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Rerum Novarum – La guerra per il calcio

L’espressione «rerum novarum» potrebbe essere tradotta dal latino come «sulle cose nuove» e, considerata la situazione in cui è precipitato il calcio mondiale, è forse il titolo più adatto per tentare di analizzarla. Tuttavia, per quanto riguarda il calcio, non è un titolo originale. La cosiddetta «Rerum novarum» era l’enciclica di papa Leone XIII con cui la Chiesa cattolica cercava di plasmare la vita della classe operaia entro un quadro che ne prevedesse l’integrazione nel potere capitalistico. Non avrebbe assolutamente nulla a che vedere con il calcio se questa ideologia non fosse stata la visione del mondo di un avvocato francese, Jules Rimet, che, animato da tali idee, assunse la presidenza della FIFA e lavorò alla creazione della Coppa del Mondo. In questo senso, la FIFA, la Coppa del Mondo, tutte le grandi confederazioni calcistiche e le grandi competizioni non sono mai state espressioni romantiche e innocenti di un incontro calcistico multinazionale: sono sempre state strumenti al passo con le esigenze politiche dell’epoca, in armonia con le concezioni politiche e gli interessi di chi le aveva concepite. In quest’ottica, senza illusioni su un cambiamento della natura dello sport e delle sue competizioni, è necessario a) collocare gli avvenimenti odierni nel loro reale contesto storico, b) spiegare, all’interno dello stesso quadro, le mosse e la posizione di ciascun attore, nonché le caratteristiche degli scontri fra loro, c) proporre quale posizione debbano assumere tutti coloro che sono di fatto esclusi da questa discussione, vale a dire i tifosi, gli appassionati, in una parola i popoli, che il calcio lo hanno sempre amato e continuano ad amarlo.

Poiché per fare tutto ciò è necessaria un’analisi relativamente ampia, mentre le conclusioni che di solito si traggono dalla lettura di un testo sono talvolta affrettate, bisogna anticipare, ancor prima di formularle, la risposta alla domanda centrale: l’apertura del capitale delle competizioni FIFA è uno sviluppo positivo per il calcio che vogliamo? La risposta è «NO». Una volta chiarito questo punto, ha senso non fermarsi alla superficie, ma approfondire la riflessione, perché solo così può reggersi una qualche speranza di un calcio diverso da quello che abbiamo oggi, a livello di club, locale, regionale, nazionale, internazionale e mondiale.

Gli sviluppi

Di solito, un potente strumento nelle mani del potere, della classe dominante a ogni livello, consiste nel preparare cambiamenti attraverso un sistema di innovazioni apparentemente molto complesso e contrario agli interessi delle masse, mentre chiunque voglia opporvisi cerca le parole d’ordine adatte a mobilitare quelle stesse masse. Il problema delle parole d’ordine, però, è che, pur avendo il potere di dare una dimensione di massa a una posizione o a un’opposizione, spesso sostituiscono l’analisi, cioè la vera profondità ideologica necessaria per contrastare un atto del potere, indebolendo l’argomentazione e contribuendo infine a far apparire l’innovazione del potere attentamente pianificata e qualsiasi reazione ai suoi progetti come un moto spontaneo e scomposto, fondato sull’ignoranza.

Proprio perché il calcio ci sta davvero a cuore, non possiamo cadere in questa trappola. Dobbiamo conoscere tutta l’argomentazione del potere dominante sui cambiamenti che intende introdurre — in questo caso, la FIFA — ma dobbiamo anche riuscire a collocare tali cambiamenti nel giusto contesto storico. Inoltre, allo stesso modo, dobbiamo analizzare le posizioni di altri organismi e attori che in apparenza difendono i nostri interessi, ma in realtà non fanno altro che ricorrere alle parole d’ordine appena citate perché, in questo specifico momento, i cambiamenti non vanno a loro vantaggio. In poche parole, dobbiamo sapere chi sono i nostri amici, chi sono i nostri nemici — e anche perché.

E se c’è una cosa che il modo in cui oggi si svolge il dibattito pubblico non ci permette di distinguere, tra comunicati telegrafici di poche decine di parole e articoli lunghi al massimo qualche centinaio di parole, perché chi dispone dei mezzi di comunicazione più potenti non cerca di approfondire il confronto ma di amplificare la propria voce attraverso la riproduzione delle proprie parole d’ordine, sono i fatti reali. Anche l’informazione più semplice, disponibile sulla punta delle nostre dita e relativa ad avvenimenti di pochi mesi fa, se non addirittura di settimane o giorni, sembra scomparire negli abissi dell’oblio storico ogni volta che scoppia uno scontro analogo. Qui, però, questi fatti vanno ricordati.

