paesi ancora enorme, non fu una sorpresa che il Bolton vincesse 10-0. Tuttavia, questo divario nella concezione del gioco ispirò Hogan ad assumere la guida tecnica del Dordrecht nel 1910, con l’obiettivo di trasmettere i principi del calcio britannico così come si erano formati all’inizio del XX secolo.
Nel biennio alla guida del Dordrecht, Hogan assunse anche la conduzione della nazionale olandese in un’amichevole contro la Germania, vinta 2-1, e la sua fama sembra averlo portato per la prima volta in Austria, dove allenò saltuariamente la Wiener Amateur – la futura Austria Vienna – tra il 1911 e il 1912. Nello stesso periodo, mentre allenava in Olanda e in Austria, continuava a giocare con il Bolton, con cui disputò in totale 54 partite fino al 1913, segnando 18 gol.
I suoi frequenti spostamenti tra i tre paesi non sono del tutto documentati, ma è certo che, allo scoppio della Prima guerra mondiale, tra agosto e settembre del 1914, Hogan si trovava a Vienna. Qui, in quanto suddito britannico, fu arrestato come cittadino di una nazione nemica e posto agli arresti domiciliari. Questo arresto attivò una rete di contatti che comprendeva l’austriaco Hugo Meisl, allora commissario tecnico dell’Austria-Ungheria, i fratelli britannici Blyth – uno dei quali, Ernest, era socio fondatore del Cricket and Football Club – nonché Shires, Brüll e il barone Dirstay per conto dell’MTK, affinché Hogan potesse trasferirsi a Budapest, dove godeva di una libertà relativa e assunse la guida tecnica del club.
Hogan era l’erede ideale della tradizione lasciata da Robertson all’MTK e l’uomo che Shires cercava per costruire la grande squadra dell’epoca, capace di vincere dieci campionati consecutivi, sei dei quali sotto la guida di Hogan. Partendo dalla base del combination game, Hogan insistette nello sviluppo di elementi del tutto sconosciuti al calcio europeo, come il passaggio di prima intenzione, l’abilità nell’uso del pallone con entrambi i piedi, il controllo e il possesso sotto pressione, il coordinamento dei reparti, il pressing collettivo, lo sviluppo corale e la capacità di leggere le opzioni di passaggio in ogni situazione di gioco. In sostanza, Hogan trovò nell’MTK il terreno fertile per sviluppare l’innovazione tattica, poiché era ritenuto, per la sua origine, più esperto e capace di instillare il “giusto” modo di giocare. In Inghilterra, invece, un allenatore godeva di minore libertà personale, anche se il calcio si evolveva più rapidamente grazie a uno sviluppo complessivamente più ampio e di lunga durata, specialmente a livello professionistico.
In quegli anni, quando Hogan attirò per la prima volta l’attenzione degli uomini di calcio, muovendosi principalmente tra Vienna e Budapest (con anche un passaggio in Svizzera, per la squadra degli Young Boys), nacque uno dei legami amichevoli più importanti della storia del calcio.
Hugo Meisl
Una delle figure più influenti nella storia del calcio mondiale, Hugo Meisl considerava Hogan come il Prometeo della filosofia calcistica, la base su cui si sarebbe potuto organizzare il calcio europeo. Meisl era una personalità poliedrica, dotata di straordinari talenti in molti campi, che mise tutti al servizio dello sviluppo calcistico della sua epoca. Nato nel 1881 a Maleschau (Malešov), in Boemia – allora parte dell’Austria-Ungheria – da una famiglia ebraica, si trasferì a Vienna nel 1895, dove iniziò a lavorare come impiegato di banca e giocava come ala d’attacco nel Vienna Cricket and Football Club. Cosmopolita e poliglotta – oltre alla lingua madre tedesca parlava fluentemente inglese, francese e italiano – aveva la capacità di influire a livello internazionale, sviluppando anche una stretta amicizia con alcuni dei più grandi visionari del calcio europeo e mondiale, come il primo presidente della FIFA, Jules Rimet, e Henri Delaunay, ispiratore dello spazio calcistico europeo unificato, che sarebbe poi diventato il primo segretario generale della UEFA.

Meisl incarnava perfettamente la concezione viennese del calcio come sport profondamente ideologizzato, con una particolare e ampia dimensione sociale. Fu l’ideatore e l’artefice principale dell’attuazione di una serie di istituzioni calcistiche che cambiarono il calcio agli inizi del XX secolo e ne definirono l’identità in modo duraturo. Frequentatore assiduo dei café viennesi, era lì che discuteva dell’evoluzione della tattica calcistica, evolvendo anche professionalmente: da impiegato di banca a giornalista, poi segretario generale della Federazione calcistica, quindi arbitro internazionale e infine commissario tecnico dell’Austria-Ungheria nel 1912.
Il suo rapporto con Hogan lo aiutò a dare enfasi allo sviluppo del gioco palla a terra e a gettare le basi per la sua grande opera, che avrebbe lasciato un segno indelebile sul calcio mondiale negli anni fra le due guerre. Sempre in posizioni nevralgiche all’interno della rete internazionale dei dirigenti calcistici, fu lui a portare di fatto per la prima volta Hogan in Austria, quando la federazione tedesca gli chiese un parere sul tecnico britannico per il ruolo di selezionatore. Meisl non lasciò sfuggire l’occasione e, invece di vedere l’ammirato Hogan assumere la guida di una nazionale rivale, gli offrì il posto di allenatore dell’Austria-Ungheria, con l’obiettivo di preparare la squadra per i Giochi Olimpici del 1916, che non si disputarono mai.
Il gioco della storia portò, attraverso questo trasferimento, Hogan a Budapest e all’MTK, mantenendo però un rapporto stretto con Meisl, che parallelamente proseguiva il proprio percorso calcistico a Vienna.
Questa quaterna di figure immense, fondatori della scuola calcistica dell’Europa Centrale – passata alla storia anche come “Scuola del Danubio” – lasciò un segno indelebile nella storia perché esistevano le condizioni che permettevano alla loro opera di dispiegarsi senza ostacoli, sostenuta da enormi forze sociali e da solide premesse materiali. Il calcio, che era passato dai giardini dei nobili alle strade delle città e si era organizzato in impianti moderni che ospitavano i grandi club, nei primi anni del XX secolo si ritrovò a essere giocato in stadi con una capienza di 70 o 80 mila spettatori.
In Austria, il primo istituto calcistico nacque nel 1897: si trattava della Challenge Cup, inizialmente una competizione a eliminazione diretta riservata alle sole squadre di Vienna. Dal 1901, però, con la partecipazione delle squadre boeme Ceski e Slavia, la manifestazione assunse carattere multinazionale, anche se restava all’interno della medesima entità statale imperiale. Nella finale di quell’anno, la sfida tra Slavia e Wiener Amateur fu di fatto la prima partita ufficiale internazionale tra club nella storia del calcio, vinta dagli austriaci per 1-0 con gol di Josef Taurer. La Ferencváros fu la prima squadra a interrompere il dominio dei club viennesi nella competizione nel 1909, conquistando così l’unico titolo per una squadra al di fuori della capitale austriaca nella breve storia del torneo, che si disputò per l’ultima volta nel 1911.

La fine della Challenge Cup fu dovuta all’avvio del campionato austriaco, la cui prima stagione si svolse nel 1911-12, con la Rapid che vinse il titolo e il Cricket and Football Club retrocesso. In Ungheria, il primo campionato, con la partecipazione di 5 squadre in un girone unico, si disputò nel 1901 e fu vinto dal BTC, mentre in Cecchia esisteva un campionato nazionale – più simile a un torneo in via di definizione – già dal 1896, organizzato su due stagioni, come avviene oggi in Argentina. In Italia, il primo campionato nazionale iniziò nel 1898, con il dominio del Genoa e un titolo dell’altra squadra britannica, il Milan, nella prima fase della sua disputa, fino alla creazione della cosiddetta Prima Categoria nel 1904, che vide ancora vincitrice il Genoa, con la squadra del porto che conquistò 6 delle prime 7 edizioni.
La portata del calcio nella società era paragonabile a quella del cinema, superando forme d’arte come le arti figurative, la musica e la letteratura. A Vienna, infatti, si diceva: “la birra del papà, il cinema della mamma e il calcio del fratello”. Questa base sociale dello sport, che in Inghilterra si era formata attraverso enormi cambiamenti nella composizione della popolazione urbana e trasformazioni epocali nel modo di produzione e, di conseguenza, nella quotidianità della classe operaia, si sviluppò molto più rapidamente in Austria-Ungheria, sulla base di un mosaico etnico che aveva probabilmente già superato la durata prevista dalla storia del mondo. Grandi avvenimenti avrebbero ridisegnato il terreno dell’impero, ma non avrebbero interrotto lo sviluppo calcistico, anzi!
Le trincee
Nell’estate del 1914 la Wiener si laureò per la prima volta campione d’Austria, conquistando il titolo a pari punti davanti alla Rapid, mentre la First Vienna, il club pioniere della capitale austriaca, retrocesse in seconda divisione. In Ungheria la MTK prese lo scettro dopo il dominio della Ferencváros, mentre in Cecchia non si disputò il campionato, con lo scettro ancora in mano dalla stagione precedente alla Slavia Praga. In Italia, il Casale trionfò sulla Lazio nella finale della Prima Categoria conquistando il primo e unico titolo della sua storia. Questi furono gli ultimi campionati disputati in condizioni di pace…
Il 28 giugno, l’erede al trono dell’Austria-Ungheria, l’arciduca Francesco Ferdinando, si trovava a Sarajevo per ispezionare le esercitazioni militari dell’amministrazione austro-ungarica in Bosnia-Erzegovina. Questa regione era passata formalmente all’Austria-Ungheria con il Trattato di Berlino del 1878, un accordo che in sostanza aveva acceso la miccia della Storia nei Balcani, esprimendo al contempo le ambizioni e le rivalità imperialiste delle grandi potenze dell’epoca, così come l’estremo tentativo di salvaguardare le monarchie dell’Europa orientale. Tuttavia, l’area era rimasta di fatto una provincia ottomana fino al 1908, quando, con l’ascesa dei Giovani Turchi e l’instabilità interna dell’Impero Ottomano, l’Austria-Ungheria decise di preservare i propri possedimenti imperiali nei Balcani e annesse definitivamente la provincia al proprio territorio. Questa mossa si scontrava apertamente con le aspirazioni nazionali dei serbi, che con lo stesso Trattato di Berlino avevano ottenuto il loro Stato nazionale.
L’arciduca Ferdinando, in un gesto simbolico, volle compiere quella visita proprio nel giorno del Vidovdan, ovvero l’anniversario della battaglia del Kosovo, considerata il primo sacrificio patriottico contro il potente Impero Ottomano e momento generatore della coscienza nazionale serba. Così, l’erede al trono austro-ungarico intese mostrare il pugno di ferro del proprio impero, capace di esibire la propria potenza di fronte ai più piccoli Stati nazionali in uno dei campi storici per eccellenza delle rivalità inter-imperialiste europee. Questa scelta, tuttavia, si rivelò fatale: Gavrilo Princip, membro dell’organizzazione paramilitare serbo-bosniaca “Mano Nera”, assassinò l’erede e sua moglie Sofia. In un’epoca che già odorava di polvere da sparo, con la corsa agli armamenti che da circa mezzo secolo vedeva impegnati tanto i nascenti Stati nazionali capitalistici quanto le grandi monarchie plurinazionali, il grilletto di Princip innescò qualcosa di ben più grande del proiettile che aveva inserito nella pistola: l’Europa sarebbe cambiata radicalmente e la Storia avrebbe segnato la fine delle monarchie. Insieme alle monarchie, però, sarebbero finite anche le vite di circa 9 milioni di persone, in un conflitto di quattro anni che allora fu chiamato “La Grande Guerra”.

La fine della Grande Guerra ebbe come conseguenza la divisione delle potenze centrali — l’Impero tedesco, l’Austria-Ungheria e l’Impero ottomano — in una serie di Stati nazionali. Nacque così il Regno di Jugoslavia nei Balcani, mentre sul territorio dell’Austria-Ungheria sorsero l’Austria, l’Ungheria e la Cecoslovacchia, e in Germania la Repubblica di Weimar. Con il trattato di Brest-Litovsk si aprì la strada alla creazione degli Stati di Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia. Naturalmente, nello stesso periodo la Rivoluzione d’Ottobre diede vita al primo Stato operaio della storia, la Russia Sovietica e successivamente l’Unione Sovietica, che avrebbe giocato un ruolo determinante, in particolare nei processi ideologici che avrebbero segnato l’evoluzione politica dei nuovi Stati nazionali.
Negli anni della cosiddetta “guerra di trincea” il calcio non si fermò. Nella sua patria d’origine, l’Inghilterra, il livello e l’intensità della competizione potevano anche essere diminuiti, ma il gioco continuava a rappresentare una valvola di sfogo per le masse operaie che, soprattutto sotto il peso della guerra, cercavano nello sport il sollievo psicologico necessario. Le donne, che avevano preso il posto degli uomini nelle fabbriche mentre questi combattevano al fronte, formarono anche le proprie squadre di calcio, scrivendo pagine d’oro nella storia dello sport — così significative da essere ritenute pericolose, al punto che nel dopoguerra portarono al divieto del calcio femminile per circa mezzo secolo. Molti soldati, stremati da una guerra in cui non capivano perché dovessero morire, tornavano nei loro Paesi e si ritrovavano sui campi da gioco, dichiarando la propria inidoneità al servizio militare.
In Austria, la Wiener Amateur di Hugo Meisl vinse il campionato del 1915, per poi cedere lo scettro alla Rapid, squadra della classe operaia, che si impose nel 1916 e 1917. In Ungheria il campionato si interruppe per due stagioni, ma nel pieno della guerra la MTK proseguì il suo dominio sotto la guida di Jimmy Hogan, conquistando i titoli del 1917 e 1918. In Cecoslovacchia, la DFC Prag, erede delle tradizioni della Regatta, vinse il campionato del 1917, precedendo un’altra squadra del settore germanofono di Praga, la Viktoria Žižkov. In Italia, invece, si disputò solo il campionato della stagione 1914-15, vinto dal Genoa, che nella fase finale ebbe la meglio su Torino, Inter e Milan, ricevendo però ufficialmente il titolo soltanto dopo la fine della guerra.
E sebbene la fine del conflitto avesse significato la sconfitta per l’Impero austro-ungarico, per il calcio danubiano stava per cominciare l’epoca più splendida della sua storia — forse perché lo stesso accadeva con le aspettative di quei popoli per il domani in un mondo di pace.
L’epoca dei sogni perduti
Nella neonata Austria, il giorno dopo la Grande Guerra configurò di fatto uno Stato bipolare, con una profonda asimmetria e contrapposizione politica e sociale tra la capitale, Vienna, e il resto del Paese. Il laboratorio del calcio austriaco era però la cosmopolita capitale, e proprio sul terreno delle sue trasformazioni si compirono alcuni dei processi più interessanti che avrebbero fatto dell’Austria forse la più grande potenza calcistica dell’epoca. Dal 1919 al 1934 l’amministrazione municipale della città fu sotto il controllo dei socialdemocratici e del partito SDAP. In un confronto ideologico con i comunisti austriaci, i socialdemocratici sostenevano la transizione al socialismo attraverso l’uso degli strumenti di governo del potere borghese — una scelta che, ogni volta che si è verificata nella storia, prima o dopo quell’epoca, ha avuto purtroppo sempre un inizio spettacolare e un epilogo tragico. Tuttavia, la spettacolare transizione verso la Vienna socialista, la cosiddetta “Vienna Rossa”, si espresse con la costruzione di alloggi popolari — tra cui spiccava il complesso del Karl-Marx-Hof — e con riforme nella sanità pubblica, nell’istruzione, nell’assistenza all’infanzia e nella cultura popolare. L’utopia socialista, ormai quotidianità per i lavoratori viennesi, alimentava l’ostilità delle province conservatrici, erodendone lentamente l’esistenza fino allo scontro finale e al crollo del 1934, sotto il regime di Engelbert Dollfuss. Furono però anni decisivi per l’ascesa del calcio viennese — e quindi austriaco — che diventava l’attuazione concreta delle visioni di un’ambiziosa élite di intellettuali.

