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Abbiamo vissuto la conquista di Wembley

Ci sono alcune giornate che sembrano normali, mediocri, insignificanti, come tante altre che non ricorderai mai, e man mano che le ore passano nulla sembra cambiare. Ma in certe giornate, in un solo istante, accade qualcosa, diverso da ciò che potrebbe rientrare in qualsiasi previsione – e allora, tutto ciò che è accaduto in quelle giornate acquista un altro valore, ogni momento, prima e dopo, ha il suo proprio significato, perché l’evento si lega a tutto ciò che ti ha condotto lì per viverlo. Una giornata del genere fu il 10 ottobre del 2024, a Londra…

Quel giovedì sembrava uguale a tanti altri giovedì noiosi londinesi. Anche se era ancora l’inizio di ottobre, la temperatura a stento raggiungeva gli 11-12 gradi, il cielo grigio e di tanto in tanto quella pioggerella noiosa, che non è pioggia, ma nemmeno ti lascia in pace per andare al lavoro senza pensare al tempo. Londra possiede una proprietà meteorologica magica: pur senza fenomeni climatici estremi, riesce a farti pensare costantemente al tempo. Forse ha una stabilità meteorologica superiore a quella che un essere umano possa sopportare.

Dopo alcuni giorni difficili, con pressione e nottate in bianco, con metà dei nove milioni di abitanti a tossire, starnutire e soffiarsi il naso in modo disgustoso per le strade, ma soprattutto nella metropolitana, sono andato al lavoro avendo in mente l’impegno serale. Alle 16 sarebbe finito quel programma di grigia routine, avrei dovuto correre per quell’“impegno” che avevo inserito in agenda – anche se in realtà non era affatto un impegno, era solo un’altra corsa faticosa in un’altra giornata faticosa.

Le linee della metro erano tutte al limite. I vagoni letteralmente scoppiavano di gente. Anche se il treno successivo arrivava in 2 minuti non potevi rischiare: c’era così tanta gente sulle piattaforme che dovevi stare sul bordo mentre la folla spingeva, chi per passare a destra, chi a sinistra, chi per infilarsi davanti a te, oltre la linea gialla – un caos! Trovavo quel piccolo spazio accanto alla porta, dove a 1.60 d’altezza la parete comincia a inclinarsi e non ci sta più una persona di statura media, entravo e aspettavo di arrivare, senza pensieri, tempo morto.

Alle 16 ho preso la Piccadilly per tornare a casa. Dovevo assolutamente lasciare lo zaino, perché a Wembley gli zaini sono vietati e non potevo andare al lavoro senza il computer. Alle 16:17 ero a Russell Square, alle 16:47 a Earl’s Court, alle 17:22 di nuovo a Earl’s Court, stavolta senza zaino, con un solo piano e uno scopo: la mia visita inaugurale a Wembley.

Ho preso la District per arrivare a Westminster e lì cambiare con la Jubilee in direzione Wembley Park. Ovviamente, in una giornata come quella, non poteva funzionare la linea che sarebbe stata più comoda, da nord con cambio a Baker Street. Ovviamente, quando devono spostarsi verso un punto circa 100.000 persone, è un’ottima giornata per fare lavori di manutenzione e ridurre (di fatto sopprimere) le corse. Questa è la quotidianità delle persone normali che vivono e lavorano a Londra. Gli altri sono lì per hobby – e anche loro sono tanti.

Dentro quel convoglio della Jubilee si animarono tutte le storie che avevo letto su incidenti negli stadi, con assembramenti e corpi schiacciati fino all’asfissia. La gente si accalcava contro le stesse porte mal progettate, concepite per tunnel del secolo scorso. Le fermate erano tante, quasi nessuno scendeva e quando succedeva salivano il doppio. Tutti coloro che prendevano quel treno andavano nello stesso punto. L’intero convoglio era solo una piccola frazione della capienza del più grande stadio britannico, che si sapeva sarebbe stato pieno in ogni ordine di posti.