Nell’aprile 2026, al Congresso FIFA svoltosi a Vancouver, Gianni Infantino parlò della necessità di «liberare» la potenza commerciale della FIFA. Senza fornire ulteriori informazioni su questi progetti, la FIFA indica quell’intervento come l’inizio del suo nuovo tentativo di sfruttare commercialmente, e quindi differenziare sul piano commerciale, il gioco mondiale. La stessa posizione, con la medesima descrizione generica, venne riproposta a New York il 18 luglio, un giorno prima della finale della Coppa del Mondo. Ancora una volta, però, le modalità sembrano in linea con il modo in cui oggi si svolgono tutte le cosiddette consultazioni pubbliche: rappresentanti e dirigenti si riuniscono in un luogo, chi detiene la posizione di potere presenta un piano e non segue alcuna discussione, almeno non in forme istituzionalizzate, ma solo uno spettacolo. Ormai parliamo di congressi, ma in realtà ci riferiamo a presentazioni collettive, rappresentazioni teatrali del dialogo che contengono soltanto i risultati di consultazioni svoltesi in luoghi sconosciuti, mentre a ogni livello l’attività di lobbying ha sostituito il confronto istituzionale.

Ed è un punto sul quale occorre soffermarsi, anche per giudicare la posizione degli attori che in questo momento si oppongono al piano della FIFA. La UEFA, o un’altra confederazione, ha mai sollevato obiezioni sul modo in cui vengono prese le decisioni nei cosiddetti «Congressi FIFA»? La UEFA, le altre confederazioni continentali, le federazioni nazionali e ogni organismo che amministra il calcio funzionano forse in modo diverso? Quando è stata l’ultima volta in cui abbiamo assistito a un vero confronto, nel senso di un dialogo fra due linee e concezioni differenti sul futuro del calcio in un paese, in un continente, nel mondo intero? Tutte le discussioni si svolgono senza che noi possiamo nemmeno assistervi, in luoghi che non conosciamo e che, naturalmente, non vengono resi noti. In questo senso, l’intero edificio calcistico mondiale funziona oggi come una grande multinazionale il cui consiglio d’amministrazione e ogni suo organo si riuniscono al di fuori di qualunque procedura pubblica istituzionalizzata per decidere la propria strategia, trattando i miliardi di appassionati di questo sport come clienti innamorati del suo prodotto.

La cosa spiacevole è che, per chiunque si occupi di calcio anche solo superficialmente, la constatazione appena fatta non rappresenta una rivelazione sconvolgente. Eppure, nelle nostre discussioni sembriamo talvolta sorvolare su questa natura del potere dirigenziale calcistico: il fatto che sia un dato comunemente accettato non ne riduce il peso negli sviluppi in corso. In questo caso, anzi, contrariamente alle posizioni che molti di noi possono immaginare o voler attribuire alle diverse parti in conflitto, questa verità è al centro dello scontro.

Il momento in cui è esplosa la presunta bomba che ha fatto tremare le fondamenta dell’edificio calcistico mondiale è stato la pubblicazione di un articolo del Times di Londra, nel quale il piano della FIFA, fino ad allora descritto senza particolari, veniva illustrato più nel dettaglio. L’articolo è stato pubblicato nel primo pomeriggio di martedì 28 luglio 2026, esattamente dieci giorni dopo quell’incontro di New York in occasione della finale della Coppa del Mondo e quando non erano ancora trascorsi dieci giorni dalla conclusione della 23ª edizione del torneo mondiale. Secondo l’articolo del Times, il piano prevedeva:

  • la creazione di una struttura societaria che controllasse le competizioni FIFA, vale a dire le Coppe del Mondo maschile e femminile e la Coppa del Mondo per club
  • l’apertura del capitale e l’offerta sul mercato di una quota complessiva del 20%-30%, acquistabile da privati
  • la partecipazione delle federazioni nazionali a questa struttura in qualità di azioniste
  • una valutazione complessiva del capitale sociale pari a 20 miliardi di dollari
  • il coinvolgimento della società Thrive di Joshua Kushner, che si profila come uno dei potenziali investitori
  • il coinvolgimento di J.P. Morgan in qualità di consulente finanziario dell’operazione

Lo stesso giorno, poche ore dopo, il sito di informazione sportiva The Athletic, appartenente al gruppo del New York Times, ha pubblicato un’analisi di Matt Slater che descriveva la vendita di una quota fino al 21% della struttura societaria, denominata FFE (FIFA Forward Enterprise), nonché una serie di cambiamenti nel formato delle competizioni FIFA: più partite, tornei più grandi o più frequenti, biglietti e pacchetti hospitality più costosi, competizioni disputate in mercati capaci di generare un maggiore ritorno commerciale e un più intenso sfruttamento, da parte degli azionisti della nuova struttura, dei dati, dei contenuti e dei diritti di sponsorizzazione.