In questo contesto riemerse, in una forma nuova e con un più profondo spessore filosofico, il dibattito sul professionismo nel calcio. In Gran Bretagna il professionismo era stato introdotto molto presto, circa un decennio dopo la fondazione della Football Association, e si era affermato come rivendicazione dei club operai, che altrimenti non avrebbero potuto garantire ai propri giocatori — costretti a lavorare per vivere — il tempo libero necessario per allenamenti e partite. Sotto il regime socialdemocratico di Vienna, però, quasi mezzo secolo più tardi, l’introduzione del professionismo era associata alla mercificazione del gioco, come era avvenuto in Gran Bretagna, riportandolo sotto il controllo della classe dominante. Ne scaturiva così una questione morale e ideologica che dura fino ai nostri giorni: il professionismo è intrinsecamente legato allo sfruttamento capitalistico dello sport? La storia del mondo in generale e del calcio in particolare ha dimostrato che l’unica cosa intrinseca alla natura del gioco è la sua base economica: il sistema politico-sociale di ogni epoca. Il professionismo è necessario affinché atleti di tutte le classi sociali possano partecipare e distinguersi senza eccezioni; tuttavia, la sua mercificazione come prodotto o la sua elevazione a fenomeno sociale rappresentativo di concezioni ideologiche o persino filosofiche dipendono dal tipo di economia: in un’economia capitalista sarà una merce, mentre in un’economia con proprietà sociale dei mezzi di produzione e un corrispondente controllo della ricchezza prodotta sarà un bisogno non mercificabile e un diritto universale.
Nella Vienna liberale e socialdemocratica era forse naturale che prevalesse la logica della necessità del professionismo, cosa che non accadde in altri Paesi, come la Francia o la Germania, dove pur esistendo già un mercato calcistico, nel senso dei trasferimenti, non era consentito ai calciatori di percepire ufficialmente uno stipendio per giocare a calcio. Protagonista di questo processo e, di fatto, suo fondatore ideologico fu Hugo Meisl, che mise in evidenza tutti i modi in cui il calcio era già un prodotto commerciabile, attraverso la vendita dei biglietti, collegata alle operazioni di mercato e quindi alle prestazioni dei club. Incluse inoltre, nelle relazioni economiche del calcio austriaco pre-professionistico, i pagamenti informali ai giocatori, sotto forma di compensi per lavori simbolici presso altri enti — una pratica ripetutasi più volte nella storia da parte di regimi che sostenevano lo spirito dilettantistico. Con 40-50 mila spettatori alle partite della massima serie, il calcio era già un’impresa: l’unica domanda era se anche i calciatori dovessero essere considerati lavoratori di essa. Questo cambiamento portò anche alla creazione del primo sindacato di calciatori dell’Europa continentale, presieduto da Josef Brandstetter, difensore e capitano della Rapid di Vienna, squadra della classe operaia.
Gli sviluppi di Vienna influenzarono direttamente i campionati di Cecoslovacchia e Ungheria, che, pur non facendo più parte dello stesso Stato, mantenevano un fitto network di comunicazione e collaborazione tra le tre capitali, tale da permettere la rapida diffusione di idee e decisioni da un Paese all’altro. Così, il primo campionato professionistico d’Austria iniziò nella stagione 1924-25; l’anno successivo partì il primo campionato professionistico della neonata Cecoslovacchia e, due anni dopo l’Austria, anche l’Ungheria inaugurò il proprio campionato professionistico.
Il percorso della Cecoslovacchia dopo la guerra somigliava anch’esso a un’utopia, sebbene non tanto per l’affermazione delle idee socialiste. Il nuovo Stato comprendeva la regione dei Sudeti, un’area germanofona i cui abitanti, in buona parte, desideravano l’annessione a uno degli Stati tedeschi, quello austriaco o quello tedesco, ponendo il seme di sviluppi futuri negativi; la Boemia e la Moravia; la Slovacchia; e la Rutenia subcarpatica. La Cecoslovacchia, che non era mai esistita in precedenza come Stato indipendente, restò dunque un’entità a composizione multietnica, poiché sul suo territorio vivevano, oltre ai cechi, tedeschi, ungheresi, slovacchi e ruteni — un gruppo etnico slavo orientale.
La nuova democrazia borghese della Cecoslovacchia prese in prestito, in sostanza, gli stessi strumenti ideologici già usati in precedenza nell’Impero austro-ungarico per utilizzare il calcio come mezzo di coesione sociale e nazionale. Per quanto riguarda i titoli, questi furono quasi esclusivamente affare della Slavia e dello Sparta Praga, con la germanofona Viktoria Žižkov che vinse soltanto il campionato nella stagione 1927-28. Tuttavia, il regime protesse lo sviluppo dei club di tutti i gruppi etnici, sfruttando lo spazio unitario del nuovo campionato nazionale come incarnazione della nuova identità statale.
Molto più turbolento fu invece, fin dall’inizio, il periodo tra le due guerre in Ungheria. La dichiarazione d’indipendenza dall’Impero austro-ungarico avvenne nel 1918, con la fine della Grande Guerra. Pochi mesi dopo, nel marzo 1919, in contrasto con l’utopia socialista borghese di Vienna, fu instaurata la Repubblica Sovietica Ungherese sotto la guida di Béla Kun, un ufficiale ebreo dell’esercito austro-ungarico catturato dai russi nel 1916 e trasferito in un campo di prigionia negli Urali, dove entrò in contatto con il Partito bolscevico, fondando poi la sezione ungherese del Partito Comunista Russo. Kun, che all’interno dei bolscevichi si oppose a Lenin accusandolo di eccessivo compromesso con le grandi potenze nel periodo in cui si cercava una tregua per garantire l’uscita della Russia dalla Prima guerra mondiale, si schierò con altri esponenti della cosiddetta corrente “radicale” di estrema sinistra, come l’italiano Terracini e l’ungherese Rákosi, attorno alla linea di Grigory Zinoviev e Karl Radek.
Tornato in Ungheria, Kun organizzò il Partito Comunista, guadagnandosi l’appoggio di una parte significativa della comunità ebraica di Budapest, colta e politicamente molto attiva, e ingaggiando una guerra aperta — non solo ideologica — contro i socialdemocratici, in un percorso che portò all’instaurazione del potere sovietico il 21 marzo 1919. Mentre però Kun organizzava la lotta contro i socialdemocratici della capitale, le forze nazionaliste reazionarie si preparavano, con l’aiuto dei nazionalisti rumeni e sotto la guida dell’ammiraglio Miklós Horthy, a rovesciare l’esperimento di linea radicale di sinistra nell’agosto 1919, segnando l’inizio di un periodo di terrore contro ogni elemento progressista e di un antisemitismo estremamente aggressivo, culminato nella Seconda guerra mondiale.
Il Terrore Bianco di Horthy subì un colpo durissimo nel giugno 1920, quando, con il Trattato del Trianon a Versailles, l’Ungheria perse circa un terzo del proprio territorio; da allora il Paese visse oscillando tra le spinte degli elementi progressisti rimasti e le tendenze di un estremo irredentismo.

La comunità ebraica di Budapest, che aveva un ruolo di primo piano nello sviluppo calcistico della capitale ungherese, si trovò naturalmente nel mirino del nuovo regime. Tuttavia, il fatto di essere profondamente assimilata nella società ungherese, unito alle sanzioni pagate da uno Stato multietnico che aspirava a diventare nazionale, ebbero un effetto di contenimento: così, dal 1920 in poi, nonostante il persistente antisemitismo sistemico, cessarono le persecuzioni e i pogrom, e la repressione violenta si rivolse soprattutto contro gli avversari politici del regime piuttosto che contro le minoranze etniche.
Ciononostante, il Terrore Bianco aveva già portato all’allontanamento di Hogan che, pur senza che sia riportata una sua rimozione ufficiale dall’incarico di allenatore, nello stesso periodo lavorò in Svizzera con lo Young Boys. Altri calciatori di origine ebraica, come i fratelli Konrád — Kalmán e Jenö — si trasferirono alla Wiener Amateure di Hugo Meisl, mentre Péter Szabó entrò a far parte della Nürnberg. Queste perdite non sembrarono intaccare il predominio dell’MTK, almeno a livello internazionale, poiché la tournée effettuata in Germania nell’estate del 1919 attirò grandi folle, e i risultati contro le più modeste squadre tedesche furono trionfali. Dopo la partita contro il Bayern Monaco, disputata davanti a 10.000 spettatori e terminata 7-1 per gli ungheresi, il Bayern avviò un processo di riforma della propria filosofia calcistica, con l’obiettivo di adottare i principi del Calcio danubiano.
Il vuoto lasciato da Hogan fu colmato in quegli anni da un’altra grande figura calcistica, che ebbe un ruolo decisivo nell’esportazione della filosofia centroeuropea in Svizzera e in America Latina: Dori Kürschner. Anch’egli di origine ebraica, Kürschner lasciò l’Ungheria nel 1920 per assumere ufficialmente l’incarico di allenatore della Nürnberg. Nonostante il periodo turbolento, l’MTK continuava a dominare anche in patria, vincendo, dopo il 1919, i campionati del 1920 e del 1921. La stagione successiva fu ingaggiato come allenatore un altro rappresentante del calcio operaio di Manchester, Herbert Burgess, che, dopo aver giocato con City e United, aveva vestito la maglia dell’MTK durante la guerra e guidò poi la squadra, in veste di tecnico, alla conquista del campionato del 1922. In quella stagione, in cui l’MTK subì una sola sconfitta in 22 partite, giocò per l’unica volta con i suoi colori un’altra grande figura cresciuta nel club di Budapest: Béla Guttmann, anch’egli di origine ebraica, destinato a lasciare un segno indelebile come allenatore e mentore di altri protagonisti di intere scuole calcistiche e di campioni di livello mondiale. Guttmann, tuttavia, come altri ebrei, si trasferì presto a Vienna, nell’ambiente più accogliente della capitale socialdemocratica austriaca.
Nello stesso dopoguerra, l’Italia — che si era staccata dalle Potenze Centrali per combattere al fianco delle Potenze Alleate, figurando quindi tra i vincitori della Prima guerra mondiale — era tormentata da gravi problemi. La dissoluzione dell’Impero austro-ungarico le aveva portato annessioni territoriali assai modeste, al punto che la vittoria veniva definita vittoria mutilata. L’intensa inflazione del dopoguerra, la disoccupazione e il caro vita non consentivano il miglioramento delle condizioni di vita delle masse operaie. Nel contempo, sotto l’influsso degli sviluppi internazionali, le organizzazioni sindacali e le forze socialiste, comuniste e anarchiche crescevano rapidamente, così come la loro influenza.
La borghesia italiana avvertì la minaccia di una rivoluzione comunista e trovò il “salvatore” per scongiurare questo scenario in un elemento avventuriero, espulso dal Partito socialista: Benito Mussolini. Sfruttando le sue conoscenze in materia di propaganda popolare e facendo leva sulle ambizioni nazionaliste della borghesia italiana del dopoguerra, Mussolini creò le prime squadre armate di camicie nere, con l’obiettivo di colpire ogni elemento rivoluzionario di matrice operaia. Nel 1922, con l’avvio della famigerata Marcia su Roma, il re Vittorio Emanuele III gli conferì l’incarico di formare il governo. Il Partito fascista consolidò gradualmente il proprio potere autoritario, abolì gli altri partiti e intensificò la repressione politica; mantenne tuttavia rapporti amichevoli con la vicina Austria, temendo un’aggressione tedesca, considerata la principale minaccia alla sovranità nazionale dell’Italia.
Per quanto oggi possa sembrare paradossale, alla luce della successiva evoluzione storica, nei primi anni del potere fascista in Italia non vi furono persecuzioni razziali, e in particolare non vi furono persecuzioni degli ebrei, che rappresentavano anch’essi una componente significativa della popolazione del relativamente giovane Stato. Ciò ebbe come conseguenza un flusso di allenatori e calciatori ebrei provenienti dalla dominante scuola ungherese verso l’Italia, dove potevano lavorare in condizioni decisamente migliori.

Per quanto riguarda il campionato nazionale, le forze prebelliche del nord industriale continuarono a dominare, con i titoli dei primi anni vinti da Inter (che il regime fascista ribattezzò presto Ambrosiana), Pro Vercelli, Genoa, Bologna e Juventus. Tra queste squadre, la Bologna era quella che, più di ogni altra, possedeva caratteristiche affini alla fisionomia del calcio dell’Europa centrale. Club di una città eminentemente universitaria, fu fondato da un composito e internazionalmente eterogeneo gruppo di intellettuali immigrati e di locali che avevano appreso il calcio nei vicini territori austriaci e svizzeri. Persino i suoi colori provenivano dal collegio di Schönberg a Rossbarg, in Svizzera, dove aveva studiato e giocato per la prima volta a calcio il suo primo capitano, Arrigo Gradi. Questa fisionomia della Bologna ebbe un ruolo nella spettacolare storia che il club scrisse durante l’età d’oro del Calcio centroeuropeo, o della cosiddetta Scuola danubiana. Allenatore della squadra nel primo titolo, conquistato nel 1925, fu l’austriaco Hermann Felsner, alla guida della Bologna dal 1920 al 1931 e poi ancora dal 1938 al 1942, proveniente dalla scuola della Wiener Sport-Club, uno dei primi sodalizi sportivi e calcistici di Vienna, fondato nel 1883 e dotatosi di una sezione calcistica nel 1907.
Nel 1926, con la Carta di Viareggio inviata dalla Federazione Italiana al governo fascista, il professionismo fu introdotto anche in Italia, con lo scioglimento dei precedenti campionati e la creazione della Divisione Nazionale. Nella fase finale del campionato, alla quale parteciparono 6 squadre, il Torino conquistò il primo posto davanti alla Bologna; tuttavia, il titolo fu revocato, poiché emerse uno scandalo di corruzione: i dirigenti del Torino avevano corrotto alcuni giocatori della Juventus per assicurarsi la vittoria nello scontro diretto — vittoria che arrivò, per 2-1 — e che diede loro il titolo. Il Torino vinse poi ufficialmente il primo titolo professionistico la stagione successiva, prevalendo nel torneo finale a 8 squadre e chiudendo davanti alla seconda classificata, la Genoa.
Nel processo di ricostruzione seguito alla Grande Guerra, tutti i Paesi della Scuola danubiana attraversarono fasi politiche travagliate, con regimi democratici e antidemocratici che si installarono e alla fine si imposero. Tuttavia, per quanto riguarda il calcio, malgrado le turbolenze che influenzarono le condizioni di lavoro di molti dei suoi protagonisti, in tutti questi Paesi esso si sviluppò in senso professionistico, quasi mezzo secolo dopo la sua metropoli, l’Inghilterra. L’ingresso nell’era professionistica avrebbe aperto la strada all’età d’oro di questa Scuola calcistica, con l’organizzazione di competizioni inedite che posero le basi per lo status internazionale del gioco in Europa e in tutto il mondo.
Il salto di qualità
Le partite internazionali di calcio iniziarono a disputarsi dal 1872, con il primo incontro storico tra la Scozia e l’Inghilterra, all’Hamilton Crescent di Glasgow, terminato con un pareggio a reti inviolate. Tuttavia, nei primi anni dell’era amatoriale, nel calcio si seguiva una prassi che sarebbe rimasta in vigore per molte decadi anche in altri sport britannici, come il rugby e il cricket: quella dei test matches, ossia incontri amichevoli al di fuori di qualsiasi competizione e senza l’egida di un’istituzione specifica.
La diffusione del calcio nell’Europa continentale, a cavallo del secolo, condusse però alla logica conclusione che fosse necessaria l’esistenza di un’unica istituzione centrale incaricata di dirigere il calcio a livello internazionale. Tale necessità trovò terreno fertile tra le federazioni europee, ma incontrò la resistenza della Football Association, che ufficialmente disapprovava, all’inizio del secolo, il carattere amatoriale dello sport in Europa continentale. Storicamente, tuttavia, si riporta che essa non vedeva alcun motivo per aderire a una confederazione internazionale che dirigesse il “proprio” sport. In queste condizioni, il 21 maggio 1904 si riunì a Parigi il primo congresso, con la partecipazione delle federazioni di Francia, Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Belgio, Svizzera e Svezia, allo scopo di fondare la Fédération Internationale de Football Association, cioè la Confederazione Internazionale della Football Association, denominazione completa e corretta di questo sport: la FIFA.

I Paesi dell’Impero austro-ungarico avevano fondato federazioni nazionali, con l’Austria che modificò ripetutamente la struttura della propria, in un passaggio dalla gestione britannica a una direzione locale dello sport. Tuttavia, inizialmente queste federazioni non furono ammesse, poiché non rappresentavano un Paese indipendente, mentre la partecipazione della Federazione ceca era ostacolata dall’Austria, in quanto non costituiva una struttura amministrativa riconosciuta dell’Impero (come invece lo era il Regno d’Ungheria). L’Italia, dal canto suo, non si era ancora liberata dell’influenza britannica all’interno della propria federazione nazionale, fondata nel 1898, e non si trovava quindi nella posizione di decidere l’adesione alla nuova iniziativa.
Alla fine, la federazione austriaca divenne membro della FIFA nel 1905, lo stesso anno in cui entrò anche quella italiana, mentre l’ungherese fu ammessa un anno dopo, nel 1906. La federazione ceca venne accolta nella FIFA nel 1907, ma, a causa delle tensioni con l’Austria, fu espulsa e riamessa come Cecoslovacchia al termine della Prima guerra mondiale.
Primo presidente della FIFA fu eletto il francese Robert Guérin; due anni più tardi, con l’ingresso anche dell’Inghilterra in vista della preparazione del Torneo Olimpico dei Giochi di Londra del 1908, fu eletto presidente l’inglese Daniel Burley Woolfall, che rimase in carica fino alla fine della guerra.
La nuova realtà del dopoguerra si consolidò sul palcoscenico calcistico internazionale durante il 12º Congresso della FIFA, svoltosi a Ginevra, con la partecipazione di 17 federazioni nazionali, molte delle quali sudamericane. In quel Congresso fu eletto presidente Jules Rimet, che instaurò un rapporto di amicizia personale con Hugo Meisl e condivideva la visione dell’espansione del calcio, nonché la convinzione ideologica che questo sport popolare potesse diventare un ponte di comunicazione tra le nazioni, una posizione che trovò terreno particolarmente fertile per svilupparsi durante la ricostruzione del dopoguerra.
Nei congressi di Ginevra e di Parigi, quest’ultimo tenutosi nel 1924, oltre alla graduale accettazione del professionismo — che aprì la strada alla nascita dei campionati nazionali professionistici anche nell’Europa centrale — iniziarono le prime discussioni sull’organizzazione di competizioni internazionali sotto l’egida della FIFA, sia a livello regionale che mondiale. Fino ad allora, il torneo calcistico più prestigioso erano i Giochi Olimpici, ai quali era consentito partecipare solo ad atleti dilettanti. Ma i mutamenti che il calcio stava vivendo in ogni nuovo Paese in cui si sviluppava, trasformandosi in un grande fenomeno sociale e in un ambito di attività economiche che comprendeva atleti professionisti, rendevano sempre più urgente la necessità che la FIFA tracciasse un percorso autonomo per questo sport, al di fuori delle logiche e delle concezioni del Comitato Olimpico Internazionale.
In questo contesto, Meisl, sostenitore dell’idea di creare una rete calcistica europea, lavorò per istituire un torneo per club e uno per nazionali, durante i congressi che si svolsero nel 1925 a Praga e nel 1926 a Roma. In quest’ultimo, la proposta venne ufficialmente respinta da un’assemblea alla quale partecipavano 23 federazioni. Ma Meisl non si arrese e decise di cercare gli alleati con cui portare avanti il suo progetto. La verità è che, in quegli anni, con priorità data alla pianificazione di una Coppa del Mondo e con il timore degli scontri tra tifosi — frequenti nelle partite internazionali e capaci di trasferire sugli spalti il clima bellico delle ideologie intolleranti dell’epoca — non pochi consideravano uno spreco di energie l’idea di creare ulteriori competizioni, tanto più se regionali in Europa.
Meisl e i suoi collaboratori — i presidenti delle federazioni di Ungheria, Fodor, e di Cecoslovacchia, Loos, oltre ad alcuni membri della federazione italiana — cercarono dunque altrove il sostegno che non avevano ottenuto dal congresso della FIFA. Così, in una riunione svoltasi il 27 ottobre 1926, decisero la creazione di due competizioni: una per club e una per nazionali, con la partecipazione delle squadre dei loro Paesi, rispettivamente la Coppa dell’Europa Centrale e la Coppa Internazionale dell’Europa Centrale.