Alle 18:12 finalmente aria, respiro, dai 40 gradi dell’interno del convoglio all’“aria pulita” esterna – e in quel momento cominciavano le immagini. Uscendo dalla stazione preistorica della metropolitana, pochi metri più in là inizia la costruzione ultramoderna con il recinto, quella che nel 2009 ha sostituito forse lo stadio più leggendario mai esistito sul pianeta. I suoi due torri gemelle non esistono più, ma questo nuovo “arcobaleno” metallico non ti lascia alcun dubbio sulla sua identità.

Il viale pedonale che collega la curva nord dello stadio alla stazione di Wembley Park sembra ogni volta la più grande arteria umana quando lo stadio apre i suoi cancelli. Io però dovevo correre, non andavo all’ingresso nord, dovevo andare nel settore sud-ovest, nella zona rossa, là dove dovevano radunarsi tutti coloro che avevano acquistato il biglietto per il settore ospiti, i possessori di passaporti greci. Sul biglietto c’era scritto ingresso tassativo tra le 18:45 e le 19:15, mentre la partita cominciava alle 19:45. Non volevo che niente andasse storto.

Alle 18:30 ero già all’ingresso N, nella zona rossa. Ormai le cose erano cambiate, si sentiva molto più greco intorno a te, ancora più di quanto si udiva forte e chiaro sul viale centrale, là dove molti si fermavano per una foto con la bandiera, la sciarpa, lo striscione e sullo sfondo lo stadio leggendario. Fuori dall’ingresso parlai con gli altri con cui avevamo deciso di andare insieme. Erano arrivati prima e passavano il tempo in un pub, uno dei tanti che circondano lo stadio. “Siamo al White Horse, vieni qui”. Io non andavo da nessuna parte, tutto ciò che volevo era vedere anche l’interno.

In momenti del genere mi viene sempre l’ansia, penso che tutto sia pronto per andare storto. Apro il telefono per cercare il file del biglietto, il segnale è debole, non si scarica dal cloud in nessun modo. Alla fine lo trovai altrove, l’avevo salvato in tre posti diversi proprio per questo motivo. Poi mi preoccupavo se avrebbe funzionato correttamente al tornello. Controllavo di avere il passaporto in tasca nel caso lo chiedessero (non me lo chiese nessuno). Arrivai al varco, non c’era fila, un tipo con il gilet viola della UEFA mi spiegò la procedura in greco (nel caso non fossi mai stato a uno stadio), passai il codice a barre, si accese la lucina verde, girò il tornello, ero dentro!

A parte le mie (lo ammetto) ingiustificate preoccupazioni, arrivo sempre presto allo stadio. Mi piace aggirarmi, vedere l’atmosfera che pian piano si crea. Per una partita di due ore passo di solito in tutto cinque ore, lo so, qualcuno potrebbe dire che non conviene. E a Wembley ci sarei rimasto anche di più se avessi avuto esperienza delle distanze e delle condizioni, ma non ero mai stato in uno stadio con 90.000 persone; ricordavo ancora il pandemonio allo Stade de France (con 80.000 spettatori), con code e ressa ovunque intorno – e in quella partita non volevo perdermi neanche un istante della sua “liturgia”. Perché non mi interessa solo ciò che c’è intorno, ma anche l’interno. Mi piace entrare nello stadio quando è vuoto – e anche uscire quando si è svuotato. Vedere i portieri che entrano per il riscaldamento, osservare tutti gli esercizi progressivi che fanno nella loro preparazione fino alle prime vere parate. Mi piace girare in vari punti della tribuna, vedere la visuale da diverse angolazioni, per quanto possibile, in base allo stadio e al biglietto.

Tutto questo a Wembley aveva un’importanza ancora maggiore. Da bambini cresciamo e gli stadi che si sentono nominare “nel linguaggio comune” quando si parla di grandi impianti sono due: Wembley e il Maracanã. Un giorno spero di andare anche al Maracanã – là forse spenderò ancora più tempo per quel rituale da stadio.