Lo stesso giorno la FIFA, con un proprio comunicato, ha confermato ufficialmente tutte le informazioni appena citate, chiudendo così la discussione su ogni possibile dubbio riguardo all’attendibilità degli articoli e aprendo il dibattito, assai più ampio, sul futuro delle grandi competizioni calcistiche e, di conseguenza, sul futuro del calcio stesso a livello mondiale.

Una domanda legittima, anche se in questo momento non sembra decisiva, è se i due organi d’informazione, il Times di Londra e quello di New York, abbiano pubblicato queste informazioni d’intesa con la FIFA o andando contro la sua tabella di marcia. La risposta, che ovviamente non è possibile dare, riveste una notevole importanza, perché potrebbe spiegare un ulteriore aspetto dello scontro politico che si esprime anche nel calcio. Da una parte, il New York Times è un organo dell’ala liberal della politica statunitense, cioè del Partito Democratico, che sul piano interno esprime interessi diversi da quelli del presidente Trump e della sua famiglia allargata, di cui fa parte Joshua Kushner, nonché dei suoi alleati politici, fra i quali figura attualmente Infantino. Dall’altra, il Times di Londra è il tradizionale giornale della borghesia britannica che, in questa congiuntura segnata da conflitti interni al cosiddetto schieramento occidentale nordatlantico, esprime interessi diversi da quelli serviti dall’attuale governo statunitense. Se queste pubblicazioni miravano a mandare all’aria le tempistiche, e dunque il piano comunicativo, della FIFA, il risultato dimostra che, in una certa misura, hanno raggiunto il loro scopo. D’altra parte, non si può escludere che fosse la stessa FIFA a volere la «fuga di notizie» su cambiamenti strutturali di questo tipo da parte degli organi d’informazione, per poi confermarli, come infatti è avvenuto, anziché annunciarli improvvisamente in prima persona. In tal caso, gli organi d’informazione più adatti sarebbero stati ovviamente quelli non del tutto allineati con gli interessi politici ed economici con i quali Infantino si è apertamente schierato.

Alla pubblicazione degli articoli e alla conferma della FIFA sono seguiti i comunicati di altri organismi, il più importante dei quali è stato quello della UEFA. Commentando l’articolo del Times di Londra, la confederazione ha dichiarato di essere del tutto all’oscuro del piano e ha espresso la propria contrarietà. Il comunicato della UEFA affermava testualmente: «Nessuno di noi è proprietario del calcio. Non spetta alla FIFA venderlo» («None of us are the owners of football. It is not FIFA’s to sell.»). La portata degli sviluppi, che va ben oltre il ristretto ambito calcistico, emerge tuttavia dal fatto che lo stesso primo ministro del Regno Unito, Andy Burnham, ha rilasciato dichiarazioni dello stesso tenore. Nella Commissione Giustizia della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, i Democratici hanno criticato duramente i rapporti di Infantino con l’amministrazione Trump e il coinvolgimento di Joshua Kushner in tutte le manovre venute alla luce, indicando forse, almeno in parte, la linea alla quale rispondeva l’articolo di The Athletic del New York Times rispetto alla domanda posta in precedenza.

Il giorno successivo, 29 luglio, la FIFA ha compiuto un ulteriore passo verso l’attuazione del piano. Inviando una lettera in merito alle 211 federazioni nazionali, ha chiesto loro di rispondere entro il 19 settembre, dichiarando se accettassero o meno il progetto. Secondo la lettera della FIFA, di cui sono venuti a conoscenza il Times di Londra e l’agenzia Reuters, per l’approvazione è necessaria la risposta favorevole di oltre il 50% delle federazioni nazionali; il pacchetto complessivo per lo sviluppo potrebbe superare i 10 miliardi di dollari; qualora il piano fosse approvato, verrebbe attuato l’aumento di capitale della FFE, assai più contenuto e già programmato, pari a 2,7 miliardi di dollari; inoltre, per ogni federazione che scegliesse di partecipare alla nuova struttura azionaria sarebbe disponibile una somma una tantum di 20 milioni.

Diverse federazioni nazionali, come la Football Association inglese e la Fédération Française de Football, nonché confederazioni quali l’AFC (Asia) e la CONCACAF (America centrale e settentrionale), hanno dichiarato tramite comunicati e note stampa di essere state fino ad allora completamente all’oscuro del piano. La CONMEBOL non ha diffuso alcuna dichiarazione analoga. Sul piano politico, tuttavia, il commissario europeo allo Sport, il maltese Glenn Micallef, ha scritto sui social media che il calcio «non è il baseball», attaccando la prospettata «commercializzazione» della Coppa del Mondo.