L’anno successivo, il 1927, al congresso della FIFA a Helsinki, le federazioni interessate non riuscirono ancora una volta a ottenere lo svolgimento delle competizioni sotto l’egida della confederazione internazionale e decisero quindi di procedere con la sponsorizzazione di un’azienda, la tedesca Mitropa AG, che gestiva le cuccette e i ristoranti dei treni in circolazione nell’Europa centrale. Da questa sponsorizzazione prese il nome la competizione per club, la Mitropa Cup, considerata l’antenata di tutte le moderne competizioni calcistiche europee per club. A causa delle difficoltà di inserire tutte le partite nel già fitto calendario di ogni stagione, si stabilì che la Mitropa Cup si sarebbe disputata ogni anno, mentre la Coppa Internazionale avrebbe avuto ogni volta una durata variabile, a seconda delle circostanze.
La prima Mitropa Cup si svolse dall’agosto al novembre del 1927 e vi parteciparono le prime due squadre classificate dei campionati di Austria, Ungheria, Cecoslovacchia e Jugoslavia, poiché i rappresentanti della federazione italiana dichiararono che per le loro squadre era complicato inserire la competizione nel proprio calendario. Alla Coppa Internazionale, invece, oltre all’Austria, all’Ungheria e alla Cecoslovacchia, parteciparono regolarmente anche l’Italia e la Svizzera.
L’avvio di queste competizioni, con la partecipazione regolare di quattro Paesi e la presenza occasionale di Svizzera, Jugoslavia e Romania, portò alla creazione della prima rete calcistica di rilievo in Europa, mentre nel frattempo il Sud America era in una fase più avanzata, con la Copa América che si disputava dal 1916. I benefici che esse portarono al livello dei club e delle nazionali partecipanti — non solo sul piano strettamente sportivo, ma anche più in generale nella penetrazione del calcio nella cultura e nella sua affermazione come attività centrale per il funzionamento delle loro società — contribuirono in modo determinante a superare gradualmente le resistenze e a dar vita all’insieme delle istituzioni e competizioni europee che conosciamo oggi. Inoltre, misero in evidenza l’importanza dello scambio di idee e approcci in maniera organizzata — qualcosa che è stato all’origine di ogni grande salto qualitativo in qualsiasi campo dell’attività umana nel corso della storia conosciuta della nostra specie.
In quel periodo si posero anche le basi per un’accettazione diffusa dell’idea che il calcio non potesse essere affrontato in modo meccanicistico, che la tattica di gioco, l’innovazione nel modo di giocare e negli allenamenti, l’organizzazione dei club dovessero essere sviluppati attraverso un’elaborazione teorica corrispondente, con la stessa professionalità che ormai caratterizzava i calciatori in campo. Negli anni in cui la Football Association modificava radicalmente il calcio con il cambiamento della regola del fuorigioco nel 1925, la trasformazione tattica più rilevante fu quella di Herbert Chapman all’Arsenal, che comprese la necessità di avere più giocatori in difesa per far funzionare l’intero insieme. Nello stesso periodo, però, nell’Europa centrale cominciarono a svilupparsi le prime idee sulla fluidità delle posizioni, sull’importanza del movimento individuale di ciascun giocatore, sulla coesione tra i diversi reparti, e sulla transizione da un gioco a linee, ereditato dalla sua preistoria, a un gioco di spazi, adatto al suo futuro. La prova concreta della superiorità di questa concezione avrebbe richiesto ancora qualche anno per arrivare, ma il suo arrivo era ormai inevitabile.
Queste inevitabilità erano ben note a Jimmy Hogan, che in quegli anni era tornato inizialmente all’MTK e in seguito aveva lavorato anche nell’Austria Vienna, la vecchia Wiener Amateure, il club di Meisl, prima di trasmettere le sue conoscenze per la prima volta al di fuori dell’Europa centrale al Racing Club di Parigi, il più grande club polisportivo — in termini di successi — che il Vecchio Continente abbia mai conosciuto. Hogan e altri britannici che affluivano in questo ambiente calcistico molto più dinamico trasformarono la conoscenza del combination game, in collaborazione con tecnici e dirigenti locali, in una forma del tutto nuova di calcio cooperativo.
I protagonisti dell’epoca d’oro
Uno dei grandi britannici che assunsero un ruolo patriarcale nella trasmissione del calcio in Europa centrale fu Johny Dick, scozzese nato a Eaglesham, nel Renfrewshire, nel 1876. Dick giocò inizialmente nella squadra locale degli Airdrieonians, prima di trasferirsi alla Woolwich Arsenal — come si chiamava la squadra prima del trasferimento nel Nord di Londra — dal 1898 al 1912. Nel 1919, al termine della guerra, si recò a Praga per assumere la guida tecnica inizialmente della DFC Prag e successivamente dello Sparta, squadra sulla cui panchina sedette in due distinti periodi, con il secondo che si concluse nel 1933. John Dick applicò esattamente la necessità della sua epoca allo Sparta e ispirò alla squadra operaia di Praga i principi, ma anche l’evoluzione moderna, del combination game. Nella sua prima gestione, dal 1919 al 1923, vinse cinque campionati in altrettante stagioni, con la squadra che perse il primato solo dopo la sua prima partenza.
Sotto la guida del ceco Václav Šplinder, lo Sparta conquistò il campionato del 1927 e partecipò alla prima edizione della Mitropa Cup. Al primo turno cominciò con una vittoria trionfale sull’Admira Vienna per 5-1, perse la gara di ritorno per 5-3 e ottenne così la qualificazione. In semifinale, tuttavia, affrontò la squadra-simbolo dell’epoca, l’MTK, dalla quale Jimmy Hogan si era appena separato, lasciando il posto all’ungherese Guyla Feldmann. La partita di Budapest terminò in parità per 2-2 e la gara di ritorno a Praga a reti inviolate. Tuttavia, la partecipazione di Kálmán Konrád con l’MTK fu giudicata irregolare — fatto che avrebbe dovuto costituire un esempio storico per tutti i club in futuro — poiché il calciatore aveva già firmato un contratto con un’altra squadra, l’Hungaria, durante lo svolgimento della competizione. Ciò costituiva una violazione delle norme ufficiali, con la conseguenza che lo Sparta ottenne la qualificazione alla grande finale.
Nella gara d’andata, seguita a Praga da 25.000 spettatori, lo Sparta superò la Rapid Vienna per 6-2; tuttavia, gli austriaci erano talmente fiduciosi nelle capacità della propria squadra che nella gara di ritorno 40.000 persone affluirono allo stadio sperando nella grande rimonta. Alla fine, la Rapid vinse per 2-1 e lo Sparta fu incoronato primo vincitore della nuova competizione, il primo trofeo calcistico europeo per club della storia! In ogni caso, il numero di tifosi che riempivano gli stadi delle grandi città dell’Europa centrale rese la Mitropa Cup, fin dalla sua stagione inaugurale, un grande successo, un’impresa che molti iniziarono pian piano a invidiare, ma che richiese molti anni per essere imitata. Del resto, la base di eccellenza calcistica su cui si svolgeva questa competizione non era ancora patrimonio comune dell’intero continente.

Nel 1928, a vincere il torneo fu il Ferencváros, conquistando il primo titolo per club per l’Ungheria, mentre nel 1929 l’impresa fu ripetuta dall’Újpest. In questa terza stagione della Mitropa Cup parteciparono per la prima volta anche due squadre italiane, che sostituirono quelle jugoslave. Tuttavia, la Genova 1893 (come era stata italianizzata la denominazione del Genoa) e la Juventus non riuscirono a superare la prima fase, i quarti di finale.
Lo scettro passò dall’Ungheria all’Austria per le due stagioni successive: la Rapid Vienna, che contava già due finali perse, riuscì finalmente a piegare la resistenza dello Sparta in una sorta di rivincita ufficiosa della prima finale, mentre nel 1931 la finale fu tutta austriaca, con la First Vienna che conquistò il titolo contro la Wiener AC.
L’edizione del 1932, tuttavia, sarebbe passata alla storia per diversi motivi, non necessariamente positivi. La prima fase fu caratterizzata dal passaggio relativamente agevole delle squadre qualificate, che si assicurarono l’accesso al turno successivo già all’andata. Lo Slavia Praga vinse per 3-0 contro l’Admira Vienna, perdendo poi la gara di ritorno per 1-0; il Bologna, alla sua prima partecipazione alla Mitropa Cup, iniziò con una vittoria schiacciante contro lo Sparta, per 5-0 al Littoriale — come si chiamava allora l’attuale Stadio dall’Ara —, perdendo poi la rivincita a Praga per 3-0. La Juventus superò la Ferencváros per 4-0 a Torino, strappando anche un pareggio per 3-3 nella gara di ritorno, mentre nell’incrocio forse più equilibrato, la First Vienna vinse all’andata per 5-3 contro l’Újpest, assicurandosi la qualificazione con l’1-1 della partita di ritorno.
Tuttavia, la serie delle semifinali fu segnata da episodi senza precedenti che influenzarono anche il risultato sportivo della competizione. La semifinale tra lo Slavia Praga e la Juventus iniziò con la gara d’andata a Praga, che i padroni di casa vinsero con il punteggio di 4-0. Tuttavia, fu segnata da incidenti tra i tifosi delle due squadre e caratterizzata da una violenza senza precedenti da parte dei 28.000 sostenitori locali nei confronti dei giocatori della Juventus, con i calciatori stessi a mantenersi sugli stessi livelli, trasformando l’incontro calcistico in una sorta di scontro bellico. Tra l’altro, vi fu anche un’invasione di campo da parte dei tifosi, inizialmente sedata, per poi ripetersi dopo un fallo violento di Cesarini. I sostenitori aggredirono i giocatori della Juventus e fu necessario l’intervento della polizia per evitare il peggio. Ciò costrinse gli ospiti a terminare la partita con otto uomini, a causa di un’espulsione e di due infortuni provocati dagli incidenti, poiché all’epoca non era consentito effettuare sostituzioni.
Nel ritorno del 10 luglio a Torino, i tifosi della Juventus non aspettarono neppure l’inizio della partita per dare il via agli attacchi: cominciarono già all’arrivo dell’autobus con i giocatori dello Slavia. L’incontro poté iniziare regolarmente, con la Juventus addirittura in vantaggio per 2-0 al 40º minuto; tuttavia, verso la fine del primo tempo, Junek, attaccante dello Slavia, rimandò verso la tribuna uno degli oggetti lanciati in campo. Una sequenza di eventi condusse la situazione a una rissa generalizzata e i giocatori dello Slavia furono scortati fuori dal campo dalla polizia locale. Dopo questo oltraggio alla competizione in entrambi gli stadi, gli organizzatori decisero l’esclusione di entrambe le squadre dal prosieguo del torneo.
Così, senza saperlo, le squadre dell’altra semifinale stavano di fatto giocando per la conquista del trofeo. La gara d’andata si disputò lo stesso giorno del ritorno dell’altra serie. I padroni di casa Rossoblù riuscirono a vincere la partita interna per 2-0, con reti di Maini e Sansone, mentre nella gara di ritorno del 17 luglio mantennero il punteggio sull’1-0, assicurandosi così il titolo: il primo trofeo internazionale per club nella storia del calcio italiano, anche se giunto in maniera un po’ paradossale.

Ciò che però ebbe maggiore importanza e rimase nelle cronache storiche fu il modo in cui il Bologna giocò gli ultimi venti minuti della partita di Vienna. Anche se il punteggio favoriva gli italiani, che avevano ogni motivo per adottare un atteggiamento prudente al fine di garantirsi la grande qualificazione (o il titolo), i giocatori del Bologna continuarono a dispiegare il loro gioco offensivo, cercando di raggiungere il pareggio. Questo fu il risultato della profonda influenza che ebbe sull’evoluzione del club il contatto con il calcio danubiano.
Il Bologna, che in quanto campione d’Italia del 1929 non aveva partecipato al Mitropa Cup di quella stagione, avendo programmato un tour in Sud America, stava vivendo un decennio d’oro su tutti i livelli. Per quanto riguarda l’aspetto sportivo, l’era Felsner fu quella che per la prima volta trasmise al club i principi del calcio danubiano, per circa un decennio, traducendoli in campionati nazionali e in una costante lotta per tutti i trofei nelle competizioni a cui partecipava. Felsner lasciò nel 1930, ma al suo posto subentrò l’ungherese Gyula Lelovics, dando continuità alla tradizione centroeuropea del club. Anche se non si conoscono molti dettagli della vita di Lelovics — il cui vero nome era Lelowichnak, che rivela un’origine slava e forse una composizione ebraico-slava del cognome — è ben nota la sua carriera professionale in Italia, iniziata nel 1930 al Bologna e durata fino al 1961, passando altre due volte sulla panchina della squadra emiliana.
Il Bologna però si distingueva anche per un altro motivo nel panorama calcistico internazionale dell’epoca: era la squadra con lo stadio più grande e moderno d’Europa, la cui storia presenta anche sfumature fosche e per questo in seguito cambiò nome, poiché tali riferimenti non potevano essere accettati nella città italiana più progressista del XX secolo. Lo Stadio Littoriale fu inaugurato il 29 maggio 1927; tuttavia, circa mezzo anno prima, Mussolini visitò l’impianto, che considerava un modello dell’architettura moderna e futurista del suo regime. Era davvero uno stadio grandioso, con una capienza di 50.000 spettatori, che all’esterno ricordava un’arena romana. Ancora oggi questo impianto è considerato un monumento architettonico storico e il prossimo restauro sarà realizzato nel rispetto della sua identità storica. Il giorno della visita di Mussolini, però, il 31 ottobre 1926, il dittatore italiano, tornando dallo stadio verso il centro della città, fu vittima di un attentato a colpi di pistola. I fascisti presenti individuarono come autore un quindicenne figlio di tipografo, Anteo Zamboni, che, su ordine del capo della polizia Carlo Alberto Pasolini, venne linciato sul posto. Più tardi, il figlio ben più famoso del capo della polizia, il regista e scrittore Pier Paolo Pasolini, ritrasse il rapporto con il padre nel film Edipo re. Oggi, nel punto in cui il quindicenne Anteo trovò la morte da martire, in Piazza Maggiore, vi è una targa che ricorda l’episodio, mentre una piccola via della città porta il nome dell’attentatore del dittatore fascista.

Per la cronaca, la decisione definitiva per l’assegnazione del titolo della burrascosa edizione del 1932 fu presa il 7 novembre di quell’anno, con il Bologna costretto ad attendere ancora un po’ per ottenere sul campo la sua grande vittoria storica.
A differenza dell’anno degli incidenti, la stagione successiva della Mitropa, quella del 1933, fu storica per altri motivi, poiché rappresentò forse l’epitome della sfida tra i due migliori calciatori dell’epoca. Il sorteggio doveva favorire ciò e, fortunatamente, l’Austria Vienna e l’Ambrosiana (come si chiamava allora l’Inter) non si incontrarono prima della finale. Gli austriaci, al primo turno, superarono con una grande rimonta la sconfitta per 3-1 contro lo Slavia Praga, vincendo 3-0 a Vienna; in semifinale batterono con lo stesso punteggio la Juventus, prima di pareggiare 1-1 a Torino.
Dall’altra parte, l’Ambrosiana ribaltò il ben più esiguo 1-0 con cui aveva perso contro la First Vienna, travolgendola 4-0 nel ritorno a Milano; in semifinale iniziò con un successo per 4-1 contro lo Sparta, assicurandosi poi la qualificazione con il 2-2 nella partita di Praga.
In questo modo, le due squadre, l’Ambrosiana e l’Austria, si trovarono di fronte in finale. Ciò significava che il grande trofeo internazionale per club sarebbe stato conteso da Giuseppe Meazza per la squadra italiana e da Matthias Sindelar per quella viennese. Nella storia del calcio ci sono stati molti dilemmi su chi fosse il migliore della propria epoca o il migliore di tutti i tempi. Di solito, questi dibattiti dividono le generazioni che hanno vissuto in età più sensibile le imprese di un calciatore piuttosto che di un altro, o persino l’interno di una stessa generazione che si è identificata con una o l’altra stella dello stesso periodo. Emblematici sono i casi di Pelé–Maradona e, più recentemente, quello tra Messi e Cristiano Ronaldo. L’immagine televisiva, e persino la registrazione cinematografica, permette alle generazioni successive di gettare uno sguardo sul passato e di comprendere tali dilemmi. Tuttavia, nel 1933 non esisteva un dilemma intergenerazionale: era certo che i migliori calciatori dell’epoca – e di tutte le epoche fino ad allora – erano Meazza e Sindelar. Purtroppo, pochissimo materiale visivo, frammentario, è giunto fino a noi, e una parte riguarda proprio la prima partita della serie finale a Milano.

Matthias Sindelar nacque con il nome di Matěj Šindelář a Kozlov, un piccolo villaggio della Moravia meridionale, vicino alla città di Jihlava. Suo padre, Jan (o Johann) Sindelar, era fabbro, e sua madre, Marie Švengrová, lavandaia. Seguendo un percorso comune a molte famiglie provenienti dalla Moravia, dalla Boemia e dall’Ungheria, la famiglia di Sindelar si trasferì a Vienna e si stabilì nel quartiere operaio di Favoriten, dove Matthias frequentò la scuola e iniziò a giocare a pallone per strada, nei parchi e nei parcheggi abbandonati.
Tuttavia, la speranza di una vita migliore con l’insediamento nella capitale austriaca fu infranta dalla realtà della guerra: il padre morì in una delle battaglie del fiume Isonzo, nel 1917, quando Sindelar aveva 14 anni. Così, per sostenere economicamente la sua famiglia – ormai composta dalla madre e dalle sue tre sorelle – trovò lavoro come apprendista fabbro. Ma il talento di Sindelar fece rinascere la speranza di una vita migliore proprio in quell’anno, quando, in una delle partite consentite agli studenti delle scuole di Favoriten presso il centro di allenamento locale, attirò l’attenzione di un dirigente dell’Hertha Vienna, di nome Febus, che gli offrì un contratto con la squadra. Vi sono tuttavia testimonianze secondo cui il suo nome fosse già noto nella rete di osservatori che all’epoca perlustrava i quartieri delle grandi città dell’Impero. Così, il 26 maggio 1918, all’età di 15 anni, Sindelar firmò il suo primo contratto da calciatore.
All’Hertha giocò per tre anni, senza che il club ottenesse alcun successo e tra difficoltà interne. Tuttavia, dalla seconda stagione, Sindelar cominciò a distinguersi individualmente, affrontando le grandi squadre di Vienna, tanto che, nel 1921, la Wiener Amateur – che assunse il nome di Austria Vienna con il passaggio al professionismo – offrì 3.000 scellini per acquisire i suoi diritti di trasferimento. Secondo una testimonianza posteriore di Wolfgang Hafer, nipote di Hugo Meisl, fu proprio il nonno a orchestrare il trasferimento, avendo seguito Sindelar per diversi anni.

La maturità e l’ingresso nel panorama calcistico di Giuseppe Meazza costituirono, di fatto, un percorso parallelo, una storia con molti tratti comuni a quella di Sindelar. Meazza nacque a Milano nel 1910, nei pressi di Porta Vittoria. All’età di 7 anni, nel 1917, perse anch’egli il padre, caduto in guerra, crescendo con la madre, che aiutava nel suo lavoro vendendo frutta nei mercati rionali. Cominciò a giocare a calcio a piedi nudi a 6 anni, in una squadra chiamata Maestri Campionesi, utilizzando come pallone un ammasso di stracci legati, nei prati del Greco Milanese e di Porta Romana.
A 12 anni, la madre gli permise di iscriversi al club Gloria FC, dove ebbe i suoi primi veri scarponcini da calcio. Tifoso del Milan, sostenne un provino per il suo club del cuore a 14 anni, ma venne scartato perché considerato troppo gracile. Tuttavia, l’occasione persa al Milan la trovò nell’Inter, che lo accolse nelle proprie file e, in seguito, per la sua corporatura, gli diede il soprannome di il Balilla, attribuito, pare, da Leopoldo Conti. A 17 anni entrò a far parte della prima squadra, senza però essere impiegato dall’allenatore ungherese József Viola.
Con l’avvio della Serie A, nella stagione 1929-30, l’Inter si affidò a un altro ungherese destinato a lasciare un’impronta ben più profonda nel calcio europeo: Árpád Weisz, che aveva lasciato Budapest per l’Italia nel 1924, aveva giocato nell’Inter chiudendo la carriera nella stagione 1925-26 e aveva già allenato la squadra tra il 1926 e il 1928. Nella stessa stagione 1929, l’Inter perse il suo centravanti, Fulvio Bernardini, trasferitosi alla Roma, e Weisz, sostanzialmente sollevato, dichiarò: “Finalmente, ora posso far giocare il ragazzo”, riferendosi a Meazza, che a 19 anni era ancora considerato troppo mingherlino per il duro campionato italiano.
I due giocatori cominciarono a scrivere la storia con i loro club. Sindelar, anch’egli esile, guadagnò il soprannome di Die Papierene, distinguendosi per il modo etereo di muoversi in campo. I suoi movimenti erano così artistici che Alfred Polgar, uno dei massimi interpreti del modernismo austriaco, scrisse di lui: “Giocava a calcio come un grande scacchista muove i suoi pezzi, con una tale lungimiranza da poter calcolare in anticipo le mosse e le reazioni dell’avversario, scegliendo sempre l’opzione migliore. Aveva un controllo di palla impareggiabile, unito alla capacità di orchestrare improvvisi contrattacchi, ed era incredibilmente abile nell’ingannare gli avversari con finte.”
Altre descrizioni metaforiche lo dipingevano come se avesse cervello nei piedi; questa dimensione intellettuale del suo gioco lo consacrò come l’archetipo del calcio dei café viennesi, fino al punto da essere soprannominato “il Mozart del calcio”. Dall’altra parte, Meazza rappresentava l’archetipo del calcio fascista, senza però identificarsi ideologicamente con esso tramite dichiarazioni o azioni, ma, come la totalità dei grandi calciatori italiani dell’epoca, senza nemmeno compiere gesti di opposizione al regime, limitandosi ai propri compiti calcistici e seguendo il protocollo con i relativi simbolismi.