Quando entro in uno stadio, comincio a pensare ai momenti che ho visto in televisione. Quando entrai per la prima volta allo Stade de France, nel 2011, guardavo verso la porta in cui Zidane segnò due volte in quella finale del 12 luglio. Quando entrai al Mestalla riaffioravano tutti i ricordi adolescenziali delle notti di Champions League con quella formidabile Valencia degli anni ’90. I bei tempi del Liverpool – quelli che io ho vissuto – sono troppo recenti per assumere un significato rievocativo simile, mentre la Toumba è sempre stata qualcosa di familiare e vicino. La Toumba mi colpiva soprattutto per il fatto che potevo trovarmi dall’altra parte dell’oceano e vedere quei seggiolini che avevo imparato a riconoscere come “casa”.

A Wembley, però, non riuscivo a pensare al gol di Hurst, alle incursioni di Neeskens nella finale del 1971. Pochi episodi recenti potevano essere rievocati, poiché il vecchio, leggendario stadio non era più lo stesso. Ma questo non aveva alcuna importanza, perché il nuovo Wembley è un modello di architettura. Uno stadio di dimensioni gigantesche, che però sembra – soprattutto nell’anello inferiore – semplicemente “normale”. Da ogni punto si vede perfettamente il campo da gioco, si ha la sensazione di essergli vicino. Dall’alto, l’enorme copertura e la struttura metallica semicircolare conferiscono “profondità verso l’alto”. Le tribune si perdono negli anelli superiori, con le persone che le riempiono a sembrare puntini e i seggiolini nel settore opposto che compongono il nome dello stadio a sembrare, letteralmente, dei pixel.

Il Wembley è la definizione stessa di stadio moderno – che forse non ha più da offrire la dolcezza e il romanticismo del vecchio, classico stadio britannico (si veda il mio articolo precedente sul Loftus Road del QPR), ma segna chiaramente lo spirito del nostro tempo. Si può benissimo sedersi e semplicemente contemplarlo.

Mentre io contemplavo Wembley dal seggiolino del mio posto – perché non volevo che nessuno mi disturbasse – cominciava a formarsi attorno a me uno spazio molto familiare. Una piccola Grecia prendeva forma come società in quell’angolo sudoccidentale dello stadio. Non c’è romanticismo in questo, c’era tutto: i pregi e, naturalmente, tutti i difetti della società che conosciamo. Il che significa, naturalmente, che quel settore era autentico e rappresentativo. Il machismo, la finta sbruffoneria, i commenti da bar sport, mano nella mano però con quell’elemento comune che ci unisce tutti, il fatto che abbiamo un’identità condivisa, anche se non l’abbiamo scelta, che ci mette lì, nella stessa curva, pronti a essere tutti egualmente rappresentati dalla stessa squadra, pochi minuti dopo, sul prato. Questo miscuglio eterogeneo della collettività da tifoseria è qualcosa di unico nel calcio – e non accade solo con le nazionali.

Verso le sette meno qualche minuto uscirono per primi i tre portieri greci per il riscaldamento. Il loro riscaldamento era così blando che mi chiedevo se avessero preso sul serio la partita. Ho visto il riscaldamento dei portieri quasi ogni volta che sono stato allo stadio, e devo dire che li ho visti più stanchi che mai durante una fase di riscaldamento. Il morale sembrava buono, ma era evidente che quella storia del giorno prima aveva avuto il suo peso. Sapevo che i giocatori non avevano dormito bene, non si sentivano bene, non riuscivano a gestire la situazione con piena serenità. Forse era anche questo che influenzava il mio giudizio, ma vedevo che in quel riscaldamento mancava l’intensità che ho osservato altrove. Dentro di me pensai: “conserveranno l’intensità per la partita”, sperando che questa previsione infondata si rivelasse semplicemente esatta.