Con un secondo comunicato, la UEFA ha dichiarato di aver saputo dalle federazioni nazionali dell’esistenza della lettera in questione, aggiungendo che questo dice tutto ciò che occorre sapere sulle finalità del piano FIFA. Ha quindi espresso la convinzione, maturata attraverso colloqui con le parti coinvolte, che contro questa struttura vi sia un’opposizione significativa e crescente, per poi attaccare la dirigenza della FIFA, accusandola di usare lo sport per arricchire i propri dirigenti e i loro amici. Sulla stessa linea si è espresso anche l’ex presidente della FIFA Sepp Blatter, destituito dalla carica, dichiarando a Reuters che il calcio non appartiene a singole persone, ma alla gente.

La sera del 29 luglio Infantino, in un videomessaggio registrato, ha affermato che il piano presentato non costituisce un obbligo, ma una proposta e un’opportunità, aggiungendo che gli avvenimenti di quei giorni rappresentavano il punto di partenza di un processo democratico di consultazione. Il fatto che abbia potuto sfruttare così le fughe di notizie, prendendo in sostanza posizione contro le trattative di corridoio che riguardano il calcio mondiale, dimostra che l’intera vicenda non si è necessariamente svolta contro la volontà e la pianificazione della FIFA e dello stesso Infantino. A quel messaggio la UEFA ha dato una risposta fragorosa meno di 24 ore dopo, dichiarando di aver deciso all’unanimità che nessuno dei suoi membri avrebbe partecipato alle competizioni FIFA fino al completo ritiro della procedura relativa al piano in questione.

Che cosa esprime il piano della FIFA

Per quanto possa apparire scontata la necessità di approfondire la commercializzazione dello sport per servirne la strumentalizzazione politica, altrettanto necessario è esaminare il modo specifico in cui ciò avviene oggi, nelle attuali condizioni storiche e nel quadro delle rivalità imperialistiche internazionali. È opinione comune che, sin dalla sua nascita, con la codificazione avvenuta alla Freemason’s Tavern di Londra nel 1863, il calcio sia stato uno strumento politico nelle mani di chiunque avesse bisogno di orientare e integrare la classe operaia. Il fatto che fosse il gioco amato dalle masse, inizialmente nella Gran Bretagna della Rivoluzione industriale e poi nel mondo intero, era il motivo della sua strumentalizzazione, non il contrario. In altre parole, storicamente la diffusione di massa del calcio come fenomeno sociale non è stata il risultato della sua strumentalizzazione. A volte, però, in apparenza deve avvenire il contrario!

Se c’è un paese — per di più appartenente al capitalismo occidentale — nel quale il calcio non è mai stato al centro della vita sociale, non ha espresso la società né creato identità collettive, sono gli Stati Uniti. Gli stereotipici yankee, la popolazione bianca anglofona dello Stato che a metà del XX secolo sarebbe diventato la locomotiva del capitalismo e dell’imperialismo occidentale, avevano organizzato la propria vita attorno allo sport in un modo completamente diverso: lo consideravano una piacevole pausa dai ritmi della vita industrializzata, più che un elemento identitario e una passione personale. Ma negli Stati Uniti non vivono soltanto questi yankee stereotipici. In un paese composto da un mosaico razziale ed etnico, in cui tradizioni e concezioni culturali specifiche si tramandano di generazione in generazione, il calcio ha sempre avuto un pubblico. Ciò che non aveva un pubblico era il calcio degli Stati Uniti. Gli immigrati si identificavano con le squadre dei paesi d’origine: a New York c’erano tifosi del Napoli, in Texas del Club América; in molte città, in tempi molto più recenti, i giovani appassionati della Gen Z indossano le maglie di Manchester City, Liverpool, Real Madrid, Barcellona e altri club europei. Così, la passione per il calcio negli Stati Uniti non solo non poteva essere strumentalizzata direttamente dal potere locale, ma era, e continua a essere, anche un mezzo di penetrazione culturale da parte di altri paesi.

Nonostante l’investimento sempre crescente di enormi capitali nel calcio statunitense, l’attrazione di grandi stelle — su tutte il miglior calciatore di ogni tempo, Lionel Messi —, l’organizzazione estremamente metodica della massima divisione, la Major League Soccer, la costruzione di infrastrutture e la capacità di rivolgersi a milioni di residenti e cittadini del paese che il calcio già lo amavano, il fulcro dell’interesse degli appassionati rimaneva al di fuori dei confini della grande superpotenza. In questo modo, benché lo sport costituisca un prodotto commerciale di grande successo nel mercato statunitense, non riesce a trasformarsi anche nello strumento politico che è invece diventato in Europa e in Sudamerica.