La prima finale della Mitropa Cup del 1933 era stata fissata per il 3 settembre e si sarebbe disputata all’Arena Civica di Milano, sede dell’Inter (o Ambrosiana, come era chiamata in quegli anni), uno splendido stadio con tribune a forma ovale e elementi architettonici neoclassici, costruito nel 1807 e tuttora esistente, che ospita ancora oggi partite di categorie inferiori e di calcio femminile, nonché incontri di rugby e manifestazioni di atletica leggera. La squadra dell’Austria viaggiò in treno notturno da Vienna, con la spedizione accompagnata da Hugo Meisl e dal presidente del club, Schwarz. Sotto gli occhi di 35.000 spettatori accorsi nello stadio milanese, l’Austria iniziò la partita con grande slancio, portando con sé anche il titolo di favorita, senza però riuscire a segnare, malgrado le occasioni create e una splendida azione personale di Sindelar, che dopo aver dribblato con una finta tre avversari vide il suo potente tiro terminare di poco a lato. La situazione però cambiava progressivamente: i Nerazzurri segnarono dapprima al 35°, ma la rete fu annullata per fuorigioco; al 40° minuto, su respinta del portiere austriaco, Meazza mandò il pallone in rete, sbloccando il risultato. Appena un minuto dopo, Levratto realizzò direttamente da calcio d’angolo il 2-0, scatenando il pandemonio tra i tifosi di casa. Nel secondo tempo gli austriaci rientrarono in campo decisi, cercando con la loro tecnica di piegare la resistenza italiana, mentre gli avversari cercavano di gestire il punteggio. Alla fine, al 77°, su assist di Sindelar, Rudolf Viertl fissò il 2-1 definitivo.
Tutto rimaneva aperto per la grande partita del Praterstadion, disputata sei giorni dopo a Vienna. È significativo il clima amichevole in cui si svolsero gli incontri di questa finale, soprattutto in netto contrasto con gli episodi che avevano macchiato l’edizione dell’anno precedente. Dopo la prima partita, le due squadre cenarono insieme a Milano, mentre l’Austria curò l’ospitalità degli avversari presso l’hotel Meissl & Schadn, dove Sindelar fu visto conversare con Meazza nella hall alla vigilia della gara di ritorno. Al Praterstadion, i viennesi crearono il pandemonio, stabilendo il record di affluenza con 58.000 biglietti venduti per quella storica partita. In campo, lo spettacolo era all’altezza delle attese: molte occasioni per entrambe le squadre nel primo tempo, fino al 44°, quando Viertl si guadagnò un rigore per fallo di Agosteo, permettendo a Sindelar di aprire le marcature e pareggiare il punteggio complessivo della finale. Il titolo si sarebbe deciso nel secondo tempo. L’Ambrosiana gelò il Prater subito in avvio, ma il gol di Frione su cross di Meazza fu annullato per fuorigioco, provocando proteste e qualche scintilla per la seconda volta, dopo l’episodio del rigore nel primo tempo. La tensione crebbe progressivamente, fino a costare due espulsioni alla squadra milanese per falli duri: Allemandi al 65° e Demaría al 67°. In queste condizioni, Sindelar realizzò anche la seconda rete per la sua squadra all’80°, ma tre minuti dopo Meazza, vincendo un duello aereo, segnò il 2-1, riportando la finale in equilibrio totale. L’Ambrosiana si difendeva con tenacia, ma all’88°, su cross di Molzer, Sindelar si trovò libero in area e con un tiro al volo firmò il 3-1 finale, regalando per la prima volta il titolo all’Austria, in un clima di trionfo nel gremito stadio viennese. Nel contrasto delle emozioni, le lacrime di Meazza, che definì le decisioni arbitrali “uno scandalo sportivo”. Gli articoli de La Stampa, ricchi di aspre critiche all’arbitro cecoslovacco František Cejnar, restano un monumento alla delusione che regnava tra le file della squadra milanese dopo quella grande finale persa. Ma la rivincita non si sarebbe fatta attendere…

Nella finale del 1933 la Mitropa Cup raggiunse forse il suo apice. Forse neppure lo stesso Meisl avrebbe potuto immaginare il successo della competizione che aveva sognato per tanti anni e che era iniziata appena sei stagioni prima. In totale, 93.000 spettatori avevano assistito alle due partite, il calcio dell’Europa centrale aveva ormai i suoi protagonisti, la cui fama andava ben oltre il campo di gioco; le comunità locali delle grandi città vivevano per queste sfide tra club provenienti da culture vicine ma differenti, e il calcio si era trasformato di fatto in un mezzo di comunicazione tra le nazioni, la borghesia colta e le masse operaie. Allo stesso tempo, però, nel calcio mondiale stavano avvenendo cambiamenti epocali, che si riflettevano nell’evoluzione del gioco delle nazionali — squadre che non rappresentavano quartieri, ma vere e proprie scuole di pensiero calcistico.
Il palcoscenico internazionale
Lo sviluppo del calcio internazionale fu un processo molto più difficile di quanto possa sembrare oggi. Nelle prime decadi di crescita di questo sport, non era affatto scontata l’idea che l’esistenza di competizioni internazionali fosse una necessità per il suo sviluppo complessivo. Le varie partite amichevoli, chiamate tests, come accadeva nel rugby e nel cricket, venivano organizzate in seguito ad accordi tra le federazioni nazionali e non esisteva un appuntamento con cadenza regolare che definisse il programma di crescita di ciascun calcio nazionale, al fine di confrontarlo con l’insieme delle altre scuole calcistiche.
Così, i primi tornei internazionali di calcio furono quelli dei Giochi Olimpici. Tuttavia, anche lì la situazione era molto dilettantistica. Ai Giochi Olimpici di Parigi del 1900 e di Saint Louis del 1904, invece delle nazionali, furono alcuni club selezionati a rappresentare simbolicamente i rispettivi Paesi, con una struttura dei tornei piuttosto singolare. Ad esempio, a Parigi la Upton Park vinse la medaglia d’oro giocando solo la finale, contro lo Stade Français, che aveva vinto i tre incontri precedenti, in un sistema di qualificazione ed eliminazione che ricordava più le sfide della boxe professionistica. Nel 1904 parteciparono soltanto due squadre dagli Stati Uniti e una dal Canada, mentre alla Olimpiade Intermedia di Atene del 1906 l’Ethnikos rappresentava Atene, l’Omilos Philomouson Salonicco, l’Orfeas Smirne e una squadra di una nave da guerra danese la Danimarca. In quel torneo, la partita tra le squadre di Atene e Salonicco non fu mai portata a termine, a causa di gravi incidenti avvenuti durante l’intervallo, stabilendo un precedente storico più nella tradizione sociale che in quella sportiva del calcio nazionale.
A cambiare le cose fu la fondazione della FIFA nel 1904 e il suo coinvolgimento diretto nell’organizzazione dei tornei olimpici, a partire dai Giochi Olimpici di Londra del 1908. Fu anche per questo motivo che la presidenza fu assunta, nel 1906, da Daniel Burley Woolfall. A Londra si disputò un vero e proprio torneo con la prevista partecipazione di otto squadre, due delle quali francesi. La Cecchia avrebbe partecipato come Boemia, affrontando la Francia al primo turno, e l’Ungheria avrebbe dovuto incontrare i Paesi Bassi. Tuttavia, entrambe le compagini centroeuropee ritirarono la propria partecipazione per motivi economici. La verità è che, in quello stesso anno, il calcio danubiano era ancora nettamente inferiore a quello britannico: la nazionale inglese vinse tutte e quattro le partite disputate contro le tre nazionali dell’impero, con punteggi di 6-1 e 11-1 contro l’Austria, 7-0 contro l’Ungheria e 4-0 contro la Boemia.
Nel 1912, però, la preparazione dell’Austria per i Giochi Olimpici di Stoccolma diede vita a una delle collaborazioni più leggendarie della storia del calcio, quando Meisl ingaggiò Hogan come commissario tecnico. La fusione delle idee del combination game con la fluidità tattica portò all’innovazione anche sul piano dei sistemi di gioco. All’epoca, lo schema standard, proveniente chiaramente dalla scuola britannica, era il 2-3-5, la cosiddetta “piramide”. Molto prima dell’evoluzione del modulo operata da Herbert Chapman, Hogan e Meisl discutevano adattamenti come il 3-2-2-3, o una forma molto precoce di centravanti arretrato rispetto al resto del quartetto offensivo. Con questi aggiustamenti tattici, l’Austria riuscì a travolgere 5-1 la Germania nel primo turno del torneo olimpico, ma i Paesi Bassi — dove Hogan aveva già lavorato come allenatore del Dordrecht — si dimostrarono più preparati, neutralizzando gli esperimenti austriaci e vincendo il quarto di finale per 3-1.
Va sottolineato che, nello stesso torneo, Meisl prese parte come arbitro, dirigendo il match del primo turno tra Italia e Finlandia, vinto dagli scandinavi ai tempi supplementari per 3-2.
Nel ripescaggio, o meglio nel “torneo di consolazione”, poiché quegli incontri non assegnavano medaglie né determinavano la classifica finale, parteciparono tutte e tre le squadre dell’Europa centrale. Al primo turno l’Austria superò 1-0 la Norvegia, mentre l’Italia ebbe la meglio con lo stesso punteggio sulla Svezia. Così, in semifinale, si affrontarono la squadra di Hogan e Meisl e l’Italia, che per la prima volta era allenata da Vittorio Pozzo: quel giorno nacque tra lui e Meisl un’amicizia destinata a durare tutta la vita, insieme a una rivalità permanente. L’Austria vinse quell’incontro per 5-1, mentre nell’altra semifinale l’Ungheria batté la Germania 3-1. In finale, l’Ungheria superò l’Austria 3-0, nell’unica partita ufficiale tra le due formazioni quando ancora facevano parte dello stesso Stato.
Il calcio scandinavo e dell’Europa settentrionale sembrava prevalere ai Giochi Olimpici rispetto a quello dell’Europa centrale, ma ciò rifletteva più che altro la capacità di imitare il gioco inglese, fondato sulla condizione fisica, piuttosto che un’evoluzione autonoma del gioco da parte loro. La Svezia e la Danimarca erano squadre protagoniste, con la Gran Bretagna che vinse entrambe le medaglie d’oro nel 1908 e nel 1912. L’edizione del 1916 non ebbe mai luogo a causa della Prima guerra mondiale e ad Anversa, nel 1920, le cose erano assai diverse, a causa del mutamento dell’intera geografia politica europea. Dall’Europa centrale partecipò solo la squadra della Cecoslovacchia, poiché l’Austria si trovava in una fase di piena ricostruzione e l’Ungheria attraversava un periodo estremamente turbolento, pochi mesi dopo il Trattato del Trianon. I cecoslovacchi si imposero per 7-0 al primo turno contro la neonata Serbia-Croazia-Slovenia, cioè la futura Jugoslavia, vinsero 4-0 contro la Norvegia nei quarti e 4-1 contro la Francia in semifinale. In una finale tragicomica, in cui la terna arbitrale britannica sembra abbia favorito in modo evidente i padroni di casa belgi per conquistare il primo oro olimpico del dopoguerra nel calcio, la squadra della Cecoslovacchia abbandonò il campo al 39° minuto, quando il Belgio era in vantaggio per 2-0. I cecoslovacchi non ritirarono mai le loro medaglie d’argento – e questa fu l’unica volta, fino ai giorni nostri, in cui una finale internazionale di calcio non venne portata a termine. L’Italia, impegnata nel ripescaggio, vinse contro la Norvegia ai supplementari per 2-1, per poi essere eliminata dalla Spagna, perdendo 2-0.
Forse il primo vero grande torneo olimpico fu quello di Parigi nel 1924, con la partecipazione di 22 squadre provenienti da 4 confederazioni e, per la prima volta, la presenza di una squadra sudamericana. L’Uruguay, giunto a Parigi come assoluto outsider, sorprese tutti battendo in sequenza la Jugoslavia, gli Stati Uniti, la Francia padrona di casa, i Paesi Bassi e, in finale, la Svizzera per 3-0, conquistando così la medaglia d’oro e attirando per la prima volta l’attenzione mondiale sugli sviluppi riguardanti la crescita di una rete calcistica di straordinaria qualità in un’altra parte del mondo, al di fuori dell’Europa. In quegli anni, in Sudamerica, il modo di sviluppare il calcio aveva una propria identità ideologica, non identica a quella dell’Europa centrale, ma tale da permettere di distinguersi rispetto a uno sport europeo assai più modesto e organizzato in maniera dilettantistica. L’assenza delle trincee e delle perdite della guerra in Sudamerica aveva inoltre consentito uno sviluppo senza ostacoli di quelle idee calcistiche e della corrispondente cultura sportiva. Questa superiorità fu peraltro suggellata quattro anni più tardi, ai Giochi Olimpici di Amsterdam, dove partecipò anche la nazionale argentina, desiderosa di emulare la gloria dei vicini. La finale si disputò naturalmente tra Uruguay e Argentina e fu necessario un incontro di ripetizione affinché la Celeste conquistasse il secondo oro olimpico consecutivo, con una vittoria che contribuì in modo decisivo a determinare la sede della Prima Coppa del Mondo FIFA, allora grande obiettivo della federazione sotto la guida del francese Jules Rimet.

Dall’Europa centrale, ai Giochi del 1924 parteciparono la Svizzera e l’Italia: la prima raggiunse la finale, mentre la seconda venne eliminata nello scontro diretto tra le due per i quarti di finale; l’Ungheria subì invece una sconfitta umiliante e inattesa, per 3-0, contro l’Egitto. Nel 1928 presero parte soltanto l’Italia e la Svizzera, poiché le altre squadre della vecchia monarchia non considerarono importante la questione del torneo olimpico. L’Italia conquistò la medaglia di bronzo, perdendo 3-2 in semifinale contro l’Uruguay, mentre la Svizzera fu eliminata al primo turno, battuta 4-0 dalla Germania.
Tuttavia, quando si disputarono i Giochi Olimpici del 1928, in Europa centrale era già iniziato un torneo calcistico internazionale di ben maggiore importanza. Nello stesso anno in cui fu istituita la Mitropa Cup, ebbe luogo anche la prima edizione della Coppa Internazionale dell’Europa Centrale, con la partita inaugurale, tra Cecoslovacchia e Austria, disputata il 18 settembre 1927. La competizione si sarebbe svolta nell’arco di tre anni, con l’estate del 1928 considerata un “periodo morto” per consentire la partecipazione di Italia e Svizzera ai Giochi Olimpici.
Le grandi favorite per l’edizione 1927-1930 erano l’Austria e l’Italia. L’Austria, con Matthias Sindelar come prima stella e Hugo Meisl alla guida tecnica, si trovava alle origini della costruzione di una squadra straordinaria, la cosiddetta Wunderteam, la squadra-meraviglia, che incarnò tutti i progressi della filosofia calcistica viennese. L’Italia, all’inizio del torneo, si trovava in una fase di rapido sviluppo, favorita dalla ristrutturazione del calcio professionistico a livello di club; le grandi figure che avrebbero portato alla trasformazione della nazionale sarebbero emerse durante il triennio di svolgimento della competizione. In campo, il protagonista indiscusso fu naturalmente Giuseppe Meazza, che indossò per la prima volta la maglia della Squadra Azzurra nel 1930. In panchina, dal 1929, tornò Vittorio Pozzo, al suo quarto incarico dopo quelli del 1912, 1921 e 1924.
Pozzo nacque a Torino nel 1886. Figlio di una famiglia borghese, durante gli anni scolastici si dedicò all’atletica leggera distinguendosi nei 400 metri, ma crescendo fu conquistato dal calcio. Non avendo le qualità per emergere come calciatore, proseguì gli studi e si trasferì a Zurigo, dove frequentò la Scuola di Commercio. Lì divenne poliglotta, imparando a parlare fluentemente francese, tedesco e inglese, e sviluppò un’apertura mentale in contrasto con i progetti della famiglia, che lo spingeva a tornare in Italia. Invece, Pozzo si trasferì in Inghilterra, inizialmente a Londra, dove però non si sentì a suo agio all’interno della numerosa comunità di espatriati. Si spostò quindi verso nord, a Bradford, dove poté vivere pienamente la vita britannica, che aveva imparato ad amare. La sua anglofilia era tale che, pur essendo cattolico, iniziò a frequentare regolarmente la chiesa anglicana la domenica, seguendo una routine che prevedeva il lavoro nella direzione di un’azienda tessile durante la settimana e il calcio il sabato.
Malgrado le pressioni della famiglia affinché tornasse per assumere un incarico dirigenziale nell’azienda del fratello, rifiutò persino quando il padre interruppe il sostegno economico. In Inghilterra, Pozzo divenne tifoso del Manchester United, legandosi a un club e a una città che avevano già influenzato, attraverso una serie di personalità, il calcio dell’Europa centrale; sviluppò inoltre una propria ideologia politica, che si potrebbe definire liberal-monarchica. Le basi culturali britanniche che adottò gli instillarono anche una mentalità militarista e un corrispondente stile di vita – qualcosa che si sarebbe tradotto in seguito nei metodi che introdusse nel calcio, in particolare nell’allenamento. Tuttavia, la sua esperienza in Inghilterra si concluse bruscamente: il ritorno in Italia per partecipare al matrimonio della sorella divenne, di fatto, il motivo per cui la famiglia gli impedì di partire di nuovo.