Poco dopo le sette iniziò lo show pre-partita e una DJ aveva il compito di riempire con suoni lo stadio immenso per il pubblico che, a poco a poco, attraversava i suoi cancelli. Alle 19:22 sentii che gli inglesi avevano commesso l’errore fatale. La DJ decise di mettere il successo degli Europe del 1986, The Final Countdown, e naturalmente dentro lo stadio cominciava già a sentirsi odore di “τυρινίνη”. Siccome il calcio, e più in generale lo sport, ha una dimensione fortemente metafisica, in quel momento cominciarono a sfiorarmi pensieri sul fatto che forse avremmo vissuto qualcosa di speciale quella sera, e che il ricordo non si sarebbe limitato solo allo scopo originario, che non era altro che “ho visto la nazionale greca a Wembley”.

A quell’ora arrivarono anche gli altri del gruppo. “Dai, siamo fuori al bar”. Andai a trovarli, pensavano di cercare qualcosa da mangiare, io avevo già mangiato in fretta a casa, perché sapevo che lì avevo altro da fare. Li raggiungo, “oh, si sta riscaldando Vlachodimos, io torno dentro, ci vediamo lì” e tornai al mio posto.

Lo stadio cominciava a riempirsi. Sembrava quasi incredibile il sold out annunciato da tutti i media, ma l’anello superiore (il terzo) si riempiva molto più velocemente degli altri settori. Anche il settore greco. Alcuni erano venuti dalla Grecia, altri dai paesi vicini, altri ancora da città inglesi, molti da varie zone di Londra. Tutti quelli che tifavano squadre dai colori biancoazzurri erano venuti con le loro maglie: Apollon Smyrnis, Anorthosis Famagosta, PAS Giannina… e anche qualcun altro. Io ci andai in abiti civili – del resto la maglia del PAOK la indosso in ogni partita che gioco qui a Londra (i privilegi del portiere: può indossare i colori che vuole). Anche le bandiere prendevano posizione, tra cui una scozzese e una… del PASOK!

A un certo punto noi eravamo pronti, la liturgia poteva cominciare, avremmo visto la nazionale greca a Wembley. Solo questo bastava. Ma saremmo stati lì anche in un giorno in cui era necessario che ci fosse gente attorno a quei calciatori che si trovavano in uno stato di enorme shock – e c’eravamo, eravamo circa cinquemila, un grande villaggio greco, con maglie da calcio, operai, studenti, benestanti, signore con i loro cappotti e le loro borse, letteralmente un grande villaggio greco. Non so com’era la situazione negli altri 80.000 posti che riempivano lo stadio, ma quell’angolo era casa nostra.

Con l’ingresso delle squadre cominciò il cerimoniale con gli inni nazionali. Fu in quel momento che confermai il mio giudizio: forse siamo il popolo con meno senso musicale al mondo (esagerazione, ma siamo inaccettabili). Ho dimenticato di dire finora che questa non era solo la prima partita che vedevo a Wembley, ma anche la prima volta che vedevo la nazionale greca dal vivo. Dato questo “battesimo”, non ero sicuro se ciò che avevo sempre notato in televisione fosse dovuto a una cattiva trasmissione o se fosse davvero così anche nella realtà. Se qualcuno guarda i video del 2004 in Portogallo lo constaterà: non sappiamo cantare l’inno nazionale, o almeno non riusciamo a farlo seguendo la musica. Il pubblico greco, per qualche ragione che fatico a spiegare, canta l’inno nazionale (in realtà non lo canta, né lo intona, per essere precisi: lo urla) in modo un po’ più… veloce rispetto alla base musicale. Il suono nello stadio era chiarissimo, ma questo non impedì comunque alle strofe di andare avanti e indietro, senza mai andare a tempo con l’accompagnamento musicale.