Per riuscire a collocarsi al centro della vita sociale degli Stati Uniti, deve superare, sia come dimensioni economiche sia come fenomeno sociale, gli sport tradizionali americani: il football americano, il baseball, l’hockey su ghiaccio e il basket. Perché ciò avvenga, però, è necessario uno sforzo economico molte volte superiore persino alle ingenti dimensioni economiche degli sport tradizionali nordamericani. Per reperire questo denaro occorre un cambiamento strutturale del calcio e della sua stessa economia, incompatibile con il modo in cui funziona, almeno in Europa.

Nel Vecchio Continente il calcio, oltre a essere uno sport, è un ambito di attività economica che gode di una visibilità assai maggiore rispetto alle sue dimensioni finanziarie. Per esempio, la catena di supermercati «TESCO», relativamente poco conosciuta al di fuori della Gran Bretagna, nel febbraio 2026 ha registrato ricavi nell’ordine dei 72,8 miliardi di sterline, con un utile netto annuo di 1,7 miliardi. Nello stesso periodo, i ricavi complessivi del Manchester City nella stagione precedente sono stati di 694 milioni di sterline, con una perdita netta di 9,9 milioni. Al di là di utili e perdite, è evidente che le dimensioni delle due imprese differiscono di due ordini di grandezza: il supermercato è cioè cento volte più grande di una società calcistica di risonanza mondiale. Con un altro paragone, si potrebbe dire che un ipermercato della catena ha un fatturato annuo dello stesso ordine di grandezza di quello di un club di medie dimensioni della Premier League. Eppure, molti più di noi conoscono sicuramente il nome del presidente e dell’allenatore del Brentford che quello del responsabile del TESCO Superstore di Syon Lane, nella zona ovest di Londra. E se qualcuno si chiede perché il responsabile di un Superstore non venga pagato quanto l’allenatore del Brentford, avrà fatto il primo passo per comprendere il concetto di plusvalore.

In Europa il calcio può offrire a chiunque vi svolga un ruolo una visibilità molto maggiore, a fronte di dimensioni economiche di ordine assai inferiore. Per questo non sono pochi i casi in cui i proprietari rilevano squadre che per loro non rappresentano un’attività redditizia, ma una perdita economica permanente che garantisce loro prestigio politico e sociale. Ciò accade proprio perché non hanno bisogno di portare il calcio al centro della scena per strumentalizzarlo: il calcio è già un elemento culturale delle società e i tifosi vi sono già legati, costruendo la propria identità personale attraverso il vincolo con un club.

Negli Stati Uniti tutto questo edificio deve essere creato, se il potere politico locale intende strumentalizzare il calcio e le sue caratteristiche culturali nello stesso modo in cui ciò avviene in Europa e in Sudamerica. Tuttavia, per trovare i capitali capaci di mettere in moto questo processo, date le dimensioni dell’economia, lo scontro che si produrrà sul mercato — poiché l’obiettivo è soppiantare altre industrie sportive — e la necessità di sviluppare tramite il capitale, in modo non organico, una cultura del legame con club che non sono elementi tradizionali della società, le somme da reperire sono molto più ingenti e la possibilità di subire perdite di tale portata è proibitiva per i potenziali investitori. Il calcio, dunque, per gli investitori statunitensi deve trasformarsi anche in un’attività imprenditoriale redditizia, così da garantire la sostenibilità di un progetto che, in ultima analisi, è politico.

Poiché i capitali che possono essere immessi nel mercato calcistico non riusciranno a produrre nell’immediato il ritorno sull’investimento necessario al funzionamento di questa struttura economica molto più grande, se vengono collocati nell’attività calcistica interna degli Stati Uniti, il potere politico intenzionato a strumentalizzare il calcio e gli interessi economici che puntano al relativo investimento devono trovare un grande alleato per avviare il processo in un mercato più ampio e già sviluppato. È difficile immaginare che, a questo scopo, esista un’istituzione più adatta della FIFA stessa e, per quanto riguarda le competizioni calcistiche, una manifestazione di maggiore richiamo della Coppa del Mondo. È per questo che la politica e i capitali statunitensi hanno portato la FIFA dalla propria parte, accompagnando la mossa con il rapporto stretto e costantemente pubblicizzato fra il presidente Trump e il presidente Infantino; ed è per questo che, nella propria struttura, che comprende specifiche società e organizzazioni finanziarie statunitensi, la FIFA mette nel mirino economico la Coppa del Mondo.