Pozzo, che aveva assistito agli allenamenti di grandi squadre britanniche – tra cui l’Arsenal a Londra, ma anche altre nel nord, dove visse in seguito – possedeva un bagaglio tecnico raro per l’epoca, che gli valse un impiego all’interno della Federazione Italiana, assumendo il ruolo di segretario. Tuttavia, nel 1912, in vista dei Giochi Olimpici di Stoccolma, gli fu chiesto per la prima volta di assumere la guida tecnica della nazionale. I risultati, però, e in particolare la pesante sconfitta contro l’Austria alle Olimpiadi, seguita da una ripetizione dello stesso esito in un’amichevole il dicembre successivo, lo portarono a dimettersi.
Per due anni continuò a viaggiare, fino allo scoppio della Grande Guerra, quando fu arruolato come ufficiale in un battaglione di Alpini – un incarico in linea con i suoi principi militaristi. Dopo la fine della guerra tornò a guidare l’Italia ai Giochi Olimpici di Parigi del 1924, ottenendo risultati migliori; tuttavia, la morte della moglie lo spinse ancora una volta alle dimissioni. Riprese così le sue attività professionali, assumendo un incarico dirigenziale alla Pirelli e trascorrendo il tempo libero facendo alpinismo sui monti dell’Alsazia.
Nel 1929, però, iniziò il lungo cammino comune di Pozzo e della Squadra Azzurra, segnato dalla gloria ma anche dal legame con un regime il cui peso storico ricadde anche sulla figura stessa di Pozzo. Sebbene non fosse mai stato membro del Partito Nazionale Fascista, e nonostante successive testimonianze storiche indichino che aiutò corpi partigiani nella zona di Biella, oltre a prigionieri alleati a fuggire – schierandosi chiaramente con gli inglesi e nutrendo una profonda ammirazione per Winston Churchill – Pozzo è considerato come colui che seppe sfruttare tutti gli strumenti, materiali e ideologici, che il regime fascista gli mise a disposizione. Il risultato è che oggi, in Italia, il suo nome non è legato a nessuno stadio e non figura tra le grandi personalità di cui gli italiani provano orgoglio calcistico nazionale.
Per quanto riguarda la prima Coppa Internazionale, nel 1927 i risultati iniziali furono sorprendenti rispetto alla forza teorica delle squadre dell’epoca: nelle prime due partite l’Austria subì altrettante sconfitte, contro Cecoslovacchia e Ungheria. L’Italia, dal canto suo, ottenne un pareggio per 2-2 in trasferta contro la Cecoslovacchia. Dopo questi risultati, le due favorite del torneo si affrontarono per la prima volta il 6 novembre, nel neocostruito Stadio Littoriale di Bologna. Trentamila spettatori riempirono le tribune dell’impianto emiliano, vedendo però l’Austria conquistare la sua prima vittoria nella competizione grazie a un gol di Franz Runge, attaccante dell’Austria Vienna, al 44º minuto.
L’Italia trovò a sua volta la prima vittoria contro la più debole Svizzera, per poi battere anche l’Ungheria al vecchio Flaminio, in una partita emozionante terminata 4-3, il 25 marzo 1928. Una settimana dopo, l’Austria perse nuovamente, stavolta in casa, contro la Cecoslovacchia, mentre l’Ungheria superò i cechi per 2-0 nell’ultimo incontro prima delle Olimpiadi di Amsterdam.
Dall’autunno del 1928 in poi, Austria e Italia iniziarono a trovare la propria forma: gli austriaci batterono 5-1 l’Ungheria e 2-0 la Svizzera, mentre l’Italia vinse 3-2 in trasferta contro gli elvetici e 4-2 in casa contro la Cecoslovacchia. Così, il 7 aprile 1929, le due si ritrovarono di fronte, questa volta davanti a 49.000 spettatori allo stadio Hohe Warte di Vienna, in un match in cui Horvath segnò due reti e Weselik un’altra, fissando il netto 3-0 che confermava la superiorità austriaca sui rivali diretti per il trofeo.
Dopo quella partita, l’Italia era in testa alla classifica con un punto di vantaggio sull’Austria, grazie a 4 vittorie, 1 pareggio e 2 sconfitte, contro le 4 vittorie e 3 sconfitte degli austriaci. Nell’ultimo match del 1929, l’Austria vinse a Berna contro la Svizzera, superando l’Italia in graduatoria e attendendo il risultato dell’ultima partita della competizione, che avrebbe deciso il titolo.
La lunga distanza temporale tra le partite significava però che molte cose potevano cambiare per ogni squadra durante il torneo. Così, l’Italia che aveva subito due sconfitte contro l’Austria non era la stessa che l’11 maggio 1930 scese in campo a Budapest contro l’Ungheria. Due figure possono essere considerate le aggiunte più importanti in quel lasso di tempo per la Squadra Azzurra: in campo il giovane Giuseppe Meazza, e in panchina il rientrante Vittorio Pozzo.
Veterano di guerra, prima del match decisivo Pozzo organizzò per i giocatori italiani una visita ai campi di battaglia di Oslavia e Gorizia, fermandosi anche al cimitero militare di Redipuglia. Lì, i calciatori rimasero scioccati dalla brutalità della guerra, e Pozzo disse loro che “era un bene che lo spettacolo triste e terrificante li avesse scossi” e che “ciò che ora veniva chiesto a loro non era nulla in confronto a ciò che era stato chiesto a coloro che avevano perso la vita sulle colline circostanti”.
Non si può stabilire con certezza se quella visita servì da iniezione ideologica per migliorare il rendimento degli italiani; il dato di fatto è che, contro un’Ungheria che lottava anch’essa per il titolo, a pari punti e con il sostegno di 40.000 spettatori, gli Azzurri scrissero una pagina d’oro della loro storia, vincendo 5-0, con Meazza autore di una tripletta, e conquistando il primo titolo ufficiale della loro storia.
Nell’estate del 1930, nessuna squadra dell’Europa Centrale si recò in Uruguay per il primo Campionato del Mondo della FIFA, poiché il viaggio era troppo lungo e tutte le federazioni ritennero impossibile adattare i calendari dei campionati e delle competizioni internazionali per consentire la partecipazione delle proprie squadre. Del resto, questo primo Mondiale, a giudicare dalla stampa dell’epoca, appariva più come una competizione sperimentale e di carattere innovativo, il cui prestigio non aveva nulla a che vedere con quello della Coppa del Mondo che conosciamo oggi.
La successiva competizione internazionale a cui presero parte le squadre dell’Europa Centrale fu dunque la Coppa Internazionale del 1931-1932. La prima partita in programma era il grande scontro fra Italia e Austria, che questa volta ebbe luogo a San Siro. Sebbene Hovarth avesse aperto le marcature al 4° minuto per gli ospiti, al 34′ Meazza pareggiò — in quello stadio che più tardi avrebbe portato il suo nome — e al 52′ l’argentino naturalizzato italiano Raimundo Orsi diede la vittoria ai padroni di casa fissando il punteggio sul 2-1. L’Austria proseguì il torneo ottenendo 2 vittorie — fra cui un 8-1 in trasferta contro la Svizzera, che aveva una nuova guida tecnica, con due dei grandi artefici del calcio danubiano, Jimmy Hogan e Dori Kürschner, come assistenti dell’allenatore Teddy Duckworth — e 2 pareggi contro l’Ungheria. Lo stesso bilancio aveva l’Italia. Il 20 marzo 1932 le due squadre si affrontarono di nuovo, al Prater, davanti a 63.000 spettatori: Sindelar e Meazza segnarono per le rispettive squadre, ma furono gli austriaci a imporsi per 2-1, riportando così la corsa al titolo in perfetto equilibrio.
Le due nazionali proseguirono con pareggi in trasferta — l’Italia in Ungheria e l’Austria in Cecoslovacchia — e il titolo si decise infine nell’ottobre 1932. Il 23 del mese, l’Austria ospitò al Prater la modesta Svizzera, che un anno prima aveva travolto per 8 reti a Basilea, davanti a 55.000 spettatori. Gli austriaci vinsero 3-1, in una partita diretta dal cecoslovacco František Cejnar, lo stesso che avrebbe arbitrato Austria–Inter nella Mitropa Cup del 1933. Dopo quel risultato, l’Italia avrebbe avuto bisogno di una larga vittoria contro la Cecoslovacchia per sperare nel titolo, ma il 28 ottobre a Praga fu sconfitta 2-1. L’Austria di Meisl e Sindelar, la Wunderteam, conquistò così il primo e unico titolo della sua storia!
Dopo il trionfo nella Coppa Internazionale, la nazionale austriaca — considerata la migliore dell’Europa continentale — fu invitata a un’amichevole che si svolse il 7 dicembre allo Stamford Bridge di Londra, contro l’Inghilterra. La nazionale della “madre del calcio”, che ormai contava oltre 60 anni di partite internazionali, non era mai stata sconfitta in casa da una squadra europea, se non dalle formazioni delle isole britanniche, nell’ambito dell’Home Championship. La sua prima sconfitta contro un’avversaria europea era arrivata nel maggio 1929, quando, all’Estadio Metropolitano di Madrid, fu battuta 4-3 dalla Spagna; nel maggio 1931 aveva perso anche a Parigi, con un pesante 5-2 contro la Francia. La sola convocazione per giocare su suolo britannico costituiva già di per sé un grande onore: fino ad allora vi erano stati soltanto due precedenti simili. Nel 1923, la squadra olimpionica del Belgio era stata invitata a una partita a Highbury, vinta dall’Inghilterra per 6-1; nel 1931, la Spagna fu invitata per la rivincita della gara del Metropolitano e ancora una volta gli inglesi, a Highbury, si imposero nettamente per 7-1, confermando la loro supremazia in patria. È significativo che questi incontri si giocassero sempre a dicembre, quando i terreni di gioco erano già provati dal duro clima britannico, favorendo così i padroni di casa e il loro calcio fisico. In questa prospettiva, la motivazione per l’Austria era enorme: diventare la prima squadra capace di battere l’Inghilterra sul proprio campo e conquistare il titolo di nuova potenza calcistica mondiale.
Per questa partita, Meisl tornò a chiedere la collaborazione di Jimmy Hogan, che aveva appena lasciato la panchina dell’Austria per assumere la guida del Racing Club de France. Hogan dichiarò che quell’invito rappresentava “il più grande onore della sua carriera” e “un magnifico regalo per il suo cinquantesimo compleanno”. Allo stesso tempo, l’organizzazione di questa grande amichevole fu agevolata dallo stesso Herbert Chapman, che contribuì a convincere il Racing a liberare il suo allenatore per due settimane, affinché potesse preparare la squadra austriaca. L’arbitro designato per l’incontro fu il miglior fischietto dell’epoca, il belga John Langenus, che due anni prima aveva diretto la finale del Campionato del Mondo.
Dopo il trionfo nella Coppa Internazionale, la nazionale austriaca, considerata la migliore dell’Europa continentale, fu invitata a disputare un’amichevole il 7 dicembre allo Stamford Bridge di Londra contro l’Inghilterra. La nazionale della madrepatria del calcio, con oltre 60 anni di partite internazionali alle spalle, non era mai stata sconfitta in casa da una squadra europea, se non dalle squadre delle isole britanniche, nel cosiddetto Home Championship. La sua prima sconfitta contro una squadra europea era avvenuta nel maggio del 1929, quando allo stadio Metropolitano di Madrid fu battuta 4-3 dalla Spagna, mentre nel maggio del 1931 aveva perso anche a Parigi, con un pesante 5-2 contro la Francia.
Lo stesso invito a giocare su suolo britannico era di per sé un grande onore, poiché fino ad allora esistevano soltanto due precedenti storici: nel 1923 la squadra olimpionica del Belgio fu invitata a una partita disputata a Highbury, dove l’Inghilterra vinse 6-1; nel 1931 la Spagna fu invitata per il ritorno della sfida del Metropolitano e gli inglesi si imposero nuovamente a Highbury per 7-1, suggellando così la loro supremazia in casa. È significativo che queste partite si disputassero sempre a dicembre, quando il terreno dei campi era già provato dal rigido clima britannico, favorendo i padroni di casa e il calcio fisico che avevano sviluppato.
In questa prospettiva, la motivazione per l’Austria era enorme, poiché avrebbe potuto diventare la prima squadra a scalzare l’Inghilterra in casa, conquistando il titolo di nuova potenza calcistica mondiale. Per questa partita Meisl aveva nuovamente chiesto la collaborazione di Jimmy Hogan, che aveva appena lasciato la panchina dell’Austria per assumere la guida del Racing Club de France. Hogan dichiarò che quell’invito era stata “il più grande onore della sua carriera” e “uno splendido regalo per il suo cinquantesimo compleanno”. Allo stesso tempo, all’organizzazione di questa grande amichevole contribuì anche Herbert Chapman, che si adoperò per convincere il Racing a liberare il proprio allenatore per un periodo di due settimane, in modo che potesse preparare la nazionale austriaca. Arbitro dell’incontro fu designato il migliore dell’epoca, il belga John Langenus, che aveva diretto anche la finale della Coppa del Mondo due anni prima.
Alla partenza della squadra austriaca dalla stazione di Westbahnhof, migliaia di tifosi si radunarono per incoraggiare i propri beniamini, mentre i preparativi in Inghilterra si riflettevano anche sulla stampa dell’epoca, che in generale sottolineava come questa partita non avrebbe somigliato a nessun’altra precedente, esaltando la qualità degli austriaci. La gara iniziò nel migliore dei modi per gli inglesi, che segnarono al 5° minuto con Crooks; tuttavia, l’Austria rimaneva pericolosa e il portiere inglese del Birmingham, Harry Hibbs, non era in giornata, anche perché particolarmente nervoso sapendo che sugli spalti si trovava Chapman, in grado di offrirgli un trasferimento all’Arsenal. Nonostante ciò, Hampson raddoppiò per l’Inghilterra, fissando il risultato del primo tempo.
Nella ripresa l’Austria continuò a spingere, con Smistik e Sindelar a prendersi sulle spalle il controllo del gioco, e al 58° minuto Zischek del Wacker Vienna accorciò le distanze. Al 77° Houghton riportò i padroni di casa a due gol di vantaggio, ma tre minuti più tardi Sindelar ridusse nuovamente lo scarto con una rete che ricordava molto quella segnata da Maradona contro gli inglesi nel 1986, passata alla storia come “il gol del secolo”. È significativo che il pubblico inglese, calcisticamente colto, applaudì l’azione del “Mozart”. Con dieci minuti ancora da giocare, nulla sembrava deciso e, in un incontro rimasto nella memoria sia per la bellezza del gioco sia per l’altalena del punteggio, i 40.000 di Stamford Bridge esplosero all’82°, quando Hampson, con la sua seconda rete personale, diede nuovamente un margine di sicurezza alla sua squadra. Zischek segnò ancora all’87°, e un gol inglese fu annullato nei minuti finali: il risultato si fissò così sul 4-3 per l’Inghilterra. L’Austria era andata vicinissima a conquistare un primato calcistico di valore simbolico, ma quell’impresa fu rimandata e alla fine sarebbe riuscita a un’altra squadra.

L’edizione 1933-1935 della Coppa Internazionale ebbe di nuovo una durata maggiore, a causa della disputa della Coppa del Mondo, che questa volta si sarebbe svolta in Italia. Il regime mise in campo ogni risorsa per celebrare una vittoria sportiva internazionale, e questo significava che Pozzo aveva a disposizione tutti i mezzi tecnici per costruire una squadra formidabile, il cui primato non sarebbe stato minacciato da nessuno, soprattutto in territorio italiano. Ciò includeva anche le “italianizzazioni” di calciatori affermatisi sulla scena mondiale, grazie alla legge del sangue di Mussolini, che stabiliva che ogni discendente di italiani, fino alla settima generazione, potesse ottenere la cittadinanza italiana. In pratica, questo significava che qualsiasi calciatore sudamericano — anche con qualche “aggiustamento” nella storia familiare — poteva diventare italiano. Questa nuova e più potente Italia, nel corso del 1933, vinse tutte e quattro le partite di Coppa Internazionale, in casa contro Cecoslovacchia e Svizzera e in trasferta sui campi della Svizzera e dell’Ungheria.
La partita contro l’Austria, l’11 febbraio 1934, ebbe un’atmosfera molto carica: oltre al fatto che appariva destinata a decidere ancora una volta il titolo, era anche il primo confronto dopo la finale della Mitropa Cup tra l’Austria e l’Inter/Ambrosiana, che aveva lasciato un’enorme amarezza in Meazza e in un’intera nazione. Inoltre, si disputava nella città natale di Pozzo, Torino, nello stadio che oggi è l’Olimpico ma che allora portava il nome del dittatore italiano. Oltre ai simbolismi, la partita aveva grande importanza perché, dal punto di vista tattico, si erano ormai delineati due sistemi che rappresentavano l’identità delle due squadre.
Da un lato, l’Italia di Pozzo adottava il cosiddetto metodo, un sistema 2-3-2-3 che garantiva superiorità numerica a centrocampo, rinforzato e supportato dalle mezzali (all’epoca i numeri 8 e 10), che giocavano più arretrate rispetto agli altri tre attaccanti. Dall’altro, l’Austria di Meisl giocava con il cosiddetto W-M, ossia un 3-2-2-3 con tre difensori in linea e una disposizione a quadrilatero in mezzo al campo, una struttura che si ritrova nel calcio anche in epoche successive, soprattutto nella fase offensiva. Entrambi i sistemi erano evoluzioni del 3-2-5 di Herbert Chapman (più vicino al W-M), con il quale il tecnico inglese aveva trionfato all’Arsenal.
Nella sfida di Torino, gli austriaci riuscirono di nuovo a imporsi, questa volta con un netto 4-2, suscitando preoccupazione nei loro avversari e in un intero regime, a pochi mesi dall’inizio del Mondiale. Prima dell’estate, l’Austria disputò un’altra partita contro la Svizzera, vincendo 3-2 a Ginevra.
La risonanza mondiale
Nell’estate del 1934 arrivò il momento in cui il calcio dell’Europa Centrale avrebbe brillato sulla scena mondiale. Due anni prima, al 21° Congresso della FIFA tenutosi a Stoccolma, due Paesi si contendevano il diritto di ospitare la seconda edizione del torneo. Tuttavia, proseguendo la tradizione dei ritiri che era iniziata già nel processo di scelta della sede del primo Mondiale, la Svezia si ritirò dalla corsa, non avendo intenzione di destinare un budget così elevato come l’Italia, che presentò un progetto dal costo di 3,5 milioni di lire.
Per questa edizione furono introdotte per la prima volta le qualificazioni, poiché delle 36 federazioni che avevano presentato domanda di partecipazione, solo 16 avrebbero preso parte alla fase finale. L’Italia, inserita nel terzo girone, dovette superare l’ostacolo della Grecia, battendola 4-0 al San Siro di Milano il 25 marzo 1934. L’Ungheria e l’Austria passarono entrambe i loro gironi imponendosi sulla Bulgaria. La Cecoslovacchia vinse il doppio confronto con la Polonia per 2-1 in trasferta e senza giocare in casa, poiché la squadra avversaria si ritirò. La Svizzera superò come seconda un girone difficile con Romania e Jugoslavia, pareggiando con entrambe.
Così, tutte le squadre del cosiddetto calcio dell’Europa Centrale si sarebbero trovate sui campi italiani a contendersi il massimo titolo calcistico del pianeta, che progressivamente acquisiva anche il prestigio che gli spettava.
Gli incontri degli ottavi di finale si disputarono il 27 maggio. L’Italia padrona di casa esordì con un trionfo sugli Stati Uniti al Flaminio, vincendo 7-1, con Angelo Schiavio del Bologna autore di una tripletta. Compito agevole anche per l’Ungheria, che, pur essendo stata raggiunta sul pari dall’Egitto nel corso del match, nel secondo tempo conquistò la qualificazione con un 4-2 al Partenopeo di Napoli. Allo Stadio Littorio di Trieste, la Cecoslovacchia superò la Romania rimontando nel secondo tempo e vincendo 2-1, mentre la Svizzera batté 3-2 l’Olanda al San Siro. La giornata più difficile toccò all’Austria, che a Torino dovette arrivare ai tempi supplementari contro la Francia, riuscendo infine a qualificarsi al 109° minuto grazie a una rete di Josef Bican, leggendario attaccante di origine ceca della Rapid.