Questo fu anche l’ultimo episodio che non riguardava il calcio. Perché il successivo fu il minuto di silenzio per George Baldock, e quello riguardava il calcio, perché riguardava i calciatori, la loro vita, quella vita che viene plasmata da un sistema che li presenta come stelle invincibili, senza problemi, e che a volte produce storie così tragiche che qualunque parola si usi risulta difficile da non far suonare ridicola. Qualcuno, certo, riuscì a essere più ridicolo perfino di quelle parole – fortunatamente non erano a Wembley, ma in uno studio televisivo.

E la partita inizia, e aspettiamo di vedere cosa succederà, come si comporterà la squadra greca là dentro – una squadra che, nell’ultimo decennio, nonostante i suoi recenti passi positivi, non ci ha abituati a grandi prestazioni e forti emozioni.

Bellingham entra con sicurezza, vuole risolvere la partita da solo. Un dribbling, due, sulla sinistra, lato d’attacco dell’Inghilterra, al limite dell’area, un bel tiro, grande parata di Vlachodimos. Ottimo riscaldamento! 2-3 minuti dopo, Koulierakis gli abbassa la sbarra sulle gambe, si prende il cartellino giallo, ma insieme anche la baldanza della grande stella avversaria, che capisce che dovrà scavare a fondo dentro di sé per trovare le risorse necessarie a superare quella difesa.

Gli inglesi possono anche pressare fin da subito, la curva gridare “buttala via!”, ma la difesa greca inizia il possesso palla dal primo metro del campo. Rota conquista palloni, dribbla, appoggia su Mavropanos, lui su Vlachodimos, lui su Koulierakis, a 5 metri dalla linea di fondo, e il piano di gioco non si rompe – anche se gli inglesi pressano. È lì che capiamo che la nazionale è andata a Wembley per giocare a calcio. Eravamo già soddisfatti, perché la nazionale stava provando a giocare: e anche se avessimo perso, anche con tanti gol, andava bene. Rispetta il calcio, per farti rispettare.

Ma la nazionale non faceva solo possesso: dimostrava di essere molto più pericolosa degli avversari. Difensivamente chiudeva ogni spazio, e quando non ci riusciva, faceva i falli necessari per non rischiare. Ma aveva anche transizioni, transizioni incredibili, con Tzolis in giornata strepitosa e Pavlidis vestito da supereroe. La linea offensiva sembrava quella delle migliori versioni della nazionale che abbiamo visto in campo, pericolosa ogni volta che superava il centrocampo. Così sfiorammo il primo gol, quando vedemmo il pallone essere spazzato via sulla linea. Da dove stavamo noi, ovviamente, non vedevamo la linea – semplicemente non vedemmo la rete gonfiarsi. Pochi minuti dopo però, ci fu il primo fuorigioco della serata, e lo festeggiammo – chi poteva immaginare quanti altri sarebbero arrivati!

Dal 25° al 30° minuto circa (in curva si perde un po’ la percezione del tempo) cominciò la pressione, una pressione sterile ma con possesso a favore degli inglesi, che non ci faceva sentire molto tranquilli. Lì però, la curva mostrava di capirne di calcio. Qualcuno magari invocava lanci lunghi e spazzate, ma gli applausi e le ovazioni erano di gran lunga superiori quando tenevamo la palla e impostavamo ogni azione con razionalità, anche se finiva presto. Per fortuna arrivò l’intervallo, c’era il tempo per rimettere le cose al loro posto. La nazionale greca stava giocando un calcio migliore dell’Inghilterra. Era una squadra vera, che giocava con un sistema vero, contro un paradossale 4-6-0 degli inglesi, che diventava 4-2-4, oppure 4-4-2, o persino 4-2-2-2, a seconda di come uno volesse interpretarlo. L’unica certezza era che mancava una punta vera, il centravanti che gli italiani, giustamente, chiamano “punta”.