In questo senso, tale sviluppo non può certo essere definito positivo, perché accentua ulteriormente la strumentalizzazione dello sport, lungo un percorso che molto probabilmente finirà per influenzarne persino l’estetica, se non subito, certamente in modo graduale. Deve però essere altrettanto chiaro che questa non è la prima volta in cui il calcio mondiale si muove in tale direzione. Oltre alla Rerum Novarum della Chiesa cattolica e allo sviluppo calcistico del periodo tra le due guerre, che serviva la politica della Chiesa cattolica, il legame fra interessi imprenditoriali privati e la Coppa del Mondo stessa emerse chiaramente nel 1974, quando Havelange concesse privilegi di sponsorizzazione esclusivi ad Adidas e Coca-Cola per rimpinguare le casse della FIFA, che lui stesso aveva prima svuotato per la propria campagna politica. Da più di mezzo secolo queste due multinazionali accumulano fortune grazie al momento culminante dello sport più popolare, e la loro presenza al suo interno è ormai diventata quasi un naturale prolungamento della sua immagine.

Perché, dunque, il piano di Infantino, della FIFA e, in sostanza, degli Stati Uniti per il calcio incontra la reazione furiosa di altre confederazioni, UEFA in testa, ma anche delle istituzioni politiche dell’Unione europea?

Che cosa esprime lo scontro

Per comprendere le ragioni per cui la UEFA e le istituzioni politiche europee hanno reagito con forza al piano di parziale apertura del capitale della Coppa del Mondo bisogna andare oltre le parole d’ordine. La confederazione calcistica che negli ultimi decenni ha contribuito più di ogni altra alla commercializzazione dello sport e all’applicazione delle regole del libero mercato in ogni suo ambito, con decisioni cruciali come la trasformazione della Coppa dei Campioni nella Champions League e la giurisprudenza nata dalla controversia fra Bosman e l’RCF Liège, che ha liberalizzato i trasferimenti e favorito il drenaggio del talento calcistico da ogni angolo della Terra, evidentemente non è quella che ha a cuore il cosiddetto «gioco dei poveri rubato dai ricchi».

Il problema della UEFA, e degli interessi europei che essa rappresenta, è in sostanza scritto nel suo ultimo comunicato, e la sua opposizione poggia su due elementi distinti. Il primo riguarda l’analisi della necessità degli Stati Uniti di trasformare il calcio in un’attività redditizia, perché questo è l’unico modo in cui può essere strumentalizzato nel loro mercato interno. Il comunicato della UEFA scrive testualmente: «Nel momento in cui investitori esterni entrano nella proprietà delle competizioni FIFA, il calcio cambia per sempre. Il ritorno commerciale diventa un obbligo permanente. Le aspettative degli investitori diventano una pressione quotidiana. Da quel momento in poi, ogni decisione sul calendario internazionale, ogni decisione sui format delle competizioni e ogni decisione che plasma il futuro del calcio non è più guidata da ciò che meglio serve il gioco, ma da ciò che meglio serve gli azionisti».

È un po’ paradossale che a scriverlo sia una confederazione che, insieme alle federazioni nazionali e alle leghe nazionali, negli ultimi decenni ha costruito un calendario che per i grandi club supera le 80 partite, costringendo i club periferici più piccoli, che si contendono un posto in queste scintillanti competizioni capaci di generare circa 5 miliardi di profitti l’anno, a iniziare i propri impegni agonistici ai primi di luglio e a concluderli alla fine di maggio. Questa frase racchiude la verità della UEFA, che però non riguarda né il rendimento e la salute dei calciatori né una qualche avversione per il profitto d’impresa, già smisurato per tutte le aziende che sostengono le sue competizioni in qualità di sponsor.

Ciò che l’Europa non può sopportare in questo momento è la trasformazione del calcio in un’attività redditizia. Perché? Perché non dispone dei capitali necessari per competere con il resto del mondo, e in particolare con gli Stati Uniti. Il calcio non redditizio, con dimensioni industriali piuttosto limitate rispetto ad altri settori, può sostenere una perdita imprenditoriale in cambio di un vantaggio politico. Ma un calcio costoso, con dimensioni più grandi, somme di denaro maggiori e rischi più elevati legati all’impiego di capitali molto più ingenti, è qualcosa che l’Europa non può seguire. Ciò significa che la UEFA e il calcio europeo, che per effetto delle manovre degli ultimi decenni non si trovano semplicemente al centro del gioco mondiale ma sono ormai vicini a diventare l’unico rappresentante della sua élite, con la sola eccezione della nazionale argentina, rischiano di trovarsi all’improvviso di fronte a una concorrenza che certamente non sono in grado di reggere. Immaginate i talenti di Francia, Spagna, Italia, Germania e Inghilterra partire per giocare nei club statunitensi, o nelle loro accademie, prima ancora di compiere 18 anni. Ciò che in sostanza il calcio europeo ha fatto al gioco degli altri continenti rischia ora di subirlo dagli Stati Uniti, se si verificasse uno sviluppo simile.