Con le cinque squadre della Coppa Internazionale presenti ai quarti di finale, il torneo assumeva ormai un aspetto piuttosto familiare — e interamente europeo, dato che Argentina e Brasile erano state eliminate già al primo turno, rispettivamente da Svezia e Spagna. Nei quarti, disputati il 31 maggio, due incontri furono autentici derby dell’Europa Centrale. L’Austria affrontò l’Ungheria al Littoriale di Bologna, lo stesso stadio dove aveva ottenuto la sua prima grande vittoria contro l’Italia. Con le reti di Horvath e Zischek passò in vantaggio, mentre l’Ungheria riuscì soltanto ad accorciare al 60′ su rigore di Sárosi. Nell’altro incontro fra squadre della Coppa Internazionale, la Cecoslovacchia batté la rinnovata Svizzera a Torino per 3-2, conquistando così il pass per la semifinale.
L’impegno più arduo spettò questa volta all’Italia che, a Firenze, non riuscì a superare la Spagna nemmeno dopo i tempi supplementari: il punteggio restò sul 1-1 e fu necessario un incontro di spareggio il giorno seguente, deciso da una rete di Meazza che consentì agli Azzurri di passare il turno. Rimane tuttora un mistero storico l’assenza in quella gara di spareggio del leggendario portiere spagnolo Zamora e degli attaccanti baschi Iraragorri e Langara. Alcune fonti riferiscono che Zamora si trovasse addirittura a pochi posti di distanza da Hugo Meisl, presente sugli spalti come spettatore.
La partita più attesa del torneo — che si potrebbe definire una “finale anticipata” — fu senza dubbio la semifinale fra Italia e Austria, in programma il 3 giugno al San Siro di Milano. Italia e Austria erano nel pieno di un’epoca d’oro della loro rivalità calcistica, ma sul piano politico le cose erano più complesse. Ex nemici della Prima guerra mondiale, con un’eredità ancora viva nella memoria di Pozzo e, soprattutto, di calciatori come Sindelar e Meazza — rimasti orfani in quel conflitto — avevano ridefinito le proprie relazioni nel marzo 1934 con un accordo fra Italia, Austria e Ungheria, passato alla storia come i “Protocolli di Roma”.
In questo patto, le tre nazioni ormai tutte sotto regimi autoritari — pochi giorni prima era caduta anche la Prima Repubblica Austriaca, con il cancelliere Dollfuss, soprannominato “Millimetternich”, che aveva assunto il potere a tempo indeterminato — formavano un’alleanza soprattutto per contrastare l’aggressività tedesca. Infatti, appena un anno prima, il 30 gennaio 1933, la cancelleria della Repubblica di Weimar era stata assunta da un pittore fallito di origine austriaca, trasformandola nel famigerato Reich tedesco.
Oltre al timore del nazionalsocialismo tedesco, l’accordo apriva un nuovo ciclo di aggressività nei Balcani, con mire sui territori della Jugoslavia, che ognuna delle tre nazioni riteneva di possedere per “diritto storico”, alimentando così i nazionalismi per i decenni a venire. Questa convergenza diplomatica, tuttavia, contava poco per Pozzo, che portò un grammofono negli spogliatoi della Squadra Azzurra per caricare i suoi giocatori con le note della Canzone del Piave, un inno patriottico che celebrava l’eroismo italiano sui campi di battaglia della Grande Guerra, costringendo persino i calciatori a cantarlo a voce alta prima di scendere in campo. Sulla stessa linea era, naturalmente, Mussolini, presente allo stadio e desideroso di vedere la nazionale ottenere una vittoria che sarebbe diventata simbolo del suo regime.
I biglietti per la partita andarono, ovviamente, esauriti, e al San Siro si stiparono 60.000 spettatori per assistere dal vivo alla più grande sfida calcistica di tutti i tempi fino a quel momento. Oltre al sostegno dei tifosi, gli italiani ebbero anche il favore del meteo: poche ore prima del calcio d’inizio, un violento temporale aveva colpito Milano e, al momento della partita, il terreno di gioco era ancora allagato in diversi punti. Ciò rendeva estremamente difficile il compito degli austriaci, più legati alla loro tecnica sopraffina, e favoriva il gioco fisico e dinamico degli italiani.
Nonostante le condizioni, Sindelar continuò a incantare: il Papierene, che aveva imparato a giocare sui terreni irregolari degli spazi aperti della Vienna operaia, sapeva come destreggiarsi anche su un campo inzuppato, persino in uno dei migliori impianti della sua epoca. Gli attacchi austriaci arrivavano a ondate, e gli italiani potevano soltanto rispondere con un gioco di contenimento, privo di volontà creativa. In questo lavoro difensivo trovarono un alleato anche nell’arbitro svedese Ivan Eklind, al quale era stata promessa la direzione della finale in caso di buona prestazione.
Forse fu proprio questa prospettiva a influenzare la decisione che prese al 19° minuto: in un duello aereo tra Schiavio e il portiere austriaco Peter Platzer, quest’ultimo riuscì inizialmente a bloccare il pallone, ma fu travolto con forza da Schiavio — in un’azione che costituiva l’esatta definizione di fallo secondo il regolamento — perdendo così il possesso. La palla finì a Guaita, che segnò l’unico gol della partita. Per gli austriaci, e forse per il mondo intero, si trattò di un fallo evidente; per Eklind, forse, fu semplicemente la strada verso la finale del torneo calcistico più importante del pianeta.

Il risultato rimase sull’1-0, nonostante le numerose occasioni avute da entrambe le squadre, con gli austriaci a giocare meglio per la maggior parte della gara, ma talvolta trovando davanti a sé una dura muraglia difensiva italiana e altre volte mancando di pochissimo la precisione, come Zischek allo scadere dell’incontro. L’Italia era passata in finale, come tanto desiderava il Duce, ma rimase nella storia la macchia del trattamento ingiusto riservato a una delle migliori squadre che il calcio mondiale avesse mai conosciuto. Meisl dichiarò che era impossibile battere l’Italia in quelle condizioni, mentre Josef Bican si spinse ancora oltre nelle sue affermazioni, lasciando scritto nella storiografia che l’arbitro arrivò perfino a… passare la palla a un italiano durante la partita.
Dall’altra parte, Raimundo Orsi dichiarò che vivevano sotto la paura dell’esecuzione, cosa che sarebbe stata molto probabile se l’arbitro Eklind non avesse preso le loro parti.
Nell’altra semifinale, la Cecoslovacchia, rappresentante del calcio danubiano che si distingueva nella Coppa del Mondo del 1934, sconfisse la Germania per 3-1 con una tripletta di Oldřich Nejedlý dello Sparta, nonostante Rudi Noack avesse momentaneamente pareggiato per i tedeschi, conquistando così l’altro biglietto per la grande finale, disputata a Roma il 10 giugno. In precedenza, nella finale per il terzo posto, un’Austria demoralizzata dall’ingiustizia subita perse contro la Germania a Napoli, mancando così anche la medaglia di bronzo. La Squadra Azzurra di Pozzo dovette arrivare ai tempi supplementari, dopo l’1-1 dei tempi regolamentari, per piegare la resistenza dei cecoslovacchi, vincendo infine il “sacro Graal” chiamato Coppa Jules Rimet grazie al gol di Schiavio al 95º minuto.
La campionessa del mondo Italia ebbe poi l’occasione di giocare a Londra contro l’Inghilterra nel novembre successivo, ma all’Arsenal Stadium perse in maniera più netta di quanto fosse accaduto contro l’Austria due anni prima, con il punteggio finale fissato sul 3-2, grazie a due gol di Meazza nel secondo tempo. Tuttavia, le sue vittorie continuarono contro l’Austria, battendo la Wunderteam nell’incontro al Prater per la Coppa Internazionale, che infine conquistò nel 1935.
Le due squadre si sarebbero incontrate di nuovo ai Giochi Olimpici del 1936, dove, a causa delle mutevoli condizioni politiche, entrambe le nazioni potevano, per ragioni diverse, sentirsi un po’ in casa. Nel luglio del 1934 il cancelliere e ormai dittatore “Millimetternich” Dolfuss era stato assassinato durante un fallito colpo di Stato nazista e il potere era passato a Kurt Schuschnigg. In Austria, però, l’influenza del nazismo e il sostegno all’Anschluss, cioè all’unione nazionale storica con la Germania vietata dal trattato del Trianon, guadagnavano costantemente terreno. La Germania nazista aveva ogni motivo per attuare mosse di amicizia e fratellanza verso l’Austria, desiderando annettere la patria del proprio dittatore al Reich. Nello stesso periodo, l’atteggiamento inizialmente difensivo dell’Italia mussoliniana nei confronti del Reich aveva cominciato a mutare, poiché i rapporti con Francia e Gran Bretagna si erano deteriorati a causa dell’invasione italiana dell’Etiopia. Così, gradualmente, i rapporti tra i due paesi miglioravano, mentre dal 1935 nell’alleanza della Germania nazista era ufficialmente entrato anche il Giappone, in una visione comune di opposizione all’Internazionale Comunista e all’Unione Sovietica. Di fatto, attraverso lo sviluppo di legami amichevoli con il Giappone, iniziato nell’estate del 1936 e sostanzialmente ufficializzato nel 1937 quando l’Italia non condannò l’invasione giapponese della Cina alla Società delle Nazioni, prese avvio il periodo della cooperazione italo-tedesca.
Nel torneo, che vedeva la partecipazione di 16 squadre, l’Italia sconfisse di misura gli Stati Uniti per 1-0 al primo turno, superò in modo travolgente l’“amica” Giappone con 8-0, e dovette arrivare ai supplementari contro la Norvegia, dove un gol di Annibale Frossi le valse il biglietto per la finale. L’Austria, che durante la preparazione aveva battuto l’Inghilterra al Prater per 2-1, superò il primo turno vincendo contro l’Egitto per 3-1, prima di disputare una delle partite più scandalose della storia. Nei quarti di finale, contro il Perù, gli austriaci andarono in vantaggio con le reti di Wergin e Steinmetz al 23º e al 37º minuto. Tuttavia, la squadra peruviana entrò in campo nel secondo tempo determinata, riuscendo a pareggiare con i gol di Alcalde e Villanueva al 75º e all’81º minuto. Nei supplementari, anche se l’arbitro norvegese era incaricato di sostenere l’“ariana” Austria, i peruviani furono superiori, segnarono complessivamente 5 gol, di cui 3 annullati, e nonostante ciò alla fine della partita erano in vantaggio per 4-2. La partita poteva finire con quel punteggio, ma, a causa della “prestazione” dell’arbitro, tifosi peruviani entrarono in campo e si riferisce che arrivarono a colpire calciatori austriaci, mentre uno di loro era armato. L’Austria presentò ricorso e la FIFA decise la ripetizione della gara, cosa che il Perù rifiutò, permettendo così alla Wunderteam di passare al turno successivo. La decisione suscitò la forte reazione dei paesi dell’America Latina, che con comunicati ufficiali dichiararono la loro solidarietà al Perù, mentre le squadre olimpiche di Perù e Colombia si ritirarono dalla Germania.

In semifinale, in un clima molto più tranquillo, l’Austria sconfisse la nazionale di un altro paese ambito dalla dirigenza nazista, la Polonia. Con il punteggio di 3-1, gli austriaci si qualificarono per la finale, dove avrebbero affrontato ancora una volta l’Italia, nella grande rivincita della finale della Coppa del Mondo. Davanti a 85.000 spettatori allo Stadio Olimpico di Berlino, nel pomeriggio di Ferragosto, l’Italia prevalse ai tempi supplementari grazie a Frossi, autore di entrambe le reti, fissando il risultato finale sul 2-1. Così, la Squadra Azzurra di Pozzo era riuscita a lasciare senza titolo mondiale la grande Wunderteam, rappresentante di un paese in trasformazione, proveniente dalla Vienna Rossa che non esisteva più, incarnazione di un cosmopolitismo del dopoguerra che ormai cedeva il passo all’aggressività nazionalista in un numero sempre maggiore di paesi europei.
Lo splendore prima della tempesta
L’Europa si avviava verso il periodo più oscuro della sua storia e, a metà degli anni Trenta, le nuvole di un’altra guerra avevano cominciato ad addensarsi. Allo stesso tempo, l’alleanza in crescita che si sarebbe evoluta nell’Asse, e le basi ideologiche del fascismo e del nazismo, contribuirono all’instaurazione, in una serie di paesi, di leggi razziali e antisemite. Un regime autoritario dopo l’altro, iniziando dalla persecuzione di tutti gli elementi progressisti delle proprie società, mise nel mirino la numerosa e da secoli assimilata comunità ebraica, così come le popolazioni rom ovunque, cominciando con l’esclusione e giungendo fino a un’operazione di annientamento di massa.
Prima che tutto ciò diventasse realtà, però, si giocava ancora a calcio — e dopo la Coppa del Mondo del 1934, nella Mitropa Cup dello stesso anno, il grande protagonista della Squadra Azzurra, Angelo Schiavio, guidò il Bologna al suo secondo titolo, il primo conquistato sul campo dopo gli eventi del 1932. Nel 1935 lo Sparta ripeté l’impresa del Bologna, conquistando anch’esso per la seconda volta il trofeo, mentre negli anni successivi lo stesso risultato fu ottenuto dall’Austria Wien e dal Ferencváros.
Nel maggio e giugno del 1937, tuttavia, si svolse in Francia un’altra competizione — disputata soltanto una volta. Il cosiddetto Torneo Internazionale dell’Esposizione Universale di Parigi fu un incontro tra club provenienti dalle maggiori potenze calcistiche dell’epoca, tra cui l’Inghilterra, che fino ad allora si era rifiutata di partecipare a qualsiasi iniziativa di competizione interclub insieme ai paesi dell’Europa continentale. In totale presero parte otto squadre, rappresentanti di sette nazioni, con la nazione ospitante, la Francia, che schierò il Marseille e il Sochaux, arrivate ai primi due posti del campionato di quella stagione. Dall’Austria partecipò l’Austria Wien, in quanto detentrice della precedente Mitropa Cup; dall’Ungheria il Phöbus FC, che aveva militato per la prima volta nella massima categoria nella stagione precedente; dalla Germania il Leipzig; dalla Cecoslovacchia lo Slavia Praga, campione nazionale; mentre l’Italia fu rappresentata dal Bologna, campione in carica. Dall’Inghilterra prese parte il Chelsea, che — pur essendosi classificato undicesimo nella precedente stagione di Football League — provenendo dalla più cosmopolita Londra, volle partecipare a questo torneo, puntando persino a un successo internazionale.

Così, mentre dall’Inghilterra, dalla Germania e dall’Ungheria furono scelte squadre in modo casuale, dagli altri paesi parteciparono rappresentanti di primo piano. Ciò ebbe naturalmente un impatto sui risultati del primo turno, i quarti di finale, dove l’Austria Wien eliminò il Leipzig, lo Slavia Praga il Phöbus, il Bologna il Sochaux, mentre il Chelsea ebbe bisogno del lancio della moneta per qualificarsi contro il Marseille, poiché allora non esisteva ancora la procedura dei calci di rigore e il regolamento della competizione non prevedeva una gara di ritorno. Bologna e Chelsea vinsero entrambe per 2-0, rispettivamente contro lo Slavia e l’Austria, fissando così l’appuntamento per la grande finale, disputata il 6 giugno allo Stadio Olimpico di Colombes, alla periferia di Parigi. Una delle più grandi squadre dell’Europa continentale avrebbe affrontato, con in palio un trofeo internazionale, una rappresentante della Football League, e ciò di per sé costituiva un evento storico.
Ma ancora più storica del valore in palio in quella partita era la personalità dell’allenatore seduto sulla panchina del Bologna. Árpád Weisz nacque a Solt, nell’Ungheria occidentale, il 16 aprile 1896. Figlio di una famiglia ebraica della media borghesia — il padre era dentista — portava il nome di battesimo del capostipite dei Magiari, un dettaglio che testimonia l’assimilazione dell’elemento ebraico nei diversi ceppi etnici dell’Europa centrale. A differenza di molti bambini della sua epoca, la sua origine sociale gli permise di frequentare il ginnasio e di iniziare anche gli studi all’Università di Budapest, che però abbandonò per intraprendere una carriera calcistica all’estero. Si dedicò al calcio in modo sistematico a partire dai 15 anni, entrando nelle giovanili del Törekvés, con cui debuttò nella massima serie a 17 anni. Durante la Grande Guerra fu arruolato e combatté nelle file dell’Austro-Ungheria, finendo prigioniero degli italiani il 28 novembre 1915, durante la Quarta Battaglia dell’Isonzo, sul monte Mrzli. Fu condotto per il resto del conflitto in un campo di prigionia a Trapani, dove imparò la lingua italiana — un fatto destinato a segnare la sua vita futura. Alla fine della guerra tornò in Ungheria e al Törekvés, mentre nel 1923 passò al club cecoslovacco Maccabi Brno. Il 4 marzo 1923 esordì con la nazionale ungherese e partecipò anche alla spedizione per i Giochi Olimpici di Parigi del 1924. Nel 1925, con il clima verso le comunità ebraiche che si faceva sempre più pesante nell’Ungheria di Horthy, decise di trasferirsi in Italia, dove giocò inizialmente nell’Alessandria, per poi passare a metà stagione all’Inter. Tuttavia, un infortunio al ginocchio pose fine prematura alla sua carriera da calciatore.