All’intervallo era il momento di un’altra liturgia: l’hot dog dello stadio. Tra i migliori che abbia mai trovato negli stadi inglesi: un panino con salsiccia e senape, a 8,85 sterline – poco più di 10 euro. La mercificazione dell’amore delle masse diventa un peso per il loro portafogli. Ma bastava così, io volevo solo tornare a vedere questa partita che, con lo sviluppo che stava prendendo, era molto più interessante ed equilibrata di quanto ci aspettassimo alla vigilia.

Il secondo tempo cominciò e metà stadio era vuoto, la gente stava ancora bevendo la propria birra – che è vietata sugli spalti – e faceva la fila ai bagni. L’Inghilterra tentò di alzare il ritmo, entrò in campo con foga cercando di giocare sulle fasce (una delle poche volte nella partita), ma non entrava in area nemmeno con richiesta scritta. E allora, al 48° minuto, con il settore greco quasi pieno e il resto dello stadio ancora mezzo addormentato, Koulierakis fece un movimento insolito per un centrale, davanti all’area inglese, trovò Pavlidis, e lui – come se stesse giocando nel campetto del suo quartiere – passò in mezzo a tre giocatori inglesi e calciò sotto la pressione di altri due, spedendo la palla nella rete di Pickford. Questa volta non era fuorigioco, era realtà, eravamo dentro Wembley e stavamo vincendo! Sembrava una bugia!

Il mio gruppo non lo vide il gol, tutti bloccati tra birre e bagni. Per fortuna io lo avevo intuito e l’ho ripreso in video, un video che conserverò come ricordo per tutta la vita – un gol visto con i miei occhi, vissuto dal punto esatto in cui mi trovavo, dando un senso a questa strana abitudine dell’era digitale. In un’altra abitudine simile, visto che la partita aveva ancora molta strada davanti, scattavamo anche qualche foto al tabellone luminoso con quel punteggio inaspettato, per ricordarci che almeno quello, lo avevamo visto davvero.

E poi arrivò un altro gol, ma (l’incredibile) Tzolis aveva ritardato un po’ troppo il passaggio e Pavlidis era in fuorigioco. E poi ne arrivò ancora un altro, che festeggiammo come nulla prima, era ormai chiaro che la Grecia faceva quello che voleva dentro Wembley. In campo, undici giocatori segnavano uno dopo l’altro ai padroni di casa, e sugli spalti cinquemila persone in piedi, che non si erano sedute nemmeno nell’intervallo, sovrastavano gli altri ottantamila. Era la differenza tra i supporters e i fans, come sa distinguere bene, in certe cose, la lingua dell’avversario. L’unico che riusciva a fermarci tutti era il VAR, che – per quanto corretto, come si vede in tutti i video – in quel momento ci sembrava toglierci un sogno irripetibile.

La partita stava andando alla grande per la Grecia, ma questo non significava che non fosse anche combattuta. L’errore poteva arrivare in qualsiasi momento. Per fortuna, l’Inghilterra era così scarsa che non trovava le occasioni neanche dove avrebbero potuto esserci. D’altra parte, il sistema difensivo della Grecia era così solido da coprire anche gli errori che comunque si verificavano. Ma questo non accadde all’87’, quando ci fu una grave disattenzione e la palla arrivò a Bellingham che, da fuori area (lo avevamo detto, in area non entravano), tirò un pallone sul quale la parata di Vlachodimos non fu abbastanza per deviarne significativamente la traiettoria. Fu allora che, per l’unica volta, sentimmo l’effetto acustico di decine di migliaia di persone che gridano “gol”, qualcosa che pare avere una frequenza ben più alta di quella della normale voce umana. Qualcosa che assomiglia più a un’esplosione che a un’esclamazione.

In quel momento sembrava che la realtà ci colpisse in pieno. OK, era troppo bello per essere vero, forse sarebbe stato anche egoista da parte nostra volere vincere contro l’Inghilterra, che non abbiamo mai battuto, a Wembley, uno stadio in cui non avevamo mai segnato prima di circa 40 minuti fa. E fu lì che la realtà calcistica cominciò a dare ceffoni al realismo.