Oltre a questo, la perdita del calcio come patrimonio culturale centrale priverebbe l’Europa di un’altra caratteristica che la favorisce nella diplomazia internazionale. Il fatto che il calcio europeo sia un polo d’attrazione per interessi economici che in questo modo acquisiscono una visibilità positiva su scala mondiale agisce come soft power per la politica dell’UE in un mondo di accese rivalità, nel quale l’Unione europea non può più far valere né la propria industria, né l’innovazione tecnologica, né i capitali, e neppure la potenza militare. Si tratta dunque di un indebolimento complessivo dell’Europa, i cui effetti non riguardano soltanto il calcio, ma anche la posizione politica dell’Unione nel mondo. Per questo è tanto grande l’accanimento delle istituzioni europee, che da tempo, anche attraverso lo sviluppo di appositi quadri normativi al Parlamento europeo, cercano di blindare questa funzione del calcio prima di perdere anche tale prezioso patrimonio. Per questo vi è accanimento contro ogni decisione della FIFA riguardante le competizioni calcistiche mondiali, persino quelle di rilevanza apparentemente minore, come per esempio il passaggio del Mondiale da 48 a 64 squadre, che non aggiunge partite al calendario di alcuna partecipante. Ed è per questo che, dopo la vittoria della Spagna nella recente finale della Coppa del Mondo, la Commissione europea ha sentito il bisogno di definire «Made in Europe» il trofeo conquistato dalla squadra europea, come se qualcuno avesse mai avuto dubbi sul luogo d’origine del calcio e del trofeo stesso.

Le parole della UEFA sul bene del calcio si fanno sentire soltanto quando la confederazione perde il sopravvento nei rapporti di forza mondiali. Nessuno si preoccupava del bene del calcio mondiale quando calciatori brasiliani, argentini, ivoriani, senegalesi e di altre nazionalità arrivavano in Europa da adolescenti per entrare nel suo sistema calcistico. Agli occhi delle istituzioni europee, nessun elemento del gioco dei poveri era in pericolo quando questi giocatori — e poco mancò che accadesse allo stesso Messi — scendevano in campo per nazionali lontane dal paese in cui erano nati. Il colonialismo calcistico va bene alle istituzioni europee finché sono loro a dominarlo; quando mutano i rapporti di forza, allora si ricordano del «gioco dei poveri».

Il punto fondamentale di questo scontro fra FIFA e UEFA, che non contrappone il calcio commercializzato al calcio puro, ma gli Stati Uniti — e in particolare l’attuale amministrazione — all’Unione europea, è però che la UEFA dispone di una grande leva: non è concepibile un calcio mondiale senza la sua partecipazione. Gli sviluppi degli ultimi trent’anni hanno condotto a questa situazione e, anzi, se l’Argentina non avesse raggiunto le semifinali dell’ultimo Mondiale, il quadro delle prime quattro avrebbe ricordato quello di una competizione esclusivamente europea, con tre squadre su quattro fra le semifinaliste di EURO 2024. Su questa stessa lunghezza d’onda si sono del resto collocate le ultime dichiarazioni di Cristiano Ronaldo dopo l’eliminazione del Portogallo dal recente Mondiale e la conclusione della sua carriera con la nazionale del suo paese.

Nel proprio arsenale ideologico, l’Europa impiega molti argomenti contro l’azionariato e la proprietà individuale nel calcio, proprio perché ha trovato altri modi per usarlo come strumento politico, che non potrebbero funzionare se non vi fosse spazio per l’azione dei grandi interessi economici e l’investimento di ingenti capitali nei diversi progetti calcistici riguardanti il cammino delle nazionali, ma soprattutto dei grandi club. Quanto è accaduto nelle recenti elezioni per la presidenza del Real Madrid non è stato altro che una grande guerra fra interessi imprenditoriali diversi, all’interno di procedure che, pur prevedendo la partecipazione universale dei soci, ciascuno titolare di un voto, erano molto lontane da qualunque possibile concezione del diritto a partecipare e a contendersi la guida del club. Nello stesso momento in cui la Germania si vanta del fatto che un privato non possa detenere più del 50% delle quote di una società calcistica — con eccezioni rese possibili da scappatoie legali —, lo Stoccarda, per altri versi democratico e forte di 100.000 soci, poteva presentarsi come un potente capitalista e strappare al PAOK di proprietà privata il gioiello calcistico di un intero paese, Giannis Konstantelias. La pressione esercitata sul proprietario della società calcistica per azioni di Salonicco dai tifosi che non ne possiedono quote ha impedito che ciò accadesse, dimostrando che non è sempre la partecipazione formale a determinare i rapporti di forza, ma la realtà materiale.