Weisz, avendo vissuto dall’interno tutto il percorso di sviluppo del calcio ungherese, decise di diventare allenatore e, nello stesso anno, assunse la guida tecnica dell’Inter, che allora aveva già cambiato nome in Ambrosiana. Nel 1927 fu lui a scoprire, nel settore giovanile del club, il giovane Giuseppe Meazza e – benché fosse rimasto lontano dalla panchina della squadra milanese per un anno – tornò nel 1929, dando a Meazza un posto da titolare e conquistando il campionato del 1930. Così, all’età di 34 anni, divenne l’allenatore più giovane della storia a vincere il campionato italiano, un record che detiene ancora oggi. Nello stesso anno cominciò a dedicarsi all’analisi del calcio e pubblicò un manuale intitolato Il giuoco del calcio, con prefazione di Vittorio Pozzo. Dopo un passaggio al Bari, tornò per la terza volta all’Ambrosiana, guidandola anche nella leggendaria serie di finali del 1933. Nel 1934 si trasferì per una stagione al Novara, prima di approdare, nel 1935, alla guida tecnica di quella che veniva definita “la più danubiana delle squadre italiane”, il Bologna. Con il Bologna, dove proseguì la tradizione degli allenatori provenienti dall’Austro-Ungheria, vinse i campionati del 1936 e 1937, prima di ritrovarsi a Parigi, di fronte al Chelsea, per la finale della Coppa dell’Esposizione Internazionale.
Nella finale di Parigi il Bologna scese in campo con l’aria della campionessa di un Paese che era allo stesso tempo campione del mondo e campione olimpico, per quanto fossero stati conquistati quei titoli, ma soprattutto con l’esperienza di una squadra che aveva giocato per anni e vinto due volte un trofeo internazionale, al massimo livello allora esistente in Europa continentale. Così, Carlo Reguzzoni, esterno sinistro, segnò al 15° e al 31° minuto, mentre Busoni, centrocampista della squadra italiana, aveva già realizzato una rete al 20’. Con il 3-0 all’intervallo, si profilava la prima grande vittoria del calcio danubiano contro la Madre dello Sport a livello di club. Nella ripresa Reguzzoni completò la sua impresa realizzando una tripletta, e i londinesi riuscirono soltanto ad accorciare le distanze con Sam Weaver al 72°. Il Bologna aveva battuto una squadra inglese — il calcio europeo registrava la sua prima grande vittoria nel campo in cui eccelleva, ossia nello sviluppo di una rete calcistica internazionale a livello di club! Questo risultato, forse, per il sogno di Meisl era ancor più importante che vedere la grande Wunderteam vincere in casa dell’Inghilterra, perché, pur non essendo in palio il massimo trofeo, la lettura di quell’esito dimostrava che la sua visione del calcio era giusta — e prima che a dargli ragione fosse la storia, a farlo fu una sua vittima: Árpád Weisz.
Weisz rimase ancora un anno al Bologna, ma le persecuzioni contro gli ebrei, che erano iniziate anche in Italia, e l’emanazione delle leggi razziali lo costrinsero a fuggire. La sua ultima partita in Italia, quasi per uno scherzo del destino, fu quella tra il Bologna e l’Ambrosiana, nell’ottobre del 1938. Avendo l’ordine di lasciare il Paese, come tutti gli altri ebrei, entro il marzo 1939, fuggì con l’aiuto dei dirigenti del club il 10 gennaio, recandosi dapprima a Parigi. In cerca di lavoro, trovò un impiego a Dordrecht, nei Paesi Bassi, la squadra da cui Jimmy Hogan aveva iniziato la sua carriera di allenatore. In quel periodo molti ebrei consideravano i Paesi Bassi un luogo sicuro, poiché gli accordi stipulati con la Germania nazista lasciavano credere che la barbarie nazista non si sarebbe estesa a un Paese che non necessitava di essere conquistato. Questo errore, tuttavia, si rivelò fatale per migliaia di ebrei, poiché l’Olanda di fatto aprì le porte all’Olocausto. Nel settembre 1941 gli fu proibito di lavorare ancora e i suoi figli, Clara e Roberto, furono espulsi da scuola. Il 4 ottobre 1942, Árpád Weisz e tutta la sua famiglia furono caricati su un treno blindato con destinazione il campo di concentramento di Auschwitz. Lì, la moglie Ilona e i due figli furono mandati direttamente alle camere a gas, mentre Árpád fu tenuto in vita per i lavori forzati. Circa un anno e mezzo più tardi, uno dei più grandi tecnici della storia del calcio europeo morì a causa delle privazioni della prigionia, il 31 gennaio 1944, all’età di 47 anni.
Oggi il nome e la figura di Weisz sono parte dell’identità dell’Inter e del Bologna, e monumenti in suo onore sono stati eretti all’esterno degli stadi di entrambe le squadre, così come nel campo della Dordrecht. Allo Stamford Bridge, lo stadio del Chelsea, la squadra che aveva affrontato e sconfitto in quella storica partita di Parigi, una murale raffigura Weisz, l’ebreo tedesco olimpionico Julius Hirsch e il portiere britannico Ron Jones, anch’essi morti ad Auschwitz, adornando l’esterno dell’impianto.
Il calcio sotto la svastica
Árpád Weisz fu una delle milioni di vittime dell’umanità durante l’orrore della Seconda guerra mondiale e, nello specifico, della barbarie del fascismo e del nazismo, che era iniziata prima che le rivalità inter–imperialiste si trasferissero sui campi di battaglia. I Paesi che componevano la straordinaria rete del Calcio danubiano cominciavano poco a poco a scomparire. La Coppa Internazionale del 1936-1938 non fu mai portata a termine, perché non esistevano più tutte le nazioni che avevano iniziato a parteciparvi – e in particolare l’Austria.
Il 15 marzo 1938, da un balcone del Neue Hofburg, sulla Heldenplatz, davanti a 250.000 persone, Adolf Hitler annunciò l’annessione dell’Austria al Reich nazista, che da quel momento in poi fu chiamata Ostmark. Insieme a molte altre conquiste della Repubblica austriaca, il calcio immaginato e costruito dagli intellettuali cosmopoliti dei caffè di una capitale multietnica venne schiacciato sotto il giogo della più mostruosa costruzione ideologica mai conosciuta dal genere umano. Hugo Meisl era morto un anno prima, a causa di un attacco cardiaco, e non visse per vedere questo sviluppo. Il calcio professionistico divenne dilettantistico, sul modello tedesco, e il campionato austriaco uno dei tornei regionali del campionato federale tedesco. La Wunderteam, la leggendaria nazionale austriaca, venne sciolta e i suoi giocatori sarebbero divenuti parte della nazionale tedesca unificata. Questo processo sarebbe iniziato con una partita celebrativa, il cosiddetto Anschlussspiel, in cui la nazionale austriaca avrebbe disputato un’ultima gara, contro la Germania, prima che le due nazionali si fondessero.

La squadra austriaca era già indebolita: oltre ai giocatori–leggenda ormai a fine carriera, molti altri, di origine ebraica, erano fuggiti dal Paese. Il 3 aprile, appena nove giorni dopo il referendum che, con il 99,73% dei voti, aveva approvato l’annessione dell’Austria, il Praterstadion era stato addobbato con svastiche, ricordando più Norimberga che Vienna. Poiché le due nazionali avevano gli stessi colori, l’Austria giocò con maglie rosse, ma senza alcun bianco o nero, per evitare qualunque riferimento alla bandiera austriaca. In quella partita scese in campo per l’ultima volta Matthias Sindelar, il Papierene, il “Mozart del calcio”, che non accettò mai di indossare la maglia della rappresentativa tedesca. L’Austria vinse l’incontro con reti di Sindelar e Sesta, chiudendo così, con un’altra vittoria ma in un clima tutt’altro che trionfale, il ciclo della Wunderteam.
Oltre all’Austria, la Germania nazista incorporò nei propri domini anche territori di un altro Paese dell’Europa centrale. Nell’incontro di Monaco, il 30 settembre 1938, alla presenza dei leader del Reich, dell’Italia fascista, della democrazia borghese francese e della monarchia costituzionale del Regno Unito – che si potrebbe dunque chiamare “l’accordo di Hitler, Mussolini, Chamberlain e Daladier” – si decise di porre fine alle ostilità della Germania in Cecoslovacchia con la cessione alla Germania della regione dei Sudeti, dove viveva la maggior parte della popolazione germanofona del Paese. Tuttavia, le rivendicazioni territoriali tedesche non si fermarono qui, e Regno Unito e Francia accettarono il piano di Hitler pochi mesi dopo; di fatto, entro la fine di marzo 1939, la Cecoslovacchia cadde completamente sotto il dominio del Reich. Così, un’altra repubblica cosmopolita si consegnava alla marea nera del nazismo, spegnendo insieme a sé una scuola calcistica multinazionale, in attesa di una rinascita legata alla conquista di una grande e universale vittoria.
Nello stesso periodo, Hitler riconosceva la Polonia e l’Ungheria come Paesi dell’area di più ampia influenza tedesca, dichiarando la sua volontà di annettere anche questi. A differenza degli altri Stati, che si arresero attraverso accordi o furono conquistati con guerre di aggressione, l’Ungheria, sotto la guida di Horthy, incorporò rapidamente nella propria politica l’essenza del nazismo, dando avvio anche sul proprio territorio a pogrom nazionali, rivolti naturalmente contro la numerosa comunità ebraica e, di conseguenza, contro molti dei protagonisti del calcio ungherese del periodo tra le due guerre. Il 20 novembre 1940 l’Ungheria divenne il quarto membro delle potenze dell’Asse e, da quel momento, i portatori di un gioco che fino ad allora era stato uno strumento di comunicazione tra i popoli dovettero nascondersi dagli occupanti stranieri e dai promotori del nazionalismo locale.
Nello stesso tempo in cui, nella parte nazista d’Europa, il calcio stava morendo, poco prima dello scoppio della guerra un suo seme fu trapiantato nella terra neutrale della Svizzera. Qui, dal 1938, il commissario tecnico della nazionale era l’austriaco Karl Rappan, che aveva giocato in tre squadre viennesi – la Wacker, l’Austria e il Rapid – prima di chiudere la carriera nella Servette, per poi intraprendere una lunga carriera da allenatore in Svizzera. Rappan faceva ovviamente parte della scuola che aveva sviluppato il W-M, osservando anche l’evoluzione della piramide britannica di Chapman. Avendo però come obiettivo il miglioramento della più debole tra le squadre dell’Europa centrale, concentrò il proprio lavoro sul rafforzamento difensivo. I suoi esperimenti portarono a un sistema con un difensore supplementare, incaricato di “pulire” l’area e di blindare così la difesa. Questo sistema, chiamato verrou, e il giocatore addetto a questo compito – lo “spazzino” libero di muoversi in difesa, detto libero – sarebbero divenuti elementi distintivi dello sviluppo del calcio del dopoguerra in gran parte dell’Europa meridionale, e in particolare in Italia, dove avrebbero costituito la base del celebre catenaccio.

Alla fine di agosto 1939, le nubi della guerra si erano ormai addensate sopra l’Europa. L’Unione Sovietica, che un anno prima aveva chiesto l’appoggio della Polonia e della Romania per impedire l’espansione tedesca in Cecoslovacchia – sostegno che entrambe si erano rifiutate di fornire – vedeva ora la macchina bellica nazista pronta a un grande assalto verso oriente. Così, il 23 agosto, i ministri degli Esteri dell’Unione Sovietica e della Germania si incontrarono a Mosca per firmare un “Patto di non aggressione”, che dai loro nomi passò alla storia come Patto Ribbentrop–Molotov. Tuttavia, una settimana più tardi, il 1º settembre 1939, la Germania invase la Polonia – ancora una volta in un’area a maggioranza germanofona – dando avvio alla sua avanzata verso est, che si sarebbe trasformata nell’“Operazione Barbarossa”, ossia la totale cancellazione del Patto Ribbentrop–Molotov, con l’attacco generale all’Unione Sovietica il 22 giugno 1941. Quasi tutta l’Europa orientale, fino al fronte, si trovava sotto il dominio dei nazisti o dei loro alleati.
Oltre a Weisz, che era stato catturato nei Paesi Bassi e deportato ad Auschwitz, una serie di altre grandi figure del calcio centro–europeo furono vittime dei nazisti. István Tóth, ex calciatore e allenatore della Ferencváros, fu giustiziato a Budapest dalle SS il 6 febbraio 1945. Géza Kertész, che come altri aveva lavorato per diversi anni come tecnico in Italia, tornò a Budapest nell’ottobre 1943, convinto che il clima delle persecuzioni si fosse attenuato; ebbe invece la stessa sorte di Tóth, quando venne scoperto un piano di azione partigiana che, ingenuamente, non era stato protetto. József Eisenhoffer, che aveva giocato con l’Hakoah di Vienna e la Ferencváros ed era stato anche allenatore dell’Olympique de Marseille, morì per le ferite riportate durante un bombardamento aereo nel febbraio 1945, poco prima della liberazione di Budapest. Alfréd Schaffer, con un contributo decisivo alla modernizzazione del calcio tedesco e commissario tecnico dell’Ungheria nel 1938, fu trovato assassinato in un vagone nell’agosto 1945.
Vi furono tuttavia anche coloro che si salvarono, come Márton Bukovi, centro–mediano che stava intraprendendo una carriera da allenatore a Zagabria, guidando la locale Gradanski, che dopo la guerra sarebbe stata ribattezzata Dinamo. Il club, che si oppose all’azione dei nazionalisti filo–nazisti dell’Ustaše, aiutò molti ebrei a sfuggire alla cattura, come Max Reisfeld, che visse per quattro anni sotto le gradinate dello stadio. Il contributo di Bukovi a questa azione di resistenza fu determinante, poiché, insieme ad altri dirigenti del club, coordinava l’operazione di nascondere e far sopravvivere i perseguitati. Sandor Schwartz, estraneo al mondo del calcio, sopravvisse alla liberazione dai campi di concentramento perché mentì dicendo di essere un calciatore professionista, e fu liberato il 2 maggio 1945 dopo essere stato trasferito in un luogo di prigionia a Mulhouse, in Francia, al confine con la Svizzera. Béla Guttmann, riformatore del calcio europeo del dopoguerra, insieme a Ernö Erbstein, allenatore del grande e sfortunato Torino della tragedia di Superga del 1949, fuggì dalla prigionia grazie all’aiuto degli abitanti della zona. Kálmán Konrád non smise mai di cambiare città e Paese per evitare la cattura, riuscendo così a sopravvivere. Infine, Dezsö Steinberger, che in seguito cambiò il proprio cognome in Solti, collaborò con i nazisti e con Josef Meggele durante la sua cattura e, nel 1949, fuggì dall’Ungheria per diventare uno dei più famigerati dirigenti calcistici in Europa, lasciando una lunga storia di partite truccate organizzate su scala continentale.
Oltre agli eroi del calcio, gli eroi della lotta antifascista dei popoli versavano il loro sangue sul fronte orientale e in ogni Paese in cui si organizzavano movimenti di resistenza. Tuttavia, la guerra si decideva soprattutto sul vastissimo fronte in cui i nazisti affrontavano l’Armata Rossa. Dalla fine dell’assedio di Stalingrado, il 2 febbraio, era iniziato il conto alla rovescia per il Reich tedesco, mentre la controffensiva dell’Armata Rossa segnava anche la grande mobilitazione delle Potenze occidentali, che entrarono in battaglia su altri fronti. La prima città dell’Europa centrale a essere liberata dall’Armata Rossa fu Budapest, il 13 febbraio 1945. A Vienna le truppe sovietiche entrarono da liberatrici il 13 aprile e, il 9 maggio, giorno della vittoria antifascista, avanzarono anche su Praga. Prima di tutte le grandi capitali, però, l’Armata Rossa era entrata come liberatrice nell’inferno di Auschwitz, il 27 gennaio, mentre il 29 aprile le truppe americane piegarono la resistenza tedesca a Dachau. Nello stesso periodo, i partigiani italiani, con il contributo delle forze alleate, conquistavano una dopo l’altra le città italiane, risalendo verso nord, entrando il 25 aprile a Milano e sconfiggendo definitivamente le forze tedesche rimaste il 2 maggio. Il 28 aprile i partigiani giustiziarono Mussolini e il giorno successivo il suo cadavere fu appeso in piazzale Loreto a Milano, insieme a quello di altri noti fascisti italiani.
L’Europa fu liberata, il fascismo fu sconfitto e tornò il momento della speranza, della continuazione della vita e, insieme, della ripresa del calcio. Sulle macerie della guerra e con il sacrificio di milioni di persone, combattenti e civili, i popoli d’Europa intrapresero un cammino che, col passare degli anni, sarebbe stato definito “d’oro”. Nonostante il fatto che il 1945 segnasse l’inizio di un’epoca in cui il mondo intero era considerato diviso in due grandi blocchi, questo periodo fu caratterizzato da una lunga pace e da un costante senso di stabilità, benché non mancassero tensioni che sembravano preparare la miccia per la catastrofe, data l’esistenza delle armi nucleari, usate per la prima – e finora unica – volta contro l’umanità dall’esercito americano a Hiroshima e Nagasaki nell’agosto 1945. Decenni dopo la fine di quell’epoca, lo sviluppo economico e la prosperità dei popoli in entrambe queste aree restano un ricordo lontano, e l’idea che il pianeta potesse essere un luogo tranquillo in cui i popoli potessero vivere a casa propria senza timore per il futuro appare ormai come un’esperienza remota del passato.
La rinascita
Insieme alla rinascita del mondo, però, rinasceva anche la speranza per il calcio e, nell’Europa centrale, l’esperienza del calcio danubiano dell’epoca tra le due guerre costituì la base per un rapido sviluppo dell’intero calcio europeo e, in larga misura, anche di quello mondiale. La squadra più indebolita del calcio centroeuropeo del dopoguerra era l’un tempo potentissima Austria. Meisl e Sindelar erano morti prima della guerra, Hogan non allenò più dopo il conflitto e trascorse il resto della sua vita in Inghilterra. L’intera rete della vecchia Vienna calcistica era scomparsa dopo un decennio di imposizione della legge nazista. La Wunderteam era ormai un capitolo della storia, e il calcio austriaco non avrebbe mai più ritrovato l’antico splendore, se non attraverso i suoi veterani, che nelle prime decadi del dopoguerra si ritrovarono sulle panchine di club in ogni angolo d’Europa.
A differenza dell’Austria, però, la Cecoslovacchia e l’Ungheria si trovavano ormai nella parte dell’Europa in cui si stava costruendo il Socialismo, entrando così a far parte di un’altra grande rete calcistica, con una propria tradizione e una propria ideologia distinta. Entrambe queste nazioni conobbero un nuovo periodo di grande sviluppo calcistico. Quella che però raggiunse il culmine negli anni del dopoguerra fu l’Ungheria, creando un’eredità che rimane per sempre nel pantheon della storia del calcio. Figura centrale di questo processo – che fu, di fatto, il canto del cigno del calcio danubiano e si concluse con una vittoria storica e simbolica – era Márton Bukovi, l’allenatore della Dinamo Zagabria che, durante la guerra, aveva nascosto ebrei sotto le tribune dello stadio della sua squadra. Bukovi tornò in Ungheria nel 1947 per assumere la guida dell’MTK, il club che aveva dato i natali a tante grandi personalità e che Hogan aveva portato alla gloria. Lì avviò una sperimentazione tattica destinata a lasciare un segno nella storia. A stimolare questa riflessione tattica fu forse anche il fatto che, nel 1948, il pezzo da novanta della squadra, il centravanti Norbert Höfling, si trasferì alla Lazio. Bukovi si ritrovò così senza un giocatore equivalente nello stesso ruolo, e fu costretto a impiegare al centro dell’attacco Péter Pelotás, un calciatore dotato di maggiori qualità creative. Per sfruttare al meglio le doti di Pelotás, Bukovi lo arretrò leggermente, più vicino ai centrocampisti, lasciando al contempo più spazio agli altri quattro attaccanti per creare un insieme piuttosto flessibile su una porzione di campo più ampia. Questo arretramento del centravanti, che si trasformò in una sorta di trequartista atipico, con l’assenza di un uomo di punta fisso al centro dell’attacco, rese il calcio ungherese molto più duttile. Negli anni di Bukovi, l’MTK conobbe una costante ascesa: dal sesto posto del 1948 arrivò, entro il 1954, a conquistare due campionati e l’unica Coppa d’Ungheria sotto la sua guida.