La partita entrava nel recupero e ciò che pensavamo era che non dovevamo in nessun modo uscire sconfitti. La leggerezza si era trasformata in angoscia e nervi. Gli inglesi forse avevano cominciato ad andarsene già dall’80’, e in massa dall’85°, fedeli alla loro abitudine di svuotare gli stadi senza motivo, cercando forse di imitare quegli americani che se ne andavano 2 secondi prima della fine della gara dei 100 metri di Carl Lewis. I cinquemila del nostro settore, però, erano lì – anche questo è un tratto distintivo della curva in trasferta: è sempre presente, in missione, indipendentemente dalle circostanze.

Contavamo i minuti per poter respirare, i telefoni erano finiti in tasca e ognuno guardava il campo e le persone accanto a sé, tutti in tensione, nessuno immobile, nessuno impassibile, in quel momento in cui i nervi superano l’ansia e il respiro trattenuto diventa movimento in tutto il corpo, come se così il tempo potesse scorrere più veloce. E intorno alle 21:41 arriva l’imprevedibile, l’incredibile, il così profondamente reale.

Tre giocatori greci si trovano dentro l’area inglese, circondati da più difensori e da un portiere tragico. Era come se si fossero giurati, all’unisono e d’istinto, che non sarebbero usciti da quei sedici metri senza farcela. Konstantelias e Pelkas mettono sotto pressione la difesa avversaria, con il secondo che si butta magistralmente sul pallone per servirlo a Pavlidis, il quale – in una delle serate migliori, se non la migliore, della sua carriera – fa passare la palla in mezzo alle gambe e la spedisce nel fondo della rete inglese. Pandemonio, lì si liberarono le passioni di tutti.

Prima di tutto le passioni degli inglesi del terzo anello, che cominciarono a lanciare ogni bottiglietta di plastica e liquido (potabile) verso il nostro settore, con la tipica inerzia (!) della sicurezza nel fermarli. Ma soprattutto le passioni nostre, di tutti noi che in questo paese abbiamo vissuto da stranieri, da outsider, ognuno avendo combattuto la propria battaglia personale per diventare parte di una società metropolitana molto strana e chiusa in modo bizzarro. Esplosione di emozioni, qualche lacrima, di gioia e di rabbia, rivalsa contro la quotidianità, sollievo da una pressione accumulata – quella dell’outsider, non della partita, ma della società stessa. Ognuno di noi si girava verso la curva opposta per gridare prima le proprie passioni personali e poi, solo in secondo piano, quelle da tifoso calcistico. E se ciascuno di noi era una storia a sé, in quel momento stavamo tutti vivendo insieme un pezzo di Storia.

La notte che abbiamo vissuto a Wembley, tutti noi, in quell’angolo del leggendario stadio, è stata un momento che porteremo con noi per tutta la vita. E poco importava che ci trovassimo nel settore ospiti, dentro questo tempio del calcio, giocando contro l’avversario più forte, consapevoli del carico emotivo che la nostra squadra portava sulle spalle. Alcuni di noi, forse molti di noi, trovavano un senso di rappresentanza di fronte a una squadra di un paese che ci tratta come cittadini di seconda categoria, con diritti limitati e con la necessità di dover dimostrare ogni giorno di avere semplicemente il diritto di esistere. È questo il motivo per cui lo sport, soprattutto quello di massa come il calcio, ha un significato quasi metafisico: perché per due ore giocavamo in casa, dal settore ospiti. Poco dopo siamo tornati in metro verso luoghi lontani da ciò che sentiamo come “casa”, ma almeno avevamo vissuto quell’illusione a occhi ben aperti. Perché nel calcio il destino dell’emigrato può contenere anche alcuni momenti splendenti, a volte perfino esperienze di lusso.