La UEFA e le sue federazioni sono interessate soltanto a preservare le posizioni acquisite, il che significa che un ristretto gruppo di club vincerà in eterno le competizioni europee, che molti dei grandi campionati nazionali saranno di fatto corse a un solo cavallo (vedi Francia e Germania), mentre altri campionati prestigiosi, come la Liga spagnola, sono da oltre vent’anni senza vedere un campione al di fuori della triade di club che domina a ogni livello: politico, organizzativo, amministrativo e sportivo. Il calcio costruito dalla UEFA negli ultimi trent’anni non è il calcio dei poveri e non è certo quello che essa difende.

Perché ci riguarda

Considerato, dunque, che lo scontro riguarda gli interessi di diverse classi capitalistiche, dei grandi interessi economici e del loro personale politico, perché dovrebbe interessare gli appassionati di calcio? In che modo può riguardarli?

Da una parte, questi sviluppi ci riguardano perché, amando il calcio, sappiamo che un simile cambiamento strutturale delle sue massime competizioni, così come il passaggio della loro organizzazione a interessi che operano in modo diverso da quella che ormai può essere considerata la tradizione europea, modificheranno anche l’estetica del gioco e la sua identità: rischiano cioè di distruggere e far scomparire il gioco che amiamo. Già l’introduzione di cambiamenti come le interruzioni obbligatorie per le cosiddette «pause di idratazione» nell’ultima Coppa del Mondo, a beneficio della pubblicità, ha avuto un impatto enorme sul modo in cui una partita di calcio viene organizzata e si sviluppa.

Al tempo stesso, non possiamo nutrire illusioni calcistiche: il calcio ormai divenuto proprietà di un ristretto gruppo di paesi dell’Europa occidentale non può essere quello che immaginiamo, e non possiamo approvare la disuguaglianza esistente nello sport, neppure all’interno dell’Europa. Ciò non significa che la soluzione sia una penetrazione imprenditoriale ancora più aggressiva; al contrario, essa produrrà gli stessi problemi nello sport in misura e con un’intensità molto maggiori, anche se chi lo domina passerà dall’altra parte, sull’altra sponda.

La terza via non si trova nel passato del calcio, ma nel suo futuro. Del resto, l’analisi della storia di questo sport, dalla sua nascita alla diffusione mondiale fino all’epoca contemporanea, dimostra che non è mai e poi mai stato separato dagli interessi delle classi che miravano a conquistare una quota maggiore di potere politico, né è mai stato scisso dall’economia; e poiché oggi l’economia è capitalistica in tutto il mondo, oggi il calcio è capitalistico ovunque. In questo senso, la soluzione non consiste né nell’opporsi allo sport professionistico — che, come abbiamo visto storicamente, è una condizione per la partecipazione della classe operaia allo sport di alto livello — né nello smantellare la sovrastruttura che, fra le altre cose, genera relazioni, identità, legami culturali e autentica cultura popolare.

Ciò di cui abbiamo bisogno è una base diversa sulla quale costruire il calcio, vale a dire la lotta per un’economia diversa. Quanto questa sia una condizione necessaria per il cammino dello sport è dimostrato dalle stesse mosse dei suoi dominatori. La guerra politica, l’allineamento degli interessi economici e della strategia della classe dominante di ciascun paese si esprimono direttamente come una linea per lo sviluppo mondiale dello sport, mentre i loro conflitti specifici si manifestano come scontri calcistici. I popoli che amano il calcio devono comprendere che non possono essere né azionisti né sostenitori di facciata di questa evoluzione del calcio attraverso strutture apparentemente democratiche, nelle quali, alla fine, sono i medesimi interessi economici a comandare. Abbiamo bisogno di un diverso tipo di potere calcistico ed è oggi più chiaro della luce del sole che ciò è legato a un diverso tipo di potere politico. Fino ad allora, potremo restare soltanto con le parole d’ordine e qualche scolorita fotografia color seppia, che definiremo romantica anche se ritrae epoche in cui il calcio simboleggiava perfino ideologie che hanno condotto alla morte milioni di persone.

La nostra risposta all’attacco subito dal calcio non può essere chiudersi in difesa. Occorre una controffensiva altrettanto organizzata. Il romanticismo calcistico non ci basta più: abbiamo bisogno di un nostro autentico modernismo calcistico. Qui, comunque, lavoriamo proprio per questo!