Il genio tattico di Bukovi, tuttavia, sarebbe stato valorizzato sulla scena internazionale da un altro visionario ungherese del calcio, nonché grande figura politica, che proprio per questa seconda sua veste si era trovato al timone della nazionale. Gusztáv Sebes era stato anch’egli calciatore dell’MTK dal 1927 al 1940 e aveva concluso la sua carriera nello stesso club, giocando anche nel 1945. In quegli anni aveva indossato la maglia della nazionale soltanto una volta. Nato a Budapest nel 1906, figlio di un sarto, oltre che calciatore era diventato sindacalista nell’industria budapestina e, in seguito, alla Renault di Parigi. In Francia aveva iniziato anche a giocare a calcio, militando nelle squadre Sauvages Nomades e Club Olympique Billancourt, prima di interrompere l’attività sindacale per passare al calcio professionistico con l’MTK. Nel 1949 la nuova dirigenza ungherese gli affidò la panchina della nazionale. In precedenza aveva allenato l’MTK in una sola partita, quando Gyula Feldmann aveva avuto un attacco cardiaco, e aveva guidato una serie di club minori nell’Ungheria occupata e poi in quella del dopoguerra, prima di assumere la nazionale.
Il comunista convinto Sebes, oltre all’eredità del calcio danubiano, aveva iniziato a studiare anche l’evoluzione del gioco in Unione Sovietica. Lì, nei primi anni del dopoguerra, stava prendendo forma una grande scuola di pensiero calcistico, con uno dei primi rappresentanti in Boris Arkadiev, autore nel 1946 del libro Tattica nel calcio. Il fatto che Arkadiev fosse l’allenatore della Dinamo Mosca capace di strappare un pareggio per 3-3 contro il Chelsea a Stamford Bridge, nel 1949, aveva suscitato l’interesse di Sebes, che – anche per convinzioni ideologiche – voleva comprendere meglio le innovazioni sovietiche, le quali già sperimentavano schieramenti con una linea difensiva a quattro e un 4-2-4 che in altre parti del mondo sarebbe stato adottato solo molto più tardi.
Sebes adottò inizialmente in nazionale l’innovazione di Bukovi all’MTK, affidando a Pelotás il ruolo di centravanti arretrato. Con questo approccio tattico e con una grande generazione di calciatori ungheresi, guidata da Ferenc Puskás, che giocava come interno sinistro, iniziò un’incredibile serie di successi. Questa serie condusse l’Ungheria a un trionfale percorso ai Giochi Olimpici di Helsinki del 1952, dove, battendo in sequenza Romania, Italia, Turchia e, in finale, la Jugoslavia, gli ungheresi segnarono 20 gol subendone soltanto 2, guadagnandosi i soprannomi di Terribili Magiari, Ungheria d’Oro o Aranycsapat. Dopo le Olimpiadi, però, nella partita contro la Svizzera per la Coppa Internazionale, tornata in vita in Europa centrale, Sebes provò a sostituire Pelotás con Nándor Hidegkuti dell’MTK, che fino ad allora aveva giocato come interno destro. Hidegkuti si rivelò molto più adatto a quel ruolo e, da quella partita in poi, divenne il marchio di fabbrica della posizione del falso nueve, destinata a svilupparsi nei decenni successivi.
Come era consuetudine prima della guerra, la squadra considerata la migliore dell’Europa continentale veniva invitata a disputare un’amichevole in Inghilterra. La grande sfida fra Ungheria e Inghilterra fu fissata per il 25 novembre 1953, nel mitico, vecchio e imperiale Wembley, allora chiamato The Empire Stadium. L’Inghilterra non aveva mai perso in casa e il mondo intero attendeva con enorme interesse questa sfida, che già prima del calcio d’inizio era stata battezzata La partita del secolo. Forse anche per questo la partita ebbe un enorme successo commerciale: oltre 100.000 spettatori riempirono lo stadio leggendario per assistere a questo storico incontro.
Gli inglesi si schierarono con un classico WM. In porta c’era Gil Merrick del Birmingham City, al centro della difesa giocava Harry Johnston del Blackpool, terzino sinistro era Alf Ramsey del Tottenham (futuro commissario tecnico della nazionale) e a destra Bill Eckersley del Blackburn. La coppia di mediani era formata da Billy Wright dei Wolves e Jimmy Dickinson del Portsmouth. In attacco, ala destra Stanley Matthews del Blackpool, interno destro Ernie Taylor, anch’egli del Blackpool, centravanti Stan Mortensen, pure del Blackpool, interno sinistro Jackie Sewell dello Sheffield Wednesday e ala sinistra George Robb del Tottenham.
L’Ungheria si presentò con Gyula Grosics dell’Honvéd tra i pali; Gyula Lóránt dell’Honvéd – futuro allenatore del PAOK, che avrebbe esalato l’ultimo respiro sulla panchina di Toumba – impiegato come sweeper, in un ruolo simile al verrou di Karl Rappan; a destra in difesa giocava Jenő Buzánszky del Dorogi e a sinistra Mihály Lantos della Vörös Lobogó – nuovo nome dell’MTK –; come mediano sinistro arretrato c’era József Zakariás della Vörös, mentre come interno sinistro, più avanzato, agiva József Bozsik dell’Honvéd. In posizione centrale, a ridosso dell’area avversaria, come regista offensivo, Nándor Hidegkuti della Vörös; ala destra László Budai dell’Honvéd, ala sinistra Zoltán Czibor dell’Honvéd; in attacco, come coppia centrale, a destra Sándor Kocsis e a sinistra Ferenc Puskás, entrambi dell’Honvéd.
L’elemento della partita che colpì maggiormente fu la prestazione di Hidegkuti. Il centrale difensivo inglese, Harry Johnston, incaricato della sua marcatura a uomo, non sapeva come affrontarlo: quando avanzava per avvicinarglisi, lasciava un enorme vuoto al centro della difesa; quando restava arretrato per coprire quello spazio, concedeva a Hidegkuti una libertà immensa per creare gioco. La cosa si vide subito, dato che Hidegkuti segnò il suo primo gol già al 1° minuto dell’incontro. Al 13° minuto Sewell pareggiò, ma Hidegkuti riportò avanti gli ungheresi al 20°, e Puskás, con due reti al 24’ e al 27’, portò il punteggio sull’1-4! Mortensen accorciò al 38° fissando il 2-4 all’intervallo. Al 50° minuto, però, Bozsik allungò nuovamente il vantaggio magiaro, prima che Hidegkuti completasse la sua tripletta al 53°. Al 57° Ramsey, su rigore, fissò il punteggio finale sul 3-6, una disfatta di proporzioni bibliche per gli inglesi.

Cinquantanove anni dopo la storica partita nel giardino della villa dei Rothschild, dove i giardinieri di origine britannica mostravano il loro gioco all’élite locale, l’Inghilterra era stata sconfitta nella sua maestosa roccaforte da una squadra nata nei grund di Budapest, con in rosa ragazzi provenienti dai quartieri operai della città, erede del gioco sviluppato dagli allenatori ebrei e guidata in panchina da un tecnico che aveva imparato il calcio organizzando scioperi nelle fabbriche di Budapest e di Parigi! Il Re era caduto dal suo trono, e ciò che non era riuscito alla grande Wunderteam nel 1932 né all’Italia di Pozzo nel 1934, lo realizzò l’Ungheria di Sebes, di Puskás, di Kocsis, di Hidegkuti e di Lóránt. Ma al Wembley, quel giorno, c’era anche Jimmy Hogan, che assisteva alla consacrazione di un’opera di vita. Lo stesso Sebes, a fine partita, dichiarò che “tutto quello che sappiamo sul calcio lo abbiamo imparato da Hogan”, indicando così il percorso seguito da una filosofia calcistica prima di sbocciare nei paesi del Danubio. Ormai, l’obiettivo era soltanto la vetta del mondo.
Nel 1954, sui campi della Svizzera, l’Ungheria non si presentava semplicemente come la favorita, ma come la squadra imbattibile contro cui nessuno poteva resistere, dopo aver travolto l’Inghilterra in casa sua, detronizzandola dal suo trono calcistico immaginario e ripetendo l’impresa nella rivincita di maggio, quando, davanti a 92.000 spettatori al Nepstadion, i magiari si imposero per 7-1, suggellando la loro supremazia. Il primo avversario nel girone, a Zurigo, fu la Corea del Sud, spazzata via con un 9-0, mentre contro la Germania Ovest, nella partita disputata a Basilea, il punteggio si fermò sull’8-3. Nei quarti di finale, contro la finalista della precedente edizione, il Brasile, i magiari vinsero 4-2; in semifinale, per avere la meglio sulla campionessa del mondo in carica, l’Uruguay, fu necessaria la proroga, ma il risultato finale fu ancora un 4-2.
Il 4 luglio 1954, a Berna, si disputò la finale del 5° Campionato Mondiale FIFA. In campo, sotto lo sguardo di 62.500 spettatori, scesero due squadre che avevano entrambe motivi per sognare la conquista dell’Everest calcistico. La Germania, oltre alla pesante sconfitta subita dall’Ungheria, aveva disputato due partite del primo turno contro la Turchia, vincendo inizialmente 4-1 e poi 7-2; ai quarti aveva superato la finalista del torneo olimpico, la Jugoslavia, per 2-0, e in semifinale aveva travolto l’Austria con un clamoroso 6-1. A differenza del sistema molto attraente dell’Ungheria, la Germania aveva già adottato l’evoluzione naturale del metodo, il sistema di Pozzo che aveva dominato l’Europa continentale durante il periodo tra le due guerre. Giocava quindi con un 4-2-4 e un centrocampo rinforzato da una particolare disposizione a quadrato, in cui l’interno destro era più avanzato dell’interno sinistro (essendo uno dei quattro attaccanti), mentre l’interno sinistro fungeva da uno dei due mediani, leggermente più avanzato del mediano destro, che agiva davanti alla linea difensiva.
La partita di finale non assomigliò affatto a quella del girone. La pioggia torrenziale caduta sullo stadio di Berna rendeva estremamente difficili i passaggi continui del gioco ungherese. Sebbene all’inizio si fossero portati in vantaggio per 2-0 grazie alle reti di Puskás e Czibor, rispettivamente al 6° e all’8° minuto, vennero rapidamente raggiunti dai gol di Morlock e Rahn al 10° e al 18°. Nella ripresa, il terreno di gioco era in condizioni ancora peggiori, favorendo la squadra meno tecnica, cioè la Germania Ovest, che grazie a Rahn riuscì a segnare di nuovo all’84° minuto, fissando il risultato finale della partita.

Questa vittoria, passata alla storia come il “Miracolo di Berna”, aprì enormi discussioni sulla condizione fisica dei giocatori tedeschi; tuttavia, ciò che, anche se non fu molto dibattuto, rimase come eredità fu l’importanza dello schieramento e del modo di sviluppare il gioco in funzione non solo delle capacità dei giocatori, degli avversari e della tattica opposta, ma anche di condizioni come quelle climatiche e altri fattori esterni durante una partita di uno sport concepito per essere giocato all’aperto.
La finale persa dall’Ungheria somigliava alla semifinale persa dall’Austria nel 1934. La squadra più grande e spettacolare dell’epoca subiva la sconfitta da un insieme che possedeva la forza fisica per affrontare una partita in cui la tecnica non poteva prevalere. A differenza del 1934, tuttavia, vent’anni dopo non si verificarono gli stessi scandali arbitrali. Quella partita rappresentò il canto del cigno della grande generazione del calcio ungherese, che si disperse anche sotto l’influsso dei disordini politici, del terrorismo contro i comunisti da parte di organizzazioni politiche della borghesia ungherese, intenzionata a instaurare una democrazia borghese che, in realtà, non esistette mai nel paese.
Le onde del Danubio
L’Ungheria potrà anche non aver vinto la Coppa del Mondo del 1954, ma fu proprio negli anni ’50 che l’edificio calcistico della Scuola del Danubio trovò la sua consacrazione storica, attraverso la diffusione del nucleo di idee che lo aveva generato. La Coppa Internazionale si sarebbe disputata per l’ultima volta nella stagione quinquennale 1955-1960 e sarebbe stata vinta dalla nuova grande rappresentante del calcio dell’Europa centrale, la Cecoslovacchia. Tuttavia, questa eredità a livello di nazionali avrebbe lasciato spazio allo sviluppo su larga scala di una rete calcistica destinata a funzionare nello stesso modo. Nel 1954 fu fondata la confederazione calcistica europea, la UEFA, e nel 1960 si disputò sui campi francesi la prima Coppa Europea delle Nazioni, quella che in seguito sarebbe stata conosciuta come Euro.
La supremazia nel calcio dei club passò dall’Europa centrale a quella meridionale, che iniziò a organizzare la cosiddetta Coppa Latina, un torneo di breve durata in sede neutra, con la partecipazione dei campioni di Italia, Francia, Spagna e Portogallo. Da questi paesi sarebbero arrivate anche le prime squadre campioni d’Europa, in un’epoca in cui la Mitropa Cup perdeva il suo prestigio, con la partecipazione di squadre di livello inferiore, poiché dalla stagione 1955-56 aveva preso il via la Coppa dei Campioni, che negli anni ’90 si sarebbe trasformata nella Champions League.
L’eredità di Meisl non fu soltanto la Wunderteam, l’evoluzione tattica del W-M, la rete calcistica che per la prima volta introdusse il professionismo nell’Europa centrale e riempì gli stadi con decine di migliaia di spettatori, esaltando i ragazzi dei quartieri operai divenuti eroi popolari, rappresentando ideologie e narrazioni. Fu, in sostanza, l’intero edificio calcistico europeo, con la fondazione della UEFA, delle sue competizioni internazionali e interclub, di una rete che comprende ogni nazione del Vecchio Continente e ha generato le storie che i suoi popoli si tramandano!
Oltre a gettare le basi per lo sviluppo del calcio, la Scuola del Danubio riempì il mondo di tecnici che diffusero questo calcio in ogni angolo del pianeta. Dori Kürschner è considerato il riformatore del calcio in Brasile; Imre Hirschl, sconosciuto nel suo paese, fu il creatore della formidabile River Plate degli anni ’30, influenzando la concezione del calcio argentino, fortemente ideologizzato; Béla Guttmann passò per decine di panchine europee, lasciando un’eredità particolare in Portogallo, scoprendo e facendo maturare calcisticamente Eusébio, mentre in precedenza era stato uno dei pionieri a giocare nel campionato degli Stati Uniti. Sul piano tattico, il verrou di Karl Rappan costituì la base per il catenaccio di Nereo Rocco, che Helenio Herrera portò al culmine all’Inter, mentre il calcio di Hogan fu il fondamento per lo sviluppo del più spettacolare esperimento calcistico, il totalvoetbal, che attraverso il genio di Cruijff trasformò paesi, passando dall’Olanda alla Spagna e da lì influenzando intere generazioni di allenatori che vincono titoli ancora oggi.
Il calcio dell’Europa centrale, la cosiddetta Scuola calcistica del Danubio, si sviluppò in un contesto politico e sociale in continua trasformazione, persino durante i cambiamenti della base economica su cui si edificavano le rispettive società. Partì dai centri dell’industrializzazione delle grandi città di un impero multinazionale e, attraverso un processo unitario di sviluppo, arrivò a incarnare la rappresentanza di nuovi stati nazionali. Si presentò inizialmente come un’attività con cui la classe dirigente cercava di accrescere il proprio prestigio, per poi diventare lo strumento con cui i ragazzi dei quartieri operai potevano aprirsi la strada verso la gloria. Apparve come il prodotto di una cultura straniera per diventare, da un lato, uno dei prodotti culturali più esportabili dei paesi del Danubio e, dall’altro, trionfare contro la cultura straniera da cui proveniva. La sua forma mutava, dapprima come teoria, nei caffè cosmopoliti, e poi nella pratica, con la realizzazione delle idee dei suoi riformatori e la maestria tecnica dei suoi protagonisti, affinata su campi sconnessi e con l’uso di una vasta gamma di oggetti che più simboleggiavano che sostituivano il pallone stesso.
Ma, soprattutto, il calcio dell’Europa centrale rifiutò di spegnersi in mezzo alle guerre, sotto regimi autoritari, e persino sotto l’orrore del nazismo, che mise nel mirino ideologico l’intera filosofia del calcio danubiano e, nel mirino reale, i suoi ispiratori e protagonisti.
Il calcio nei paesi del Danubio da esperienza si trasformò in conoscenza, ed è questa la sua più grande eredità. Come molte forme d’arte, uscì dai consueti schemi di semplice attività ricreativa e non solo si sistematizzò in sé stesso, ma si sistematizzò anche il modo in cui evolveva la propria metodologia. Ciò avvenne perché l’obiettivo dei suoi ispiratori non era semplicemente il risultato. Il calcio è fatto di partite con un punteggio – e naturalmente il risultato è sempre un obiettivo. Ma nei paesi dell’Europa centrale l’obiettivo era che il risultato scaturisse dall’evoluzione della sua forma, attraverso la ricerca di quegli elementi degni di produrre una metodologia capace di generare risultati nel lungo periodo. Proprio per questo motivo fu la base di diverse scuole calcistiche che arrivano fino ai giorni nostri, in un’epoca in cui, in uno sport mai come oggi mercificato, il risultato è condizione per la sopravvivenza professionale. Soprattutto, il calcio danubiano pose le basi per comprendere come il calcio cambi forma nel tempo, attraverso le reti di scambio di idee e concezioni, attraverso le partite in cui queste venivano messe alla prova e migliorate, superando così i limiti di un’attività fisica strettamente delimitata, com’era in Gran Bretagna, e trasformandone il carattere in un campo di ricerca intellettuale. Un aspetto che l’evoluzione tecnologica ha confermato, con lo sport moderno che si fonda in misura sempre maggiore sull’analisi tecnica e complessa di ogni suo elemento.

Ma il calcio è un gioco, e in quanto tale, soprattutto, il calcio del Danubio è speciale perché la sua esistenza ha creato una parte della vita di milioni di persone: di coloro che si sono trovati in una stazione ferroviaria per salutare la propria squadra in partenza per un paese vicino; di quelli che si stipavano negli stadi a decine di migliaia sperando in rimonte impossibili, forti della fede nella superiorità della propria tradizione calcistica; o semplicemente di coloro che avevano storie da raccontare sugli eroi della propria epoca alle generazioni successive e che, in assenza di materiale audiovisivo, potevano estendere all’infinito i confini della loro immaginazione nel tentativo di percepire l’atmosfera e le immagini di un’intera epoca. Era il tempo in cui un intero continente cadde in ginocchio e si rialzò per celebrare la vittoria più grande, quella di tutti i popoli, insieme al calcio, il gioco di tutti i popoli.

